LIBIA, TRATTA E UN CONTINENTE DI SFOLLATI

In Libia è in atto una mutazione demografica di intere città. Nella zona costiera di Zawiya, sono passati da una popolazione di circa 200mila abitanti, sotto il regime di Gheddafi, a superare il milione. Il colonnello libico prima di essere spodestato e giustiziato aveva il controllo del “rubinetto” del flusso dei migranti in rotta verso l’Italia, grazie ad accordi con i clan che gestiscono il contrabbando nella regione. Il “patto” con il dittatore consentiva a bande di Tuareg di smerciare “liberamente” con Niger, Ciad e Algeria, rinunciando in contropartita alla tratta umana. In cambio dei servigi Gheddafi ripagava la lealtà offrendo a basso costo benzina e farina, che poi venivano rimessi nel mercato nero a prezzi maggiorati.
Il vuoto di potere lasciato da Gheddafi non è stato riempito da nessuno e il caos scaturito dalla caduta del rais ha di fatto lasciato campo libero alle organizzazioni criminali, che indisturbate hanno ripreso il lucroso e disumano traffico di uomini e donne. Un ingente giro di affari dedito a sfruttare il fiume di profughi che inesorabile scorre lungo l’Africa. Persone in fuga da dittatura, povertà, terrorismo e calamità atmosferiche, che ciclicamente si redistribuiscono in altri luoghi: solo il 2% di questa moltitudine raggiunge l’Europa. Scappano dalla Nigeria, il gigante economico che non decolla, dove statistiche rilevano che durante lo scorso anno nel Paese africano ci sono stati circa 280mila nuovi sfollati a causa di guerre e oltre 100mila invece per disastri naturali. In Etiopia nel Corno d’Africa, che in questi giorni ha finalmente imboccato uno storico percorso di pace con l’Eritrea, nel 2017 sono stati oltre 700mila a lasciare tutto impauriti dalla violenza dei conflitti. Per la stessa ragione, nel Sudan del Sud (il 40% della popolazione è malnutrita) oltre 800mila e in Somalia 400mila hanno abbandonato le rispettive case. A completare la striscia di terra che taglia orizzontalmente l’Africa centrale anche i numeri della Rep. Centro Africana e del Camerun: 539mila e 162mila profughi. Il triste primato del continente spetta alla Repubblica Democratica del Congo con due milioni di sfollati.
Disuguaglianze economiche, elevato tasso di corruzione e alta criminalità, gruppi armati che spadroneggiano, saccheggi, stupri ed esecuzioni sommarie, “convincono” chi è in grado di coprire parte delle spese di viaggio a tentare un futuro diverso, migliore. Dalla foce del Niger provengono la maggior parte dei migranti che giungono sulle coste italiane. Coloro che si “imbarcano” nelle carovane dirette all’oasi di Sebha sono ignari di cosa li aspetta una volta giunti in Libia. Lo stato del Sahel è ricaduto ad una situazione pre 1969: con il ritorno alla Sharia e alle pratiche della schiavitù. Tra torture ed abusi migliaia di persone sono tenute in ostaggio dalle tribù libiche che mantengono la totale autonomia e impunità d’azione. Frantumando un Paese ormai irreparabilmente andato in pezzi.

MAN-DE-LA, MAN-DE-LA, MAN-DE-LA

In Sudafrica è il giorno dedicato alla memoria di Mandela, il 18 luglio l’uomo che ha incarnato la resistenza al segregazionismo dell’apartheid avrebbe compiuto 100 anni. A cinque anni dalla sua morte, da Pretoria a Città del Capo, il Sudafrica è un Paese ancora profondamente diviso. I nove anni di presidenza Zuma sono stati contrassegnati da ripetuti scandali, tra accuse di corruzione, evasione fiscale, appropriazione indebita, stupro e nepotismo. La lista è voluminosa e il braccio di ferro con la magistratura è un libro aperto. Affermazioni insensate come quella che fare una doccia dopo il sesso “riduce al minimo i rischi di contrarre HIV”, politiche populiste, sconfinamento dei vincoli del proprio mandato hanno generato lo svilimento delle istituzioni e un declino della fiducia per lo storico partito di Mandela. Il sistema Zuma ha prodotto una “democrazia imperfetta”, mal governata e sopportata.
Le rivelazioni su legami poco chiari con clan spregiudicati, il caos di molte imprese statali, la caduta di Mugabe in Zimbabwe, la crisi energetica e quella idrica, la sconfitta alle amministrative del 2016, hanno convinto, lo scorso dicembre, i dirigenti del movimento ANC a dare la spallata definitiva a Zuma. Sostituendolo, a febbraio, con una figura che richiamasse alle nobili origini, che conoscesse le dinamiche del palazzo e, allo stesso tempo, fosse in aperto dissenso con la cerchia dell’ex premier. La scelta è andata su Cyril Ramaphosa, già al governo durante le violente repressioni delle manifestazioni sindacali a Marikana nel 2012. Eletto al congresso del 2017 dell’ANC, incaricato di traghettare la nazione e il partito alle elezioni del prossimo anno. In Sudafrica la situazione è, tuttavia, poco ottimistica, il 47% della popolazione è in povertà, la disoccupazione è al 30, circa l’80% delle terre appartiene alla minoranza bianca, alto tasso di criminalità, l’inflazione è al 7, il costo del carburante e dei generi alimentari è in crescita, la concentrazione delle ricchezza è a livelli pre-apartheid, le multinazionali che estraggono minerali hanno fatturati del 300% e le condizioni salariali degli operai restano basse. La classe media nera è stata assimilata da quella bianca e ora ne condivide i privilegi. Una borghesia esigua e ambiziosa, non in grado di essere un reale cuscinetto sociale.
Per 10 mila giorni Mandela è stato privato della libertà. Rinchiuso nel carcere di massima sicurezza di Robben Island, dove ha scontato gran parte della pena in isolamento, alla porta della impresso il su numero 466/64, costretto ai lavori forzati e a punizioni corporali. Era nato nel villaggio della tribù degli xhosa di Mvezo a Rolling Hills, è sepolto a Qunu. Si è battuto contro un regime razzista e i pregiudizi, come un “invincibile”.

IL SUMMIT DI BARI

Bari ha accolto l’Oriente cristiano nel nome della pace. Il luogo scelto da papa Bergoglio per riunificare la cristianità, divisa da secoli di odi atavici, scismi e infinite incomprensioni, è il reliquiario di San Nicola tra le mura della Basilica. Francesco riceve i patriarchi delle chiese cattoliche e ortodosse sostanzialmente per definire una strategia comune in difesa delle popolazioni del martoriato Medioriente. In una regione con 258milioni di abitanti, condizionata da violenza e instabilità, i cristiani rappresentano, secondo le ultime statistiche, una minoranza anche se con profonde radici: sono oltre 14,5 milioni. Netto calo rispetto allo scorso secolo, fa eccezione solo la Turchia di Erdogan che registra un leggero incremento della popolazione seguace della croce di Cristo. Numeri più che dimezzati invece in Siria, Iraq ed Egitto. In quest’ultimo Paese tuttavia è presente la più grande comunità dell’area con quasi 10milioni di fedeli (10%).
In Giordania sono 350mila e 30mila sono giunti dal vicino Iraq in questi anni. Mentre nel Libano dei cedri, un tempo dei maroniti e oggi dei minareti di Hezbollah, sono scesi al 40%. Percentuali poco sopra al 2% in Israele (nel 1948 erano il 20%) e Palestina. A Gaza, nel regno del fondamentalismo di Hamas, sono oramai uno sparuto gruppo che “resiste” con tenacia alle avversità: 1300 su 2milioni di abitanti.
Nella Città Santa di Gerusalemme contano circa 16mila residenti su un totale tra le due parti, Est e Ovest, di circa 870mila cittadini. Contesti complicati da intrigate guerre per l’ultimo baluardo di una tradizione secolare del variegato mondo arabo, dove la loro presenza, nella culla del cristianesimo, potrà essere garantita con la convergenza delle “famiglie” che la compongono. Garantire un futuro a questa minoranza di fedeli è l’assioma del pensiero del Pontefice.
Il cammino del Vescovo di Roma per arrivare a ricostruire un’unità è iniziato nel 2014, un anno dopo la sua elezione al soglio pontificio. Quando a Gerusalemme assieme al Patriarca di Costantinopoli ha varcato la porta del sancta sanctorum della cristianità. Arrivarono all’ingresso del Santo Sepolcro da due porte diverse, poi l’abbraccio tra Bartolomeo e il successore di Pietro, il cammino, sorreggendosi a vicenda, segnava con gesti fraterni un rapporto irreversibile tra le due chiese. Ad attendere i venerabili Padri a pochi passi dall’Edicola, cuore del complesso religioso conteso, il patriarca ortodosso di Gerusalemme Teofilo III.
Nel 2016 nell’antico monastero di Khor Virap per il papa venuto dall’Argentina c’è la stretta di mano con il patriarca armeno Karekin II. Lo stesso anno a Cuba nell’aeroporto dell’Avana incontra il Patriarca di Mosca Kirill, sotto gli occhi del comunista Raul Castro e con gli auspici dello zar Putin. Nel 2017, al Cairo, il Vescovo di Roma e il “Vescovo” di Alessandria, il Patriarca copto ortodosso Tawadros II, sono uno difronte all’altro e gli sguardi dei due “Papi buoni” segnano l’ennesimo evento storico. In un momento particolarmente difficile per la comunità cristiana oggetto di una terribile ondata terroristica di matrice jihadista.
Papa Francesco ha indirizzato il suo apostolato su due piani: la tradizione spirituale della morale francescana e la liturgia della preghiera come spazio di azione “politico e diplomatico”. Optando per un approccio pastorale incentrato sull’umiltà e la simpatia. È l’artefice di comportamenti e uno stile semplice che ha scosso la chiesa. A Bari non ha messo in atto la chiamata ad una nuova crociata in Terra Santa ma l’estremo tentativo di salvare un Medioriente di nuovi martiri.
Un segnale d’incoraggiamento ai cristiani della regione e allo stesso tempo una richiesta di appoggio incondizionato e repentino alla Comunità internazionale. Non è un caso che il Pontefice più amato, vox populi, abbia scelto come “consigliere” l’amministratore apostolico del patriarcato Latino di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa, frate e biblista già Custode di Terra Santa che ha lavorato per mesi all’incontro in Puglia ricucendo e tessendo le fila della visione bergogliana.