DIPLOMAZIA TRUMPIANA IN MEDIORIENTE

La crisi del Golfo non si placa. Il Qatar tende la mano in un gesto di distensione ma l’Arabia Saudita, alla guida della coalizione contro Doha, rimane su posizioni intransigenti. Sul campo il Segretario di stato statunitense Rex Tillerson è stato impegnato in una vana mediazione. Lo spiraglio per una ripresa del dialogo tra gli stati arabi è flebile. La diplomazia di Trump ha fatto un sonoro buco nell’acqua. Con Tillerson costretto ad ammettere pubblicamente il fiasco: “Non possiamo forzare colloqui tra persone che non sono disposte a parlarsi”.

Il prodromo alla questione Mediorientale lo scorso 5 giugno, quando Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto e Bahrein hanno tagliato i legami diplomatici con il Qatar e imposto pesanti restrizioni, incluso l’embargo aereo, marittimo e dei confini terrestri, al piccolo stato della penisola araba: accusato di finanziare il terrorismo internazionale e di essersi pericolosamente avvicinato all’Iran. In una alleanza strategica che mette a rischio gli equilibri fragili nella regione, un “tradimento” al blocco sunnita. Doha in questi mesi ha negato con forza le accuse senza tuttavia ottenere dai vicini un disgelo. Il pessimismo mostrato da Tillerson la dice lunga. Il braccio destro di Trump prima di giungere in Qatar aveva riportato un successo mettendo allo stesso tavolo i governi di Riyadh e Baghdad, una pacificazione storica sottolineata dal comune sentimento anti-Isis. Mentre, nelle stesse ore a Washington, Trump usava toni trionfalistici per commentare la conquista di Raqqa da parte delle milizie curde con il sostegno dell’aviazione americana. “La fine del Califfato è prossima”, ha annunciato il capo supremo della prima potenza mondiale, rimarcando che nella lotta all’Isis da quando è in carica sono stati compiuti sforzi, e vittorie, superiori rispetto al passato. E avvisando che la sconfitta dei jihadisti coincide con l’inizio di una “nuova fase” per la Siria: offrire supporto alle forze curde e consentire agli sfollati di far ritorno nelle loro case. L’inquilino della Casa Bianca non ha tuttavia nascosto che la transizione verso la stabilità politica di Damasco non è imminente. La ritirata delle milizie del Califfato dalle roccaforti lungo l’Eufrate ha significato un ritorno dell’autorità di Assad e l’espansione delle aree d’influenza dei suoi fedeli alleati, siriani e russi. Non meno rilevante il fatto che i curdi siano sul piano militare in grado di fronteggiare gli avversari e allargare la sfera egemonica nella regione. Inoltre, come i vertici della CIA da giorni tentano di spiegare al proprio presidente: gli USA restano un potenziale bersaglio. I circa settemila combattenti, tra cui molti foreign fighters, sparsi a cavallo tra Siria e Iraq sono una minaccia anche fuori dei confini mediorientali. La guerra su scala globale non è ancora finita. E i futuri assetti sono molto incerti: la mappa disegnata da Sykes e Picot che un secolo fa dette vita alla definizione degli stati del Medioriente novecentesco è carta straccia. Nello scenario attuale la Turchia di Erdogan non può rimanere estranea a quanto gli accade intorno, un Iraq frantumato e debole è facile preda di chiunque, il nazionalismo curdo è in movimento verso l’indipendenza, l’Iran ha la possibilità di creare un cuscinetto territoriale che si estende da Teheran sino al Libano, elementi che messi in gioco possono repentinamente alterare la situazione e trasformarla in esplosiva. Il tacito accordo tutti contro un unico nemico, l’effetto collante della guerra all’Isis rimandando le divergenze a dopo, potrebbe ben presto scadere e riportare i vari attori in lotta fra loro. A quel punto un confronto USA, da una parte, e Iran, dall’altra, diventerebbe quasi inevitabile. Gli occhi sono puntati alle strade di Al Tanf dove da settimane non mancano episodi di “autodifesa” tra filoamericani e filoiraniani.

TRUMPISMI ANTI IRAN

La visione globale di Trump prende forma. I nemici, uno ad uno, vengono bersagliati dalla propaganda dell’inquilino della Casa Bianca a partire dalla Corea del Nord e dal suo dittatore. Sfortuna vuole che il tycoon si sia scaraventato con veemenza anche contro i trattati di Parigi sul clima e l’agenzia dell’Unesco, minacciando di ritirarsi da entrambi. Poche ore prima che Audrey Azoulay ex ministro della Cultura francese venisse nominata a capo dell’organizzazione dell’ONU per la tutela del patrimonio ambientale e culturale, sparigliando le carte del candidato qatariota, non gradito da Israele. La svolta di Azoulay è una vittoria non solo francese ma di una parte del mondo arabo che guarda con timore all’espandersi dell’egemonia iraniana in Medioriente. Dal canto suo Trump quotidianamente e con metodicità sfida le politiche del suo predecessore, scavando un solco profondo con la geopolitica di Obama. Il neo presidente a stelle e strisce sposa le tesi dell’amico e alleato Netanyahu, alzando il livello di tensione con il “diavolo” iraniano. Non certifica l’intesa sul nucleare e rimanda al Congresso la decisione su nuove sanzioni. Indica a grandi linee, senza entrare troppo nei dettagli, gli obiettivi: isolare Teheran. All’orizzonte si delineano quattro possibili scenari: l’introduzione su larga scala di nuove sanzioni. La guerra. Il rovesciamento del regime degli Ayatollah. La definizione di un nuovo programma distensivo.
Forse la vera intenzione trumpiana è trasformare gli stati sunniti limitrofi in un muro di contenimento, in grado di sopportare, anche autonomamente, un conflitto bellico con il mondo sciita. Per rendere concreto l’isolamento dell’antica Persia è indispensabile il totale appoggio dei Paesi del Golfo. Purtroppo per Trump qualche scricchiolio si è fatto sentire nelle relazioni tra Qatar ed Arabia Saudita, con una crisi diplomatica che stenta a trovare una soluzione. E con Doha che guarda con sempre maggiore attenzione alle lusinghe turche e iraniane. La cooperazione e la solidarietà tra stati arabi non sono un modello di affidabilità, bensì un limite. Un elemento di frizione nella regione è anche la questione curda, dove aleggia l’incognita e la paura. Erdogan non accetterà l’indipendenza del Kurdistan e nemmeno l’Iran è disposto a lasciare spazio vitale al nazionalismo curdo. Turchia e Iran hanno sviluppato un’interazione simbiotica, i secondi forniscono gas e petrolio, il primo è la porta d’accesso all’Europa, interrompere questi canali di scambio è al momento impraticabile. Inoltre, i sauditi, recentemente armati di tutto punto da Trump, sono impantanati in una guerra in Yemen che non riescono a risolvere, dimostrando che le loro forze armate non sono assolutamente preparate ad interventi militari esteri. La difesa è una cosa, l’invasione un’altra.
L’attuale guida iraniana Hassan Rouhani è considerata da gran parte della Comunità internazionale riformista e moderato, rispetto ovviamente all’indirizzo dell’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad: l’uomo che voleva possedere la bomba. Rouhani è stato accolto e riverito durante i suoi viaggi d’affari nel Vecchio Continente. Un muro contro muro tra il leader iraniano e Trump (coadiuvato da Netanyahu) non è ben visto dall’Europa. Non è un caso che l’Alto Rappresentante per la politica estera dell’Unione Federica Mogherini ha immediatamente preso le distanze dall’amministrazione statunitense, rimarcando centralità e necessità dell’accordo sul nucleare con l’Iran. I dissapori tra USA e Iran hanno una lunga storia, e qualche pagina nera di troppo. Questo non vuole dire che sono due realtà inconciliabili, Obama e Kerry infatti dettero prova del contrario. È vero tuttavia che il monolitico controllo, politico e religioso, esercitato dal supremo leader l’Ayatollah Ali Khamenei avvicina il paese ad una dittatura e non certo ad una democrazia. Troppo spesso chierici e militari iraniani hanno fatto uso della retorica bellicosa accostandola all’antisionismo. Ideologie e approcci sbagliati per un Medioriente in pieno caos.

Ican vince il Nobel per la Pace

La strada dell’abolizione delle armi di distruzione di massa è percorribile. La conferma arriva dal Nobel per la Pace 2017 assegnato a Ican (international campaign to abolish nuclear weapons), la campagna internazionale per il disarmo. Promotori dell’appello al trattato internazionale sul divieto delle armi nucleari, circolato alla recente assemblea Generale dell’ONU. Una decisione quella del Comitato norvegese che premia il boicottaggio alla proliferazione globale. Affronto politico tanto a Trump quanto a Kim Jong-un, una bacchettata ai due leader invischiati in una crisi diplomatica sul punto di degenerare. Riconoscimento indiretto all’Alto Rappresentante della politica estera europea Federica Mogherini per l’accordo raggiunto con l’Iran. Un tema quello sul nucleare già affrontato in passato dall’accademia di Oslo che nel 1962 consegnò il premio a Linus Carl Pauling, promotore della campagna contro i test nucleari. Onorificenza conseguita nel 1974 da Eisaku Sato premier giapponese che aderì al Trattato di non proliferazione nucleare. E poi ancora nel 1995 la nomina di Pugwash Conferences on Science and World Affairs, organizzazione non governativa ispirata al manifesto pacifista di Albert Einstein e Bertrand Russell. E infine la premiazione del 2005 all’Agenzia internazionale per l’energia atomica, insignita “per i loro sforzi per impedire che l’energia nucleare venga usata per scopi militari e per assicurare che l’energia nucleare per scopi pacifici sia utilizzata nel modo più sicuro possibile”. Una lunga lista di battaglie morali per mettere al bando le armi nucleari.
C’è chi dice che negli ultimi anni il premio si sia trasformato in una riconoscenza alle buone intenzioni, fece scalpore in questo senso la vittoria di Obama. C’è chi invece parla di Nobel maledetto: Martin Luther King, Sadat e Rabin furono assassinati. Una notorietà che indubbiamente non porta molta fortuna politica: Willy Brandt terminò la sua carriera con uno scandalo; Gorbaciov travolto dal golpe; Arafat ha passato gli ultimi anni recluso nella Muqata; José Ramos-Horta presidente di Timor Est è uscito di scena dopo una bruciante sconfitta elettorale. Il presidente della Colombia Juan Manuel Santos ha perso il referendum di pace con le Farc. Denunce pesanti hanno riguardato Lech Wałęsa e Mohammed Yunus, il primo finito nella bufera per spionaggio e il secondo per appropriazione indebita. Accuse che recentemente hanno interessato anche la leader birmana Aung San Suu Kyi per non aver condannato «il trattamento tragico e vergognoso» riservato alla minoranza musulmana dei rohingya. Tante le polemiche che questo ambito riconoscimento si porta dietro, a partire dalla mancata nomina di Ghandi. Tra le oltre 300 candidature al vaglio del Comitato alcuni dei nomi dei potenziali vincitori per il 2017 avevano ricevuto un alto gradimento: candidato favorito era papa Francesco. Il cui nome era uscito prepotentemente nella vigilia. Mettendo sotto tono altri che circolavano insistentemente: elmetti bianchi siriani, Can Dündar direttore del giornale turco Cumhuriyet e Raif Badawi blogger saudita. Esclusa quindi la guerra civile siriana, dove i volontari di varie associazioni umanitarie che aderiscono alle Forze di difesa civile (SCDF) sono impegnati con il loro casco in testa a salvare vite umane dalle macerie: oltre 100mila persone soccorse dall’inizio del conflitto. Scartata anche la nomina dell’ex direttore del quotidiano turco di opposizione in esilio in Germania. Vittima del presidente Erdogan e della sua politica repressiva nei confronti degli oppositori e della stampa. Speranza illusa per il blogger arabo condannato a mille frustate e 10 anni di carcere per blasfemia. Non ce l’ha fatta nemmeno il trio Mogherini, Javad Zarif e Kerry protagonisti del complesso negoziato con Teheran sul nucleare, ripudiato da Trump. Alla fine l’ha spuntata il candidato più inaspettato, sul cui sito campeggia l’invito di Yoko Ono: “Immagina la pace”.