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NETANYAHU PERDE GERUSALEMME E PEZZI DEL GOVERNO

Al confine di Gaza è tregua tra israeliani e palestinesi, dopo un intenso scambio di lancio di razzi e missili tra le parti. Netanyahu e Hamas non vogliono una escalation, lasciando campo alla mediazione egiziana premono su fronti opposti per il cessate il fuoco. “Calma” nel giorno dell’ultimo round del voto amministrativo. Nella corsa per la poltrona di Gerusalemme vince il candidato della destra e dei religiosi. Moshe Lion, espressione di un vasto blocco di partiti che andava dagli ortodossi dello Shas ai nazionalisti di Israel Beitenu, si è imposto con un vantaggio del 3% su Ofer Berkovitch, astro nascente della politica israeliana. Una sfida dove il giovane politico gerosalemitano, dato per perdente nei pronostici della vigilia, ha provocato non pochi timori alla macchina elettorale di Lion. Alla fine missione fallita per Berkovitch, anche se i dati premiano il partito da lui fondato Hitorerut quale forza più votata. Una campagna elettorale con ripercussioni turbolente sul piano nazionale. Bruciante sconfitta per Netanyahu, il candidato che godeva del suo appoggio è uscito di scena al primo turno. Lasciando fuori dai giochi il “falco”, che non si è nemmeno presentato al seggio. Rientrato a Gerusalemme ad urne chiuse, non ha rilasciato nessun commento. Ha poi voluto complimentarsi con i sindaci eletti nelle file del Likud in quest’ultima tornata elettorale. L’effetto Gerusalemme apre un caso, la destra dimostra di poter fare a meno del suo leader indiscusso per mettere in piedi una larga e variegata coalizione. Il clima è teso nella maggioranza di governo prossima all’implosione: divergenze insanabili tra il premier e Avigdor Lieberman sulla questione della gestione della crisi di Gaza hanno portato alle dimissioni il ministro della difesa e l’uscita del suo partito dal governo. Una coalizione già a rischio di frantumazione alla vigilia della presentazione di un pacchetto di emendamenti non graditi ai partiti religiosi. Nel Likud c’è chi lavora nel tentativo estremo di usurpare il suo trono. Le inchieste della magistratura incalzano la famiglia e potrebbero ripercuotersi sui sondaggi. Mentre dalla sua può saldamente contare sul fatto che nell’opposizione non esiste un reale avversario. Tutto questo potrebbe convincere il longevo politico a scegliere la via delle elezioni anticipate. Il dubbio resta. Nelle passate settimane ironicamente si profetizzavano tre date storiche imprevedibili per la Terra Santa: la presentazione del piano di pace di Donald Trump, l’arrivo del Messia e quando Benjamin Netanyahu avrebbe indetto il voto. Aggiungendo che Trump e il Messia potevano aver già deciso, Netanyahu ancora no. In queste ore forse ci pensa con insistenza, altrimenti per lui c’è il rischio di prendere atto della sconfitta in aula.

MORTE NELLA STRISCIA PALESTINESE

La Primavera della protesta palestinese è iniziata con un bagno di sangue. Lungo il confine di Gaza avrebbe dovuto svolgersi una manifestazione dedicata al Giorno della Terra, la prima di una lunga serie, per ricordare i territori confiscati da Israele. La propaganda di Hamas ha prontamente aderito all’evento. Dall’altra parte della frontiera i soldati israeliani ricevevano l’ordine di sparare. Alla fine manifestanti uccisi e feriti. Tutto questo a poco più di un mese dall’apertura dell’ambasciata americana a Gerusalemme e nei giorni che precedono la ricorrenza della tragedia palestinese, la Nakba. Il livello di tensione si alza notevolmente. Con un movimento palestinese destinato a crescere nei prossimi giorni, nelle cui file affluisce un fiume di giovani. E che coagula differenti componenti della politica palestinese, da chi professa l’approccio non violento, alle frange di miliziani fondamentalisti. Gaza in queste ore è una pentola a pressione. Una “prigione” che ospita quasi 2milioni di palestinesi, in un fazzoletto densamente popolato dove comanda il regime di Hamas. A partire dagli anni ’90 Israele ha introdotto la limitazione di movimento ai cittadini della Striscia. Ma solo nel 2007 Egitto e Israele mettono i sigilli alle frontiere. Allo stesso tempo, Ramallah entra in collisione con Gaza, la frattura politica tra Fatah e Hamas si incancrenisce e diventa anche geografica.
A Gaza oggi la situazione di criticità è endemica nei servizi, da quelli idrici alla sanità. Peggiorata da scarse forniture di carburante e dalla ripetuta emergenza elettrica. Israele che dal 2017 aveva tagliato l’elettricità, ha ripreso la fornitura. Le spese sono a carico dell’Autorità Nazionale Palestinese, riluttante a coprire i debiti di Hamas. È collasso anche nella gestione dei rifiuti, decine di migliaia di tonnellate di spazzatura lasciata in strada a marcire. A febbraio 12 ospedali pubblici non erano in grado di fornire la diagnostica. Uno stop aggravato dallo sciopero del personale medico per il mancato pagamento degli stipendi arretrati. Gli aiuti internazionali, pur rilevanti, non bastano a migliorare il contesto. La sforbiciata di Trump ai fondi umanitari delle Nazioni Unite per i profughi palestinesi ha trovato altri canali di finanziamento. Chiudere la borsa è stato l’ultimo affronto pubblico di Trump ad Abu Mazen. Le relazioni tra USA e Palestina sono ormai compromesse dal riconoscimento di Gerusalemme quale capitale di Israele, avvenuto lo scorso dicembre. Decisione che ha isolato Washington sul piano internazionale, provocando una reazione nel mondo arabo, anche fuori i confini del Medioriente. Trump potrebbe decidere di partecipare personalmente all’inaugurazione della nuova sede diplomatica di Gerusalemme, nel qual caso l’erede di Arafat non avrebbe alternative a rispondere con una dichiarazione di pari portata: se non “guerra” quasi.
La scelta della Casa Bianca ha alimentato contrapposizione, lasciando il cielo della Terra Santa a falchi, pronti a gettare benzina sul fuoco. Ismail Haniyeh, leader di Hamas, minaccia che: “non cederemo un pezzo di terra di Palestina, né riconosceremo l’entità israeliana”. Proclama bellico che estende a Trump: “Promettiamo di non rinunciare a Gerusalemme ”. Jason Greenblatt, inviato statunitense per le negoziazioni tra Israele e Palestina, ha lanciato pesanti accuse incolpando a sua volta Hamas di “incoraggiare una marcia ostile” e “istigare alla violenza”. Ormai in secondo piano Abu Mazen, relegato in una posizione marginale, compromessa dall’età e dalla salute. Il suo partito Fatah non è al momento in grado di veicolare o controllare la protesta, tantomeno a Gaza. In questa fase l’escalation garantirebbe quindi ad Hamas un maggiore consenso popolare e una posizione di forza. Che potrebbe sfruttare nella scelta del futuro presidente del popolo palestinese. Sul fronte israeliano, qualsiasi conferma che non esiste una controparte con cui dialogare, porta solo acqua al mulino di Netanyahu.

LA POLTRONA DI ARAFAT

Mentre, la notizia del ritiro dalla politica del presidente palestinese Abu Mazen prende consistenza a Gaza il Primo Ministro Rami Hamdallah scampava, illeso, a un attentato. Hamas che controlla la Striscia ha negato veementemente ogni coinvolgimento nell’episodio. Che potrebbe invece significare l’innalzamento delle lotta interna al campo palestinese, con le frange più radicali del jihadismo intenzionate a compromettere il difficile colloquio di conciliazione tra i due principali partiti palestinesi, Fatah e Hamas. Processo di unità nazionale impantanato in un clima di sospetto reciproco e scambio di pesanti accuse. Infuocata, anche la campagna per la successione alla poltrona che fu di Arafat. Mr Palestina, l’uomo dalle sette vite si spense in Francia l’11 novembre 2004. Da mesi viveva confinato nel palazzo presidenziale della Muqata, nell’ala del complesso che l’esercito israeliano non aveva raso al suolo con i bombardamenti. Invecchiato, ambiguo, megalomane e molto sospettoso, forse a ragione. La parabola di Arafat volgeva al termine, ormai, era internazionalmente isolato e il mito dell’eroe nazionale offuscato, dagli errori politici e dai segreti finanziari. Dopo i funerali il partito di Fatah passò di fatto in mano a Mahmud Abbas, meglio noto con il nome di Abu Mazen, che iniziò la scalata al potere culminata con l’elezione a Presidente nel 2005. Prima di allora aveva ricoperto vari incarichi, da Segretario Generale dell’OLP a capo delegazione durante i colloqui di pace con Israele. Per un breve periodo era stato Primo Ministro, dimettendosi dopo la rottura dei rapporti con lo stesso Arafat. Meno pittoresco e carismatico del suo predecessore è da sempre considerato una figura moderata all’interno del movimento per la liberazione della Palestina. Ha saputo intrecciare ottime e solide relazioni con la Casa Bianca, confermate sino all’avvento di Trump. Abu Mazen ha rappresentato per l’Occidente il referente politico e garante della causa palestinese, fiducia e credito mai venute meno da parte di Bruxelles. Sopratutto dopo l’affermarsi di Hamas nelle urne e l’instaurarsi del regime islamista a Gaza. Attualmente le trattative di riconciliazione nazionale, più volte evaporate, reggono grazie alla delicata mediazione egiziana e al sostegno economico promesso dai sauditi. Se l’accordo dovesse tenere il capo di stato palestinese è disponibile ad indire nuove elezioni legislative per il 2018, sulle quali però non avrebbe modo di incidere. È la vigilia del capitolo finale della sua lunga carriera, il livello di popolarità è assai ridotto rispetto al plebiscito della sua nomina e il sistema di corruzione nel suo partito è dilagante. Oggi alla soglia degli 83 anni e con 13 anni consecutivi di presidenza Abu Mazen è malato, secondo fonti di stampa le condizioni sarebbero peggiorate negli ultimi mesi, al punto che le dimissioni parrebbero imminenti. Aprendo la via ad una nuova era politica, tra mille incognite. Il contesto è critico: gli USA di Trump hanno rotto l’argine del contrappeso diplomatico con la scelta di riconoscere Gerusalemme capitale di Israele e di tagliare i finanziamenti all’Agenzia delle Nazioni Unite UNRWA; gli accordi di Oslo sono morti e i diritti dei palestinesi ancora negati; nei sondaggi Hamas è la prima forza e l’espansione degli insediamenti dei coloni in Cisgiordania è irrefrenabile; livello di disoccupazione giovanile è ai massimi storici e la situazione umanitaria a Gaza è gravissima. La possibilità di una nuova escalation di violenza tra la Striscia di Gaza e Israele è una spada di Damocle implacabile. In questo quadro, l’uscita di scena di Abbas potrebbe favorire la corsa di un suo nemico giurato Mohammed Dahlan, politico palestinese in esilio e molto considerato a Tel Aviv. Prende forza nelle ultime ore la possibile candidatura del nipote di Arafat, Nasser al Qudwa, già ambasciatore al Palazzo di Vetro. La resa dei conti è alle porte, l’ultima parola però spetta al carcerato Marwan Barghuthi, il più temuto e rispettato in Palestina.

PROVE DI RICONCILIAZIONE PALESTINESE

In Medioriente. Hamas accetta di smantellare il governo di Gaza. Con un comunicato stringato, l’organizzazione terroristica palestinese, che da 10 anni controlla la Striscia di Gaza, annuncia di accogliere le condizioni del presidente Mahmoud Abbas (Abu Mazen) e intraprendere una fase di riconciliazione interna, sotto l’egida dell’Egitto del generale al-Sisi. Aprendo alle elezioni e ad un governo di unità nazionale per il periodo di transizione. Prove di dialogo, in passato sempre fallito, tra le principali fazioni palestinesi, che sono state ad un passo dal far precipitare la Palestina in una guerra civile. Le prossime ore segnano anche la vigilia degli incontri, a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York, tra Trump, il primo ministro israeliano e il presidente palestinese, per discutere del processo di pace.
Hamas nell’arco di un trentennio ha saputo mantenere una doppia linea d’indirizzo: proseguire nello scontro militare contro Israele e promuovere capillarmente il consenso popolare. Due approcci interconnessi. L’organizzazione terroristica palestinese ha sconvolto l’opinione pubblica internazionale con i suoi attentati ai civili israeliani. Ha frastornato i commentatori di mezzo mondo stravincendo libere e democratiche elezioni legislative nel 2006, lasciando la Comunità Internazionale nello sconcerto per quel risultato elettorale, raggiunto contro ogni pronostico, e nonostante qualche ostacolo. Diventando la prima forza politica tra i palestinesi. Oscurando Fatah, il partito di Arafat, che già prima della scomparsa del suo storico fondatore, era accusato di: fauda (caos), fasad (corruzione), fitna (incitamento al conflitto) e falatan (immoralità). Abu Mazen, l’erede di Mr Palestina, è al dodicesimo anno consecutivo di mandato. È politicamente logorato, non può contare nemmeno sull’appoggio incondizionato della Casa Bianca. Ha perso la fiducia del suo popolo, lo testimoniano le recenti elezioni amministrative, a maggio di quest’anno, in Cisgiordania, con Fatah ridimensionato nei numeri e fuori dal governo delle principali città. Coinvolto in una faida per la sua successione alla Muqata. Molto meno convulsa la situazione dentro Hamas, dove con linearità le varie anime che compongono l’organizzazione – ala militare, religiosa e caritatevole, politica ed estera – evitano contrapposizioni e litigi. Alternando al vertice in questi ultimi anni figure chiave come Khaled Meshal prima, e Ismail Haniyeh, oggi. Meshal è il collettore degli aiuti internazionali dal mondo arabo e il pontiere delle alleanze strategiche nella regione mediorientale, dalla Turchia al Qatar. Haniyeh, elevato al ruolo di capo supremo è il mediatore con l’ al-Sisi, rinnegando i Fratelli Mussulmani. Sua l’iniziativa di cedere Gaza, in quella che era una mossa quasi forzata: le pressioni egiziane e la crisi economica strutturale davano poche alternative. L’inverno alle porte e la precarietà di energia elettrica per la popolazione gazawa, le ripetute guerre con Israele, l’altissima disoccupazione, le condizioni di povertà diffuse, le carenze nei servizi, il blocco degli stipendi nella pubblica amministrazione, la chiusura dei valichi, sono fattori e difficoltà che sfiancherebbero qualsiasi regime. La decisione della dirigenza di Hamas di fare un passo indietro e indire il voto è, quindi, una svolta ambigua e il gioco è pericoloso. Il gesto eclatante di consegnare le chiavi di Gaza pone Abu Mazen difronte a seri imbarazzi: quella di Hamas infatti non è una resa incondizionata, le milizie non deporranno le armi e tantomeno saranno dismesse. E sul piano internazionale se il presidente palestinese non dovesse accogliere la proposta di Haniyeh andrebbe ad incrinare seriamente le relazioni con il Cairo, perdendo un prezioso alleato. Al contrario se, il condizionale è d’obbligo, ratifica l’offerta, dovrà aspettarsi ritorsioni da parte di Israele. Nel 2050 Gaza rischia di essere un luogo invivibile, ma prima di allora Hamas potrebbe governare in tutta la Palestina non occupata da Israele.

BUS NUMERO 12

Gerusalemme ancora una volta piomba in una angosciante sciagura. Alla vigilia della Pesach, la Pasqua ebraica, poco dopo le 17.30 di un lunedì pomeriggio in una calda primavera, esplode un bus di linea: 21 persone ferite, alcune in gravissime condizioni. Tra queste il presunto kamikaze palestinese. L’attacco terroristico interrompe settimane di relativa calma, se di calma si possa mai parlare in Medioriente, dopo l’escalation, nei passati mesi, dell’Intifada dei lupi solitari i giovani “martiri” palestinesi ripongono il coltello e indossano le cinture esplosive, copiando l’esempio dei loro coetanei di Bruxelles e Parigi. L’attentato a Gerusalemme segna quello che viene commentato dagli analisti come “un salto di qualità del terrorismo palestinese”, ovviamente in negativo. In realtà è il ritorno ad una strategia “vecchia” che non si vedeva da anni, dalla Seconda Intifada e le bombe nei luoghi pubblici. Bus, bar, ristoranti, pizzerie, discoteche macchiati di sangue innocente, una lunga scia di morti, di lenzuoli bianchi a coprire i cadaveri che giacevano a terra. Ieri come oggi quando Israele è attaccato a Gaza si festeggia con pasticcini e canti. Nella striscia di terra più densamente popolata al mondo regna il fondamentalismo islamico di Hamas, alleato dell’Isis in Sinai nel nome della jihad: la guerra santa globale colpisce il vagone della metropolitana alla fermata del quartiere multietnico di Maelbeek e l’autobus numero 12 a Talpiot, periferia meridionale della città Santa. Luogo di centri commerciali, meccanici e carrozzerie dove quotidianamente palestinesi ed israeliani lavorano fianco a fianco e dove dividono la fila nei supermercati. “Dopo l’esplosione non si vedeva più niente era buio, c’era fumo ovunque. Mi sono messa a cercare mia figlia, l’ho trovata sdraiata a terra aveva tutto il corpo ustionato. Tra un mese avrebbe compiuto 16 anni, ora è sedata da farmaci e attaccata ad un respiratore. Adesso prego che sopravviva”. È il ritorno ad una triste cronaca: il boato, un rumore sordo che ti entra dentro, un brivido che ti scuote. E poi un istante di silenzio innaturale, il fumo, le grida, le sirene delle ambulanze in una corsa contro il tempo, i paramedici con i lettini e le flebo, i poliziotti che transennano l’area, gli elicotteri, il caos e la paura che si diffondono ovunque. Quando finirà tutto questo? C’è chi dice quando ci sarà uno stato palestinese indipendente e c’è chi dice quando non esisterà più uno stato di Israele. È lecito pensare che non finirà mai. A meno che “qualcuno” non decida di porvi fine, a chiare lettere. Dando ascolto, per una volta, alle voci di pace, al lamento e alle lacrime della gente che soffre. “Non ho mai intenzionalmente fatto del male ad un’altra persona. Non mi è mai venuto in mente di maltrattare un altro essere umano solo perché la pensa in modo diverso”. Legge il testo del comunicato in inglese Renana Meir, 17 anni israeliana, spiegando che sua madre è stata uccisa davanti a lei, sotto i suoi occhi: brutalmente accoltellata da due minorenni palestinesi. Parla la giovane Renana, nelle stesse ore in cui a Gerusalemme ancora una volta si salta in aria, e lo fa alla platea di diplomatici del Consiglio di Sicurezza al Palazzo di Vetro. “È difficile esprimere a parole quanto sia profondo il mio dolore”. Eppure, aggiunge “Io non odio, non riesco ad odiare. Con il cuore a pezzi siamo venuti qui oggi a chiedere il vostro aiuto. Aiutateci a creare la pace attraverso l’amore e a trovare il buono che è in ciascuno di noi”.

Palestina: un conflitto dai molteplici approcci

La questione palestinese tra ginepraio e labirinto. Il conflitto che da anni incombe in Terra Santa si presta, per la sua natura, a molteplici approcci. Non aiuta il fatto di essere attenti spettatori esterni. Districarsi in un dedalo intricato e complesso, lastricato di odio e sangue, è pericolosamente sdrucciolevole per la politica e per il lettore. E così l’Italia ha deciso di andare avanti con proposte contraddittorie e ambivalenti, senza pestare troppo i piedi. È stato chiaro la scorsa settimana quando il Parlamento ha approvato due risoluzioni sul riconoscimento dello Stato palestinese discordanti. Con una mozione è stato votato il riconoscimento della Palestina, con un altra è stato posticipato a tempi migliori. Della serie vogliamo in Terra Santa due popoli due stati ma non oggi, forse domani ma solo quando ci sarà, se ci sarà, la pace. A dimostrazione che la politica italiana nei confronti del conflitto israelopalestinese naviga nella più totale confusione, in queste ultime settimane, ci sono stati molti esempi oltre lo “storico” voto di Montecitorio. La risoluzione sullo stato della Palestina è stato un passaggio votato a larga maggioranza. 300 i si alla Camera dei Deputati per una decisione non vincolante, puramente simbolica e con il contorno del pasticcio. Un pasticcio di diplomazia internazionale e politica interna. Dove a rischiare il danno peggiore era il governo che intenzionato a non dare un’indicazione chiara ha dovuto inventarsi una via d’uscita equilibrista: il riconoscimento ma anche no. Dovevamo accontentare tutti, palestinesi, israeliani, Parlamento Europeo, PD, Alfano e ci siamo “miracolosamente” riusciti. È bastato lasciare il bicchiere a metà, non troppo pieno e nemmeno mezzo vuoto. Insomma, una linea politica attendista che non disturbasse la sensibilità di nessuno. In generale ci pare che il problema delle due risoluzioni non è se conti più la prima o la seconda, oppure se la seconda smentisca la prima. Il doppio voto del Parlamento ha di fatto lasciato campo libero al ministro Gentiloni nel definire la prossima agenda per il Medioriente, indirizzo di cui oggi è arduo immaginare minimamente i risvolti e le complicanze. Comunque, i partiti in perfetto stile Ponzio Pilato si sono lavati le mani. E la coscienza. Vale per quelli di governo come per quelli dell’opposizione. Nemesi storica per la Lega Nord, che un tempo, nemmeno troppo lontano, rivendicava il diritto alle autonomie dei popoli dalla Padania alla Palestina, entrambe messe celermente nel dimenticatoio dalla nuova Lega di Salvini diventata paladina d’Israele e dell’Italia. L’ambiguità vale per il Movimento 5 stelle che a Livorno, città tradizionalmente legata alle proprie radici ebraiche, dallo spirito laico e aperto, ha deciso di gemellarsi con Gaza dove governa e “regna” Hamas. Al contrario in Forza Italia prevale ancora il pensiero di Silvio Berlusconi, grande amico di Netanyahu, e unico leader europeo che in visita ufficiale in quei luoghi martoriati non si accorse del muro di separazione, venendo, a suo dire, magicamente teletrasportato a Ramallah e Betlemme. Anche nel Partito Democratico è palesata una certa discontinuità d’intenti, con le anime provenienti dalla tradizione dei partiti della sinistra, per un pronto riconoscimento palestinese e quelle anime invece più di tradizione centrista, concilianti con NCD e soprattutto con le richieste del governo di Gerusalemme. In conclusione la sfera politica italiana in materia di conflitto in Medioriente è un grande labirinto e un ginepraio allo stesso tempo. Segno che in tempi difficili come quelli che stiamo vivendo è irrealistico trovare l’uscita senza farsi del male.