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GERUSALEMME, SANTA E VIOLENTA

Il miraggio di re Salomone, figlio di David, era che edificando il Tempio avrebbe portato pace e prosperità a Gerusalemme, e al suo popolo. Conferendo eterna santità alla città, dove sia gli “israeliti che gli stranieri provenienti da paesi lontani” avrebbero condiviso quella casa da lui voluta, dedicata alle offerte e al nome di Dio (Primo libro dei Re capitolo 8). L’imponente tempio che accoglieva la sacra arca dell’alleanza secondo l’esegesi biblica venne distrutto nel 576 a.C, per poi essere ricostruito e quindi nuovamente raso al suolo. Al suo posto la storia ha collocato il terzo sito per importanza dell’islam. Tuttavia, una componente del profetismo ebraico alimenta il sogno che un giorno in quel luogo tornerà a sorgere l’antico santuario. Quella piccola rettangolare porzione della città Vecchia è stata spesso epicentro delle tensioni del conflitto israelopalestinese. Dalla fine della guerra dei Sei Giorni nel 1967 è consentito ad ebrei e cristiani di visitare la Spianata, ma gli è vietato pregare. L’attuale status prevede che Israele gestisca il controllo della sicurezza, e la fondazione islamica Waqf amministri le attività religiose al suo interno. Chi non riconosce l’accordo (oltre ovviamente alle sigle del fondamentalismo islamico da Hamas a Hezbollah) sono in particolare alcune organizzazioni dell’estrema destra israeliana, che in questi anni hanno portato a segno più di una provocazione sul posto. L’ultima, che non hanno potuto attuare perchè fermati ed arrestati in tempo dalla polizia, prevedeva di svolgervi il sacrificio dell’agnello pasquale. L’iniziativa era stata lanciata alla vigilia di Pesach sui social dal gruppo Chozrim LaHar (Ritorno al Tempio del Monte), che nel promuovere l’evento si era fatto carico di eventuali spese giudiziarie per i partecipanti, un risarcimento aggiuntivo in caso di arresto nel tentativo di introdurre l’animale sacrificale e un bonus di tremila dollari se si fosse riusciti a completare il rito. Il rabbino Shmuel Rabinovitch ha ammonito contro un tale gesto, ribadendo il divieto di compiere sacrifici sul Monte del Tempio, in quanto contrario ai dettami del Gran Rabbinato di Israele ed irrispettoso della giurisdizione della Waqf. Appello che altre volte è andato inascoltato. Soprattutto da parte degli aderenti al Chozrim LaHar, che regolarmente organizza incursioni nella Spianata. Dove per non sollevare sospetti entrano travestiti da musulmani osservanti e sfidano le regole recitando i salmi. Bravate molto pericolose, con un alto grado di infiammabilità. Come lo dimostrano gli scontri divampati tra polizia israeliana e giovani palestinesi nella mattina di Venerdì. La notizia della possibile presenza di “indesiderati” nella Spianata aveva portato migliaia di ragazzi palestinesi a trascorrervi la notte, per “proteggerne l’inviolabilità”. Con il sorgere del sole alla stanchezza ha prevalso la brutalità. E il cielo si è riempito di sassi, petardi e lacrimogeni. Battaglia andata avanti per 6 lunghissime ore, lasciando evidenti segni di devastazione. Immagini già viste. Una storia che si ripete ciclicamente. Al costo di centinaia di feriti ed arresti. Dopo che da giorni il clima in Israele è nuovamente piombato nella spirale del terrore. Paura e sangue nel tormentato Medioriente, durante quelli che teoricamente dovrebbero essere giorni di festa per le tre religioni monoteistiche, dovute alla coincidenza “astrale” di Ramadan-Pesach-Pasqua.

L’episodio, come era da aspettarsi, ha innescato il valzer della politica. Sul fronte palestinese Hamas e Jihad gettano benzina sul fuoco, incitando alla rivolta. Condanna per l’ingresso dei militari nel sito è stata espressa anche dal presidente Abu Mazen. A cui si sono aggiunte quelle dei partiti arabi israeliani. Il leader Mansour Abbas, che appoggia esternamente il primo esecutivo della storia recente senza Netanyahu, ha avvisato di possibili ripercussioni sugli assetti della coalizione, minaccia non velata ad una imminente crisi. Mentre, il governo Bennett perde pezzi e naviga instabile.

LA PACE SECONDO BENNETT

Il viaggio a Mosca del premier israeliano Naftali Bennett per incontrare Vladimir Putin rappresenta il primo vero tentativo internazionale di una mediazione terza nel conflitto ucraino, dopo i tentativi di Londra, Berlino e Parigi. Che peccavano agli occhi di Mosca di sfacciata partigianeria pro Kiev. Bennett è un politico di destra, e non è certo una colomba. 
Cresciuto alla corte di Netanyahu e poi suo successore al vertice di un governo di larghe intese, ha come obiettivo interno quello di chiudere per sempre l’epoca del signore del Likud. Ufficiale dell’esercito e giovane rampante businessman. Ebreo osservante che per una volta, preso atto della gravità mondiale delle crisi, ha rinunciato a rispettare la regola di non lavorare durante lo Shabbat, ed è volato in Russia con un messaggio di pace. Investito di quel ruolo di capo negoziatore che sino ad oggi, fatta eccezione per Macron, nessuno ha provato realmente ad intestarsi.
Israele è, per certi versi, in una posizione ottimale per garantire credibilità alla trattativa tra lo zar russo e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. E non solo. Può considerarsi tra i pochi paesi ad aver mantenuto canali di comunicazione aperti sia con Mosca che con Kiev. Ma è anche casa di un milione di ebrei di origine russofona. Ampia e diversificata comunità (moldavi, bulgari, ucraini e russi) che esprime un partito nazionalista presente nella Knesset ed ago della bilancia dell’esecutivo di Bennet. Il quale ha tutto l’interesse a mantenere buoni rapporti sia con la Russia, per la presenza nel vicino suolo siriano dei suoi soldati, che con Washington, con cui stringe un patto indissolubile. 
La pseudo “neutralità” di Bennett ha comunque prestato il fianco a critiche interne, tacciato di essere troppo prudente. Posizione, tuttavia, risultata determinante nel sottile spiraglio del dialogo. “Un obbligo morale”, dove a vario titolo entrano le problematiche di sicurezza degli ebrei ucraini e russi. I primi sotto le bombe e i secondi stretti in un regime totalitario.
Merita attenzione, per capire la strategia diplomatica messa in campo da Bennett, la composizione della delegazione presentatasi al cospetto dello zar. Il premier ha scelto di farsi accompagnare da Zeev Elkin a cui spettava il ruolo di traduttore “ufficiale”, ma l’attuale ministro dell’Edilizia a ben vedere era caricato di un secondo mandato, essendo nato a Kharkiv in Ucraina, dove un ramo della sua famiglia vive ancora. Mentre, Shimrit Meir consigliera politica del premier, rappresentava indirettamente le “istanze” della Casa Bianca. Infine, Eyal Hulata, l’ex agente del Mossad e consulente alla sicurezza nazionale. Scelto ovviamente per valutare con fredda lucidità gli effetti negativi della guerra su Israele e capire le reali intenzioni di Putin. La tattica dell’erede di Netanyahu è molto rischiosa, la possibilità di inimicarsi entrambe le parti è altamente probabile. I vantaggi di un suo successo però sarebbero altrettanto straordinari, sia in patria che fuori.

CAOS LIBIA, UN POZZO SENZA FINE

Dietro alla battaglia che si sta scatenando nelle strade di Tripoli c’è una questione tutta interna alle lotte di potere dei signori della guerra di Misurata. Nel paese africano, dalle forti turbolenze politiche e militari, è diventato impossibile trovare una via pacifica di conciliazione tra le fazioni, impensabile, al momento, tentare l’unificazione di uno stato frantumato dal tribalismo e dai giochi della geopolitica internazionale.
A scatenare il recente corto circuito, che bolliva in pentola da mesi, è stata la nomina del parlamento di Tobruk di Fathi Bashagha a primo ministro. Messaggio chiaro per l’attuale premier Abdul Hamid Dbeibah (foto), che si è rifiutato di farsi da parte, non riconoscendo la decisione e affermando che non è disposto a cedere il posto fino alle elezioni. Dopo che quelle previste per lo scorso 24 Dicembre dal piano di pace delle Nazioni Unite sono state sospese per motivi di sicurezza. Rimandate alla prossima estate, molto più probabilmente al 2023 o a data da destinarsi.
Il termine del mandato dell’incarico a Dbeibah avrebbe dovuto concludersi proprio in concomitanza con il voto. Su di lui, personaggio discusso, ripongono, ancora, le speranze sia l’ONU che Francia ed Italia. Mentre, la fiducia di Erdogan per l’alleato potrebbe essere venuta meno. Scaricato forse per Bashagha, ex ufficiale di aviazione, che ha dimostrato di essere un camaleonte di trasformismo politico. Considerato espressione della fratellanza musulmana e quindi facente riferimento all’area d’influenza di Ankara, gode di ottime entrature a Washington e a Parigi.
Nel 2019 ha partecipato attivamente a frenare la campagna bellica del generale Haftar. Nel corso del 2021 Bashagha ha allargato la sfera diplomatica, stringendo relazioni sia con l’Egitto, che la Russia e gli Emirati Arabi. Arrivando a costruire un patto di ferro con lo stesso nemico Haftar, il quale ha sostenuto la sua elezione a capo del governo. E sembrerebbe, almeno per ora, puntare su Bashagha come candidato alle future presidenziali.
La partita dell’ex ministro degli interni ha dei buchi neri e presenta rischi oggettivi. Il primo è che l’appoggio di Erdogan non è così scontato, dipende ovviamente da come l’uomo di Misurata si saprà muovere in un così intrigato scacchiere. Allo stesso tempo, il sultano non può permettersi che il suo protetto diventi troppo sensibile alle richieste del Cairo. Nel momento in cui la Turchia appare intenzionata ad un’apertura verso gli sceicchi del Golfo, ad oggi apertamente ostili al neo imperialismo bizantino.
Per una trattativa dove la Libia diventa oggetto di scambio. Se al momento l’abilità di Bashagha nel tenere il piede in due staffe può risultare quindi determinante per essere accreditato, non è detto che l’equilibrismo politico non diventi a sua volta fonte di problemi, e un’arma a doppio taglio. L’ascesa di Bashagha, comunque, complica non poco i disegni di Roma nel Sahel. In un tavolo dove il mazziere prende le carte da Erdogan e Putin.

LA DIPLOMAZIA E LA LEGGE DEL SULTANO

In Turchia nel 2023 si svolgeranno le elezioni generali. Il grande banco di prova di Recep Tayyip Erdoğan. Nel Bosforo rispetto alle passate elezioni il clima politico che aleggia è decisamente cambiato. 
Il referendum del 2017 e la vittoria nelle urne l’anno seguente sono oramai solo lontani ricordi dei successi incamerati da Erdoğan, in una lunga carriera politica. Il rischio che venga sconfitto nel voto è una eventualità che prende campo, tanto da convincere lo stesso premier turco ad esortare con toni allarmistici i membri del suo partito Giustizia e Sviluppo (AKP), invitati recentemente a: “lavorare duramente per essere rieletti”. 
Il ticket con gli alleati di governo del Partito del Movimento Nazionalista (MHP) è, al momento, l’unica certezza. Negli ultimi anni la trasformazione della Turchia è andata avanti imboccando una deriva autocratica ma non riscuotendo un ritorno in termine di consensi. Da un lato Erdoğan ha forzato la mano attraverso il cambio di sistema della repubblica, da parlamentare a presidenziale, e dall’altro ha introdotto politiche di riduzione dei diritti. In un contesto dove la pandemia ha solo accentuato le crepe di un modello economico sotto evidente stress. 
Ankara, oggi, affronta la peggiore crisi economica dal 2002. L’inflazione è balzata al 36,1%. La lira turca si è deprezzata. Il presidente islamista resta inamovibile nel voler tagliare i tassi d’interesse, per abbassare i prezzi di consumo, che invece salgono. Scelta economica decisamente azzardata in un quadro internazionale come quello attuale. Rimane innegabile che l’ex sindaco di Istanbul ha un problema di fondo sia con i curdi che con la libertà di stampa. 
Nel tentativo di silenziare l’opposizione non risparmia nessuna voce. Arrivando persino a situazioni che scadono nel tragicomico, come l’arresto della giornalista Sedef Kabaş. Colpevole di aver twittato ai numerosi follower il seguente proverbio: “Quando il bue giunge a palazzo, non diventa un re. Ma il palazzo un fienile”. Frase che Erdoğan ha ritenuto talmente lesiva da non poter rimanere “impunita”. Per la Kabaş, già in passato incriminata per aver espresso dissenso e critica, potrebbe presto arrivare una condanna.
L’offensiva lanciata da Erdoğan per imbavagliare l’informazione è identica a quella messa in atto sistematicamente da Putin, due leader che nel loro cammino hanno scoperto di avere molti interessi in comune. Lo storico riavvicinamento tra Mosca e Ankara, che pone tuttavia un problema oggettivo alla NATO, è allo stesso modo fragile. Il sodalizio ha retto su scenari internazionali come la Siria e la Libia, dove sono schierati su fronti opposti. I rapporti tuttavia si potrebbero complicare a causa della crisi tra Russia ed Ucraina nel Donbass. Nel caso il conflitto dovesse acutizzarsi il presidente turco sarebbe costretto a prendere la decisione su quale carro stare: quello di Mosca o quello Kiev. Nel mezzo questa volta difficilmente c’è spazio per barcamenarsi. Erdoğan ci proverà con la mediazione diplomatica, ma non è detto che funzioni.

DALLA BATTAGLIA DI CAPITOL HILL ALLA CAMPAGNA ANTI-TRUMP

“Prego che non avremo mai più una giornata come quella di un anno fa”, ha detto il presidente Biden ricordando il violento assalto dei sostenitori di Trump al Campidoglio, il 6 Gennaio 2021. Le immagini di Washington vandalizzata nel cuore delle istituzioni democratiche sconvolse il mondo. Un attentato premeditato per impedire di certificare la sconfitta elettorale di Trump. A cui Biden, per la prima volta, ha riversato una serie di pesanti critiche: “Questa non è una terra di re, dittatori o autocrati”. Incolpando senza mezzi termini l’ex presidente di propagandare falsità, di aver insultato la Costituzione e aver “messo i propri interessi sopra quelli del paese”.
Trump è stato il primo presidente americano ad aver ricevuto due impeachment, ma nessuna condanna. Quando, qualche settimana dopo i tristi avvenimenti, il tycoon scelse l’esilio dorato nella residenza di Mar-a-Lago l’attenzione pubblica e mediatica si abbassarono notevolmente. Da allora, passato lo shock iniziale e l’ampia condanna morale, tra le fila dei repubblicani è andato diffondendosi un atteggiamento di tiepida responsabilità del loro leader nell’aizzare la rivolta. Con il passare dei mesi, e parallelamente al declino nei consensi dell’attuale amministrazione, tale messaggio ha cominciato a prendere consistenza. Almeno stando ad un recente sondaggio pubblicato dal giornale britannico the Guardian. Che dimostra come nell’elettorato di destra sia diffuso considerare il drammatico evento di Capitol Hill al pari di una “protesta” (80%) e ritenere coloro che furono di fatto dei golpisti come semplici “manifestanti” (62%). Una parte degli intervistati, stravolgendo completamente la realtà, incolpa apertamente il partito democratico (30%) e la polizia (23%). Mentre, un 20% ritiene responsabili i movimenti di sinistra, del tutto estranei ai fatti. Inoltre, lascia attoniti che il 71% dei repubblicani presi a campione continui a considerare del tutto illegittima la vittoria di Joe Biden. Non sorprende quindi che la stragrande maggioranza dei conservatori (75%) ritenga che non ci sia nulla da “imparare” e che gli Stati Uniti dovrebbero mettere una pietra sopra a questa storia. Approccio che viene riversato anche sull’intenzione di voto. Un terzo dei repubblicani che ha partecipato ai sondaggi afferma di essere propenso a votare per un candidato che si rifiuta di denunciare l’insurrezione. Che, ricordiamolo, ha portato all’arresto di oltre 700 sospettati, 50 dei quali già giudicati colpevoli con pene minime. Nella maggior parte dei casi si tratta di persone affiliate a gruppi di estrema destra, una potenziale minaccia interna da non sottovalutare. Ad essere politicamente destabilizzante, tuttavia, è anche la crescente deriva antidemocratica del partito di Abraham Lincoln, l’ondata di restrizioni elettorali proposte e approvate nel 2021 in 19 stati è il chiaro segnale di una democrazia in sofferenza. In una nazione, come ha detto Biden, “che è nel mezzo di una battaglia per salvare la propria anima e decidere cosa essere domani”.

LA SCOMMESSA DEL VOTO LIBICO

In Libia c’è attesa per il 24 Dicembre 2021, quando dovrebbe tenersi il primo turno delle elezioni presidenziali, il condizionale è d’obbligo. Nel paese attraversato da una guerra civile decennale le incognite sono tante, e lo svolgimento è ritenuto da gran parte degli analisti ancora a serio rischio. Anche se sulla carta tutti si sono detti favorevoli, almeno è quanto emerso alla recente conferenza di Parigi dove è stato trovato un accordo di massima tra le diverse fazioni in lotta. Resta alta, tuttavia, la possibilità che il tavolo salti in ogni momento. Il limite alla presentazione delle candidature è fissato al prossimo 22 Novembre. Intanto, sono ufficiali i nomi di Saif al Islam al Gheddafi, secondogenito dell’ex dittatore, e Khalifa Haftar, il potente generale e signore della Cirenaica. Personaggi scomodi, e molto ingombranti. Il primo considerato il naturale successore ed erede del padre, su di lui però pende un doppio mandato di cattura per crimini contro l’umanità, quello della Corte penale internazionale e quello della Procura militare libica. Divisiva è anche la candidatura di Haftar, spalleggiato dai vicini egiziani, e inadatto a garantire la riconciliazione nazionale. Haftar e Gheddafi in comune, oltre alle pendenze giuridiche, hanno ottime entrature a Mosca. Nella mischia per la poltrona da rais è sceso anche Fathi Bashagha, ministro dell’Interno e uomo di Misurata. Il cui vero avversario pare essere il premier Mohammed Dbeibeh, che gode della popolarità delle politiche di sostegno alle famiglie attuate in questi mesi, e dato per favorito nella corsa presidenziale. Sia Dbeibeh che Bashagha sono sponsorizzati da Ankara. In Libia, Putin ed Erdogan, giocano ciascuno una propria partita anche nelle urne, in campi contrapposti, in difesa dei propri alleati e, ovviamente, interessi. Lo zar e il sultano si sono tenuti lontani dal summit dell’ONU ospitato da Macron. Assenze giustificate tanto dalla necessità di delegittimare l’imposizione dall’alto di un piano Parigi-Roma-Berlino – e benedetto da Washington, che al vertice in rappresentanza di Biden ha fatto presenziare la vicepresidente Kamala Harris -, quanto di trovarsi obbligati, difronte alla Comunità internazionale, a prendere un impegno sul ritiro di mercenari, combattenti e forze straniere dal territorio libico. Opzione che al momento entrambi non hanno nessuna intenzione di avallare. Con Putin che nega, spudoratamente, di avere suoi soldati dislocati nel Sahel al fianco dell’esercito di Haftar, e con Erdogan che ribadisce di essere intervenuto su preciso invito del precedente governo di Tripoli. Altra cosa è Mario Draghi. Il cui disegno per la futura stabilità del paese è funzionale alla questione dei diritti umani. La ricetta italiana per riaggregare uno stato frantumato prevede: ripresa economica, distribuzione delle ricchezze, legalità e porre fine all’insostenibile condizione dei migranti. Geometrie geopolitiche alla prova del voto, della sete di potere e delle rivalità tribali, che difficilmente si placheranno con lo spoglio delle schede.

IL SULTANO VIZIATO

Il presidente turco Erdogan con il suo atteggiamento di sfida perenne all’Occidente continua a suscitare apprensione. Ha problemi relazionali e storici con curdi e armeni. Vede congiure e sabotatori ad ogni angolo.
Punisce il dissenso, in particolare non gradisce essere criticato dai giornalisti. Finanzia le associazioni islamiche nel cuore dell’Europa; protegge Hamas e la Fratellanza musulmana; aiuta militarmente Libia, Azerbaigian, Qatar. Si scontra veementemente con Macron e si prende del dittatore da Draghi.
Siede con i grandi del G20 e ammicca allo snob Putin, che ha svicolato il vertice di Roma. Putin & Erdogan leader dinamici ed ambiziosi che restano avversari nei teatri internazionali: nel Caucaso e nell’Asia centrale divisi dalla calda questione del conflitto tra Baku ed Erevan. In Siria dove Mosca appoggia il nemico e dittatore Assad. E nel Sahel africano dove il sultano è al fianco del governo di Tripoli e lo zar del generale Haftar.
Differenze che alla lunga potrebbero esplodere, infrangendo il momento di idillio tra i due. Oggi, ad essere in bilico però sono i rapporti con Bruxelles e Washington. I tempi in cui il sultano si è fatto gioco sbeffeggiando gli alleati della NATO stanno finendo. Per anni Erdogan ha sapientemente sfruttato la debolezza della politica occidentale per incunearsi da una posizione di forza. Un giorno minaccia di riempire l’Europa di profughi e un’altro di espellere i diplomatici accreditati che hanno firmato la petizione per la liberazione del filantropo Osman Kavala, detenuto illegalmente, secondo la Corte europea dei diritti dell’uomo. Caso che a breve dovrebbe tramutarsi in sanzioni nei confronti di Ankara.
Come già avvenuto nel 2018 quando Trump punì Erdogan per essersi rifiutato di rilasciare il sacerdote americano Andrew Brunson, imponendo dazi del 50% sull’acciaio turco, punizione che causò il crollo delle vendite d’esportazione. Nel lungo dossier nero della Turchia c’è anche l’accusa di riciclaggio e finanziamento al terrorismo, affari sporchi gestiti da banche statali di Istanbul, diventate da tempo sorvegliate speciali. Mentre, Erdogan, per invertire il trend di una recessione senza precedenti che attraversa il Bosforo, non può fare a meno degli investimenti esteri. Il tentativo di proiettare la Turchia al centro del Medioriente ha prodotto un significativo aumento del commercio con i vicini. Ma ciononostante non si è dimostrata la soluzione alla crisi economica e finanziaria che incombe sul Paese.
L’Europa è fermamente il primo partner, impensabile tagliare i ponti. Nemmeno l’ottomana mania di grandezza del “Sultano” può arrivare a tanto. L’interesse primario di Erdogan è imprimere una nuova identità allo stato e alla società turca, per farlo si avvale del diritto d’ingerenza negli ex territori dell’impero della Sublime Porta, dal Kosovo sino al Maghreb. Propaganda sensibile per l’elettorato conservatore, affascinato dall’antica gloria di potenza mondiale di una nazione che invece ha imboccato la via dell’emarginazione.

BEIRUT PER POCHI E VIOLENZA PER TUTTI

Una doppia crisi attanaglia il Libano, spingendolo verso il baratro della catastrofe. A premere sono da una parte il collasso economico e dall’altra il rischio di ripiombare nel caos della guerra civile. Nel mezzo una zona grigia, tra miliardari che si arricchiscono sempre di più, l’interferenza di influenze esterne determinate a condizionare gli assetti geopolitici, e le faide etniche.
La nazione dei cedri, e a questo punto anche delle diseguaglianze sociali, è da settimane senza carburante, scarseggiano medicinali ed energia. Crescono disoccupazione ed inflazione: il debito pubblico è schizzato al 170% del PIL; il potere d’acquisto della gente è stato decimato del 90%. Tre cittadini su quattro vivono oramai sotto la soglia di povertà, con una ristrettissima élite che detiene la stragrande maggioranza delle risorse.
La recente inchiesta dei Pandora papers elenca il Libano al top della classifica mondiale per numero di società offshore che utilizzano paradisi fiscali per evitare le tassazioni in patria. Quando, secondo l’indice della distribuzione della ricchezza dell’Ocse il Paese è al 129esimo posto su 141.
Nella lista delle personalità coinvolte dallo scandalo giornalistico ci sono sia l’attuale primo ministro Najib Miqati che l’ex premier Hassane Diab. Lascia esterrefatti leggere anche il nome del governatore della Banca centrale Riad Salamé.
Questo è il Libano, sponda meridionale del Mediterraneo. La rivista Forbes lo scorso Luglio ha menzionato 2 famiglie libanesi tra le più facoltose del Medioriente: quella di Hariri e di quella del premier Miqati. Alla prima è legata la vicenda personale di Rafiq al-Hariri, politico ed imprenditore di successo assassinato nel 2005. Per l’efferata strage la magistratura ha condannato il capo della cellula terroristica che ha compiuto l’attentato, sono tutti latitanti, non incolpando nessun mandante politico. Ritenendo estranei ai fatti i leader di Hezbollah. Alla vigilia della sentenza del tribunale sulle cause della morte di Hariri il porto di Beirut è esploso, inghiottendo mezza città.
Premeditazione? Complicità? O semplicemente fatalità? Questo è quello su cui indaga tra infinite difficoltà il giudice Tarek Bitar, che guida l’inchiesta sulla devastazione dell’Agosto 2020. E finito al centro della violenta protesta delle formazioni sciite, che ritengono completamente estranea ai fatti la propria fazione e chiedono l’immediata rimozione del funzionario.
Cortei che ne passati giorni sono culminati in un bagno di sangue durante una manifestazione. A poca distanza dal luogo dove nell’Aprile del 1975 ebbe inizio il lungo conflitto. Quartieri crocevia tra la comunità cristiano maronita e quella sciita, tra l’estremismo già falangista e quello di Hezbollah. Nemici che sparandosi in strada attizzano il fuoco di un odio mai venuto meno.
In Libano il panico tra i civili sta tornando ad essere una tragica routine. Mentre gli appelli internazionali alla calma e ad abbassare le tensioni sfumano indistintamente, nel vuoto e nella fragilità del contesto.

BOJO L’OTTIMISTA

A Manchester Boris Johnson ha chiuso il congresso programmatico dei conservatori, il primo in ritorno in presenza dei delegati, da una posizione di forza nel panorama politico britannico.
I tories sono saldamente il primo partito del Regno, mantenendo un agevole vantaggio sui laburisti di Keir Starmer. Il governo grazie ai vari rimpasti di questi mesi è oramai di fatto composto unicamente da fedelissimi devoti al premier.
La Brexit è finalmente iniziata e la pandemia preoccupa molto meno di pochi mesi fa, anche se il numero dei contagi giornalieri viaggia intorno a decine di migliaia. Sul piano internazionale, mostrando totale nonchalance, Johnson è invece passato dalla sintonia con Trump alla perfetta armonia con Biden, pur di garantirsi una stretta alleanza geopolitica che gli consente di entrare nel gioco della “calda” partita contro la Cina, da titolare inamovibile.
Infine, il palcoscenico dell’appuntamento più atteso del momento, gli stati generali della lotta ai cambiamenti climatici: Glasgow ad inizio novembre. Evento sotto tutti gli aspetti cruciale per le sorti del Pianeta, che Johnson ospiterà da padrone di casa. E dal quale cercherà di massimizzare visibilità e tornaconto mediatico, a prescindere dai reali risultati ottenuti.
All’apice della popolarità al primo ministro erede della Tatcher non resta che un’ultimo azzardo per assicurarsi una lunga permanenza a Downing street, anticipare il voto al 2023. Scandendo il tempo che separa dal ritorno alle urne e concentrando il fuoco della propaganda contro gli avversari laburisti: “assurdi opportunisti”. Buttandosi anima e corpo in una campagna elettorale da protagonista, in perfetto stile “one-man-show”. Ideale alle corde comunicative di questo personaggio, abile rappresentante dell’internazionale nazional-populista.
Alla conferenza di Manchester il partito gli ha tributato tutti gli onori. Lui ha entusiasmato la platea con la retorica dell’ottimismo. In contraddizione con la sconsolante fotografia di un paese attraversato da lunghe file di auto in attesa di fare il pieno. Il vanto di aver portato a termine il divorzio da Bruxelles è di corto respiro quando le “magagne” escono fuori: catena del rifornimento in tilt, scaffali dei supermercati vuoti, il problema dei visti e quello dell’esportazione del pesce. Carenza di manodopera, dai braccianti agricoli agli autisti, dai macellai agli idraulici.
E poi, l’incognita dei rapporti tra Europa ed l’Irlanda del Nord da dirimere. Lo scandalo di corruzione che coinvolgerebbe finanziatori delle casse del suo partito, esploso con la pubblicazione dell’inchiesta giornalistica dei Pandora papers. Mentre, l’opinione pubblica è profondamente scossa dall’omicidio di Sarah Everard, perpetrato da un agente di Scotland Yard, crimine che ha fatto crollare la fiducia nella polizia.
Johnson si gioca gradimento e consenso con il piano di vaccinazione, ma non risolvendo altri problemi. Un recente sondaggio ha rilevato che il 18% dei britannici è convinto che abbandonare l’Europa sia stata una buona scelta. Il 53% è convinto del contrario.

BIDEN E LA PARTITA A BRISCOLA CON LA CINA

La “NATO asiatica” non è più solo un laboratorio astratto di concetti ed idee. Una vera e propria alleanza strategico-militare in chiave anti-cinese sta prendendo forma, e le ultime mosse diplomatiche della Casa Bianca nella regione ne sono la prova evidente.
Pochi giorni fa l’annuncio di Joe Biden, del britannico Boris Johnson e del premier australiano Scott Morrison di aver formalizzato un partenariato per la sicurezza nell’Indo-Pacifico, dal nome AUKUS (acronimo dei tre stati firmatari). Nel pacchetto è prevista la realizzazione di sottomarini nucleari. Motivo questo di veementi rimostranze di Parigi, che si è vista saltare una commessa miliardaria con Canberra.
La seconda mossa di Biden per tentare di mettere sotto scacco Pechino è stato l’incontro, a latere della Conferenza Generale delle Nazioni Unite, dei membri del Quad (Quadrilateral Security Dialogue), alleanza informale a cui aderiscono Australia, Giappone, India e Stati Uniti. La funzione di questo “esclusivo” club del mercato “libero e aperto” è contenere l’imperialismo del Dragone. E rastrellare materiali semiconduttori per l’industria.
Per una Kabul persa il Pentagono ha ottenuto un forte riposizionamento in Asia. Dove alla vigilia del secondo conflitto mondiale l’impero britannico occupava un ruolo di primo piano. Governava l’India, la Birmania, la Malesia, Singapore, il Borneo britannico, Hong Kong e controllava una serie di isole minori. In aggiunta ovviamente ai domini: Australia, Nuova Zelanda e Canada. Nei primi sei mesi di guerra Churchill non era riuscito a frenare l’invasione giapponese, arretrando fino a trincerarsi in difesa estrema dell’India. Al termine del conflitto il suo sforzo di riconquistare le aree d’influenza era diventato insignificante rispetto al coinvolgimento diretto degli Stati Uniti.Il destino dell’impero di Sua Maestà era segnato, il sipario era calato ed un nuovo protagonista aveva preso posto sul palcoscenico.
Questo cambiamento di leadership era sostanzialmente il frutto di ripetuti errori da parte di Churchill. Il primo fu di puntare strategicamente su Singapore come base navale per il Pacifico, con proiezione verso il Medioriente, ma lasciando vulnerabile la Malesia. Sottovalutando le debolezze di tale scelta difronte ad un eventuale attacco nipponico. Il secondo è invece imputabile al fatto che l’Australia venne “affidata” o spinta nelle braccia di Washington. La crescente pressione di una possibile invasione da parte del Giappone fece spostare l’asse geopolitico di Canberra in favore degli Stati Uniti. Che invece intesero tale alleanza in chiave sia offensiva che logistica per controbattere il nemico asiatico. La nascente linea della Casa Bianca era che l’Australia rafforzasse il ruolo di attore nel Pacifico del Sud. Principio che nel 1951, con la Guerra Fredda, portò alla ratifica del trattato ANZUS, in vigore sino alla metà degli anni ’80. Patto trilaterale dichiaratamente anti-maoista tra Australia, Nuova Zelanda e USA. L’estromissione di Londra dall’Asia era oramai sancita ufficialmente, e a partire dagli anni ’60 il Regno Unito optò per una politica di ritiro coloniale ad Est di Suez. Conclusasi nel 1997 con il passaggio di Hong Kong alla Cina.
Oggi, AUKUS e il Quad non sono altro che la continuazione della sovrapposizione statunitense sugli interessi dell’ex impero di Sua Maestà in Oriente. Non sotto forma di colonialismo ottocentesco ma, attraverso cooperazione e la creazione di un patto di “difesa collettiva”. In questo scenario gli spazi di azione dell’Ue sono minimi. Forse Biden teme che l’infiltrazione cinese sia già pericolosamente contagiosa nel Vecchio Continente.