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L’ORA DI GANTZ DOPO LA MEZZ’ORA DI NETANYAHU

Il futuro governo di Israele è sospeso tra la paralisi del parlamento e il rischio di ritorno alle urne per la terza volta in meno di dodici mesi. Nel mezzo il sempre eterno primo ministro Benjamin Netanyahu che non ha nessuna intenzione di lasciare la scena, costretto, non avendo trovato una maggioranza che lo sostenga, a rimettere il mandato esplorativo per creare un nuovo esecutivo dopo le elezioni di settembre. Nel sistema istituzionale israeliano i margini di manovra del presidente Reuven Rivlin, in situazioni come quella attuale, sono ridotti a tre porte, che la più alta carica dello stato può aprire a suo piacimento: ha offerto al leader del Likud Netanyahu la prima occasione, e poi ha passato ufficialmente il testimone all’altro aspirante premier, il frontman di Kachol Lavan Benny Gantz, anche lui, numeri alla mano, destinato a non andare troppo lontano, a meno che non scelga di infilarsi nel tortuoso percorso di un governo di minoranza con l’appoggio esterno della lista araba e della sinistra sionista. Un’esperimento fragile già provato in passato (da Rabin nel 1992 e Barak nel 1999) e facilmente deteriorabile. Gantz teoricamente ha ancora tempo disponibile per diventare il prossimo primo ministro, se anche l’ex capo di stato maggiore ammettesse l’impossibilità di traghettare il Paese nell’era post-Netanyahu allora, avrebbe strada libera un terzo ed ultimo candidato vincolato ad avere l’appoggio di almeno 61 parlamentari, altrimenti scioglimento della Knesset ed elezioni nei primi mesi del 2020. Il ritorno alle urne sarebbe un boccone amaro sopratutto per Rivlin, impegnato pubblicamente a sostegno della nascita di un governo di unità nazionale, che abbia nei due principali partiti Likud e Kachol Lavan le colonne portanti, con tetto la rotazione del leader. Gantz e Netanyahu in questi giorni hanno avuto modo di sedersi al tavolo, stringersi la mano, guardarsi negli occhi. Rapporti cordiali che non hanno prodotto, almeno per ora, nulla di sostanziale nella trattativa. A dividere gli schieramenti non c’è una tassativa contrapposizione ideologica, il nodo del contendere è la figura di Netanyahu e la sua ferma richiesta di restare l’inquilino di Balfour street, almeno il tempo per proteggersi dagli scandali che lo riguardano: entro dicembre la procura generale dovrà pronunciarsi sulla sua incriminazione per tre casi di corruzione. Intanto, i media pubblicano ampi stralci degli interrogatori. L’arte politica del falco della destra è contornata dalla costante ricerca della sfida nell’arena politica: si è imposto sulla sinistra, ha congelato gli accordi di pace con i palestinesi, ha quindi attaccato gli arabi israeliani, l’Iran, la stampa e infine la magistratura. Appare invincibile anche quando è in realtà debole, relegato, come in queste ore, ad aspettare gli esiti del tentativo di Gantz. Teme che qualcuno possa detronizzarlo, e per questo sono in molti a ritenere che è già con la testa alla prossima campagna elettorale, con lui come star.

DOSSIER KURDISTAN

Erdogan, il sultano di Istanbul, è determinato ad andare avanti nel suo piano di “decurdificazione” della vicina Siria, con un’operazione militare di pulizia etnica della zona a ridosso del confine tra i due stati del Medioriente. Una pagina di guerra nella guerra destinata a modificare la geografia del Paese martoriato da anni di conflitti. In Siria la minoranza curda rappresenta circa il 10% della popolazione, in Turchia sono circa 13milioni. Nella storia contemporanea la prima vera ribellione di stampo nazionalista dei curdi si ebbe nel 1881, una rivolta che la Sublime Porta represse nel sangue, l’Impero Ottomano aveva iniziato a sgretolarsi, tuttavia, il pugno duro contro la minoranza non venne meno. A partire dagli anni ’80 dello scorso secolo il regime di Hafez al-Assad ha fornito sostegno strategico al Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) e rifugio al suo leader storico Abdullah Ocalan. L’aver sposato la causa dell’indipendentismo curdo, seppur non ufficialmente, era per Damasco l’arma puntata su Ankara. In quel periodo, per sfuggire all’ondata di repressione del governo turco e l’intensificarsi delle azioni terroristiche, in migliaia di curdi passarono il confine, stabilendosi in Siria, mantenendo così uno stretto legame tribale e politico con coloro che erano rimasti sul suolo turco. Le tensioni tra i due stati ebbero un picco nel 1988 e un conflitto pareva imminente. Il popolo curdo era diventato ancora una volta una pedina, sacrificabile, al tavolo delle trattative diplomatiche. Come era avvenuto nel 1920 con il trattato di Sevres, dove per la prima volta venne disegnata una carta geografica con lo stato del Kurdistan. Ma già tre anni dopo a Losanna le potenze europee avevano stracciato quella mappa, ammainato e calpestato la bandiera del diritto all’autodeterminazione di quel popolo e raggiunto un’intesa con il nascente stato turco. Il dossier curdo finì in un cassetto delle cancellerie e ci rimase sino alla seconda guerra del Golfo. Intanto, nel 1998 la Siria aveva invertito i rapporti e sottoscriveva ad Adana uno storico accordo con la controparte turca. La cooperazione andò ben oltre quanto siglato nel trattato: la polizia dette un giro di vite all’apparato del PKK, smantellando la rete di comunicazione e propaganda dell’organizzazione, vietarono le pubblicazioni anti-turche e proibirono le manifestazioni; escludendo le candidature alle elezioni per i simpatizzanti del movimento. E acconsentendo ai soldati della mezza luna di inseguire i nemici anche nel proprio territorio. L’ascesa in parallelo di Erdogan e Bashar al-Assad fortificò le relazioni, sia sul piano commerciale che sulla sicurezza, entrò in vigore il principio “zero problemi tra vicini”. Il labirinto della guerra civile avrebbe però qualche anno dopo portato alla rottura dell’amicizia, e ad un riavvicinamento con il movimento autonomista curdo. Mentre, all’orizzonte il sultano con giannizzeri e jihadisti manovra per imporre la dottrina dello “zero vicini”.

BIBI HA PERSO IL TOCCO MAGICO

Riavvolgiamo la pellicola della recente storia politica di Israele iniziando questo film a dicembre 2018, quando Netanyahu decide di portare il Paese a votare per anticipare e smontare i procedimenti penali imminenti. Il 9 aprile si vota e il risultato è di pareggio, mentre la trattativa per la formazione del quinto esecutivo naufraga, il falco della destra ammonisce: “Noi non siamo l’Italia”. E invece il Paese torna al voto il 17 settembre.
Alla vigilia di queste elezioni cinque gli scenari che potevano plausibilmente uscire dalle urne. Primo: Netanyahu e il Likud si impongono, la destra è maggioranza, il trono è salvo. Secondo: Il partito dello sfidante centrista Benny Gantz vince, ma l’alleanza di destra è maggioritaria, Netanyahu si avvia al trionfo. Terzo: I due principali contendenti sono in stallo, sostanzialmente pari, nessuno può contare su una forte coalizione, il nazionalista Avigdor Lieberman è diventato l’ago della bilancia, paventata la soluzione del governo di unità nazionale, magari con la formula del sistema di rotazione, il presidente Rivlin assegna la rimessa a Gantz, nubi scure si addensano sul futuro del falco della destra. Quarto: Gantz, il suo movimento “Kachol Lavan”, insieme ai due partiti del sionismo socialista e alla lista araba unita ottengono la maggioranza, lo sconfitto è Netanyahu, a smazzare le carte è Gantz. Quinto: Cartello di senso unico alla Knesset, empasse, si torna al voto per la terza volta in meno di un anno, vengono affilati i coltelli per la resa dei conti finale.
Con lo spoglio delle schede terminato, restano aperte le porte a due percorsi: governo di unità nazionale che includa Kachol Lavan e Likud, con l’appoggio di Lieberman e forse dei laburisti, oppure il ritorno al voto. Altre soluzioni non sono fattibili, tanto meno sperimentabili.
Conclusa ufficialmente l’era di re Netanyahu, fa capolino sulla scena la lista araba intenzionata a rompere lo schema di opposizione ad oltranza, diventando a questo punto, non solo la voce degli arabi israeliani, ma una forza politica nazionale. Umiliato, Netanyahu stesso, potrebbe concludere che per dar vita ad una larga maggioranza “sionista” la cosa migliore sia fare un passo indietro, lasciando il campo ad una figura di spicco del Likud. Il nome che circola con insistenza in queste ore è quello di Gideon Sa’ar, procuratore, ex ministro degli Interni, molto vicino a Rivlin e sostenuto dall’ala liberal del partito, che non ha mai nascosto le proprie distanze dal capo: “Netanyahu è circondato da teorici della cospirazione che non pensano agli interessi e al bene dello stato e del Likud. La sua retorica è un male al nostro movimento, inietta veleno nelle vene”. Nella notte più lunga per Netanyahu Sa’ar era in disparte, stampata in faccia una cinica risatina. Nei titoli di coda di questa elezione lampo il re di Israele ha perso la corona e implora un cavallo che lo porti in salvo, dalla magistratura. Ha però bisogno al più presto di trovare qualcuno di cui si può fidare ciecamente.

NETANYAHU SCEGLIE LA PRIMAVERA PER LE ELEZIONI

In Israele verso il voto. Elezioni ad Aprile, anticipate rispetto alla naturale scadenza di mandato del prossimo autunno. Lo scioglimento della Knesset, il parlamento, era nell’aria da qualche settimana, dopo l’uscita dalla maggioranza del partito guidato dal nazionalista Lieberman, che di fatto aveva staccato la spina all’attuale esecutivo. E così la campagna elettorale entra nel vivo, all’insegna della ricerca dell’antitodo a Netanyahu. Il falco della destra israeliana resta, almeno per il momento, il candidato favorito. In questi anni ha tenuto ben saldo il potere nelle sue mani, concentrando su di se attenzione e dicasteri. Dal suo cilindro magico inaspettatamente può uscire di tutto: guerre, tregue, minacce, affari. È impelagato in una serie di procedimenti della magistratura per presunta corruzione. Le indagini sono tutt’ora in corso ma nessuno è convinto che i giudici si esprimeranno in tempi rapidi, rischiando di portare il dibattito politico in un campo di scontro mortale tra organi dello stato. Una bomba ad orologeria a cui è stato temporaneamente disattivato il timer. Correrà in parallelo al voto per il rinnovo del parlamento europeo, dove appoggia apertamente i partiti populisti. Netanyahu ha una lunga esperienza nel collezionare successi elettorali. In pubblico è uno squalo nel suo habitat. Vittime preferite, e predestinate, sono i leader del centrosinistra laburista, messi tutti al tappeto da Ehud Barak a Isaac Herzog. Chi non vorrebbe entrare nella fossa del leone è il segretario in carica Avi Gabbay. Disposto a farsi da parte per dare spazio, anche alla luce di impietosi sondaggi, ad un blocco centrista. Se la coalizione dovesse concretizzarsi il nome più plausibile al vertice del listone dovrebbe essere quello di Benny Gantz, ex capo di stato maggiore dell’IDF. Le chance di sconfiggere il falco sono appese ad un filo tenue.

FINE CRISI GRECA

Atene è finalmente e ufficialmente uscita dalla crisi, ha presentato conti risanati e programmi di riforme apprezzate. È la fine del “commissariamento” dei creditori. La troika – Bce, Commissione europea e Fondo monetario internazionale – simbolo per eccellenza dell’austerità, esposto per 242 miliardi di euro nel salvataggio della Grecia, ha fatto il suo tempo e allenta il cappio, imposto dall’inflessibilità di Parigi e Berlino.
Nel Paese l’economia è ripartita di slancio: 1,4 per cento nel 2017 con la previsione del 2% per il 2018. Il tasso di disoccupazione è sceso al 19,5%. Sono passati dieci anni da quando il debito ellenico volava a 367 miliardi. Le cause del crack erano sostanzialmente i frutti di 40 anni di finanza creativa, trucchi contabili, clientelismo, evasione fiscale e spese pubbliche senza freni. Per non parlare di una olimpiade che dissanguò le casse, invece di generare profitti. È stata la crisi più grave dell’epoca contemporanea, con un debito cinque volte superiore a quello che nel 2001 mandò in default l’Argentina. Tragicamente persino il Partenone ha rischiato di finire all’asta. In questi anni la Grecia ha affrontato di tutto. La crisi economica ha messo in ginocchio il sistema sanitario e quello dell’educazione; si sono susseguiti terremoti ciclici e spaventosi incendi; è stata investita dall’emergenza migranti; ci sono state tensioni con la Turchia e una lunga trattativa diplomatica con Skopje per il riconoscimento, poco amato dai greci, della dicitura “Repubblica della Macedonia del Nord”.
Almeno stando agli ultimi sondaggi, l’attuale premier non ha molte probabilità di vincere le prossime elezioni nel settembre del 2019. Nei periodici rilevamenti Syriza, il partito di Tsipras, è in affanno. Per gli analisti demoscopici è attestato intorno al 25%, perdendo dieci punti percentuale rispetto alle passate tornate elettorali. Crollo anche per l’alleato di governo ANEL, gli indipendentisti non supererebbero nemmeno la soglia di sbarramento del 3%. In forte ascesa i conservatori di Nuova Democrazia, stimati al 37%. Numeri che potrebbero garantire al suo leader Kyriakos Mitsotakis la maggioranza assoluta in Parlamento e comunque la certezza di far parte del prossimo esecutivo che uscirà dalle urne, se il quadro non cambia. Aumento, contenuto, per l’estrema destra di Alba Dorata, al 9%. Il centrosinistra si presenta in blocco, sperando nella rinascita del Pasok, per attestarsi appena sopra il 10%.
Le ferite della Grecia sono state in parte sanate, la lezione è passata.

MAN-DE-LA, MAN-DE-LA, MAN-DE-LA

In Sudafrica è il giorno dedicato alla memoria di Mandela, il 18 luglio l’uomo che ha incarnato la resistenza al segregazionismo dell’apartheid avrebbe compiuto 100 anni. A cinque anni dalla sua morte, da Pretoria a Città del Capo, il Sudafrica è un Paese ancora profondamente diviso. I nove anni di presidenza Zuma sono stati contrassegnati da ripetuti scandali, tra accuse di corruzione, evasione fiscale, appropriazione indebita, stupro e nepotismo. La lista è voluminosa e il braccio di ferro con la magistratura è un libro aperto. Affermazioni insensate come quella che fare una doccia dopo il sesso “riduce al minimo i rischi di contrarre HIV”, politiche populiste, sconfinamento dei vincoli del proprio mandato hanno generato lo svilimento delle istituzioni e un declino della fiducia per lo storico partito di Mandela. Il sistema Zuma ha prodotto una “democrazia imperfetta”, mal governata e sopportata.
Le rivelazioni su legami poco chiari con clan spregiudicati, il caos di molte imprese statali, la caduta di Mugabe in Zimbabwe, la crisi energetica e quella idrica, la sconfitta alle amministrative del 2016, hanno convinto, lo scorso dicembre, i dirigenti del movimento ANC a dare la spallata definitiva a Zuma. Sostituendolo, a febbraio, con una figura che richiamasse alle nobili origini, che conoscesse le dinamiche del palazzo e, allo stesso tempo, fosse in aperto dissenso con la cerchia dell’ex premier. La scelta è andata su Cyril Ramaphosa, già al governo durante le violente repressioni delle manifestazioni sindacali a Marikana nel 2012. Eletto al congresso del 2017 dell’ANC, incaricato di traghettare la nazione e il partito alle elezioni del prossimo anno. In Sudafrica la situazione è, tuttavia, poco ottimistica, il 47% della popolazione è in povertà, la disoccupazione è al 30, circa l’80% delle terre appartiene alla minoranza bianca, alto tasso di criminalità, l’inflazione è al 7, il costo del carburante e dei generi alimentari è in crescita, la concentrazione delle ricchezza è a livelli pre-apartheid, le multinazionali che estraggono minerali hanno fatturati del 300% e le condizioni salariali degli operai restano basse. La classe media nera è stata assimilata da quella bianca e ora ne condivide i privilegi. Una borghesia esigua e ambiziosa, non in grado di essere un reale cuscinetto sociale.
Per 10 mila giorni Mandela è stato privato della libertà. Rinchiuso nel carcere di massima sicurezza di Robben Island, dove ha scontato gran parte della pena in isolamento, alla porta della impresso il su numero 466/64, costretto ai lavori forzati e a punizioni corporali. Era nato nel villaggio della tribù degli xhosa di Mvezo a Rolling Hills, è sepolto a Qunu. Si è battuto contro un regime razzista e i pregiudizi, come un “invincibile”.

LA RETE DIPLOMATICA PUTINIANA

La Madre Russia non è mai stata così influente in Europa. E, c’è chi ritiene, come il finanziere Soros, che l’Italia rischia di essere la testa di ponte del piano putiniano: edificare la cattedrale d’oriente sulle rovine del condominio di Bruxelles. Putin ha saputo avvantaggiarsi internazionalmente grazie al periodo obamiano delle politiche di disimpegno dai contesti caldi, rafforzando poi la sua posizione con la nomina del capriccioso e inaffidabile Trump. Sul piano diplomatico Putin ha messo in campo strategie che hanno cambiato gli assetti di intere regioni: dalla troika con Erdogan e Rouhani per il controllo della Siria, all’appoggio insieme al faraone al-Sisi al generale Haftar per la conquista della Libia. Nuovi e vecchi teatri su cui muoversi in quasi totale libertà. Da un lato la Russia postsovietica continua ad avere un peso specifico rilevante sulla questione dei Balcani, in difesa dei fratelli serbi, dall’altro Putin non ha abbandonato qualche velleità nei confronti dei Paesi Baltici. Con la Polonia invece le distanze sono culturali e le affinità politiche. L’ex agente del KGB poggia gran parte del successo estero su propaganda e lobbismo. Ha assecondato Chirac, Sarkozy, Hollande e ora fa lo stesso con Macron. Con la Merkel non c’è amicizia ma affari, e a Berlino va bene così. Fronte complesso quello con l’Ucraina, una guerra nemmeno troppo silente, tra spionaggio e attentati, veri come l’abbattimento del volo civile MH17 con un missile Buk in dotazione all’esercito russo o presunti come l’assassinio del giornalista russo Arkadij Babcenko, dato per morto e poi ricomparso “resuscitato”, lasciando tutti interdetti tranne il controspionaggio ucraino. In Italia, l’erede di Stalin, può contare su un variegato parterre. La simpatia per Berlusconi, l’endorsement a Salvini e l’elogio per il neo governo di Conte. Ottime relazioni con la Cina dell’imperatore Xi Jinping, l’asse tra il comunismo maoista e quello stalinista continua ad avere una corsia preferenziale, addirittura migliore che in passato quando l’ideologia dell’ortodossia marxista non era sufficiente ad appianare aperte “divergenze” d’indirizzo geopolitico, dal Vietnam all’Albania. Nel Vicino Oriente sicuramente Putin non lascerà degenerare la crisi politica in cui è scivolata l’Armenia. Mantenendo allo stesso tempo un legame speciale con Ilham Aliyev, signore dell’Azerbaigian. Sostiene, in linea con l’Europa, l’accordo iraniano di denuclearizzazione. Mentre, concede a Netanyahu sconfinamenti in suolo siriano, basta che venga informato preventivamente e non sia messa in pericolo la vita dei suoi uomini dislocati in appoggio ad Assad. Netanyahu non tira troppo la corda, manifestando prudenza, e soggezione, nei confronti dello zar di Pietroburgo. Il quale oltre alla superiorità militare può contare su un fattore sociale, molto convincente: un sesto della popolazione israeliana, con diritto di voto, è di origine russa. Ha tifato, spudoratamente, Brexit. Oggi però paga tensioni crescenti tra le sponde del Tamigi e del Volga. Dal governo della May pesano le accuse che la lunga mano di Putin abbia ordinato l’avvelenamento dell’agente segreto moscovita Sergej Skripal, passato al servizio di Sua Maestà e miracolosamente vivo dopo l’attentato subito. Un caso in stile James Bond con 007 doppiogiochisti e una catena di eventi che ci ha riportato agli anni della Guerra Fredda. Infine, il rapporto tra Putin e Trump, ondivago e difficile da interpretare. Tra i due non c’è dualismo e ostilità, al contrario, ma in USA non solo il Pentagono chiede distanza e maggiore trasparenza. I vertici statunitensi vorrebbero evitare che Trump finisca per diventare un topolino nelle grinfie del gatto siberiano. Il crollo dei regimi comunisti ha portato la Casa Bianca a togliere quel cordone di sicurezza che presidiava i confini adiacenti alla Cortina di Ferro, incluso il nostro. Zone d’interesse strategico che sono diventate prede “appetibili”, in un nuovo spazio dove vale sempre di più il principio di “cane mangia cane”.

L’algoritmo del cyber crime

A Trieste scoperto un minorenne italoalgerino pronto a compiere un’azione terroristica, rintracciato in chat. La matrice del terrorismo corre in rete. Lo scandalo Facebook si allarga, “spiati”, consciamente o inconsciamente, 87 milioni di utenti del colosso dei social network. Nell’inganno orchestrato, legalmente, da una agenzia di marketing sarebbero coinvolti oltre 200mila followers italiani, sui cui l’Antitrust ha aperto un’istruttoria. In piena tempesta mediatica lo stesso fondatore Mark Zuckerberg, ammettendo la falla etica del sistema, si è difeso annunciando di aver oscurato centinaia di pagine e profili legati ad una agenzia russa specializzata nel fabbricare messaggi anonimi e provocatori (troll), per diffondere notizie false (fake news) e influenzare elezioni straniere. In questi giorni nel nostro Paese la polizia ha smantellato diverse cellule ritenute jihadiste, composte per lo più da giovani che sui principali social (Facebook, Instagram, Twitter) rilanciano la propaganda della guerra santa, reclutano seguaci, inneggiano al martirio, esaltano il valore ed il coraggio dei combattenti in nome di Allah. Nel mirino degli investigatori la scoperta di profili, collegati a blog e community “intrise di retorica jihadista”.

Nel corso degli anni siamo passati dal periodo in cui l’hacker era un lupo solitario, con una propria ideologia anarcoide, ad una fase in cui agisce all’interno di un branco coeso, più o meno riconducibile a stati, movimenti politici o economici che tesserebbero esternamente le file. La strategia sovversiva è infliggere un danno economico e d’immagine rilevante, causando instabilità politica. Talvolta chiedono un ricatto, di solito in valuta di Bitcoin, difficilmente rintracciabile. L’espandersi dei crimini sul web ha ovviamente innescato una reazione protettiva e preventiva, la cyber security. Società quotate alla Borsa di New York, con un mercato che si stima aggirarsi intorno ai 300miliardi di dollari nei prossimi 7 anni. Aziende di sicurezza che assumono esperti informatici, ingegneri, consulenti militari e professionisti dell’intelligence, impegnati a fronteggiare una guerra quotidiana senza confini. L’obiettivo preferito dai pirati informatici 2.0 è l’aviazione civile.

Nel 2016 a poche settimane dall’esito del voto statunitense l’autorevole quotidiano Washington Post aveva rivelato che l’Agenzia Centrale di Intelligence americana stava indagando sull’intervento diretto del Cremlino nella campagna elettorale, in supporto del candidato repubblicano. Lo spettro degli hacker russi sul voto americano e sull’esito del referendum pro Brexit in Gran Bretagna, sono aspetti su cui fare luce. La portata, sull’uso improprio di dati personali di utenti di Facebook da parte dell’azienda di marketing online Cambridge Analytica, fa capire l’entità del problema. Evidenziando un buco nero nella privacy, nella corretta e libera informazione, ma sopratutto un’incognita per la democrazia.

Lo scorso mese, la polizia indonesiana ha compiuto una serie di arresti per la promulgazione di notizie false sul web, che nasconderebbe una strategia di manipolazione dell’informazione da parte di un’organizzazione fondamentalista islamica, riconducibile alla sigla del sedicente esercito MCA (Muslim Cyber Army). Il gruppo è accusato di voler diffondere odio etnico e religioso. Secondo gli inquirenti l’organizzazione è strutturata intorno ad un gruppo di whatsapp, con due squadre operative: una dedita a diffondere contenuti sul web e l’altra a lanciare virus informatici.

Bugie e mistificazioni che viaggiano incontraste nel più grande paese a maggioranza musulmana al mondo. Mettendo in luce un sistema operativo di matryoshke, con scatole di centinaia di programmi (bot) che agiscono in modo automatico e autonomo per generare, distribuire messaggi propagandistici e virus. Tra la minaccia globale del terrorismo e la possibilità di un voto hackerato, nella rete si nascondono pericolosi programmi criminali.

IL FARAONE SENZA AVVERSARI

In Egitto è iniziato lo spoglio delle schede, l’ufficialità del risultato la prossima settimana, ma l’esito del voto è scontato: vince Abdel Fattah al-Sisi. Dopo che una serie di “defezioni” a catena hanno azzerato la rosa degli avversari e trasformato le elezioni presidenziali in una sorta di referendum.
Avrebbe potuto rappresentare una minaccia all’attuale leadership Sami Anan, in passato esponente di spicco del Consiglio Supremo delle forze armate egiziane: annunciata la sua candidatura è stato arrestato. Stessa sorte hanno subito l’avvocato per i diritti umani Khaled Ali e l’ex primo ministro Ahmed Shafik, che in seguito alla sconfitta nel ballottaggio per la successione a Hosni Mubarak aveva preferito un lungo esilio negli Emirati Arabi. Entrambi avevano pubblicamente dato disponibilità a sfidare il Feldmaresciallo. Fuori gioco anche il colonnello Ahmed Konsowa, che aveva espresso l’intenzione di correre, è finito in carcere, con l’accusa di violare il codice militare.
Ritiratosi, infine, Anwar Sadat, discendente della casata del presidente egiziano ucciso nel 1981, inviso da tempo alla cerchia di al-Sisi, espulso dal Parlamento egiziano con l’accusa di avere divulgato informazioni sensibili alle cancellerie occidentali.
Insomma, uno stillicidio che ha ridotto la lista dei pretendenti faraoni. Alla fine, l’unico antagonista ad al-Sisi è stato Mousa Mustafa Mousa, politico di secondo piano della scena egiziana. A capo di una formazione liberale, il partito Ghad, apertamente filogovernativo e favorevole, sino a poche settimane fa, alla rielezione di al-Sisi. Per l’opposizione Mousa è un candidato di facciata: “un pupazzo in una elezione farsa”.
Il clima d’intimidazione e repressione da parte del regime ha colpito anche la stampa indipendente. A partire dallo scorso dicembre, con la campagna elettorale alle porte, 20 giornalisti sono finiti dietro le sbarre. Nella classifica annuale sulla libertà del giornalismo nel mondo, redatta da Reporters Senza Frontiere, l’Egitto è nelle ultime posizioni. Organizzazioni non governative hanno espresso dure accuse all’uso sistematico della tortura nelle carceri e durante gli interrogatori.
Nel gennaio 2012 aperte le urne per la composizione del parlamento il braccio politico dei Fratelli musulmani, Libertà e Giustizia, raccoglieva il 47% delle preferenze. La seconda compagine nell’Assemblea del popolo era risultata il partito salafita Al Nour, 120 rappresentanti eletti tra proporzionale e uninominale. In totale le forze islamiche radicali avevano raccolto oltre il 70% dei voti, staccando nettamente il blocco di area laica. La successiva incoronazione di Mohammed Morsi allo scranno presidenziale fu una pura formalità. La parentesi di governo della Fratellanza che ne seguì ebbe vita breve. Per sbarazzarsi di Morsi l’esercito mise in atto il golpe che portò al-Sisi al potere. Ascesa culminata con il voto bulgaro del 2014.
L’Egitto è oggi un monolite, con una popolazione che sfiora i 100milioni. Il 90% del bilancio dello stato copre le spese di un apparato mastodontico, dove prevale la corruzione. In un Paese stretto nella morsa della svalutazione monetaria e della povertà, attraversato dalla paura del terrorismo. Con un modello autoritario che calpesta, impunemente, i diritti.
Per l’Italia la riconferma di al-Sisi è un segnale di luci e ombre. l’Egitto è un attore protagonista nella regione, in Libia è schierato al fianco del generale Haftar, che controlla la parte est del Paese. E che ha dimostrato un rapporto alterno, spesso poco amichevole, nei confronti dell’Italia.
Dal punto di vista economico invece i rapporti tra Roma e il Cairo sono idilliaci, un network di interessi lega saldamente i due stati. L’Egitto è stata la prima grande avventura estera di Enrico Mattei, e oggi Eni è partner del progetto di Zohr, il più grande giacimento di gas nel Mediterraneo.
Mentre, la questione più dolorosa è la ferita aperta dall’omicidio di Giulio Regeni. L’Italia chiede verità, al-Sisi risponde con un muro di gomma.

TRUMP E I SIONISMI

L’anno appena concluso ha visto Trump ordire la sua vendetta contro l’Onu, tagliandogli i fondi per aver boicottato e condannato la sua decisione di riconoscere Gerusalemme capitale di Israele. Nella città Santa il 2018 si apre con il partito di destra del premier Netanyahu che spinge pubblicamente per annettere gli illegali insediamenti israeliani in Palestina. Il conflitto israelopalestinese è per sua natura alimentato da ideologie religiose e pretese politiche, e viceversa da pretese religiose e ideologie politiche, che inaspriscono la contrapposizione fomentando la violenza senza fine.
“Io continuo ad essere fiducioso nel raggiungimento di una pace basata sul principio due popoli – due Stati, sebbene la colonizzazione che Israele ha portato avanti negli ultimi decenni in Cisgiordania metta sempre più a rischio la possibilità che sorga uno Stato palestinese indipendente dotato di una minima contiguità territoriale. Proprio perché penso che questa sia la strada da perseguire, auspico un impegno forte della comunità internazionale in tal senso. Vista la posizione dell’amministrazione Trump, ripongo ovviamente le mie speranze nell’Unione Europea, a patto che Bruxelles abbia la consapevolezza che il tempo rimasto per la creazione di uno Stato palestinese degno di questo nome è molto poco e agisca con coerenza e rapidità”. A parlare è Arturo Marzano docente di Storia del Medio Oriente e Storia del conflitto arabo-israeliano all’università di Pisa, autore del volume Storia dei sionismi. Lo stato degli ebrei da Herzl a oggi (Carocci, 2017).
Professor Marzano quanto l’idea di Gerusalemme capitale è presente nel pensiero sionista?
“Da quando il movimento sionista, nel 1905, decise di scegliere la Palestina, allora parte dell’Impero Ottomano, come il luogo della realizzazione della propria rinascita nazionale, Gerusalemme ha avuto un ruolo centrale. Non è un caso che proprio a Gerusalemme sia stata fondata nel 1918 l’Università ebraica e che subito dopo la Guerra del 1948 Gerusalemme ovest – la parte orientale era passata sotto controllo giordano – sia stata scelta come capitale del neonato Stato. Con la Guerra dei Sei Giorni e la conseguente conquista della città vecchia – dove si trova il Muro occidentale (Kotel), il luogo più sacro per l’ebraismo – poi, Gerusalemme ha assunto un ruolo ancora più rilevante dal punto di vista identitario”.
L’annuncio di Trump ha scatenato il caos, perchè una mossa così avventata?
“Il riconoscimento da parte di Trump di Gerusalemme come capitale di Israele è dovuto, da un lato, a fattori di politica interna – mobilitare ulteriormente i propri elettori riconducibili alla destra evangelica filo-israeliana – e, dall’altro, a elementi di politica internazionale, vale a dire segnare la discontinuità con la prevedente amministrazione Obama rispetto al processo di pace israelo-palestinese e riaccendere lo scontro con l’Iran con l’obiettivo di smantellare l’accordo sul nucleare”.
Il pacifismo israeliano è una realtà radicata nella società, la politica di Netanyahu è vincente da due decadi nelle urne: è questa la grande spaccatura di Israele?
“Sono tante le divisioni all’interno della complessa e multiforme società israeliana. A mio avviso, la più rilevante frattura è attualmente quella tra due visioni di Israele. Da un lato, quella che si identifica con l’espressione Medinat Israel (Stato di Israele), che considera fondamentale l’esistenza di uno Stato ebraico indipendentemente dai suoi confini ed è, dunque, disposta ad un compromesso territoriale con i palestinesi. Dall’altra, la visione che si identica con Eretz Israel (Terra di Israele) e che ritiene essenziale il mantenimento del controllo su Giudea e Samaria (cioè la Cisgiordania), occupate nel 1967. Mentre per la prima tendenza rinunciare ai Territori palestinesi occupati significherebbe il proseguimento del sogno sionista, per la seconda il ritiro da quei territori significherebbe al contrario la fine stessa del sionismo”.
Nazionalismo palestinese e nazionalismo israeliano troveranno mai un punto d’incontro o rappresenteranno l’eterna contrapposizione di due mondi, e due popoli, inconciliabili?
“Non userei espressioni come “eterna contrapposizione”. Nonostante il conflitto sia chiaramente la realtà prevalente, sono esistiti in passato ed esistono tuttora numerosi esempi di collaborazione tra israeliani e palestinesi. Le organizzazioni non governative congiunte come “Combattenti per la pace”, tra le tante, lo confermano”.
La contesa di Gerusalemme è un libro aperto, pagine drammatiche di un conflitto secolare, dove le strategie imperialiste britanniche in passato e la visione trumpiana oggi continuano a giocare un ruolo inopportuno.