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TRUMPISMI ANTI IRAN

La visione globale di Trump prende forma. I nemici, uno ad uno, vengono bersagliati dalla propaganda dell’inquilino della Casa Bianca a partire dalla Corea del Nord e dal suo dittatore. Sfortuna vuole che il tycoon si sia scaraventato con veemenza anche contro i trattati di Parigi sul clima e l’agenzia dell’Unesco, minacciando di ritirarsi da entrambi. Poche ore prima che Audrey Azoulay ex ministro della Cultura francese venisse nominata a capo dell’organizzazione dell’ONU per la tutela del patrimonio ambientale e culturale, sparigliando le carte del candidato qatariota, non gradito da Israele. La svolta di Azoulay è una vittoria non solo francese ma di una parte del mondo arabo che guarda con timore all’espandersi dell’egemonia iraniana in Medioriente. Dal canto suo Trump quotidianamente e con metodicità sfida le politiche del suo predecessore, scavando un solco profondo con la geopolitica di Obama. Il neo presidente a stelle e strisce sposa le tesi dell’amico e alleato Netanyahu, alzando il livello di tensione con il “diavolo” iraniano. Non certifica l’intesa sul nucleare e rimanda al Congresso la decisione su nuove sanzioni. Indica a grandi linee, senza entrare troppo nei dettagli, gli obiettivi: isolare Teheran. All’orizzonte si delineano quattro possibili scenari: l’introduzione su larga scala di nuove sanzioni. La guerra. Il rovesciamento del regime degli Ayatollah. La definizione di un nuovo programma distensivo.
Forse la vera intenzione trumpiana è trasformare gli stati sunniti limitrofi in un muro di contenimento, in grado di sopportare, anche autonomamente, un conflitto bellico con il mondo sciita. Per rendere concreto l’isolamento dell’antica Persia è indispensabile il totale appoggio dei Paesi del Golfo. Purtroppo per Trump qualche scricchiolio si è fatto sentire nelle relazioni tra Qatar ed Arabia Saudita, con una crisi diplomatica che stenta a trovare una soluzione. E con Doha che guarda con sempre maggiore attenzione alle lusinghe turche e iraniane. La cooperazione e la solidarietà tra stati arabi non sono un modello di affidabilità, bensì un limite. Un elemento di frizione nella regione è anche la questione curda, dove aleggia l’incognita e la paura. Erdogan non accetterà l’indipendenza del Kurdistan e nemmeno l’Iran è disposto a lasciare spazio vitale al nazionalismo curdo. Turchia e Iran hanno sviluppato un’interazione simbiotica, i secondi forniscono gas e petrolio, il primo è la porta d’accesso all’Europa, interrompere questi canali di scambio è al momento impraticabile. Inoltre, i sauditi, recentemente armati di tutto punto da Trump, sono impantanati in una guerra in Yemen che non riescono a risolvere, dimostrando che le loro forze armate non sono assolutamente preparate ad interventi militari esteri. La difesa è una cosa, l’invasione un’altra.
L’attuale guida iraniana Hassan Rouhani è considerata da gran parte della Comunità internazionale riformista e moderato, rispetto ovviamente all’indirizzo dell’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad: l’uomo che voleva possedere la bomba. Rouhani è stato accolto e riverito durante i suoi viaggi d’affari nel Vecchio Continente. Un muro contro muro tra il leader iraniano e Trump (coadiuvato da Netanyahu) non è ben visto dall’Europa. Non è un caso che l’Alto Rappresentante per la politica estera dell’Unione Federica Mogherini ha immediatamente preso le distanze dall’amministrazione statunitense, rimarcando centralità e necessità dell’accordo sul nucleare con l’Iran. I dissapori tra USA e Iran hanno una lunga storia, e qualche pagina nera di troppo. Questo non vuole dire che sono due realtà inconciliabili, Obama e Kerry infatti dettero prova del contrario. È vero tuttavia che il monolitico controllo, politico e religioso, esercitato dal supremo leader l’Ayatollah Ali Khamenei avvicina il paese ad una dittatura e non certo ad una democrazia. Troppo spesso chierici e militari iraniani hanno fatto uso della retorica bellicosa accostandola all’antisionismo. Ideologie e approcci sbagliati per un Medioriente in pieno caos.

Nel Golfo è guerra tra tv

Il Golfo è in una spirale senza precedenti. La rottura delle relazioni tra gli Stati, che si è aggrovigliata su se stessa, non permette, almeno per il momento, che qualcuno faccia il fatidico passo indietro. L’ultimatum “inviato” al Qatar dal blocco composto da Arabia Saudita, Emirati Arabi, Bahrein ed Egitto, non è negoziabile. Questa è la linea che gli ambasciatori sauditi hanno espresso alle cancellerie di mezzo mondo, allarmando ulteriormente la Comunità Internazionale. La conditio sine qua non per “raffreddare” l’escalation e ristabilire la situazione delle relazioni preesistenti è scritta in calce nelle 13 richieste che Doha deve soddisfare, tra le quali: la chiusura dell’emittente televisivo Al-Jazerra e l’espulsione di personaggi “scomodi”, la riduzione dei rapporti con l’Iran e la “scomunica” dei Fratelli Musulmani. Il limite di tempo imposto per provvedere all’ingiunzione è stretto. Allo scadere il piccolo Stato del Golfo dovrà aspettarsi altre rappresaglie a catena, a partire dalla probabile espulsione del Qatar dal Consiglio di cooperazione del Golfo (CCG), opzione sollevata da Riyad. Ovviamente da parte qatariota le richieste dei vicini sono ritenute inaccettabili: “un atto illegale finalizzato a limitare la sovranità, nazionale ed estera, del Qatar”. 

La disputa del Golfo non è solo “una questione familiare” come qualcuno a Washington vuole far credere. In gioco c’è: la supremazia culturale e politica sul mondo arabo, il controllo del Medioriente negli anni a venire. Un conflitto, in tutto e per tutto, che lascerà sul campo di battaglia un vincente e un perdente. Vuoi che sia il blocco composto dai sauditi, Emirati Arabi, Bahrein ed Egitto o vuoi quello ancora in fase embrionale, almeno sulla carta, che ipoteticamente potrebbe coagulare Qatar, Turchia e Iran. L’ipotesi di uno scontro tra sunniti e sciiti, maggioranza e minoranza dell’islam, passa quindi ad un livello più allargato e trasversale, globale. Una situazione dove, ancora una volta nella storia sfortunata del Medioriente, è la gente a rischiare di pagare le dirette conseguenze. La mossa di isolare commercialmente il Qatar non ha avuto l’effetto sperato e dopo lo shock iniziale, con l’assalto ai supermercati per accaparrarsi generi alimentari di prima necessità, nella piccola penisola araba è tornata una parvenza di tranquillità. E sugli scaffali sono comparsi tonnellate di prodotti turchi e iraniani. 

Mentre il caso Al Jezeera montava diventando un fragoroso classico esempio di casus belli. La “BBC di Doha” era da tempo nel mirino di molti Stati arabi che ne vietano la trasmissione. Accusandola di essere il megafono del moderno jihadismo, fiancheggiatori del terrorismo, quinta colonna dell’Is. La notizia che nella lista nera del CCG ci fosse Al Jazeera e che si imponesse la sua immediata chiusura ha fatto insorgere le associazioni per i diritti alla libertà di stampa: “una pretesa mostruosa”. Silenziare, censurare e sopprimere un organo di stampa è un grave atto ai diritti dell’uomo, anche in una regione dove la parola diritto non ha radici. Al Jazeera ha da poco festeggiato i vent’anni di attività con qualche problema, oltre alle “serrande” srotolate in alcuni Paesi con giornalisti incarcerati o espulsi, il colosso ha anche registrato un notevole calo negli ascolti. Al Jazeera trasmette nel globo in inglese e in arabo. Nella versione araba, con un taglio editoriale molto diverso da quello in onda sul canale in lingua inglese, trovano spazio protagonisti alquanto discutibili. Predicatori di scuola e appartenenza fondamentalista. Figure che non hanno mancato di strumentalizzare le apparizioni in video, criticando l’Occidente ed esaltando il martirio jihadista. 

La libertà, compresa quella della stampa, non è gratis. Nella guerra degli ascolti dietro ad Al Jazeera ci sono le più influenti famiglie qatariote e gli avversari di Al Arabiya sono sovvenzionati dai ricchi sauditi. Spegnere una televisione, comunque voce plurale, non è combattere il terrorismo. In democrazia basterebbe cambiare canale.

 

 

#freeGabriele

Aderiamo e promuoviamo l’appello lanciato questa mattina da il Tirreno: GABRIELE LIBERO!

Perché come scrive il direttore Luigi Vicinanza nel corsivo della prima pagina: noi stiamo con il giornalista e documentarista toscano Gabriele Del Grande rinchiuso in un carcere turco da giorni, senza un fondato motivo. Trattenuto in un limbo dalle autorità di polizia dal 9 aprile. Nell’ultima telefonata ha dichiarato di non aver subito nessuna violenza ma che il suo materiale di studio è stato requisito. Il caso diplomatico di Gabriele ha mobilitato la stampa italiana per chiedere la liberazione immediata di un cittadino europeo. Il Bosforo scivola giorno dopo giorno verso un regime autocratico. In risposta all’illegalità della sua detenzione Gabriele ha annunciato di essere entrato in sciopero della fame. Nella Turchia di Erdogan circa 200 giornalisti sono stati arrestati in questi mesi con l’accusa di terrorismo o di divulgare segreti di stato. Possedere una tastiera e una videocamera è l’anticamera di un tribunale infernale. La macchina governativa di Ankara ha giornalmente e puntigliosamente colpito la libertà di stampa. In Turchia la strada della democrazia è stata smarrita e il caso di Gabriele è l’ultimo episodio eclatante del disastro di Istanbul. Ad una tale ferocia repressiva non c’è che riaffermare il diritto di Gabriele a tornare a casa. Subito.

Russia e Siria nella spirale del terrore

Russia e Siria ancora nella spirale del terrore. Tritolo nella stazione della metropolitana di San Pietroburgo e bombe chimiche sulla cittadina di Idlib. A mietere civili inermi nell’estremità orientale dell’Europa è stato un kamikaze di origine kirghisa mentre, nel Medioriente sono gli aerei di Damasco a disseminare morte. Il denominatore in comune ai due eventi è il presidente siriano Assad e la sua alleanza con Mosca: Putin è al fianco del dittatore nella guerra civile con armi e soldati. Il terrorista che ha colpito la città natale dello zar Putin tuttavia non è nato e cresciuto in Siria, non proviene nemmeno dalla Cecenia ma da una sperduta ex provincia dell’Unione Sovietica. Dunque l’indottrinamento dell’attentatore andrebbe imputato, con molta probabilità, alla radicalizzazione dei giovani in quella remota regione. L’ondata di terrore che ha colpito la Russia a partire dagli anni ’90 è, in particolar modo, legata alle richieste indipendentiste cecene. Negli ultimi anni altri gruppi di ispirazione jihadista hanno aderito al terrorismo nel nome di un emirato Caucaso conforme al Califfato dell’Isis. Tra le file dei foreign fighters che combattono in Siria o in Iraq per l’Isis c’è una presenza cospicua di miliziani reclutati nelle ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale. Brigate di assassini senza pietà, persone di estrazione povera, cresciuti in regimi autocratici, con trascorsi in prigionia tra torture e indottrinamento fondamentalista. Figli di un malessere generalizzato, vittime di società oppresse sia economicamente che culturalmente, giovani che sognano in qualche modo una rivincita con l’uso della forza e della bestialità. L’attentato di San Pietroburgo, gli attacchi in Turchia ed in Europa, come del resto tutti quelli di questi ultimi anni a partire dal 11 settembre 2001 pongono sistematicamente la questione di come confrontarci con l’Islam fondamentalista: la condanna è unanime mentre le soluzioni proposte sono varie e spesso contrastanti, a seconda della visione sociopolitica dei vari interlocutori e soprattutto (e questo è un guaio) degli interessi confessabili ed inconfessabili. Militarmente siamo sufficientemente “agguerriti” per far fronte e sconfiggere, sul campo, manipoli di combattenti fanatici che hanno come vero autentico culto solo la morte, lo dimostrano le varie campagne lanciate in questi mesi contro il Califfato dall’Iraq alla Libia, oppure gli esiti del conflitto ceceno e di molte altre guerre poco conosciute. Due distinti fattori, geografico e geopolitico, alimentano il persistere di questo dilemma del nostro secolo. Il teatro principale del conflitto è una striscia di terra che include Mediterraneo, Medioriente, ex repubbliche sovietiche asiatiche e nord Africa. Tutti paesi a maggioranza mussulmana privi di democrazia reale. Dove però i giochi, il controllo, l’influenza sono sostanzialmente riconducibili al blocco occidentale, alla sfera di Mosca e all’espansione turca. Nella crisi siriana questi elementi sono venuti alla luce con effetti deleteri e ripetuti. In Siria assistiamo ad un massacro giornaliero, le scuole e gli ospedali bombardati dall’aviazione siriano-russa, le violenze dei ribelli al regime di Assad, i rastrellamenti, le torture nelle carceri. Lo scontro frontale al fondamentalismo ha finito per alimentarlo e dittature destinate a crollare resistono solo grazie ad aiuti internazionali. Spesso la soluzione è più semplice di quanto si possa pensare, ma fare la cosa giusta non è così facile: esportare la democrazia ha un prezzo, invadere un altro. Il secondo assicura un serbatoio enorme di miliziani per lo Stato Islamico e per tutte le sigle jihadiste.

 

10 ANNI

In Turchia vige la legge marziale. Lo “sguaiato” golpe militare è finito e la punizione dei cospiratori assume la forma, o il pretesto, della feroce umiliante rivincita. È una vera e propria epurazione, una caccia alle streghe in ogni angolo del paese, trasversalmente nel mirino finiscono: soldati, impiegati statali, sindacalisti, docenti e giudici. Erdogan, che era sul punto di essere deposto, ha perso il senso della realtà, della giustizia e del perdono. Mentre sulle rive del Bosforo si assiste con clamore all’eclisse totale della democrazia anche il destino di milioni di profughi che si sono riversati nel paese dalla vicina Siria, nel corso degli ultimi cinque anni, è un limbo oscuro. La Turchia ospita 2,7 milioni di rifugiati, la maggior parte dei quali vivono in campi sovraffollati. Molti hanno cercato di lasciare le coste dell’Anatolia per l’Europa, in troppi hanno perso la vita. La tecnoburocrazia di Bruxelles come risposta alla crisi produsse un impegno formale con la Turchia. A Marzo dopo mesi, in cui il presidente Erdogan e il suo governo hanno ricattato le capitali europee con la scusante del caos dei rifugiati, arrivò il vertice fatidico. Al tavolo delle lunghe e spinose trattative, condizionato dalle “pressioni” filo turche di Berlino, abbiamo perso la dignità, arrivando persino a monetizzare la vita dei profughi. Stipulando un discutibile accordo “commerciale” sulla gestione dei migranti, salendo su un treno che non avremmo mai dovuto prendere. Un’intesa politica che lasciò l’amaro in bocca: “Viola il diritto internazionale e quello dell’Unione europea”. Ammoniva Elisa Bacciotti direttrice delle campagne di Oxfam Italia. “Dopo il blocco della rotta balcanica, l’accordo è un ulteriore passo verso l’abisso della disumanità, peraltro mascherato, con raggelante ipocrisia, da strumento per smantellare il business dei trafficanti. Il costo del controllo dei confini europei non può essere pagato con vite umane”. Quattro mesi dopo, fallito un golpe e lanciata una campagna inquisitoria che non si arresta, quel “trattato” non è ancora carta straccia ma non è più un arma carica puntata all’Europa: la fantomatica invasione dei profughi non esiste. La menzogna giocata da Erdogan, ma non solo, è finalmente stata svelata. Come rivela il rapporto divulgato in queste ore proprio da Oxfam: i dati reali dell’accoglienza nei sei paesi più ricchi del mondo – Stati Uniti, Cina, Giappone, Germania, Francia e Regno Unito – sono un numero “misero” ad una sola cifra, 9%. Mentre circa 12 milioni, pari al 50% del totale dei richiedenti asilo di tutto il mondo, hanno “invaso” stati che nel loro insieme non rappresentano nemmeno il 2% dell’economia globale: Giordania, Turchia, Libano, Sud Africa, Pakistan e Territori Palestinesi. La maggior parte di questi paesi, pur assumendosi gravi responsabilità, sono carenti nel difendere i diritti degli ospiti e persino dei propri cittadini. Per quanto riguarda l’Italia, pur impegnata in prima linea con 134mila persone ospitate (0.6%), è lontanissima dalla Germania che ne ha accolto 736mila, aumentando il proprio numero di rifugiati. È evidente che i paesi ricchi, numeri alla mano, non fanno abbastanza. La sfida è complessa e richiede una risposta coordinata, scevra da egoismi e che abiuri la prassi dell’esternalizzazione, come nel caso turco, del controllo delle frontiere ad altri. Il prossimo vertice di New York del 19 e 20 settembre sarà determinate per una netta inversione di tendenza e per dare una risposta che sia all’altezza. Le organizzazioni non governative propongono soluzioni efficaci: corridoi sicuri per i migranti, rispetto delle quote d’accoglienza, favorire i ricongiungimenti familiari, concedere visti umanitari e promuovere il reinsediamento dei più vulnerabili in un paese terzo. Alla vigilia del colpo di stato Erdogan aveva annunciato una proposta “audace” e “controversa”, offrire la cittadinanza ai rifugiati siriani. Un segno tangibile di solidarietà o un recondito disegno del Sultano di Istanbul?

MANDELA DUE ANNI DALLA MORTE

Era il 5 dicembre 2013. Sono passati due anni dalla morte di Nelson Mandela che nell’ultimo periodo aveva abbandonato ogni carica politica, ritirandosi a vita privata, una scelta fatta con la naturalezza di un leader dal carattere invincibile. Non erano mancate le critiche che lui stesso ammise in parte essere fondate. È stato accusato di essere stato troppo autoritario in talune decisioni; di essere stato lento nella lotta all’HIV; di non aver saputo frenare un sistema dilagante di corruzione e di essersi fidato troppo delle persone a lui vicine. Resta innegabile che sotto la sua presidenza gli investimenti pubblici per il welfare sono aumentati esponenzialmente. Nel quinquennio di governo Mandela ha introdotto la parità nell’assegnazione di borse di studio, di invalidità e le pensioni di vecchiaia, con il suo mandato da presidente è migliorato il tasso di scolarizzazione, sono state costruite migliaia di abitazioni per i poveri. Ha voluto l’istituzione del tribunale straordinario per la riconciliazione (e la verità), presieduto dall’Arcivescovo Desmond Tutu, con il compito di raccogliere le testimonianze delle vittime dell’apartheid, dove, alla fine del procedimento, la corte sentenziò l’amnistia per oltre mille persone. L’esempio di Mandela è la lezione di un uomo che ha piegato la storia, cambiato il destino di un popolo e in parte del mondo: il simbolo della lotta alla segregazione razziale, il prigioniero politico più famoso della storia. Eppure oggi guardando il Sud Africa quel ricordo è sfumato, nuove ombre incombono sullo stato più meridionale dell’Africa, la paura, l’incertezza per il futuro si diffonde tra la gente. Il divario tra ricchi e poveri è cresciuto in modo insostenibile. Nelle colline tra Pretoria e Johannesburg sorgono splendide ville dai giardini con palme e prati all’inglese, fontane e piscine. Nei garages sono custodite auto di lusso. Le abitazioni sono protette da allarmi, il filo ad alta tensione scorre lungo le mura e le pattuglie di polizia privata perlustrano continuamente la zona. Poco lontano gli slams e le township. Strade polverose, distese di baracche di lamiera dove vivono ammassati in migliaia e lunghe file di latrine pubbliche. Acqua ed elettricità scarseggiano, gli allacci sono abusivi e temporanei. La criminalità minorile è altissima. È comune che la rabbia sociale esploda, violenza bieca, atti di razzismo contro coloro che sono giunti in Sud Africa nella speranza di un futuro migliore. L’odio del povero è rivolto al più povero e al più indifeso. Le baracche vengono incendiate, le persone linciate. È il fallimento politico dell’ANC e del suo presidente Zuma, al centro di numerosi scandali per corruzione e sperpero di denaro pubblico. Il malcontento cresce. A canalizzare la protesta è un nuovo movimento politico, l’Economic Freedom Fighters, nato da una costola del partito di Mandela e che propone espropri dei terreni e la nazionalizzazione delle miniere, secondo il modello dello Zimbabwe di Mugabe. È l’incubo dei bianchi. Intanto gli estremisti di destra tornano a rilanciare l’idea di uno stato autonomo e il ritorno al sistema di apartheid. Il Sud Africa rischia di sprofondare. E l’eredità di Mandela non può essere raccolta come ci ha detto l’attivista per i diritti umani Sipho Mthathi e direttrice di Oxfam Sud Africa in una lunga intervista: “Mandela è stato l’eroe, il simbolo della lotta al razzismo, idealizzato e mitizzato dalla nostra gente. Poi, successivamente, per “riconoscimento” di questo suo passato ruolo è stato, caricato di una responsabilità che pochi avrebbero voluto avere, investito alla guida del processo di transizione del nostro paese, una fase politica molto delicata e controversa della nostra storia. Secondo molti la mancata ridistribuzione delle risorse alla fine dell’apartheid dei bianchi resta il vero problema irrisolto da Mandela. Ventuno anni dopo la proclamazione della nuova costituzione la maggioranza della popolazione è ancora esclusa da una ridistribuzione equa delle risorse, dalla partecipazione alle ricchezze minerarie e dalla produzione dei beni. Il fatto che sia emersa in questi anni una nuova classe media “black”, di cui faccio parte, non può essere preso come un risultato, non è un indicatore di una trasformazione progressista, le disparità sussistono e si accrescono. Basta guardare il livello della disoccupazione anche tra coloro che hanno accesso all’istruzione. L’attuale classe politica è complice della formalizzazione di una struttura sociale che preserva l’accumulo di ricchezze nelle mani di una élite. Abbiamo bisogno di una classe politica in grado di guidare il paese attraverso le complessità del momento. Partendo dal presupposto che non ci sarà mai un altro Mandela, a prescindere da quello che si possa pensare di lui. Oggi spetta a noi alzarci e rivendicare i nostri diritti.” Il grido di verità risuona: “Amandla!”. E l’Africa risponde: “Awethu!”

Il viaggio in Africa di Papa Francesco

Francesco è in Africa. Ad accoglierlo a Nairobi il presidente Uhuru Kenyatta, il primo leader africano a stringere la mano del Papa in questo viaggio apostolico che parte dal Kenya per poi proseguire alla volta dell’Uganda e terminare nel paese della Repubblica Centroaficana. Tre stati africani a maggioranza cristiana, attraversati da conflitti interni, dittature, guerre civili interminabili e oggi nella morsa del terrorismo islamico. È il cuore della culla dell’umanità, dove povertà ed emergenza sanitaria hanno un radicamento endemico e mietono vittime ogni giorno. È l’Africa della miseria, dei soldati bambini, degli stupri etnici, della tragedia dell’HIV, della tubercolosi e di Ebola. I temi al centro del viaggio sono molti e delicati, per la prima volta Jorge Mario Bergoglio visita l’Africa nell’undicesimo viaggio apostolico del suo pontificato. Il Vescovo di Roma giunge in Africa in un momento di crescente instabilità politica internazionale: “Il terrorismo si alimenta con la povertà” ha commentato. Francesco porta un messaggio di tolleranza religiosa, nella ricerca dell’unità tra i cristiani, per la convivenza pacifica, in particolare tra musulmani e cristiani. Lui, che più volte ha guardato al mondo in via di sviluppo, scegliendo di mostrarsi come esempio di semplicità francescana, contro la corruzione e i signori della guerra, non mancherà di esprimere la sua visione dello stretto rapporto tra povertà e ambiente, tema a cui ha dedicato la sua ultima enciclica “Laudato si”. La seconda tappa del viaggio è l’Uganda, la perla d’Africa. Nella tormentata storia di questo paese è scolpito uno degli episodi di maggiore valore per le comunità cristiane in Africa: il martirio di Namugongo, dove furono torturati ed uccisi cattolici e anglicani che respinsero le “turpi richieste” del re animista del Buganda. Nella località del feroce massacro oggi sorge un grande santuario, inaugurato da Paolo VI, meta ogni anno di pellegrinaggi. La comunità internazionale del movimento LGBT vorrebbe che il Papa durante la sua permanenza africana fosse promotore di una maggiore tolleranza e parlasse contro la criminalizzazione dell’omosessualità in atto in molti paesi, tra cui l’Uganda. Altro tema sensibile alla chiesa, in paesi dall’alto tasso di natività come quelli africani, è la contraccezione. Molte agenzie internazionali e alcuni governi occidentali vorrebbero che la chiesa cattolica rinunciasse alla sua opposizione, soprattutto al divieto dell’uso del preservativo. Infine, al centro del viaggio apostolico anche l’apertura in anteprima della Porta Santa della Cattedrale di Bangui nella capitale Repubblica Centroafricana, che segna l’avvio dell’Anno Santo della Misericordia, questo evento costituisce più che una novità un unicum nella storia del cattolicesimo. Comunque, ci apprestiamo all’ennesimo viaggio in modalità Bergoglio: la solita borsa nera in mano, sorridente, niente giubbotto antiproiettile e nemmeno la papamobile blindata. “Attentati? Temo di più le zanzare”, nelle parole di Francesco però non c’è incosciente snobismo, e neanche la pretesa che le schiere degli Angeli lo proteggano. L’allarme tuttavia è alto. Decine di migliaia i poliziotti coinvolti sia in Kenya che in Uganda. In Repubblica Centroafricana Francesco sarà nelle mani dei caschi blu. Secondo taluni esperti di terrorismo internazionale il Pontefice è maggiormente a rischio durante la permanenza in Kenia, per la presenza nel territorio di cellule di islamisti somali. Sebbene lontano mille miglia dai proclami di forza e reazione che proprio in questi giorni caratterizzano il mondo occidentale, lo stesso che per secoli ha sfruttato questi popoli e le loro risorse nella folle corsa al colonialismo e che con il postcolonialismo spesso contribuisce a mantenere al potere élite corrotte e oppressive, il Papa “rivoluzionario” lascerà il segno nella storia di questo continente.

COSA SAREBBE SUCCESSO SE RABIN NON FOSSE STATO ASSASSINATO?

Su tutto ciò che è stato pronunciato o scritto nel ventesimo anniversario della morte di Rabin, tanti sono stati i “cosa sarebbe successo” se fosse rimasto vivo. Certo, non potremo mai saperlo, e ciascuno di noi si avvicina a questo pensiero dal proprio punto di vista o dalle sue idee politiche.

E’ vero, i sondaggi erano contro di lui. Le elezioni, previste per il novembre del ’96, erano le prime che prevedevano il voto disgiunto tra il partito politico e il candidato primo ministro. Nel faccia a faccia tra Rabin, il premier allora settantatreenne, e il giovane leader del Likud Benjamin Netanyahu, i sondaggi oscillavano tra il pareggio e il vantaggio per il candidato più giovane, diretta conseguenza di una recrudescenza della violenza palestinese. Pur non escludendo una possibile debacle elettorale, giova ricordare che Rabin aveva ancora un altro anno di governo del paese, e aveva preso misure significative per far cambiare il vento dei sondaggi.

All’inizio del mandato di Rabin come primo ministro ero il viceministro degli Esteri, mentre verso la fine ero stato nominato ministro per l’Economia e la Pianificazione. In quei due anni condussi negoziati segreti e informali con l’uomo che oggi è il presidente palestinese, Mahmoud Abbas, allora presidente del comitato esecutivo dell’OLP, per delineare una risoluzione permanente, tra cui una precisa mappa di scambi territoriali sulla base della Linea Verde (le cosiddette Linee 1967).

Sabato 30 Ottobre 1995, Abbas arrivò nel mio ufficio a Tel Aviv per una riunione con coloro che erano coinvolti nella preparazione dell’accordo (tra gli altri c’erano, per parte israeliana, Yair Hirschfeld, Ron Pundak e Nimrod Novik). Concordammo di mostrare i risultati ad Arafat e Rabin nei giorni successivi. Subito dopo, ad Amman si tenne una seconda conferenza economica regionale. Volai lì con Rabin, e durante il viaggio gli dissi che, una volta rientrato da un già pianificato viaggio negli Stati Uniti, avrei avuto bisogno di un lungo incontro con lui. Non mi chiese di cosa si trattasse, rimanemmo semplicemente che ci saremmo incontrati. L’incontro non ebbe luogo, naturalmente. Mostrai il progetto di accordo a Shimon Peres, diventato primo ministro ad interim, ma lui non era pronto a portare avanti la questione al punto necessario. Informai Abbas che non c’era bisogno di controllare tutto ciò con Arafat.

Pur essendo ben consapevole che questa è una domanda quasi infantile, ammetto che non posso fare a meno di chiedermi cosa sarebbe successo se Rabin non fosse stato assassinato. La risposta è nulla. Avrebbe potuto continuare a portare avanti l’accordo, il passaggio di tutte le città della Cisgiordania, tra cui Hebron, ai palestinesi, chiedendomi di seguire la risposta di Arafat per il cosiddetto accordo “Beilin – Abu Mazen” e, qualora fosse stata positiva, dare l’impulso a intensi negoziati basati su di esso.

E’ possibile che avrebbe portato avanti i colloqui avviati con il presidente siriano Hafez Assad, al fine di raggiungere un accordo su un impegno preso con l’allora segretario di Stato Warren Christopher, che comportava la concessione delle alture del Golan in cambio di garanzie di sicurezza. Avrebbe potuto trasformare le elezioni del novembre 1996 in un referendum su due accordi di pace – con la Palestina e la Siria – raccogliendo i favori del pubblico, vincendo le elezioni, e iniziando il suo ultimo mandato come primo ministro raccogliendo i frutti di pace e di supervisione del completamento del suo vecchio progetto di cambiamento delle priorità della società israeliana.

Anche se questo si sarebbe verificato prima del 2002, anno dell’iniziativa di pace araba, di matrice saudita, è probabile che la pace con i palestinesi e la Siria avrebbe costretto la maggior parte dei paesi arabi a instaurare relazioni diplomatiche con Israele; avrebbe anche comportato l’istituzione di un organismo regionale, dove Israele avrebbe riempito un ruolo economico importante, e un ruolo militare fondamentale quale membro di una coalizione regionale strategica; e Rabin sarebbe stato probabilmente il leader di tutto questo procedimento con l’aiuto di Peres e di altri membri del governo.

In giornate come questa, nelle quali si ricorda questo straordinario uomo – un introverso, sfacciato, pessimista e amaramente sarcastico combattente per un futuro migliore, che era in grado di parlare con grande emozione, esponendo la verità anche pur essendo i suoi discorsi scritti da altri, è doveroso per un attimo sognare ciò che sarebbe potuto essere, senza quei tre colpi di pistola alla schiena.

Yossi Beilin è presidente della società di consulenza aziendale Beilink. In passato ha lavorato come ministro in tre governi di Israele e come un membro della Knesset per Lavoro e Meretz. E’ stato uno dei pionieri degli Accordi di Oslo, dell’Iniziativa di Ginevra e di Birthright.

Il commento è reperibile nel sito del canale televisivo i24

VATICANO E OLP ACCORDO GLOBALE

La mattina del 25 maggio 2014 Papa Francesco concludeva l’incontro ufficiale con il presidente palestinese Abu Mazen, Betlemme era in festa per il pellegrinaggio del Santo Padre in Terra Santa. La vettura con a bordo Francesco muoveva in direzione della piazza della Mangiatoia dove erano ad attenderlo migliaia di fedeli. Durante il tragitto inaspettatamente Francesco fece fermare la sua auto, scese dalla vettura e a piedi raggiunse il muro di separazione tra israeliani e palestinesi. Toccò il blocco di cemento della barriera dove compariva una scritta rossa inneggiante alla Palestina libera, appoggiò la testa e pregò in silenzio per alcuni minuti. Il mondo incredulo assistette ad un gesto significativo. Un anno dopo a Roma Francesco suggella un altro passaggio storico, l’accordo globale del Vaticano con l’OLP. Un trattato riguardante libertà religiosa, giurisdizione, luoghi di culto, attività sociale e caritativa, questione fiscale. Sono norme e principi che regolamenteranno i rapporti tra il Vaticano e lo Stato della Palestina nei prossimi anni. Fonti governative israeliane e alcune personalità italiane esprimono delusione per il riconoscimento da parte del Vaticano dell’esistenza dello Stato palestinese, che il trattato de iure implica, ma questo è un atto, come espresso dalla Santa Sede, formalmente dovuto dopo la risoluzione adottata nel 2012 dall’Assemblea Generale dell’ONU per il riconoscimento della Palestina quale Stato Osservatore. Tutto questo avviene, e non è un caso, mentre in Palestina si ricorda la Nakba (grande catastrofe in arabo), quando nel 1948 l’esercito israeliano espulse gran parte dei palestinesi dai propri villaggi e dalle loro case. La Nakba è un episodio come scrisse una volta l’attivista pacifista Amaya Galil che “non è solo la memoria e la storia della Palestina, ma è un evento che fa parte della mia memoria ed identità collettiva ed individuale in quanto israeliana”. Lo scorso anno Francesco durante l’incontro con i giovani del campo profughi di Dheisheh a Betlemme, discendenti degli esuli del ’48, aveva pronunciato queste parole: “Non lasciate mai che il passato vi condizioni la vita. Guardate avanti!” Nakba e riconoscimento della Palestina sono due questioni aperte, irrisolte: la prima non ha portato alla seconda, la seconda, se e quando avverrà, dovrà accettare la prima come un capitolo chiuso. Oltre alla rinuncia palestinese di eventuali pretese pesa su tutto il veto di Israele, apertamente critico sul riconoscimento unilaterale della Palestina da parte di molti Paesi. In tal senso in Europa si sono già espressi Gran Bretagna, Francia e Spagna per citarne solo alcuni. La Germania è contraria, mentre l’Italia tentenna. Il nostro Parlamento ha approvato pochi mesi fa una doppia risoluzione sul riconoscimento della Palestina, sancendo con due voti discordanti e ambivalenti il “riconoscimento con preclusione”. Un modo tutto italiano per confermare che la soluzione “due stati due popoli” e’ sempre attuale. Casualità o meno nei giorni della Nakba il presidente “dimezzato” del popolo palestinese in visita a Roma dall’amico Francesco ha sentito sicuramente ripetere che “ci vuole coraggio per dire sì all’incontro e no allo scontro; sì al dialogo e no alla violenza; sì al negoziato e no alle ostilità; sì al rispetto dei patti e no alle provocazioni.”

DANIELA E LIA, CULTURA E CINEMA

Il 13 marzo di quest’anno moriva a Gerusalemme Lia Van Leer fondatrice delle Cineteche di Haifa, Tel Aviv e naturalmente della Cinematheque della città Santa. Un luogo incredibile sotto le mura della città Vecchia, a pochi passi dalla Piscina del Sultano, lungo il pendio della valle della Gehenna. Al numero 11 della Hebron road si trova il cinema più famoso di Gerusalemme. Situato proprio nel tracciato della linea verde che un tempo divideva israeliani e palestinesi. Una linea non immaginaria, un solco fra culture e società sfumato ma ancora oggi presente. Durante la seconda Intifada i palestinesi di Gerusalemme difficilmente si recavano in locali nella parte Ovest e gli israeliani evitavano quella Est araba. La Cinematheque era zona neutrale, in pieno Shabbat era possibile vedere in coda per una proiezione insieme palestinesi ed israeliani. La stessa cosa accadeva ai tavoli della caffetteria oggi ristorante rinomato. Impossibile per chi ha frequentato quel luogo non aver incontrato Lia. A passo lento, sorretta dal bastone, con abito lungo dai colori smorti, foulard di seta, occhi profondi e capelli bianchi. Sempre elegante, sapeva attirare l’attenzione e cinematograficamente riempiva la scena. Era la vera regista della promozione della cultura israeliana e non, con un occhio al passato e aperta al futuro. Raccontava aneddoti di Marcello Mastroianni e rideva parlando di Benigni. Ha combattuto, e vinto, le sue battaglie contro il settarismo degli ortodossi, lei con una concezione laica del mondo. Non si è piegata nemmeno alle minacce. Ha speso la sua vita lavorando per il cinema. Un cinema di qualità come quello che un altra grande donna, Daniela Meucci, scomparsa prematuramente, ha contribuito a diffondere a Pisa. Daniela ha dato vita ad un laboratorio di cultura unico, il cineclub Arsenale. Fondatrice, assieme ad Alberto Gabrielli, di un piccolo grande cinema nel quartiere di San Martino a pochi metri dalla riva sud dell’Arno, nello stretto vicolo Scaramucci, tra le mura medievali dell’edificio dove decine di attori, registi di fama nazionale ed internazionale hanno fatto la passerella in questi anni. E Daniela era li ad accoglierli, così come faceva con il pubblico. L’abbiamo vista tutti in biglietteria a distribuire tagliandi. La ricorderemo prendere il microfono e presentare le serate. Abiti casual, di poche parole ma quelle adatte. Attivista dei valori universali, strenua difensore dei diritti del popolo palestinese a cui ogni anno dedicava un programma speciale. Facendo attenzione a rendere l’evento un momento di riflessione e discussione sul conflitto in atto in Medioriente. Un’amica che sapeva ascoltare, che chiedeva suggerimenti, che proponeva progetti. Ha sofferto momenti difficili, il declino delle sale cinematografiche e i tagli alla cultura eppure, non si è mai arresa. Intellettuale, donna forte e tenace. L’ultimo riconoscimento lo scorso anno quando ritirò a Mantova il prestigioso premio per il miglior cinema d’essai d’Italia. Meritato, strameritato. Per ricordarla e omaggiarla ci sarà sempre l’Arsenale.