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IL COMANDANTE VI AUGURA BUON VIAGGIO

A fine agosto, a bordo del boing El Al 971, tra i passeggeri del volo inaugurale decollato da Tel Aviv con destinazione Abu Dhabi, oltre al genero di Trump Jared Kushner – “plenipotenziario” della Casa Bianca per la pace tra palestinesi ed israeliani – ha viaggiato in missione la prima delegazione israeliana, ricevuta con gli onori negli Emirati Arabi Uniti. Con questo evento i due stati del Medioriente hanno aperto un canale di comunicazione bilaterale. Il riconoscimento di Israele da parte delle monarchie del Golfo è parte integrante di un disegno geopolitico, sponsorizzato da Trump, che crea nuove alleanze rompendo schemi precostituiti: passa di fatto in secondo piano la questione dello stato palestinese quale pregiudiziale alle libere relazioni nella regione. L’intesa di “normalizzazione” araba verso Israele è multiforme nella sostanza, abbracciando la cooperazione in diversi settori commerciali, strategici: energetico, militare, scientifico e sanitario. Contestano il trattato la Turchia di Erdogan impegnata a far risorgere l’impero ottomano e a difendere le rivendicazioni sulla “liberazione” di Gerusalemme e dei suoi luoghi simbolo, a partire dalla moschea di al-Aqsa. Inserita nel complesso della Spianata delle moschee, affidato in custodia alla casata hascemita giordana, che gestisce attraverso una fondazione il terzo sito religioso per importanza dell’islam, dopo Medina e la Mecca. Da Amman, dove si sono alzate voci di tradimento nei confronti degli emiri, sono mesi che si invita a fare quadrato intorno ad Abu Mazen, presidente della Palestina da illo tempore. La Muqata di Ramallah è un fortino oramai assediato, deluso da Trump. L’ultimo palazzo del potere dell’élite palestinese, che subisce, a malincuore, il dominio di Hamas nella Striscia di Gaza. E vede riacutizzarsi la faida interna al partito Fatah per l’eredità di Arafat. L’ex rais Mohammed Dahlan è intenzionato ad appropriarsi della leadership del movimento, grazie all’appoggio di Washington e a questo punto dei petroldollari con cui potrebbe essere ricoperto per la sua posizione favorevole alla negoziazione israeliana. Ad intralciare l’ascesa di questo discusso personaggio è ancora Abu Mazen: isolato e logorato ma determinato a non cedere. Mantengono invece una posizione distaccata sull’accordo Israele-EAU, seppur da osservatori privilegiati, sauditi e qatarini. Infine, l’ira dell’Iran che vede nel patto sunnita-sionista un contrappeso alla rete di espansione sciita. Beneficia del nuovo corso diplomatico il faraone Al Sisi, gli egiziani sono precursori del processo di pace e attualmente mediatori nelle controversie tra Gaza e Israele, tra Hamas e Netanyahu.

Nella dichiarazione d’indipendenza israeliana promulgata dai padri fondatori è scritto: “lo Stato d’Israele è pronto a fare la sua parte in uno sforzo comune per il progresso dell’intero Medio Oriente”. Il progresso per la costruzione di una diga all’imperialismo di Erdogan e ridimensionare le minacce dell’Ayatollah.

IL FUTURO CIRCOLO DELLA PACE E QUELLO DELLA GUERRA

Le comuni radici bibliche e coraniche sono solo un aspetto esteriore dell’Accordo di cooperazione bilaterale tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti, formalizzato con il beneplacito della Casa Bianca. Nella tela di fili tessuta internazionalmente da Trump c’è un nodo: la Palestina. Mentre, il buco della trama trumpiana è l’Unione europea, marginalizzata e ininfluente nelle dinamiche geopolitiche.

Quando al termine di una cena di gala a Tel Aviv chiedemmo a Shimon Peres – tre anni dopo sarebbe stato eletto presidente – se pensasse che l’allargamento dell’Ue avesse dovuto abbracciare anche la costa meridionale del Mediterraneo, la risposta fu: “Why? Perchè? Sarebbe un’idea sbagliata. Questa è la nostra casa con i suoi vicini, la tranquillità arriverà, inesorabilmente”. Dalla nascita, nel ’48, fino al governo populista di Netanyahu l’impostazione della politica estera israeliana è stata di discostarsi il meno possibile dalle indicazioni di Washington. Un arco temporale in cui Israele è stato stretto tra l’incudine dell’ottusità del mondo arabo arroccato nel voler continuare a riconoscere questo piccolo stato come un’entità estranea al Medioriente. E il martello del conflitto insoluto con i palestinesi: lo status di Gerusalemme Est, l’occupazione in Giudea e Samaria, le politiche di espansione coloniale.

Gli accordi di pace con l’Egitto a Camp David, quelli di Wadi Araba con la Giordania, le collaborazioni commerciali di Tel Aviv con la Turchia e oggi il canale diretto con Abu Dhabi sono passi importanti in una regione ibrida e tribale, poco democratica e per nulla liberale. L’annunciato trattato “Abramo”, tra Israele e gli EAU, è un corollario del progetto di conciliazione lanciato in pompa magna da Trump, era pre-coronavirus, lo scorso dicembre: Pace nella prosperità. Il piano, quello che il presidente statunitense ha definito l’accordo del secolo per palestinesi ed israeliani, non è un’idea inutile, ma una scatola vuota. Fumosa e avulsa dalle “sensibilità”. Quindi, difficilmente applicabile, praticamente irrealizzabile. Innegabilmente, l’intesa con gli emiri è una vittoria diplomatica di Netanyahu, pagata al prezzo di congelare l’annessione di parti della Cisgiordania. Rappresenta, al tempo stesso, l’ultima sconfitta politica della classe dirigente palestinese post Arafat. Dimostra che l’approccio della Lega araba nei confronti di Israele è in una fase di rapido cambiamento, irreversibile. Il cerchio della pace è in espansione, altri stati, dall’Oman al Sudan, muovono verso la normalizzazione dei rapporti, attraverso trattative più o meno segrete che Netanyahu ha affidato, non a caso, al Mossad. L’evoluzione dello scenario è dovuto a l’impellente necessità delle monarchie sunnite del Golfo di stringere una doppia alleanza strategica: contro l’accerchiamento dell’Iran sciita e di contenimento delle ambizioni imperialiste di Erdogan. Due vulcani attivi. In questo quadro la chiamata del principe Mohammed bin Zayed all’ex nemico sionista è eloquente.

HOMELAND PRESIDENZIALI 2020

Nelle presidenziali USA è tempo di convention. Al via nei prossimi giorni le tradizionali kermesse, prima il 17 agosto i Democratici, subito dopo i Repubblicani. Intanto vengono ufficializzati i vice, che affiancheranno nella corsa Trump e Biden. Per il repubblicano lo scontato Mike Pence, una vera novità per il democratico, Kamala Harris. Causa pandemia – primo paese al mondo per numero di contagiati da Coronavirus – il comitato nazionale democratico ha sconsigliato ai delegati di presenziare personalmente all’evento di Milwaukee, invitandoli a partecipare in remoto. Virtuale anche la presenza dell’anti Trump, Joe Biden è sigillato da settimane tra le mura domestiche. Nell’altra sponda politica il virus ha ridimensionato il programma dei repubblicani: scartata la Florida la scelta più plausibile è la Nord Carolina, mentre dall’Ufficio Ovale si preferirebbe la Casa Bianca o Gettysburg. Luogo in cui si svolse la celebre battaglia, il primo luglio del 1863, decisiva per le sorti della guerra civile americana. Il mito di Gettysburg è onnipresente nell’immaginario collettivo statunitense. Tanto che gli autori della famosa serie Homeland fecero di quella location simbolica lo sfondo alla tormentata scelta del marines Brody di schierarsi contro le proprie istituzioni: tradire per mantenere fede ai propri ideali, sbagliati o meno. Combattuti sotto la bandiera confederata o nordista. Gli ultimi sondaggi elettorali sono impietosamente a favore dell’ex vice di Obama: la forbice pronosticata varia tra 15 e 8 punti di differenza, a seconda dell’emittente che ha commissionato la ricerca. Ma come ci insegna l’esperienza del 2016 la vittoria di Donald fu soprattutto “uno smacco umiliante per i mezzi d’informazione e per gli istituti di sondaggi”. Il partito democratico non è lo stesso di 4 anni fa, quando il gruppo dirigente era fortemente influenzato dai Clinton. Oggi, prevale la linea di Obama. La nuova era è legata al prestigio di Kamala Harris e alla moderazione di Biden, entrambi espressione obamiana. La Harris, che si definisce battista e il cattolico ex governatore del Delaware, hanno tuttavia da recuperare lo svantaggiato ai blocchi di partenza della fascia del Bible Belt, le regioni dove sono culturalmente dominanti i protestanti, bianchi e fondamentalisti. Un elettorato che propende ideologicamente a destra, che però potrebbe “inaspettatamente” rivoltarsi contro il candidato naturale. L’amministrazione Trump è imbrigliata tra la combinazione negativa dell’economia, nel breve e lungo periodo, e la pressione mediatica degli scandali, interni ed esterni. Con il 2020 Trump ha deragliato consensi sia sulla questione della protesta sociale della componente afroamericana che sulla gestione dell’emergenza covid. Henry Kissinger era solito dire: “un leader non è tenuto a correre dietro ai sondaggi d’opinione, ma a preoccuparsi delle conseguenze delle sue azioni”. A condizionare l’esito, a questo punto, sono solo il voto postale e la scoperta, eventuale, del vaccino.

LE BOMBE DI BEIRUT

Per comprendere quello che molti hanno chiamato “11 settembre del Libano”, dobbiamo far scorrere le lancette dell’orologio alla mattina del 23 ottobre 1983, quando un boato squarciava il cielo di Beirut. Un’autobomba era esplosa nel compound del contingente dei marines statunitensi, provocando la morte di centinaia di militari. Per l’attentato i terroristi di Hezbollah usarono un quantitativo di esplosivo che l’FBI descrisse come “il più potente esplosivo non-nucleare mai creato”. La forza d’urto dell’esplosione “fece saltare come un fuscello le porte blindate dell’edificio più vicino, che si trovava a 78 metri di distanza; gli alberi distanti 112 metri vennero sradicati e completamente defoliati”. Dopo quella scia di sangue sarebbe stato chiaro a tutti che Hezbollah, sotto la guida spirituale di Hassan Nasrallah, aveva assunto un ruolo centrale nel futuro del piccolo stato mediorientale. Washington si affrettò a ritirare le proprie truppe dal caos della guerra civile libanese.

Il 14 febbraio 2005 sul lungomare di Beirut davanti all’hotel St. George veniva ucciso l’ex premier Rafik Hariri, all’epoca referente di spicco per USA, Francia e Arabia Saudita, inviso ovviamente a Siria e Iran. Ancora una volta, già era accaduto per il leader falangista Bashir Gemayyel, l’arma usata fu l’esplosivo. Si ripetè l’orribile scena: imponente cratere, detriti, carcasse d’auto, vetri dei palazzi in frantumi, superstiti che cercano soccorso. L’omicidio di Hariri innescò la protesta popolare contro la Siria, accusata di essere il mandante. Damasco dovette prontamente fare un passo indietro, per non creare imbarazzo all’alleato Hezbollah, mettendo fine all’invasione militare.

Nel biennio 2014-2015 il partito sciita filoiraniano, all’apice del potere, diventerà a sua volta obiettivo di ritorsioni, per mano di al Qaida: il 19 febbraio 2014 una bomba esplode al centro culturale iraniano e un anno dopo un doppio attacco kamikaze nella periferia meridionale di Beirut. La matrice è jihadista, sono gli effetti diretti della vicina guerra siriana. L’estate del 2015 è anche quella delle manifestazioni che mettono sotto processo l’intera classe politica, il movimento sceso in piazza per chiedere di risolvere l’emergenza rifiuti si trasforma in un vero e proprio manifesto d’accusa al generalizzato sistema di corruzione.

L’onda lunga di protesta nei confronti della cleptocrazia si riacutizza nell’autunno dello scorso anno con la crisi economica e finanziaria, ma nel febbraio 2020 la paura per il Covid-19 attenuerà la piazza. La pandemia tuttavia è il punto di non ritorno, la sanità è al collasso, il deficit insostenibile. La nuvola che dal porto avvolge la città ha come detonatore prima di tutto la dilagante negligenza e corruzione delle istituzioni: metodi criminali e noncuranza sono alla base dell’Inferno odierno di Beirut. Dove manca luce e acqua potabile. L’aria è inquinata. Non c’è un posto letto libero in ospedale. E il tasso di povertà potrebbe arrivare all’80% della popolazione.

IL SULTANO, DALLA MOSCHEA DI SANTA SOFIA AL SOGNO DI AL QUDS

In Turchia la rivoluzione islamizzante di Erdogan oscura l’immagine del padre fondatore della Repubblica, il laico Ataturk. La riconversione di uno dei monumenti più famosi del Paese in moschea è l’atto culminante di una campagna di propaganda iniziata ormai una decade fa. Con questa mossa il presidente turco travolge i simboli della cristianità e guarda con aspirazione ad imporre la propria guida, spirituale e politica, sull’intero mondo arabo: “sulle orme della volontà dei musulmani di uscire dall’interregno”.

Lo splendido edificio di Santa Sofia che campeggia sulle acque del Bosforo ha avuto due vite e mezzo: è stata basilica cristiana, moschea islamica e, a questo punto, transitoriamente museo nazionale. Realizzata da Giustiniano, lì furono incoronati gli imperatori cristiani di Bisanzio. Fino al sopraggiungere dell’ottomano Mehmet II, che riuscì in un’impresa fallita per secoli agli eserciti della mezza luna: far breccia nelle possenti mura a difesa di Costantinopoli. Il 28 maggio 1453 a poche ore dall’assalto finale dei giannizzeri in quella mastodontica chiesa, cattolici e ortodossi, mettendo da parte le contrapposizioni scismatiche, celebrarono insieme messa. Il 29 maggio il sultano Mehmet, il Conquistatore, avrebbe compiuto un gesto pieno di significato, entrato trionfante nella Basilica rivolse la preghiera verso la Mecca, prendendo formalmente possesso dell’edificio, proclamandola moschea. A differenza di molte altre chiese che non cambiarono culto, il senso di quell’operazione aveva indubbiamente un valore geopolitico forte, che infatti costernò l’Europa. La fine dell’impero romano d’Oriente era oramai ineluttabile: il lento declino iniziato due secoli prima mostrava segni di desolazione e degrado diffusi. Il “centro dei quattro angoli del mondo” aveva perso il suo antico splendore, al suo posto sarebbe nata la moderna Istanbul, capitale della Sublime Porta. Chiudendo un altro capitolo della storia del Mediterraneo, quello della millenaria civiltà greca: passata dal periodo classico a quello ellenico ed infine bizantino. L’ambizione di Mehmet, al di sopra tutto, portò alla caduta di Costantinopoli, ridisegnando i confini dell’Europa, allora come oggi divisa da faide e rivalità. Su questa figura la storiografia si divide, c’è chi lo ritiene un sovrano saggio e lungimirante, e chi come Benny Morris evidenzia, con recenti studi, come l’Impero Ottomano abbia avuto nello sterminio dei cristiani una delle sue caratterizzazioni ideologiche. Erdogan non nasconde ammirazione per questo personaggio, citandolo spesso nei suoi discorsi. Copiandone, ed esaltandone, non solo i valori islamici delle origini ma anche l’aspetto antieuropeista. A cui aggiunge le modalità del ricatto diplomatico, vuoi sulla questione dei migranti, vuoi delle politiche di decristianizzazione del Medioriente e, purtroppo, di una nuova guerra “santa” per Gerusalemme: “La risurrezione di Hagia Sophia è preludio alla liberazione della moschea al-Aqsa”.

LIBIA, AVANZA LA TURCHIA

La rivalità tra il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e il suo omologo egiziano Abdel Fattah al-Sisi non è una novità del teatro di guerra libico. Il sultano di Istanbul e il faraone del Cairo rappresentano concezioni opposte ed inconciliabili. Sono l’ultimo esempio della tradizionale contrapposizione ideologica del mondo arabo contemporaneo, diviso tra il movimento islamico ispirato dalla Fratellanza musulmana e quello nazionalista-autoritario imposto da Nasser. Simbolicamente rappresentano lo scontro tra radicalismo religioso e pseudo socialismo: il potere dei chierici o dei generali, il corano o la spada. In comune hanno l’intolleranza per il sistema democratico, la propensione a negare i diritti e a reprimere la libertà, a partire da quella di stampa, evitando di dire verità scomode, come quella sul caso Regeni.
La rottura e l’inizio delle “ostilità” tra Erdogan e al-Sisi risale al luglio 2013, quando l’esercito egiziano rimuove con un colpo di stato il presidente Mohamed Morsi. Esponente di spicco della fratellanza, alleato di Ankara. Martire della causa per Erdogan. Terrorista per al-Sisi. Da allora sarà un crescendo di tensioni tra i due stati che culminerà proprio nel faccia a faccia della guerra civile libica, dove sono schierati uno al fianco del presidente al-Saraj e l’altro con il maresciallo Haftar. Egitto e Turchia hanno dispiegato mezzi e uomini sul campo alzando il livello ad aperto conflitto, non più una silenziosa guerra per procura. Ma offensiva e contro-offensiva, con l’obiettivo del controllo totale dell’ex colonia italiana in Africa.
Il coinvolgimento turco, salvifico per il governo di al-Saraj, ha cambiato le sorti della battaglia di Tripoli, frenando così il successo della campagna militare di Haftar. Trasformando una vittoria che sembrava imminente in una disastrosa ritirata. Al punto che il Cairo difronte ad una disfatta inaspettata ha cercato di prendere tempo proponendo un ritorno al tavolo delle trattative. Percorso impervio, almeno finché Haftar rimane sulla scena e gode della fiducia sia del faraone che dello zar Putin. Se questa credibilità dovesse venir meno sia sul piano internazionale che su quello delle alleanze interne, oramai incrinate, rimarrebbe solo ad affrontare il suo destino. Il Napoleone della Cirenaica è un vero trasformista di casacca, è stato: agli ordini di Gheddafi, al servizio della CIA, garante della Francia, sotto l’ala protettiva di al-Sisi. Un trasformista politico e arrogante comandante, le cui qualità strategiche sono state spesso incautamente sovrastimate. Ha perso una guerra vinta in Ciad e oggi vede svanire il sogno di conquistare sotto i suoi vessilli la Libia. Nella sua eloquente disastrosa caduta offre le spalle al nemico e arretra verso il confine egiziano, dove si stanno ammassando truppe che potrebbero diventare la sua unica speranza. E da dove negli ultimi giorni sono, con molta probabilità, decollati i jet che gli hanno permesso di ridurre le perdite. Nel gioco libico qualcuno rischia di rimanere con un pugno di mosche in mano.

BIBI, IMPUTATO E PREMIER

Israele ha aperto le aule del tribunale all’uomo più potente, Benjamin Netanyahu. Per la prima volta nella sua storia il Paese vede alla sbarra il suo primo ministro in carica, imputato in tre casi di corruzione, frode ed abuso d’ufficio. “Non ci sarà nulla, perché non c’è nulla” ripete il re di Gerusalemme, proclamando la sua innocenza. In un processo che ha richiesto mesi e mesi d’investigazioni, raccogliendo prove e testimonianze per poi approdare all’incriminazione da parte del procuratore generale Avichai Mandelblit.

L’evento più atteso, posticipato a causa della pandemia, è iniziato in concomitanza con la nascita dell’esecutivo formato insieme all’ex avversario Gantz, che dopo avergli dato battaglia in tre elezioni consecutive ha accettato l’alleanza e la pace. Netanyahu incassa la maggioranza nella Knesset e sfida la giustizia. “Sono accuse inverosimili”, che “costituiscono un tentativo di golpe” è stato il messaggio del premier prima di affrontare i giudici. Il falco della politica ha impostato la sua carriera, vincente e longeva, facendo buon uso del vittimismo. Fu così quando, nell’era pre internet, scoppiò lo scandalo di una relazione extraconiugale. Era il 1993 e “Bibi” Netanyahu correva per le primarie del partito, la notizia della liaison, che la stampa definì il “Bibigate”, non intaccò l’immagine del nascente leader, vittima a suo dire: “di un crimine senza precedenti nella storia della democrazia”. Alla fine gli iscritti al Likud lo elevarono ad indiscusso signore della destra, e da quel momento si adoperò per plasmare la macchina del movimento a sua immagine. Un partito divenuto personale, con un leader nazionalista che spesso giocherà la carta propagandistica della cospirazione ordita contro di lui: dalla sinistra, dai media, dai generali, dagli arabi e infine anche dalla magistratura. Netanyahu è un personaggio talmente divisivo che ha spaccato il paese in due, pro o contro la sua figura. Gran parte degli israeliani si è già espressa sul processo in corso senza attendere la sentenza, in un caso penale dalle potenziali ripercussioni sia sul tessuto sociale che sui futuri assetti democratici dello Stato.

Quanto in Netanyahu ci sia di un altro precedente epico scontro della politica con la magistratura, quello di Berlusconi, è presto detto. Sono incantatori della comunicazione. In entrambi i romanzi i nemici sono le “toghe”. Nella narrazione applicano il postulato del manifesto populista: “I cittadini hanno il diritto a esser governati da chi hanno scelto democraticamente”. Hanno la stessa linea di apologia: “indebite ingerenze della magistratura su altri poteri dello Stato costituiscono una vera emergenza democratica”. Sono due personalità con un’unica terapia d’urto: estirpare il cancro della magistratura. Sfruttano il medesimo mezzo per ottenere l’immunità: le leggi in parlamento. E professano l’identica visione della realtà: “Qui è tutto paradossale”. Per non parlare delle rispettive entrature alla Casa Bianca, Berlusconi con Bush, Netanyahu con Trump. Amicizie che contano.

ANIMO ENRICO!

Pianeta khmer. Anno del topo e del Covid-19. La stagione delle piogge è alle porte. Il cielo è grigio, anche se i temporali scaricano più tuoni che acqua. Mentre, fameliche zanzare ti rincorrono di stanza in stanza, giorno e notte. Nemmeno le lozioni antipuntura sono uno scudo sicuro contro questi infestanti insetti, pirati dell’aria. Al suolo la fanteria delle formiche rosse scalpita, l’orda non risparmia assalti kamikaze alle mie caviglie. Corri Enrico. Corri e non ti fermare o ti mangiano! Merda. Come vorrei poter dormire in un letto che non sia avvolto in una tenda, lasciare la finestra aperta e sentire la fresca brezza del mattino. Invece col cazzo, caldo e sudore da mesi. Penso di essermi liquefatto almeno mille volte. Il materasso è diventato una piscina, dove tuffarsi. Perfer et obdura! Dolor hic tibi proderit olim. Dicevano i latini. Sopporta e resisti bloccato nel nulla, per quanto? Provate voi a passare una notte dietro l’altra nell’insonnia per colpa dei matrimoni, musica tecno sparata a massimo volume, vetri che vibrano e poi alle primi luci del mattino le casse riprendono a bombardare. Tre giorni di fila, senza sosta. Finita la festa gli invitati se ne vanno, sciamano a poca distanza dove un nuovo allestimento è già pronto e via ancora con il casino assordante. Meglio i funerali, decisamente. Con le loro litanie che ti entrano in testa, liberandoti dai pensieri e riempiendoti di infinita profonda tristezza. Scappa Enrico, metti le ali e vola a razzo prima d’impazzire, non ti è rimasto molto tempo, i tuoi nervi stanno per cedere, ti tremano le mani. Perfer et obdura! Dolor hic tibi proderit olim. Dicevano i latini. Alla scuola della sofferenza sono stato il primo della classe. Oggi, sono diventato intollerante al riso. Non mangio carne che non sia in scatola. La polpa dei manghi mi esce dalle orecchie, l’odore del durian mi fa vomitare. Sobbalzo ai topi che leggiadri danzando mi attraversano la strada. Fuggi Enrico, presto, presto e non ti voltare. Ehi, c’è qualcuno che mi possa aiutare? Pronto unità di soccorso? Mi sono perso nel buco di culo del mondo quanto devo aspettare perchè mi recuperiate? Ho finito le munizioni, l’illusione di farcela è durata poco, giusto il tempo dell’arrivo del virus, che ha fiaccato il morale, ucciso la speranza. Perchè continuate a tenermi qui? Sono un esperimento da laboratorio? Basta con questa tortura. Animo Enrico! “Poteva andare anche peggio? No!”
We gotta get out of this place
if it’s the last thing we ever do …
Dobbiamo andarcene da qui
fosse anche l’ultima cosa che facciamo …
Magari fuori di qui c’è una vita migliore o forse anche no. Comunque sia voglio salire su un aereo diretto chissà dove, addormentarmi cullato dalle nuvole. E svegliarmi lontano, sulla Terra.

Racconto di Enrico Catassi

IL SAHEL TRA IL SULTANO E GLI SCEICCHI

Libia. La guerra civile alle porte dell’Europa che nemmeno la pandemia riesce a fermare. Fallita la possibilità di una transizione democratica, alla caduta del regime di Gheddafi, lo Stato africano è sprofondato in una irreparabile implosione. Scatenando un conflitto senza quartiere, dove riaffiorano lotte tribali ataviche e pesano ingerenze esterne. Bruxelles non cambia atteggiamento, riproponendo la stessa tipologia d’intervento diretto: l’embargo. Altri attori internazionali si affacciano prepotentemente sulla scena. L’Egitto del faraone al-Sisi appoggia il generale Haftar e LNA (l’Esercito Nazionale Libico), al loro fianco lo zar Putin ha schierato l’organizzazione Wagner Group, ovvero mercenari. Meno appariscente l’intervento degli Emirati Arabi che offrono all’ex ufficiale del rais la copertura economica e una rete per assoldare guerriglieri, che si dipana dal Sudan al Ciad fino alle coste del Mar Mediterraneo. Sul fronte opposto il premier al-Sarraj e il GNA (il Governo di Accordo Nazionale) possono contare sull’aiuto, sempre più consistente, del sultano Erdogan che culla il grandioso sogno di ristabilire l’ordine dell’Impero Ottomano. Quest’ultimo intervento nel Sahel ha sostanzialmente cambiato le sorti dell’offensiva lanciata lo scorso anno dagli uomini di Haftar per conquistare la capitale, arenandola. Nel mezzo alla corsa per la spartizione della Libia e delle sue ricchezze, relegate ad un ruolo marginale, le potenze europee: divise e diffidenti l’un l’altra. Il doppio binario di Francia e Italia è l’evidenza di uno strappo non solo diplomatico. Con il nostro Paese più vicino all’esecutivo del GNA e Parigi a sostenere il fuoco di Haftar. Scelte che spingono Roma a collaborare con il signore del Bosforo, continuando, tuttavia, ad essere partner “commerciale” dei custodi della Mecca. Sia la Francia che l’Italia, pur divergendo, aderiscono alla missione europea Irini, che prende il posto della discussa operazione Sophia. A dirigere questo nuovo tentativo di tamponare il flusso illecito di armi è la Marina italiana, che a seguire dovrebbe lasciare il comando del presidio delle acque orientali al largo della Libia alla Grecia. Ma questo passaggio di consegne tra Roma e Atene preoccupa non poco Ankara: per l’alto rischio di vedersi bloccare i rifornimenti verso l’alleato. L’asse di Erdogan con al-Sarraj, suggellato nel nome della Fratellanza musulmana, è finalizzato a disegnare un corridoio nel Mediterraneo meridionale a scapito dell’Egitto, Israele, Grecia e dell’Eni. Nella distopia libica si susseguono giochi di sponda, guerra tecnologica, espansione economica e il sotterraneo lavoro dei servizi segreti: la lunga mano, nascosta e talvolta sporca, della geopolitica globale. Persino la liberazione di Silvia Romano nella lontana Somalia è una piccola mossa di una grande partita, ancora aperta.

BIBI, GANTZ E IL GOVERNO

Israele riapre palestre, mercati e centri commerciali, dopo 6 settimane di chiusura da Covid19. E introduce restrizioni: ingressi limitati in base al volume degli spazi, distanza minima di due metri tra le persone in coda, obbligo d’indossare la mascherina in pubblico. Il paese che convive da anni con la paura del terrorismo, e dei conflitti, ha imboccato la strada della ripresa, rapida ma controllata. Intanto, “Bibi” Netanyahu si intesta la “vittoria” sia contro la pandemia che quella politica per la nascita di un governo d’emergenza. Un esecutivo “benedetto” persino dalla Corte Suprema, che ha rigettato, con verdetto unanime, due petizioni: la prima che chiedeva di riconoscere incompatibile Netanyahu, a processo per corruzione, con l’incarico a premier. E la seconda che metteva in dubbio la correttezza dell’accordo di coalizione tra i due principali partiti nella Knesset, Likud e Kahol Lavan. Cadono, quindi, gli ultimi ostacoli per il ritorno sul trono di Gerusalemme del falco della destra, dopo un lungo periodo in cui ha esercitato il ruolo di primo ministro facenti funzioni.

Netanyahu, il mago della politica israeliana, ha archiviato tre elezioni inconcludenti nell’arco di un anno e ha trovato una soluzione, a lui congeniale, per uscire dallo stallo politico. Scardinando il campo avversario, ha saputo convincere il rivale “Benny” Gantz ad un patto di rotazione al vertice. Il leader del Likud e più longevo premier di Israele, giurerà il 14 maggio, suggellando il più corposo governo della storia, 36 ministri e 16 sottosegretari. Una maggioranza assai variegata che include: partiti religiosi, destra populista, pezzi del centro e una parte della sinistra. Fuori dalla porta, non per motivi ideologici, la destra nazionalista. Come fuori anche la sinistra radicale, i partiti arabi e i liberali di Lapid che non hanno seguito Gantz, in quello che ritengono un abbraccio mortale con il nemico, scindendo il movimento. Il carrozzone messo su da Netanyahu ridisegna completamente il quadro politico, mettendo, almeno apparentemente, fine al periodo dei due blocchi contrapposti. Chi vede raggiunto l’obiettivo prefissato è il presidente israeliano “Ruby” Rivlin, da sempre promotore delle larghe intese e prossimo al termine del mandato, luglio 2021. Dietro le quinte dell’intesa si è prodigato anche l’inquilino della Casa Bianca. Donald Trump è interessato a veder fiorire la sua idea di pace tra palestinesi ed israeliani. Un piano sfarzoso e surreale, che Gantz e Netanyahu hanno promesso di voler mettere in atto presto, intanto con l’annessione di parte dei territori palestinesi lungo la valle del Giordano.

Nonostante sia stata l’emergenza coronavirus a forzare i tempi per la nascita di un governo di unità nazionale, anime così diverse continueranno a trovare terreno di scontro. Vecchi e mai sopiti rancori esploderanno prima o poi tra i banchi della Knesset. E non è detto che, in uno scenario favorevole, Netanyahu decida di puntare direttamente alla presidenza di Israele.