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LIBIA, AVANZA LA TURCHIA

La rivalità tra il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e il suo omologo egiziano Abdel Fattah al-Sisi non è una novità del teatro di guerra libico. Il sultano di Istanbul e il faraone del Cairo rappresentano concezioni opposte ed inconciliabili. Sono l’ultimo esempio della tradizionale contrapposizione ideologica del mondo arabo contemporaneo, diviso tra il movimento islamico ispirato dalla Fratellanza musulmana e quello nazionalista-autoritario imposto da Nasser. Simbolicamente rappresentano lo scontro tra radicalismo religioso e pseudo socialismo: il potere dei chierici o dei generali, il corano o la spada. In comune hanno l’intolleranza per il sistema democratico, la propensione a negare i diritti e a reprimere la libertà, a partire da quella di stampa, evitando di dire verità scomode, come quella sul caso Regeni.
La rottura e l’inizio delle “ostilità” tra Erdogan e al-Sisi risale al luglio 2013, quando l’esercito egiziano rimuove con un colpo di stato il presidente Mohamed Morsi. Esponente di spicco della fratellanza, alleato di Ankara. Martire della causa per Erdogan. Terrorista per al-Sisi. Da allora sarà un crescendo di tensioni tra i due stati che culminerà proprio nel faccia a faccia della guerra civile libica, dove sono schierati uno al fianco del presidente al-Saraj e l’altro con il maresciallo Haftar. Egitto e Turchia hanno dispiegato mezzi e uomini sul campo alzando il livello ad aperto conflitto, non più una silenziosa guerra per procura. Ma offensiva e contro-offensiva, con l’obiettivo del controllo totale dell’ex colonia italiana in Africa.
Il coinvolgimento turco, salvifico per il governo di al-Saraj, ha cambiato le sorti della battaglia di Tripoli, frenando così il successo della campagna militare di Haftar. Trasformando una vittoria che sembrava imminente in una disastrosa ritirata. Al punto che il Cairo difronte ad una disfatta inaspettata ha cercato di prendere tempo proponendo un ritorno al tavolo delle trattative. Percorso impervio, almeno finché Haftar rimane sulla scena e gode della fiducia sia del faraone che dello zar Putin. Se questa credibilità dovesse venir meno sia sul piano internazionale che su quello delle alleanze interne, oramai incrinate, rimarrebbe solo ad affrontare il suo destino. Il Napoleone della Cirenaica è un vero trasformista di casacca, è stato: agli ordini di Gheddafi, al servizio della CIA, garante della Francia, sotto l’ala protettiva di al-Sisi. Un trasformista politico e arrogante comandante, le cui qualità strategiche sono state spesso incautamente sovrastimate. Ha perso una guerra vinta in Ciad e oggi vede svanire il sogno di conquistare sotto i suoi vessilli la Libia. Nella sua eloquente disastrosa caduta offre le spalle al nemico e arretra verso il confine egiziano, dove si stanno ammassando truppe che potrebbero diventare la sua unica speranza. E da dove negli ultimi giorni sono, con molta probabilità, decollati i jet che gli hanno permesso di ridurre le perdite. Nel gioco libico qualcuno rischia di rimanere con un pugno di mosche in mano.

IL SAHEL TRA IL SULTANO E GLI SCEICCHI

Libia. La guerra civile alle porte dell’Europa che nemmeno la pandemia riesce a fermare. Fallita la possibilità di una transizione democratica, alla caduta del regime di Gheddafi, lo Stato africano è sprofondato in una irreparabile implosione. Scatenando un conflitto senza quartiere, dove riaffiorano lotte tribali ataviche e pesano ingerenze esterne. Bruxelles non cambia atteggiamento, riproponendo la stessa tipologia d’intervento diretto: l’embargo. Altri attori internazionali si affacciano prepotentemente sulla scena. L’Egitto del faraone al-Sisi appoggia il generale Haftar e LNA (l’Esercito Nazionale Libico), al loro fianco lo zar Putin ha schierato l’organizzazione Wagner Group, ovvero mercenari. Meno appariscente l’intervento degli Emirati Arabi che offrono all’ex ufficiale del rais la copertura economica e una rete per assoldare guerriglieri, che si dipana dal Sudan al Ciad fino alle coste del Mar Mediterraneo. Sul fronte opposto il premier al-Sarraj e il GNA (il Governo di Accordo Nazionale) possono contare sull’aiuto, sempre più consistente, del sultano Erdogan che culla il grandioso sogno di ristabilire l’ordine dell’Impero Ottomano. Quest’ultimo intervento nel Sahel ha sostanzialmente cambiato le sorti dell’offensiva lanciata lo scorso anno dagli uomini di Haftar per conquistare la capitale, arenandola. Nel mezzo alla corsa per la spartizione della Libia e delle sue ricchezze, relegate ad un ruolo marginale, le potenze europee: divise e diffidenti l’un l’altra. Il doppio binario di Francia e Italia è l’evidenza di uno strappo non solo diplomatico. Con il nostro Paese più vicino all’esecutivo del GNA e Parigi a sostenere il fuoco di Haftar. Scelte che spingono Roma a collaborare con il signore del Bosforo, continuando, tuttavia, ad essere partner “commerciale” dei custodi della Mecca. Sia la Francia che l’Italia, pur divergendo, aderiscono alla missione europea Irini, che prende il posto della discussa operazione Sophia. A dirigere questo nuovo tentativo di tamponare il flusso illecito di armi è la Marina italiana, che a seguire dovrebbe lasciare il comando del presidio delle acque orientali al largo della Libia alla Grecia. Ma questo passaggio di consegne tra Roma e Atene preoccupa non poco Ankara: per l’alto rischio di vedersi bloccare i rifornimenti verso l’alleato. L’asse di Erdogan con al-Sarraj, suggellato nel nome della Fratellanza musulmana, è finalizzato a disegnare un corridoio nel Mediterraneo meridionale a scapito dell’Egitto, Israele, Grecia e dell’Eni. Nella distopia libica si susseguono giochi di sponda, guerra tecnologica, espansione economica e il sotterraneo lavoro dei servizi segreti: la lunga mano, nascosta e talvolta sporca, della geopolitica globale. Persino la liberazione di Silvia Romano nella lontana Somalia è una piccola mossa di una grande partita, ancora aperta.

LIBIA, TRATTA E UN CONTINENTE DI SFOLLATI

In Libia è in atto una mutazione demografica di intere città. Nella zona costiera di Zawiya, sono passati da una popolazione di circa 200mila abitanti, sotto il regime di Gheddafi, a superare il milione. Il colonnello libico prima di essere spodestato e giustiziato aveva il controllo del “rubinetto” del flusso dei migranti in rotta verso l’Italia, grazie ad accordi con i clan che gestiscono il contrabbando nella regione. Il “patto” con il dittatore consentiva a bande di Tuareg di smerciare “liberamente” con Niger, Ciad e Algeria, rinunciando in contropartita alla tratta umana. In cambio dei servigi Gheddafi ripagava la lealtà offrendo a basso costo benzina e farina, che poi venivano rimessi nel mercato nero a prezzi maggiorati.
Il vuoto di potere lasciato da Gheddafi non è stato riempito da nessuno e il caos scaturito dalla caduta del rais ha di fatto lasciato campo libero alle organizzazioni criminali, che indisturbate hanno ripreso il lucroso e disumano traffico di uomini e donne. Un ingente giro di affari dedito a sfruttare il fiume di profughi che inesorabile scorre lungo l’Africa. Persone in fuga da dittatura, povertà, terrorismo e calamità atmosferiche, che ciclicamente si redistribuiscono in altri luoghi: solo il 2% di questa moltitudine raggiunge l’Europa. Scappano dalla Nigeria, il gigante economico che non decolla, dove statistiche rilevano che durante lo scorso anno nel Paese africano ci sono stati circa 280mila nuovi sfollati a causa di guerre e oltre 100mila invece per disastri naturali. In Etiopia nel Corno d’Africa, che in questi giorni ha finalmente imboccato uno storico percorso di pace con l’Eritrea, nel 2017 sono stati oltre 700mila a lasciare tutto impauriti dalla violenza dei conflitti. Per la stessa ragione, nel Sudan del Sud (il 40% della popolazione è malnutrita) oltre 800mila e in Somalia 400mila hanno abbandonato le rispettive case. A completare la striscia di terra che taglia orizzontalmente l’Africa centrale anche i numeri della Rep. Centro Africana e del Camerun: 539mila e 162mila profughi. Il triste primato del continente spetta alla Repubblica Democratica del Congo con due milioni di sfollati.
Disuguaglianze economiche, elevato tasso di corruzione e alta criminalità, gruppi armati che spadroneggiano, saccheggi, stupri ed esecuzioni sommarie, “convincono” chi è in grado di coprire parte delle spese di viaggio a tentare un futuro diverso, migliore. Dalla foce del Niger provengono la maggior parte dei migranti che giungono sulle coste italiane. Coloro che si “imbarcano” nelle carovane dirette all’oasi di Sebha sono ignari di cosa li aspetta una volta giunti in Libia. Lo stato del Sahel è ricaduto ad una situazione pre 1969: con il ritorno alla Sharia e alle pratiche della schiavitù. Tra torture ed abusi migliaia di persone sono tenute in ostaggio dalle tribù libiche che mantengono la totale autonomia e impunità d’azione. Frantumando un Paese ormai irreparabilmente andato in pezzi.

LE TOMBE DI ZARZIS

Le spiagge della Tunisia sono diventate un magnete per migranti e trafficanti. Nelle acque di Zarzis i cadaveri di sventurati clandestini galleggiano alla deriva da giorni, come drammaticamente ha svelato un reportage del quotidiano britannico the Guardian. Rifugiati e migranti che ha ammonito papa Francesco durante l’udienza con la federazione internazionale delle Università Cattoliche: “hanno il diritto a non essere costrette ad emigrare”. In questi mesi gli sforzi internazionali, italiani in primis, in Libia hanno prodotto lo spostamento a sud di Tunisi della rotta principale del traffico di esseri umani. Mentre lo sguardo era rivolto al Sahel libico, poco distante, la tratta trovava un nuovo punto d’imbarco. Il flusso per l’Italia dalla Libia, interrotto durante l’estate, è ripreso con intensità dalla Tunisia. Il “tappo libico” è stato un risultato attribuibile a vari fattori: i rapporti di cooperazione con alcune municipalità della Tripolitania, il maggiore impegno della guardia costiera libica che avrebbe fermato il 60% dei gommoni, una parziale intesa con il generale Haftar, un accordo indiretto con la milizia filogovernativa che controlla il porto e il contrabbando a Sabratha. In un contesto dove spadroneggiano gruppi criminali che hanno potere assoluto di vita e morte, agendo nella più totale impunità. Proprio il ruolo del clan Dabbashi a Sabratha è stato al centro di critiche, sopite dal fatto che il suo esercito privato è stato, in passato, un prezioso alleato di al-Serraj e del suo esecutivo, unico governo riconosciuto dalle Nazioni Unite. Gli uomini di Dabbashi hanno attivamente partecipato alla caduta di Gheddafi, instaurando nella regione una potente e combattiva milizia. Per mantenere ed espandere la propria posizione di forza i Dabbashi hanno dovuto scontrarsi con i rivali di al-Wabi, che costituiscono la cellula più importante dell’Isis nella zona. Storie di ordinaria guerra tra famiglie mafiose all’ombra del terrorismo islamico. Lotte intestine destinate a mettere in campo nuovi soggetti e allargare la violenza nel Paese. Peggiorando la situazione di migliaia di migranti a rischio di morte e schiavitù, che da settimane si ammassano lungo il confine tra i due stati del Maghreb, intrappolati in condizioni disumane. Complessa e caotica è anche la situazione nella ex colonia francese, dove la tensione è tornata ad essere palpabile: bassi salari, forti disuguaglianze e corruzione. In Tunisia un terzo dei giovani laureati è disoccupato. L’industria turistica stenta a decollare. Nelle zone montane più isolate è particolarmente diffusa la povertà e la presenza di terroristi. Interi villaggi sono senza protezione della polizia: rifugi sicuri per il transito di gruppi jihadisti. Non meno complicata la situazione politica. Il Presidente della Repubblica ha firmato la legge che accorda l’amnistia a tutti i funzionari che hanno avuto un coinvolgimento nel sistema di corruzione del regime. Facendo insorgere l’opposizione e le organizzazioni non governative per i diritti civili. Una serie di episodi che danno il senso del revanscismo in corso, la fine del cambiamento da molti auspicato. E l’inizio per molti di un nuovo sogno, all’estero. La presenza massiccia di maghrebini nei barconi diretti in Sicilia e Sardegna lo dimostra. Giovani algerini, tunisini e libici sono una presenza costante nei viaggi. Molti di loro non arriveranno a destinazione. Come testimoniano i volontari della Mezzaluna Rossa che operano a Zarzis, dove giornalmente seppelliscono i corpi di migranti restituiti dal mare. Un ultimo gesto di pietà, dare una tomba a chi non ha nemmeno un nome. In un piccolo appezzamento di terreno fuori dalla città, ai bordi di un’oliveto avviene la sepoltura, in modo informale. Una fossa nel terreno. Il cimitero di Zarzis è composto da tanti cumuli di sabbia. Impedire che altre buche vengano scavate ancora è un’emergenza che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite deve affrontare, per il mese di novembre la presidenza è all’Italia.

VARIABILE LIBICA

Nel vertice con Francia, Spagna e Germania, l’Italia ha raccolto plausi e consensi: cooperazione decentrata con gli enti locali libici e lotta ai trafficanti. Non sono mancate pacche sulle spalle e vigorose strette di mano. Tuttavia, il sentore è che non c’è un reale interesse ad operare in perfetta e piena sinergia per risolvere il caos libico. Nei fatti Macron pensa ad aprire hotspot (centri di accoglienza e detenzione) in giro per l’Africa, peccato ne esistano già e siano dei lager. La cancelliera tedesca è intenzionata a rivedere gli accordi di Dublino, e stravincere così le imminenti elezioni. Mentre, l’Italia vorrebbe evitare di restare isolata.
Comunque, per affrontare la questione libica nella sua interezza c’è prima da risolvere la variabile Khalifa Haftar. In questi mesi il generale libico ha ripreso la lunga marcia di conquista, occupando o liberando città e villaggi della costa. Ha scatenato quella che è la più grande campagna militare nel nord Africa dai tempi della Seconda Guerra Mondiale, l’Operazione Dignità. Una lotta spietata e durissima purtroppo non solamente contro il terrorismo. Fonti delle organizzazione per i diritti umani presenti sul territorio accusano gli uomini di Haftar di compiere metodicamente uccisioni di massa e di essere responsabili di “crimini contro l’umanità”: il tribunale dell’Ajia ha spiccato un mandato di cattura internazionale nei confronti di Mahommud Al-Werfali, fedelissimo di Haftar, carnefice nell’assedio di Bengasi.
Il capo di stato maggiore della Cirenaica, tra propaganda e ostilità nei confronti di Roma, in un paese attraversato e devastato da odi tribali promette di mettere fine all’anarchia con l’uso della repressione. Gheddafiano pentito e collaboratore stimato della CIA, pretende dall’Europa un credito, economico e logistico, illimitato per schierare la sua milizia lungo la frontiera meridionale: respingendo i profughi, disarmati e alla fame, che vi transitano. Elucubrazioni dell’uomo oggi più potente in Libia.
Nel contesto della guerra civile libica contano, comunque, le alleanze internazionali. Haftar è legato da doppio filo al presidente egiziano Al-Sisi. Esercito e servizi segreti egiziani sono un fattore determinante dell’ascesa del generale libico. Ufficialmente il Cairo appoggia entrambi i governi: Tripoli e Tobruk. Una strategia di comodo per dimostrare alla comunità internazionale che ogni tipo di soluzione deve passare dalle rive del Nilo oppure è destinata a fallire: è il diritto di prelazione sul futuro assetto geopolitico della regione a prescindere da dove si sposterà l’ago della bilancia. Sul campo di battaglia Al-Sisi è spalla a spalla con l’Esercito nazionale libico (LNA) di Tobruk e di Haftar. Nell’emiciclo di New York parla la stessa voce del Governo di Unità nazionale (GNA) di Tripoli e di al-Serraj. Ambivalente? No, scaltro e freddo calcolatore. La partita nel Maghreb è talmente complessa che il rischio di esserne fagocitato è alto. Al-Sisi ha sfruttato le ambizioni napoleoniche di Macron tessendo, in parte segretamente, la rete che ha portato al vertice di Parigi del 25 luglio dove al-Serraj e Haftar hanno siglato la tregua di La Celle Saint Cloud. Un accordo precario che difficilmente verrà rispettato dalle parti, ma che se dovesse palesarsi disastroso e inconcludente avrebbe come unico capo espiatorio il giovane inquilino dell’Eliseo, e non il nascosto manovratore egiziano.
Intrighi e intrecci all’ombra dei quali si compie il dramma dei migranti. Sfruttati, torturati e schiavizzati, costretti in condizioni disumane a sopravvivere sulle dune del Sahel, nella speranza di un imbarco. Tappare l’imbuto della Libia alla migrazione può alla fine risultare proficuo, remunerativamente, a chi oggi gode d’impunità. La Turchia del sultano Erdogan, pagata profumatamente per bloccarli in un’altra sponda del Mediterraneo, insegna. Eppure, tutti vorrebbero aiutarli, a parole.

Libia, due leader una poltrona

Libia, diario di una guerra alla porta. La battaglia di Sirte è conclusa dopo intensi bombardamenti aerei e il cannoneggiamento della marina. Decine di morti e centinaia di feriti. Le truppe governative hanno preso il controllo dei luoghi nevralgici, incluso il porto della città. Sconfitta la roccaforte del terrorismo fondamentalista nel Maghreb. Le milizie del Califfato “occidentale” battono in ritirata, probabilmente nel tentativo di ricomporre le fila dell’esercito nella zona interna del paese. Il Fezzan potrebbe a breve trasformarsi in un nuovo campo di battaglia. L’esito della vittoria di Sirte tuttavia induce dubbi sulla esatta cifra dei seguaci dell’Is schierati in suolo libico, stimato intorno alle 6 mila unità. Gli uomini del terrore impegnati negli scontri di queste settimane erano solo poche centinaia. Il dato positivo è che la bandiera nera è ammainata dal Golfo della Sirte, dove oggi sventolano quelle dell’esecutivo di unità nazionale (GNA) guidato da Al Serraj. Ma ancora una volta a smuovere le acque libiche, già di per se turbolenti, è il generalissimo Khalifa Haftar, figura controversa che deve la sua rapida ascesa al potere agli USA e all’Egitto. Messo in disparte dai ruoli chiave del governo di Al Serraj l’uomo forte di Tobruk ha deciso di non sottostare all’esecutivo di unità nazionale e per contro, dopo un primo tentativo di marciare alla volta di Sirte, ha preferito non essere coinvolto in questa decisiva battaglia, ritirando le proprie truppe su posizioni defilate. Haftar e Al Serraj, due leader per una poltrona e due opposte visioni: federalista il militare e centralista l’altro. Un confronto, trasformatosi talvolta in aperta ostilità, che peserà sul futuro della Libia e sull’assetto geopolitico della regione. Intanto sui cieli della Libia volano da tempo silenziosi droni ma anche i rumorosi bombardieri del Pentagono. Secondo fonti del Washington Post una piccola élite dei corpi scelti dell’esercito a stelle e strisce è dispiegata nelle città libiche di Misurata e Bengasi sin dalla fine dello scorso anno. Due squadre operative, meno di 30 soldati. Ufficialmente non sono lì, occhi e orecchi invece si. Di fatto sono la testa di ponte di una prossima missione, vincolata alle condizioni richieste dal Governo italiano. La strategia fortemente appoggiata dal ministro Gentiloni si è rilevata corretta, producendo risultati sul campo, spingendo i libici ad affrontare e cacciare il Daesh. Il pericolo che la ricchezza primaria della Libia cada nelle mani e tasche sbagliate è un aspetto allarmante così come l’eventualità di un’ondata massiccia di profughi verso le coste italiane. Una emergenza umanitaria che investirebbe anche l’Europa e la sua moralità bipolare. In queste ore l’Unicef pubblica statistiche agghiaccianti sulla situazione dei migranti: “La maggior parte dei minori che hanno attraversato il Mediterraneo fino all’Italia quest’anno erano accompagnati da adulti. Purtroppo è incrementato il numero di minori non accompagnati che sono saliti a bordo di barche insicure e pericolose”. Decine di migliaia di bambini ogni giorno mettono a repentaglio la propria vita intraprendendo il viaggio della speranza verso il Vecchio Continente. E con l’arrivo dell’estate il numero è destinato ad aumentare esponenzialmente. Per fronteggiare il terrorismo ed evitare una crisi catastrofica ci sono teoria e pratica: la prima riguarda il pattugliamento delle coste e il blocco navale, la seconda la necessità di scendere con gli stivali nella sabbia delle dune. In Libia la teoria è in grado di incidere ma non di annullare il problema dei migranti. Mentre la pratica rischia di essere un’incognita.

MIGRATION COMPACT OPPURE?

Chiuso il campo profughi di Idomeni in Grecia. Sgomberati i 9 mila migranti che in questi mesi hanno tenacemente resistito, con l’aiuto delle organizzazioni umanitarie, in attesa di passare il confine per la Macedonia, vivendo in condizione non facili. Sorto spontaneamente nel 2014 quando la rotta balcanica divenne “un’autostrada” trafficata da profughi siriani. Idomeni è nel corso dei mesi divenuto un imbuto sempre più stretto, e l’insediamento che avrebbe dovuto essere temporaneo si è trasformato in un accampamento di tende e materassi. Idoneo ad accogliere 2 mila persone e non certo le quasi 10 mila ammassate fino a pochi giorni fa. Tra fango ed emergenza sanitaria. Tra rabbia e delusione, si allontana per molti la possibilità di potersi ricongiungere con i parenti nel Nord Europa. Con rassegnazione in molti sono saliti sui pullman destinazione Salonicco, ad attenderli i centri di identificazione, altri invece si sono mossi con mezzi di fortuna sparpagliandosi nel nord della Grecia. Il viaggio della speranza, e del dolore, non è ancora finito. Se è unanime il giudizio per cui Idomeni andava chiuso, il problema di fondo resta: Idomeni è esistito, è inutile nasconderlo. E il problema dei profughi è tutt’ora una emergenza drammaticamente in essere. Sfortunatamente le barriere hanno vinto, segnando uno dei momenti più cupi della storia dell’Europa contemporanea. Il grido di tormento di migliaia di persone in fuga da guerre e povertà è stato ammutolito. Le vite dei migranti sono state demonizzate in modo sprezzante. Il loro diritto ad un mondo migliore calpestato. Il vento dell’intolleranza e scelte politiche sbagliate segnano profondamente il nostro tempo, nel proliferare di una dialettica ideologizzata che tende inesorabilmente verso l’inasprimento del confronto tra popoli, invece di promuovere civile attenzione all’incontro tra culture diverse. A Idomeni l’unico rumore che risuona in queste ore è quello delle ruspe e dei camion, per il resto è silenzio, vuoto e desolazione. Di realtà come Idomeni ne esistono tante sparse in tutto il mondo, ci sono Kakuma e Dadaab. I due più importanti campi profughi del Kenya, che secondo quanto annunciato dal governo di Nairobi verranno presto chiusi. In Kenya ad oggi risiedono, secondo fonti dell’Unhcr, oltre 600 mila somali giunti a partire dal 1991, anno dell’inizio della guerra civile nel Corno d’Africa. 350 mila sono “ospitati” nel campo profughi di Dadaab. Una città nella città. Ad Aprile nel Paese è scattata la revoca ai cittadini somali dello status di rifugiati “a prima vista”, che prevedeva la protezione umanitaria immediata fuori dai confini nazionali. Purtroppo, in questi anni, a complicare un contesto già fragile ha avuto un peso determinante l’insorgere della violenza terrorista, affiliati al gruppo islamico di Al Shabaab si sono ripetutamente infiltrati in Kenya per compiere atroci attentati. Vittime della vendetta fondamentalista spesso sono stati proprio i profughi somali in fuga. Oggi per rifugiati somali c’è un bivio mortale: restare in Kenya senza aiuti, alloggio, cibo, medicinali oppure intraprendere la via del ritorno, con i rischi di rientrare in un paese non ancora rappacificato. La scelta, qualunque essa sia, è probabilmente un suicidio collettivo. La reazione internazionale a questa spaventosa prospettiva non c’è, la diplomazia per l’ennesima volta è divisa, eclissandosi. A Istanbul il summit sulla questione umanitaria mondiale, il primo, è stato un fiasco totale per passività e remissività decisionale. Con la Turchia di Erdogan a lanciare teatrali accuse e minacce all’Europa. L’ennesimo vicolo cieco della comunità internazionale in una sede poco indicata eticamente per una conferenza di tale portata. Mentre assiepati nei barconi della morte in migliaia salpano in continuazione dalle coste libiche, per poi capovolgersi o inabissarsi nelle acque del canale di Sicilia. I naufraghi più fortunati sono tratti in salvo dalle navi della flotta “umanitaria”, in una azione di soccorso senza sosta. Al G7 di Ise Shima in Giappone i grandi della Terra hanno convenuto di aumentare l’assistenza globale ai rifugiati e la cooperazione allo sviluppo, incoraggiare l’ammissione temporanea e gli schemi di ricollocamento. Ad oggi l’unica soluzione plausibile sulla carta è il Migration Compact.

PARTNER

“Muove nella giusta direzione” il premier incaricato Fajez Al Serraj, il giudizio del Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni bene descrive l’evolversi della situazione politica in Libia. L’indirizzo diplomatico della Farnesina, tra speranza e apprensione, è altrettanto chiaro: pieno sostegno al governo di riconciliazione sia “sul piano politico, umanitario che economico”. È un segnale d’imprimatur al “coraggio” del leader libico, sostenuto dall’ONU per riordinare il paese, che è riuscito nelle passate settimane a insediarsi e mettere insieme una maggioranza di parlamentari all’interno del Congresso. Aprendo un percorso politico che prevede lo scioglimento del Consiglio di Stato e poi, in una seconda e più complessa fase, la riunificazione con l’amministrazione di Tobruk per poter smantellare le milizie, attivare il processo elettorale e infine cacciare l’Is. Incrociando le dita la soluzione al disastro libico potrebbe aver imboccato la strada giusta. Chi sosteneva che Al Serraj avrebbe fallito prima ancora di cominciare a tessere la sua tela deve per ora aspettare e magari domani ricredersi di tanto scetticismo. Riconciliazione, stabilità e lotta al terrorismo sono le sfide di Al Serraj. La lezione che abbiamo ereditato dalla Libia è che con l’intervento militare della NATO abbiamo favorito lo scoppio di una guerra civile che ha aperto la strada al fondamentalismo islamico e destabilizzato la regione, dal Mali al Burkina Faso. I trafficanti di armi hanno svuotato e poi messo sul mercato gran parte dell’arsenale del Colonnello Gheddafi, arricchendosi. Purtroppo la qualità della vita della stragrande maggioranza della popolazione libica è peggiorata notevolmente a causa della drastica riduzione della produzione petrolifera. Oggi in molti centri, di quello che era considerato il paese con il più elevato tenore di vita tra le realtà africane, scarseggiano elettricità, generi alimentari e medicinali. «In risposta alla grave situazione umanitaria in corso in Libia ed accogliendo la richiesta di aiuto» il Ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale ha disposto un finanziamento multilaterale di emergenza di 1 Milione di € a favore del Programma Alimentare Mondiale. Intanto i C130 dell’areonautica volano in Libia con a bordo medicinali e tonnellate di cibo. Passi importanti che rischiano di essere vanificati se la rotta dei migranti per e verso l’Italia dovesse riprendere con maggiore intensità, una minaccia pronta a trasformarsi in un’arma politica contro Al Serraj: “la Libia è il futuro ground zero -epicentro- dei migranti che cercheranno di raggiungere l’Europa”. È l’analisi, poco ottimista, dell’ex comandante della NATO, l’ammiraglio statunitense James Stavridis. Dalla primavera del 2015 la marina militare italiana è alla guida della missione di pattugliamento nelle acque al largo della Libia EUNAVFOR MED, in codice operazione Sophia: oltre 11 mila salvataggi, 58 scafisti arrestati. Avvicinare la flotta internazionale in prossimità delle coste potrebbe diventare a breve una necessità umanitaria. La tratta dei migranti è un business per le organizzazioni criminali, e una fonte di sostegno alle casse dell’Is, la cifra è stimata intorno ai 300 milioni di dollari l’anno, proventi della tassazione imposta agli scafisti del Golfo della Sirte. In Libia il traffico di esseri umani rende più del petrolio. Ma il secondo è il piatto più appetitoso per le multinazionali, a partire dall’italiana Eni. Nella corsa agli idrocarburi libici e con un certo senso di colpa per aver provocato un caos totale Londra si è detta disponibile a fornire aiuti militari al neo governo. Per il presidente della commissione esteri di Westminster, Crispin Blunt, tale iniziativa dovrebbe svolgersi senza un dispiegamento di forze sul campo, “che sarebbe percepito come una invasione”, ma con l’invio di mille “formatori” militari al fianco di personale italiano e francese. L’importante è non ripetere l’irripetibile.

ALLA VIGILIA DI UNA GUERRA BARBARESCA

Il dibattito sull’intervento in Libia continua ad essere molto acceso, tra Stati pronti ad intervenire ed altri più prudenti. Caduta la speranza di un esecutivo di unità nazionale a guida Al Sarraj, per l’ostruzione del governo di salvezza di Tripoli, il ruolo che sarà chiamata a svolgere l’Italia sarà sicuramente di primo piano, sono molti i nostri interessi anche economici e troppo vicine le coste libiche per restare “indifferenti”. Ecco perché dobbiamo saper leggere e bene le parole che il presidente egiziano Al Sisi ha rilasciato in queste ore dalle pagine di La Repubblica: “Se le istituzioni vengono distrutte, per ricostruirle occorre molto tempo e sforzi significativi. Questa è l’origine delle nostre grandi paure riguardo alla Libia: più tardi agiamo, più rischi si generano. Dobbiamo agire in fretta e difendere la stabilità di tutti i paesi che non sono ancora caduti nel caos, per questo ci vuole una strategia globale che non riguardi solo la Libia ma affronti i problemi presenti in tutta la regione. Problemi che poi possono trasformarsi in minacce alla sicurezza pure in Europa.” Un messaggio al nostro paese ma sopratutto un monito alla strategia che vorrebbe mettere in campo il Pentagono: “è molto importante che ogni iniziativa italiana, europea o internazionale avvenga su richiesta libica e sotto il mandato delle Nazioni Unite e della Lega Araba”. In questo quadro geopolitico è opportuno ricordare quello che accadde nel 1803 quando, uno squadrone navale della marina degli Stati Uniti, al comando del Commodoro Edward Preble, prese il largo da Boston alla volta di Malta. Era la prima volta che vascelli militari americani portavano la guerra lontano dalle coste atlantiche, nel cuore del Mediterraneo. La missione, imposta dal presidente Thomas Jefferson, prevedeva una “punizione” all’arroganza degli stati barbareschi. Le ragioni del conflitto erano puramente economiche: l’America rifiutava di pagare il tributo per il passaggio delle merci ai locali pascià, come era uso fare. Per l’ex colonia il volume di affari con gli stati meridionali europei era andato incrementandosi negli anni, ma le navi mercantili battenti bandiera a stelle e strisce avevano perso la protezione britannica prima e poi quella francese, trovandosi inermi alle scorrerie dei pirati e con pesanti perdite negli investimenti. I nemici, in quel caso, non erano solo le navi della tirannica Londra ma anche quelle delle città di Algeri, Tripoli e Tunisi. Le tre signorie barbaresche nei cui porti ormeggiavano le potenti flotte corsare che imperversavano per il “Mare Nostrum”. La prima guerra tra i pirati musulmani e gli yankees protestanti proseguì a fasi alterne. Nel maggio del 1805 il conflitto ebbe un appendice sulla terra ferma con la conquista della città di Derna da parte di un manipolo di uomini del corpo dei marines, qualche centinaio di mercenari greci e alcune tribù della Cirenaica in rivolta contro il potere del pascià di Tripoli. Il piccolo e variegato esercito, compì una marcia epica attraversando il deserto del Sahara sino alle mura della città portuale libica. Quella fortunata campagna terrestre condizionò l’esito del conflitto, convincendo le autorità di Tripoli ad accettare un repentino cessate il fuoco. Oggi Derna è sotto il controllo dell’esercito del Califfato e la Libia è nel caos di una guerra civile senza fine, con scenari in continua evoluzione, sollecitati da interferenze internazionali (USA, Francia e GB) e regionali: Turchia, Egitto, Qatar, Algeria, Niger e Marocco, ciascuno con i propri interessi, completano lo scacchiere. La Libia in fondo è una invenzione geografica del colonialismo italiano, uno stato costituito da tre realtà molto, troppo, diverse e contrastanti per trovare un equilibrio duraturo: Tripolitania, Cirenaica e Fezzan corrono su binari divergenti culturalmente, politicamente e anche militarmente. La nazione libica al momento non esiste più, per ricomporre la cartina smembrata di questo paese serve altro che una guerra barbaresca. Ci vuole prima di tutto una bandiera, quella dell’ONU. E poi tanta fortuna.

IN LIBIA

Il rapimento in Libia dei quattro operai dell’impresa emiliana Bonatti, avvenuto sette mesi fa, si è concluso in meno di 24 ore con sorti diverse. Due operai sono vivi e liberi, Gino Pollicardo e Filippo Calcagno, sofferenti tornano in Italia con barbe lunghe e visi scavati dalla stanchezza. Due lavoratori, invece, hanno trovato la morte nella costa africana del Sahel, Salvatore Failla e Fausto Piano, uccisi in circostanze da chiarire, per loro le drawstring bags, sacchi dalla lunga cerniera nera accompagneranno il loro ultimo viaggio di rientro a casa. Due psicologicamente devastati, due sacrificati dalla guerra. Per le famiglie e gli amici di Salvatore e Fausto, per noi tutti, la fine tragica di una lunga speranza, mentre per i parenti degli altri due meccanici il risveglio da un incubo. Poi le emozioni passano e resta la realtà, il dramma e la storia. Una storia che, dolenti o nolenti, ci porta nel grande teatro di un mondo difficile: attraversato dalla violenza più brutale, sconvolto da ideologie perverse. E alle quali siamo chiamati a dare delle risposte nel nome della ragionevolezza e della prudenza, offrendo soluzioni che vadano oltre l’uso della forza. Non è con la guerra che si risolve una questione delicata come quella libica, ma nemmeno fregandosene e rinunciando a prendere dei rischi, in termini di vite umane, oramai ineludibili. Evitando, tuttavia, di commettere errori madornali, come fece il colonialismo. Allora, l’esperienza italiana in Libia rimase poco più di un abbozzo e la Seconda Guerra Mondiale rese giustizia all’occupazione, ai massacri dei civili. La conquista avvenne con una guerra contro la Turchia, correva l’anno 1911, ma il successivo controllo del territorio non fu una passeggiata e terminò negli anni ’30: un conto era occupare le città altro conquistare le zone interne. L’entroterra venne espugnato durante il fascismo che ne fece un obiettivo strategico del regime. La resistenza libica fu tenace ma poco articolata mentre, il carattere del colonialismo italiano fu particolarmente duro e repressivo. L’avventura italiana sulle coste del nord d’Africa si concluse definitivamente con l’espulsione dei nostri connazionali per mano di Gheddafi, quando prese il potere nel ’70. L’operazione ideologica e propagandistica del colonnello, interlocutore complesso ma storicamente affidabile per l’Italia, rifletteva e giocava sull’anti italianità, mito fondante della storia del nazionalismo libico. L’odio atavico e diffuso nei confronti dell’Italia è una costante della Libia contemporanea, un elemento da non sottovalutare in quel particolare scenario. La condizione minima per attivare un intervento militare è un coordinamento sul posto e la cooperazione con la controparte. Per non urtare la “sensibilità” del popolo libico e peggiorare la situazione. La crisi libica, seppur indotta o accelerata da forze esterne, nasce da una rivolta contro un governo che aveva perso il senso della realtà, imposto una casta di potere che non lasciava spazio ad un ricambio generazionale. Paradossalmente con la fine dell’embargo internazionale la cesura sociale si è manifestata sempre più apertamente e le antiche rivalità tra la regione occidentale della Tripolitania e quella orientale Cirenaica sono esplose nuovamente, originando l’anarchia tribale attuale. Frantumato il fragile equilibrio sociale costruito da Gheddafi si è aperta una fase di lotta di tutti contro tutti, dagli esiti ancora in parte imprevedibili e nefasti: Egitto, Turchia, Qatar, Emirati Arabi e Marocco rivestono un ruolo nello scacchiere libico appoggiando questo o quel Governo e dove anche l’Isis allarga la propria sfera d’azione e influenza. Dalle ceneri di questa guerra civile non è ancora sorta l’istituzione in grado di garantire ordine al caos imperante. E questo rimane il vero obiettivo a cui la comunità internazionale deve lavorare per stabilizzare la regione, arginare il terrorismo islamico e mettere in “sicurezza” gli investimenti e gli interessi economici di importanti aziende.Occorre un disegno politico chiaro per il futuro della Libia che contempli anche un piano economico, e non viceversa.