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PASSEGGIATA IRRESPONSABILE

Il ritorno di Netanyahu al potere e la passeggiata del neo-ministro Itamar Ben-Gvir (in occasione del giorno di digiuno ebraico per il lutto degli eventi che hanno portato alla distruzione del Tempio) hanno riacceso i timori del regno hashemita sul futuro della custodia della Spianata delle Moschee (o Monte del Tempio nella toponomastica ebraica) a Gerusalemme. Sito gestito da una fondazione (Waqf) facente capo proprio alla famiglia reale giordana. I giordani, come del resto i palestinesi, sono convinti che l’attuale esecutivo israeliano abbia l’intenzione di cambiare lo status quo del terzo luogo sacro per l’islam, dopo la Mecca e Medina. In quel rettangolo all’estremità nord della Città Vecchia, dove in passato si ergeva il luogo di culto più importante per l’ebraismo, la tradizione musulmana narra sia avvenuto il viaggio notturno del profeta Maometto in cielo: «Gloria a Colui Che di notte trasportò il Suo servo dalla Santa Moschea alla Moschea remota, di cui benediciamo i dintorni, per mostrargli qualcuno dei Nostri segni. Egli è Colui Che tutto ascolta e tutto osserva» (Corano, Sura Al-Isrâ’). Da anni quel lembo di terra è oggetto di contesa, tensioni e violenze.

Le aspre condanne che in queste ore sono state espresse a Ramallah, Gaza, Amman e Beirut in risposta alla visita di Ben-Gvir sono un chiaro avvertimento a non sovvertire i delicati equilibri che regolano la Città Santa (al-Quds in arabo). La sottile linea rossa che porterebbe ad una inevitabile “guerra santa” è il caso in cui Israele travalicasse, facendo crollare la moschea di al-Aqsà per ricostruire il terzo Tempio. Di questo si parla e straparla da tempo, la nostra convinzione è che ci siano delle evidenti strumentalizzazioni propagandistiche (strettamente politiche e poi religiose), che continuano ad autoalimentare falsità e fomentano l’odio. La verità storica che risale al conflitto dei Sei Giorni, come scriveva Benny Morris, è che «I Luoghi Santi di Gerusalemme sarebbero stati governati in base agli accordi pre 1967, ma con libertà di accesso per tutti. Appena, raggiunto, il 7 giugno, il Sacro recinto (il Haram al-Sharif), Dayan ordinò ai paracadutisti di togliere una bandiera frettolosamente issata sulla Cupola della Roccia. L’amministrazione e la sicurezza del sito fu lasciata in sostanza al Wafk, il fondo religioso musulmano, anche se l’IDF ebbe il controllo di una Porta per vegliare sul viavai civile e turistico nell’Haram». Di pari passo con l’approccio del generale Moshe Dayan è andata tuttavia prendendo forma la strategia di Yigal Allon, che architettava la trasformazione di Gerusalemme quale capitale inalienabile dello stato ebraico. Ripopolando il quartiere ebraico tra le mura e circondando la parte “araba” con un anello di nuovi sobborghi israeliani: «Se non cominciamo entro un giorno o due, non cominceremo mai». Nel corso degli anni le “passeggiate” dei politici (ed estremisti nazionalisti) israeliani nel complesso della Spianata sono state simboliche e provocatorie. Come avvenne con Sharon nel 2002 trasformandosi in accesa conflagrazione, esplosa in Intifada.

Il gesto della camminata del capo del partito razzista Oztma non è una novità del personaggio. Nel 2006, Ben Gvir venne fermato dalla polizia mentre organizzava il sacrificio di Pesach. Nel 2017, l’allora avvocato sostenne legalmente il movimento di destra radicale denominato Chozrim Lehar (Ritorno al Monte): «È inimmaginabile che le persone vengano arrestate nel cuore della notte perché vogliono eseguire un comandamento religioso ebraico», la difesa di Ben Gvir. Diventato assiduo scorrazzatore tra le pietre del “sagrato” prima della sua ultima “bravata”, circa tre mesi fa, si era recato nella Spianata per celebrare il capodanno ebraico di Rosh Hashanah. Nonostante la retorica Ben Gvir ha formalmente siglato accordi di governo che negano alterazioni dello status quo di Gerusalemme. I fatti indicherebbero il contrario di quanto stipulato con Netanyahu. Il quale il giorno precedente ha avuto un inatteso colloquio proprio con Ben-Gvir riguardo alla sua intenzione di recarsi all’Haram. Poco si è saputo di quanto discusso tra i due alleati. Ancora meno del tono del confronto e della reazione di Bibi alle pretese del suo ministro della Sicurezza nazionale. Comunque, se re Netanyahu avesse effettivamente messo un veto è palese che il suo ordine sia stato sbeffeggiato. Così, non pare. Bibi non ha perso la faccia e tantomeno le briglie. Ma la sua abilità di alchimista, con questo esperimento politico, genera profonde preoccupazioni alla Casa Bianca.

IL RE E’ TORNATO

In Israele Benjamin Netanyahu ha vinto le elezioni politiche della XXV legislatura alla Knesset. Il falco della destra e il blocco che lo sosteneva hanno ottenuto la maggioranza qualificata dei seggi, numeri utili a formare in tempi brevi un esecutivo.
Dopo la parentesi che lo aveva visto relegato all’opposizione del governo di Naftali Bennett, prima, e Yair Lapid, poi, il ritorno di Netanyahu sul trono di Gerusalemme avviene per effetto dello spostamento decisamente a destra dell’asse politico. Il suo partito, i conservatori del Likud, è risultato ancora una volta di gran lunga la prima forza.
Ma il vero vincitore di questa tornata elettorale (la quinta in tre anni) è la lista nazionalista di estrema destra Sionismo religioso, di Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich. Figure fino a ieri marginali nell’agone politico ed oggi balzati alla ribalta assestandosi come il terzo raggruppamento del parlamento, indispensabili alla nascita del Netanyahu ter. Il prossimo esecutivo oltre alla formazione citata avrà il sostegno dei due partiti dei religiosi ultra-ortodossi, Shas e United Torah Judaism.
Al momento, l’intenzione di Netanyahu è quella di accelerare il passaggio delle consegne dal rivale Lapid. Agenda alla mano, e nel rispetto delle procedure istituzionali, il presidente Herzog potrebbe dare presumibilmente l’incarico al leader del Likud già la prossima settimana, o al massimo entro il 16 Novembre se le consultazioni dovessero slittare. A quel punto rimarrebbero a Netanyahu i fatidici 28 giorni per chiudere la formalità della squadra di governo (e delle poltrone da assegnare).
Ben-Gvir e Bezalel Smotrich forti del risultato di consenso reclamano il diritto ad avere portafogli di prima fascia: sicurezza e giustizia. Lasciare a queste due “esuberanti” personalità campo libero sia nel controllo della polizia che dell’amministrazione giudiziaria (civile e penale) potrebbe tuttavia essere un azzardo, che mette a serio rischio la tenuta del sistema democratico israeliano. Il garante di questa operazione che a vario titolo riguarda i futuri rapporti tra religione e stato, arabi ed ebrei, israeliani e palestinesi, è il navigato, e pratico, Netanyahu. A cui non mancano capacità ed esperienza. A preoccupare è che in linea con il trend del voto il rafforzamento del carattere ebraico di Israele venga manipolato per restringere diritti e libertà. Ad esempio, sulla questione della giustizia si parla con insistenza di stravolgere l’impianto esistente, depotenziando la Corte Suprema e riducendo l’autonomia dei magistrati.
Un altro fattore da non sottovalutare è il disagio statunitense nei confronti di questa tipologia di ministri. La Casa Bianca non pare avere intenzioni dialoganti, se non arretrano nelle posizioni. Intanto, Biden ha impartito il diktat che non si cambia di una virgola sia il trattato marittimo con il Libano che gli Accordi di Abramo con le monarchie del Golfo. Altrimenti, l’alleanza si incrina rovinosamente. Infine, se vi chiedete cos’è stato del polo anti-Netanyahu, beh è finito ancora prima di cominciare, sepolto nelle urne.

5783

Manca oramai poco meno di un mese al voto in Israele, che anticipa qualche giorno le elezioni di midterm statunitensi. Il 1 novembre 2022 sarà la quinta volta che gli israeliani tornano alle urne in meno di 4 anni. Nei recenti sondaggi i due principali blocchi, quello pro e quello anti-Netanyahu, non ottengono la maggioranza qualificata 61 seggi. La coalizione di destra che sostiene il falco del Likud sarebbe comunque leggermente sopra gli avversari.
In generale i sondaggi accreditano il partito di Netanyahu primo nel Paese, con almeno 8 seggi di vantaggio sulla forza Yesh Atid, guidata dallo sfidante e attuale premier ad interim Yair Lapid. Staccati di molte lunghezze le altre compagini che compongono il panorama politico della futura Knesset. Dove entreranno a rinforzare le file dell’uno o dell’altro schieramento: ortodossi religiosi, nazionalisti, centristi, ex-likud ed ex generali, laburisti, sinistra sionista e movimenti arabi. Oh almeno ci sperano.
Gli israeliani, secondo quanto si evince dal canonico sondaggio della vigilia del capodanno ebraico (che ha segnato l’inizio del 5783), si aspettano un anno migliore di quello passato. Con un cauto ottimismo l’opinione pubblica crede che le cose andranno meglio o al massimo non peggioreranno (59% degli intervistati). Il 21% invece è convinto del contrario. Mentre, il 20% attende di vedere i prossimi sviluppi, a partire proprio dall’esito delle incombenti elezioni politiche.
Il prefigurare della perdurante instabilità è avvertita da Ronen Bar, direttore dello Shin Bet (agenzia dell’intelligence per gli affari interni), come un problema preoccupante per le dirette conseguenze sulla sicurezza del Paese. L’immagine di uno stato che dal 2019 non riesce a trovare una quadra, e allo stesso tempo vede crescere esponenzialmente le divisioni, è sintomatica di un malessere esistente, diffuso e condiviso con altri stati occidentali.
Nel caso israeliano tuttavia le ramificazioni della crisi politica potrebbero comportare ricadute a breve termine sul piano regionale, Hezbollah e Iran sono un assillante imprevedibile pericolo alla porta. Ma non l’unico, da mesi i funzionari della sicurezza israeliana infatti continuano a porre la questione dell’implosione in atto nella Cisgiordania. La Muqata di Ramallah replica accusando a sua volta i continui raid militari dell’IDF come elemento delegittimante del proprio ruolo. Sul piano internazionale l’amministrazione Biden non nasconde i propri timori per il rapido deterioramento del contesto.
Palestinesi ed israeliani non hanno alternative che trovare un punto comune d’incontro che vada oltre lo status quo attuale e le pretese ingiustificabili. Il crollo dell’Autorità palestinese può avvenire da un momento all’altro. In queste settimane il premier, in scadenza, Lapid ha rilanciato sul piano diplomatico la soluzione dei due stati, ma anche in questo caso il consenso popolare all’idea è molto basso. A Gerusalemme vale come del resto a Roma il motto omnia cum pretio. E non tutti, di qua e di là dal muro sono disposti a pagarlo per raggiungere la pace.

GERUSALEMME, SANTA E VIOLENTA

Il miraggio di re Salomone, figlio di David, era che edificando il Tempio avrebbe portato pace e prosperità a Gerusalemme, e al suo popolo. Conferendo eterna santità alla città, dove sia gli “israeliti che gli stranieri provenienti da paesi lontani” avrebbero condiviso quella casa da lui voluta, dedicata alle offerte e al nome di Dio (Primo libro dei Re capitolo 8). L’imponente tempio che accoglieva la sacra arca dell’alleanza secondo l’esegesi biblica venne distrutto nel 576 a.C, per poi essere ricostruito e quindi nuovamente raso al suolo. Al suo posto la storia ha collocato il terzo sito per importanza dell’islam. Tuttavia, una componente del profetismo ebraico alimenta il sogno che un giorno in quel luogo tornerà a sorgere l’antico santuario. Quella piccola rettangolare porzione della città Vecchia è stata spesso epicentro delle tensioni del conflitto israelopalestinese. Dalla fine della guerra dei Sei Giorni nel 1967 è consentito ad ebrei e cristiani di visitare la Spianata, ma gli è vietato pregare. L’attuale status prevede che Israele gestisca il controllo della sicurezza, e la fondazione islamica Waqf amministri le attività religiose al suo interno. Chi non riconosce l’accordo (oltre ovviamente alle sigle del fondamentalismo islamico da Hamas a Hezbollah) sono in particolare alcune organizzazioni dell’estrema destra israeliana, che in questi anni hanno portato a segno più di una provocazione sul posto. L’ultima, che non hanno potuto attuare perchè fermati ed arrestati in tempo dalla polizia, prevedeva di svolgervi il sacrificio dell’agnello pasquale. L’iniziativa era stata lanciata alla vigilia di Pesach sui social dal gruppo Chozrim LaHar (Ritorno al Tempio del Monte), che nel promuovere l’evento si era fatto carico di eventuali spese giudiziarie per i partecipanti, un risarcimento aggiuntivo in caso di arresto nel tentativo di introdurre l’animale sacrificale e un bonus di tremila dollari se si fosse riusciti a completare il rito. Il rabbino Shmuel Rabinovitch ha ammonito contro un tale gesto, ribadendo il divieto di compiere sacrifici sul Monte del Tempio, in quanto contrario ai dettami del Gran Rabbinato di Israele ed irrispettoso della giurisdizione della Waqf. Appello che altre volte è andato inascoltato. Soprattutto da parte degli aderenti al Chozrim LaHar, che regolarmente organizza incursioni nella Spianata. Dove per non sollevare sospetti entrano travestiti da musulmani osservanti e sfidano le regole recitando i salmi. Bravate molto pericolose, con un alto grado di infiammabilità. Come lo dimostrano gli scontri divampati tra polizia israeliana e giovani palestinesi nella mattina di Venerdì. La notizia della possibile presenza di “indesiderati” nella Spianata aveva portato migliaia di ragazzi palestinesi a trascorrervi la notte, per “proteggerne l’inviolabilità”. Con il sorgere del sole alla stanchezza ha prevalso la brutalità. E il cielo si è riempito di sassi, petardi e lacrimogeni. Battaglia andata avanti per 6 lunghissime ore, lasciando evidenti segni di devastazione. Immagini già viste. Una storia che si ripete ciclicamente. Al costo di centinaia di feriti ed arresti. Dopo che da giorni il clima in Israele è nuovamente piombato nella spirale del terrore. Paura e sangue nel tormentato Medioriente, durante quelli che teoricamente dovrebbero essere giorni di festa per le tre religioni monoteistiche, dovute alla coincidenza “astrale” di Ramadan-Pesach-Pasqua.

L’episodio, come era da aspettarsi, ha innescato il valzer della politica. Sul fronte palestinese Hamas e Jihad gettano benzina sul fuoco, incitando alla rivolta. Condanna per l’ingresso dei militari nel sito è stata espressa anche dal presidente Abu Mazen. A cui si sono aggiunte quelle dei partiti arabi israeliani. Il leader Mansour Abbas, che appoggia esternamente il primo esecutivo della storia recente senza Netanyahu, ha avvisato di possibili ripercussioni sugli assetti della coalizione, minaccia non velata ad una imminente crisi. Mentre, il governo Bennett perde pezzi e naviga instabile.

LA PACE SECONDO BENNETT

Il viaggio a Mosca del premier israeliano Naftali Bennett per incontrare Vladimir Putin rappresenta il primo vero tentativo internazionale di una mediazione terza nel conflitto ucraino, dopo i tentativi di Londra, Berlino e Parigi. Che peccavano agli occhi di Mosca di sfacciata partigianeria pro Kiev. Bennett è un politico di destra, e non è certo una colomba. 
Cresciuto alla corte di Netanyahu e poi suo successore al vertice di un governo di larghe intese, ha come obiettivo interno quello di chiudere per sempre l’epoca del signore del Likud. Ufficiale dell’esercito e giovane rampante businessman. Ebreo osservante che per una volta, preso atto della gravità mondiale delle crisi, ha rinunciato a rispettare la regola di non lavorare durante lo Shabbat, ed è volato in Russia con un messaggio di pace. Investito di quel ruolo di capo negoziatore che sino ad oggi, fatta eccezione per Macron, nessuno ha provato realmente ad intestarsi.
Israele è, per certi versi, in una posizione ottimale per garantire credibilità alla trattativa tra lo zar russo e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. E non solo. Può considerarsi tra i pochi paesi ad aver mantenuto canali di comunicazione aperti sia con Mosca che con Kiev. Ma è anche casa di un milione di ebrei di origine russofona. Ampia e diversificata comunità (moldavi, bulgari, ucraini e russi) che esprime un partito nazionalista presente nella Knesset ed ago della bilancia dell’esecutivo di Bennet. Il quale ha tutto l’interesse a mantenere buoni rapporti sia con la Russia, per la presenza nel vicino suolo siriano dei suoi soldati, che con Washington, con cui stringe un patto indissolubile. 
La pseudo “neutralità” di Bennett ha comunque prestato il fianco a critiche interne, tacciato di essere troppo prudente. Posizione, tuttavia, risultata determinante nel sottile spiraglio del dialogo. “Un obbligo morale”, dove a vario titolo entrano le problematiche di sicurezza degli ebrei ucraini e russi. I primi sotto le bombe e i secondi stretti in un regime totalitario.
Merita attenzione, per capire la strategia diplomatica messa in campo da Bennett, la composizione della delegazione presentatasi al cospetto dello zar. Il premier ha scelto di farsi accompagnare da Zeev Elkin a cui spettava il ruolo di traduttore “ufficiale”, ma l’attuale ministro dell’Edilizia a ben vedere era caricato di un secondo mandato, essendo nato a Kharkiv in Ucraina, dove un ramo della sua famiglia vive ancora. Mentre, Shimrit Meir consigliera politica del premier, rappresentava indirettamente le “istanze” della Casa Bianca. Infine, Eyal Hulata, l’ex agente del Mossad e consulente alla sicurezza nazionale. Scelto ovviamente per valutare con fredda lucidità gli effetti negativi della guerra su Israele e capire le reali intenzioni di Putin. La tattica dell’erede di Netanyahu è molto rischiosa, la possibilità di inimicarsi entrambe le parti è altamente probabile. I vantaggi di un suo successo però sarebbero altrettanto straordinari, sia in patria che fuori.

CAOS LIBIA, UN POZZO SENZA FINE

Dietro alla battaglia che si sta scatenando nelle strade di Tripoli c’è una questione tutta interna alle lotte di potere dei signori della guerra di Misurata. Nel paese africano, dalle forti turbolenze politiche e militari, è diventato impossibile trovare una via pacifica di conciliazione tra le fazioni, impensabile, al momento, tentare l’unificazione di uno stato frantumato dal tribalismo e dai giochi della geopolitica internazionale.
A scatenare il recente corto circuito, che bolliva in pentola da mesi, è stata la nomina del parlamento di Tobruk di Fathi Bashagha a primo ministro. Messaggio chiaro per l’attuale premier Abdul Hamid Dbeibah (foto), che si è rifiutato di farsi da parte, non riconoscendo la decisione e affermando che non è disposto a cedere il posto fino alle elezioni. Dopo che quelle previste per lo scorso 24 Dicembre dal piano di pace delle Nazioni Unite sono state sospese per motivi di sicurezza. Rimandate alla prossima estate, molto più probabilmente al 2023 o a data da destinarsi.
Il termine del mandato dell’incarico a Dbeibah avrebbe dovuto concludersi proprio in concomitanza con il voto. Su di lui, personaggio discusso, ripongono, ancora, le speranze sia l’ONU che Francia ed Italia. Mentre, la fiducia di Erdogan per l’alleato potrebbe essere venuta meno. Scaricato forse per Bashagha, ex ufficiale di aviazione, che ha dimostrato di essere un camaleonte di trasformismo politico. Considerato espressione della fratellanza musulmana e quindi facente riferimento all’area d’influenza di Ankara, gode di ottime entrature a Washington e a Parigi.
Nel 2019 ha partecipato attivamente a frenare la campagna bellica del generale Haftar. Nel corso del 2021 Bashagha ha allargato la sfera diplomatica, stringendo relazioni sia con l’Egitto, che la Russia e gli Emirati Arabi. Arrivando a costruire un patto di ferro con lo stesso nemico Haftar, il quale ha sostenuto la sua elezione a capo del governo. E sembrerebbe, almeno per ora, puntare su Bashagha come candidato alle future presidenziali.
La partita dell’ex ministro degli interni ha dei buchi neri e presenta rischi oggettivi. Il primo è che l’appoggio di Erdogan non è così scontato, dipende ovviamente da come l’uomo di Misurata si saprà muovere in un così intrigato scacchiere. Allo stesso tempo, il sultano non può permettersi che il suo protetto diventi troppo sensibile alle richieste del Cairo. Nel momento in cui la Turchia appare intenzionata ad un’apertura verso gli sceicchi del Golfo, ad oggi apertamente ostili al neo imperialismo bizantino.
Per una trattativa dove la Libia diventa oggetto di scambio. Se al momento l’abilità di Bashagha nel tenere il piede in due staffe può risultare quindi determinante per essere accreditato, non è detto che l’equilibrismo politico non diventi a sua volta fonte di problemi, e un’arma a doppio taglio. L’ascesa di Bashagha, comunque, complica non poco i disegni di Roma nel Sahel. In un tavolo dove il mazziere prende le carte da Erdogan e Putin.

LA DIPLOMAZIA E LA LEGGE DEL SULTANO

In Turchia nel 2023 si svolgeranno le elezioni generali. Il grande banco di prova di Recep Tayyip Erdoğan. Nel Bosforo rispetto alle passate elezioni il clima politico che aleggia è decisamente cambiato. 
Il referendum del 2017 e la vittoria nelle urne l’anno seguente sono oramai solo lontani ricordi dei successi incamerati da Erdoğan, in una lunga carriera politica. Il rischio che venga sconfitto nel voto è una eventualità che prende campo, tanto da convincere lo stesso premier turco ad esortare con toni allarmistici i membri del suo partito Giustizia e Sviluppo (AKP), invitati recentemente a: “lavorare duramente per essere rieletti”. 
Il ticket con gli alleati di governo del Partito del Movimento Nazionalista (MHP) è, al momento, l’unica certezza. Negli ultimi anni la trasformazione della Turchia è andata avanti imboccando una deriva autocratica ma non riscuotendo un ritorno in termine di consensi. Da un lato Erdoğan ha forzato la mano attraverso il cambio di sistema della repubblica, da parlamentare a presidenziale, e dall’altro ha introdotto politiche di riduzione dei diritti. In un contesto dove la pandemia ha solo accentuato le crepe di un modello economico sotto evidente stress. 
Ankara, oggi, affronta la peggiore crisi economica dal 2002. L’inflazione è balzata al 36,1%. La lira turca si è deprezzata. Il presidente islamista resta inamovibile nel voler tagliare i tassi d’interesse, per abbassare i prezzi di consumo, che invece salgono. Scelta economica decisamente azzardata in un quadro internazionale come quello attuale. Rimane innegabile che l’ex sindaco di Istanbul ha un problema di fondo sia con i curdi che con la libertà di stampa. 
Nel tentativo di silenziare l’opposizione non risparmia nessuna voce. Arrivando persino a situazioni che scadono nel tragicomico, come l’arresto della giornalista Sedef Kabaş. Colpevole di aver twittato ai numerosi follower il seguente proverbio: “Quando il bue giunge a palazzo, non diventa un re. Ma il palazzo un fienile”. Frase che Erdoğan ha ritenuto talmente lesiva da non poter rimanere “impunita”. Per la Kabaş, già in passato incriminata per aver espresso dissenso e critica, potrebbe presto arrivare una condanna.
L’offensiva lanciata da Erdoğan per imbavagliare l’informazione è identica a quella messa in atto sistematicamente da Putin, due leader che nel loro cammino hanno scoperto di avere molti interessi in comune. Lo storico riavvicinamento tra Mosca e Ankara, che pone tuttavia un problema oggettivo alla NATO, è allo stesso modo fragile. Il sodalizio ha retto su scenari internazionali come la Siria e la Libia, dove sono schierati su fronti opposti. I rapporti tuttavia si potrebbero complicare a causa della crisi tra Russia ed Ucraina nel Donbass. Nel caso il conflitto dovesse acutizzarsi il presidente turco sarebbe costretto a prendere la decisione su quale carro stare: quello di Mosca o quello Kiev. Nel mezzo questa volta difficilmente c’è spazio per barcamenarsi. Erdoğan ci proverà con la mediazione diplomatica, ma non è detto che funzioni.

DALLA BATTAGLIA DI CAPITOL HILL ALLA CAMPAGNA ANTI-TRUMP

“Prego che non avremo mai più una giornata come quella di un anno fa”, ha detto il presidente Biden ricordando il violento assalto dei sostenitori di Trump al Campidoglio, il 6 Gennaio 2021. Le immagini di Washington vandalizzata nel cuore delle istituzioni democratiche sconvolse il mondo. Un attentato premeditato per impedire di certificare la sconfitta elettorale di Trump. A cui Biden, per la prima volta, ha riversato una serie di pesanti critiche: “Questa non è una terra di re, dittatori o autocrati”. Incolpando senza mezzi termini l’ex presidente di propagandare falsità, di aver insultato la Costituzione e aver “messo i propri interessi sopra quelli del paese”.
Trump è stato il primo presidente americano ad aver ricevuto due impeachment, ma nessuna condanna. Quando, qualche settimana dopo i tristi avvenimenti, il tycoon scelse l’esilio dorato nella residenza di Mar-a-Lago l’attenzione pubblica e mediatica si abbassarono notevolmente. Da allora, passato lo shock iniziale e l’ampia condanna morale, tra le fila dei repubblicani è andato diffondendosi un atteggiamento di tiepida responsabilità del loro leader nell’aizzare la rivolta. Con il passare dei mesi, e parallelamente al declino nei consensi dell’attuale amministrazione, tale messaggio ha cominciato a prendere consistenza. Almeno stando ad un recente sondaggio pubblicato dal giornale britannico the Guardian. Che dimostra come nell’elettorato di destra sia diffuso considerare il drammatico evento di Capitol Hill al pari di una “protesta” (80%) e ritenere coloro che furono di fatto dei golpisti come semplici “manifestanti” (62%). Una parte degli intervistati, stravolgendo completamente la realtà, incolpa apertamente il partito democratico (30%) e la polizia (23%). Mentre, un 20% ritiene responsabili i movimenti di sinistra, del tutto estranei ai fatti. Inoltre, lascia attoniti che il 71% dei repubblicani presi a campione continui a considerare del tutto illegittima la vittoria di Joe Biden. Non sorprende quindi che la stragrande maggioranza dei conservatori (75%) ritenga che non ci sia nulla da “imparare” e che gli Stati Uniti dovrebbero mettere una pietra sopra a questa storia. Approccio che viene riversato anche sull’intenzione di voto. Un terzo dei repubblicani che ha partecipato ai sondaggi afferma di essere propenso a votare per un candidato che si rifiuta di denunciare l’insurrezione. Che, ricordiamolo, ha portato all’arresto di oltre 700 sospettati, 50 dei quali già giudicati colpevoli con pene minime. Nella maggior parte dei casi si tratta di persone affiliate a gruppi di estrema destra, una potenziale minaccia interna da non sottovalutare. Ad essere politicamente destabilizzante, tuttavia, è anche la crescente deriva antidemocratica del partito di Abraham Lincoln, l’ondata di restrizioni elettorali proposte e approvate nel 2021 in 19 stati è il chiaro segnale di una democrazia in sofferenza. In una nazione, come ha detto Biden, “che è nel mezzo di una battaglia per salvare la propria anima e decidere cosa essere domani”.

LA SCOMMESSA DEL VOTO LIBICO

In Libia c’è attesa per il 24 Dicembre 2021, quando dovrebbe tenersi il primo turno delle elezioni presidenziali, il condizionale è d’obbligo. Nel paese attraversato da una guerra civile decennale le incognite sono tante, e lo svolgimento è ritenuto da gran parte degli analisti ancora a serio rischio. Anche se sulla carta tutti si sono detti favorevoli, almeno è quanto emerso alla recente conferenza di Parigi dove è stato trovato un accordo di massima tra le diverse fazioni in lotta. Resta alta, tuttavia, la possibilità che il tavolo salti in ogni momento. Il limite alla presentazione delle candidature è fissato al prossimo 22 Novembre. Intanto, sono ufficiali i nomi di Saif al Islam al Gheddafi, secondogenito dell’ex dittatore, e Khalifa Haftar, il potente generale e signore della Cirenaica. Personaggi scomodi, e molto ingombranti. Il primo considerato il naturale successore ed erede del padre, su di lui però pende un doppio mandato di cattura per crimini contro l’umanità, quello della Corte penale internazionale e quello della Procura militare libica. Divisiva è anche la candidatura di Haftar, spalleggiato dai vicini egiziani, e inadatto a garantire la riconciliazione nazionale. Haftar e Gheddafi in comune, oltre alle pendenze giuridiche, hanno ottime entrature a Mosca. Nella mischia per la poltrona da rais è sceso anche Fathi Bashagha, ministro dell’Interno e uomo di Misurata. Il cui vero avversario pare essere il premier Mohammed Dbeibeh, che gode della popolarità delle politiche di sostegno alle famiglie attuate in questi mesi, e dato per favorito nella corsa presidenziale. Sia Dbeibeh che Bashagha sono sponsorizzati da Ankara. In Libia, Putin ed Erdogan, giocano ciascuno una propria partita anche nelle urne, in campi contrapposti, in difesa dei propri alleati e, ovviamente, interessi. Lo zar e il sultano si sono tenuti lontani dal summit dell’ONU ospitato da Macron. Assenze giustificate tanto dalla necessità di delegittimare l’imposizione dall’alto di un piano Parigi-Roma-Berlino – e benedetto da Washington, che al vertice in rappresentanza di Biden ha fatto presenziare la vicepresidente Kamala Harris -, quanto di trovarsi obbligati, difronte alla Comunità internazionale, a prendere un impegno sul ritiro di mercenari, combattenti e forze straniere dal territorio libico. Opzione che al momento entrambi non hanno nessuna intenzione di avallare. Con Putin che nega, spudoratamente, di avere suoi soldati dislocati nel Sahel al fianco dell’esercito di Haftar, e con Erdogan che ribadisce di essere intervenuto su preciso invito del precedente governo di Tripoli. Altra cosa è Mario Draghi. Il cui disegno per la futura stabilità del paese è funzionale alla questione dei diritti umani. La ricetta italiana per riaggregare uno stato frantumato prevede: ripresa economica, distribuzione delle ricchezze, legalità e porre fine all’insostenibile condizione dei migranti. Geometrie geopolitiche alla prova del voto, della sete di potere e delle rivalità tribali, che difficilmente si placheranno con lo spoglio delle schede.

IL SULTANO VIZIATO

Il presidente turco Erdogan con il suo atteggiamento di sfida perenne all’Occidente continua a suscitare apprensione. Ha problemi relazionali e storici con curdi e armeni. Vede congiure e sabotatori ad ogni angolo.
Punisce il dissenso, in particolare non gradisce essere criticato dai giornalisti. Finanzia le associazioni islamiche nel cuore dell’Europa; protegge Hamas e la Fratellanza musulmana; aiuta militarmente Libia, Azerbaigian, Qatar. Si scontra veementemente con Macron e si prende del dittatore da Draghi.
Siede con i grandi del G20 e ammicca allo snob Putin, che ha svicolato il vertice di Roma. Putin & Erdogan leader dinamici ed ambiziosi che restano avversari nei teatri internazionali: nel Caucaso e nell’Asia centrale divisi dalla calda questione del conflitto tra Baku ed Erevan. In Siria dove Mosca appoggia il nemico e dittatore Assad. E nel Sahel africano dove il sultano è al fianco del governo di Tripoli e lo zar del generale Haftar.
Differenze che alla lunga potrebbero esplodere, infrangendo il momento di idillio tra i due. Oggi, ad essere in bilico però sono i rapporti con Bruxelles e Washington. I tempi in cui il sultano si è fatto gioco sbeffeggiando gli alleati della NATO stanno finendo. Per anni Erdogan ha sapientemente sfruttato la debolezza della politica occidentale per incunearsi da una posizione di forza. Un giorno minaccia di riempire l’Europa di profughi e un’altro di espellere i diplomatici accreditati che hanno firmato la petizione per la liberazione del filantropo Osman Kavala, detenuto illegalmente, secondo la Corte europea dei diritti dell’uomo. Caso che a breve dovrebbe tramutarsi in sanzioni nei confronti di Ankara.
Come già avvenuto nel 2018 quando Trump punì Erdogan per essersi rifiutato di rilasciare il sacerdote americano Andrew Brunson, imponendo dazi del 50% sull’acciaio turco, punizione che causò il crollo delle vendite d’esportazione. Nel lungo dossier nero della Turchia c’è anche l’accusa di riciclaggio e finanziamento al terrorismo, affari sporchi gestiti da banche statali di Istanbul, diventate da tempo sorvegliate speciali. Mentre, Erdogan, per invertire il trend di una recessione senza precedenti che attraversa il Bosforo, non può fare a meno degli investimenti esteri. Il tentativo di proiettare la Turchia al centro del Medioriente ha prodotto un significativo aumento del commercio con i vicini. Ma ciononostante non si è dimostrata la soluzione alla crisi economica e finanziaria che incombe sul Paese.
L’Europa è fermamente il primo partner, impensabile tagliare i ponti. Nemmeno l’ottomana mania di grandezza del “Sultano” può arrivare a tanto. L’interesse primario di Erdogan è imprimere una nuova identità allo stato e alla società turca, per farlo si avvale del diritto d’ingerenza negli ex territori dell’impero della Sublime Porta, dal Kosovo sino al Maghreb. Propaganda sensibile per l’elettorato conservatore, affascinato dall’antica gloria di potenza mondiale di una nazione che invece ha imboccato la via dell’emarginazione.