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L’ESTATE DEL BIBIGATE

In Israele il governo guidato dal primo ministro Benjamin Netanyahu annuncia di voler oscurare l’emittente televisiva Al Jazeera, perchè fiancheggerebbe il terrorismo. Ma la decisione presa dal ministro delle Comunicazioni di Gerusalemme presenta talmente tante anomalie da risultare pressochè inefficace e quasi certamente fallimentare. Infatti, prassi vuole che la revoca delle credenziali ai giornalisti esteri deve essere motivata, e comprovata, con una informativa delle agenzie di sicurezza. Inoltre, per spegnere la CNN araba occorre il sostegno delle compagnie che mettono sul mercato i pacchetti televisivi via cavo o satellitari, anche in quel caso il provvedimento non avrebbe nessun effetto per il semplice dato che gli arabi israeliani seguono il canale qatariota avvalendosi di antenne paraboliche. Infine, la serrata delle sedi locali dell’emittente di Doha è materia del parlamento (Knesset). E ciò può avvenire solo dopo aver seguito l’iter burocratico: passaggio della  mozione nel gabinetto dei ministri, verifica di costituzionalità dell’atto da parte dell’avvocatura di stato e poi ritorno alla Knesset per il voto finale. Insomma, Al Jazeera resta accesa. Dietrologia vuole che con questa manovra il governo israeliano abbia voluto banalmente mandare un messaggio “distensivo” al blocco dei paesi del Golfo non allineati con il Qatar, emiri sauditi in primis. Intanto, un vero e proprio terremoto politico rischia di demolire la popolarità e definitivamente la carriera di Benjamin Netanyahu. Uno scandalo a catena che riguarderebbe presunti illeciti del primo ministro in questi anni. Lui, che non è digiuno a scalpori e gossip, dalle vociferate relazioni extraconiugali alle critiche per le vacanze lussuose spesate da noti imprenditori, risponde che è vittima di un linciaggio mediatico. Differente lettura danno i magistrati che lo “braccano” oramai da mesi su vari fronti. Prima l’apertura di due fascicoli denominati 1000 e 2000: uno per i regali alla moglie Sara che nasconderebbero tangenti, l’altro per le pressioni ad un editore per “ammorbidire” la linea. E poi, ad inguaiare il leader del Likud il filone d’inchiesta 3000, una presunta frode nella commessa di sottomarini acquistati dal gruppo tedesco ThyssenKrupp. Ad arricchire le ricerche del procuratore generale Avichai Mandelblit c’è la testimonianza dell’ex capo di gabinetto di Netanyahu, Ari Harow. Devoto “servitore”, Harow accusato di molteplici reati, ha preferito aprire una trattativa sulla sua testimonianza con gli inquirenti e ricevere così una pena ridotta, evitando il carcere. Eppure, anche difronte ad un maremoto di questa portata non è da escludere la possibilità che Netanyahu ne esca “brillantemente” pulito. Al momento nel tentativo di sedare dolorose faide interne al suo partito ha scavato una trincea intorno all’esecutivo. Stiamo parlando del più longevo politico israeliano, dopo il padre della nazione David Ben Gurion, che ha dimostrato di essere inossidabile e intramontabile, ma forse oggi è più vulnerabile. Ha estremizzato la sua posizione nel corso delle stagioni e polarizzato l’attenzione pubblica sulle sue “verità”: “con i palestinesi non c’è dialogo e l’Iran è il male”. Convinto antiobamiano e antieuropeista. Amico di Putin. Nemico di Abu Mazen, “confinato” in queste ore a Ramallah nella Muqata, dopo le violenze esplose in Terra Santa nelle passate settimane. Netanyahu ha cavalcato il trumpismo, e come l’inquilino della Casa Bianca attraversa un periodo nero. Populista carismatico, scafato e diffidente, rispettato e odiato. La retorica del re nudo bene descrive la discesa lenta ed inesorabile di questo statista, che ha saputo incarnare i vizi di Israele. Se le prove di Harow dovessero incastrarlo la favola volgerà al termine. Attendiamo nuove sorprese sotto il sole di Gerusalemme: Dimissioni? Crisi di governo? Nuove elezioni? Comunque, la saga del “falco” sembra aver imboccato, una volta per tutte, la lunga strada dell’aula di un tribunale.

FUOCO ALLE POLVERI IN MEDIORIENTE

A nulla è servito l’accorato appello di papa Francesco “alla moderazione e al dialogo” per il Medioriente. Gli echi del conflitto israelopalestinese tornano prepotentemente alla cronaca in un susseguirsi di violenza senza confini. È caos dalla Palestina alla Giordania, dove nella zona residenziale di Amman è stato compiuto un attacco terroristico all’ambasciata israeliana. A Gerusalemme, il venerdì della “rabbia” palestinese era arrivato, prevedibile e inesorabile. Dopo giorni di proteste e scontri la città eterna è stata attraversata da tensioni culminate con morti e feriti. Due popoli condannati dall’abisso eterno dell’incomprensione, in una terra contesa pietra per pietra. Il sangue palestinese scorre nelle strade di Abu Dis, El-Azarya, Ras Al-Amud e At-Tur, quartieri periferici di Gerusalemme est. La scia di dolore si sparge nella colonia illegale di Halamish, tra Ramallah e Nablus. In passato i teatri della violenza sono stati i vicoli arabi di Shuafat, Silwan, Jabel Mukaber o gli insediamenti israeliani di Efrat, Ariel e Maccabim. Cambiano i nomi dei luoghi e si aggiornano le statistiche di morti, feriti e arresti.

C’è chi oggi parla di una nuova Intifada alle porte ma, forse, è sempre la stessa che non è mai finita. Dal ’67 l’espansione israeliana ai danni dei palestinesi è proseguita inesorabile, erodendo terra e libertà. Radicando in entrambi una cultura impregnata di richiami alla resistenza o alla difesa. Tra quelle rocce tutto si carica di un significato simbolico che assume un valore trascendentale e, allo stesso tempo, politico. Simboli che non possono essere condivisi, una linea rossa invalicabile che per essere preservata risponde alla “legge” dello status quo: la legittimazione a fermare le lancette dell’orologio. Allora, una vecchia scala in legno viene lasciata per secoli sulla facciata del Santo Sepolcro, irremovibile per non alterare diritti e pratiche nel sancta sanctorum della cristianità. Tradizioni gelosamente custodite che esprimono potere e anche arroganza, come quella di continuare a vietare alle donne ebree di partecipare liberamente alle liturgie nel Kotel, il Muro del Pianto. Persino un metal detector, se si decide di istallarlo all’ingresso di un luogo di culto, in questo caso la Spianata delle Moschee, è considerato una provocazione e innesca un turbine di violenza inaudita.

Quando venerdì mattina, in una Gerusalemme blindata dalle forze dell’ordine, solo la voce del muezzin di al-Haram riecheggiava dal minareto, nel silenzio delle altre moschee, il finale era già scritto: cortine di fumo, sassi, manganellate e pallottole. Israele nel giorno della preghiera santa per i musulmani aveva chiuso agli uomini con meno di 50 anni l’accesso alla Spianata delle due Moschee sacre, una violazione criticabile certo, ma nulla che non fosse accaduto in precedenza tra quelle mura occupate. Invece, questa volta, la risposta di protesta palestinese ha avuto un’intensità e una partecipazione altissima. Mentre, gli organi di sicurezza israeliani giustificavano la presenza di maggiori controlli con il recente attentato terroristico del 14 luglio: due poliziotti drusi uccisi da tre assalitori arabi israeliani, che poi hanno cercato, e trovato, la morte sul selciato della Spianata. Israeliani che uccidono altri israeliani è un elemento di novità nel conflitto, non di poco conto. L’obiettivo degli attentatori era, probabilmente, innescare una deflagrazione che partisse da un luogo di risonanza per l’islam, il loro “martirio” è perfidamente riuscito. Scatenando l’emotività del mondo arabo e la reazione impulsiva del governo israeliano.

Come sempre dobbiamo chiederci qual’è il senso della scelta del muro contro muro portata avanti da Netanyahu in queste ore. E quanto i leaders palestinesi hanno strumentalizzato questo episodio. Le colpe, in una regione che è una polveriera, meritano di essere ripartite attentamente. Partendo dalla considerazione che terrorismo e occupazione sono gli anelli di una catena moralmente ingiustificabile.

Viaggio in Arabia con spettro Trumpexit

L’Air Force One decolla per il primo viaggio di Trump all’estero, che qualcuno vorrebbe già essere l’ultimo. La Casa Bianca è nella bufera per l’interferenza nell’indagine sulla collusione della Russia nella passata campagna elettorale. E’ l’ombra di uno scandalo che potrebbe trasformarsi in una futura Trumpexit: morbida con le dimissioni o forzata con la rimozione, tramite impeachment. Le turbolenze del Russiagate non si placheranno e accompagneranno, in parte condizionando, questo “pellegrinaggio” nel triangolo delle tre religioni monoteistiche. Prima tappa Arabia Saudita, poi la Terra Santa e la full immersion nel conflitto israelopalestinese. Un viaggio nella culla della fede con obiettivi che ovviamente poco hanno a che fare con la religione: sul tavolo affari e contratti per circa 200 miliardi di dollari. Nella valigia del “mercante” Trump un catalogo bellico con una vasta gamma di scintillanti armamenti, dalle novità del sistema di difesa missilistico alle più ingombranti fregate. La visita del presidente americano avviene in un momento particolarmente complesso per la penisola araba, con l’indebolimento dell’immagine della casata wahhabita dei Saud, custodi dei siti santi della Mecca e di Medina. E con un Trump “a testa bassa” all’assalto dei vertici dell’apparato di sicurezza americano, in un susseguirsi surreale di “gaffe”, “gole profonde”, smentite e rilancio di accuse, frutto tanto dell’incompetenza quanto dell’impulsività dell’incontrollabile personaggio. In Arabia, i signori delle tribù del deserto e dei pozzi di petrolio, tramandano con continuità l’oscurantismo, l’esclusione e separazione della donna, il controllo assoluto su costumi sociali e istruzione. Pregiudicano la libertà imponendo una dura privazione dei diritti umani: un tweet contro il Ministro di Giustizia è costato 8 anni di carcere a tre avvocati; il blogger Raif Badawi è stato condannato a 1000 frustate e 10 anni di prigione; il minorenne, Ali Mohammed Al-Nimr, reo di aver preso parte alle proteste di piazza della Primavera Araba, attende di essere decapitato. Il regime di Riyad inculca ancora una versione ideologica e intollerante dell’islam che di fatto alimenta il fanatismo e la sua emanazione terroristica. Il Pentagono considera vitale l’alleanza con l’unione arabo sunnita dei paesi del Golfo. Per mantenere il loro ruolo egemonico i Saud devono far fronte a due incombenze: le riforme economiche e la rivalità con l’Iran. La prima è dettata dall’esigenza di emanciparsi dal petrolio come fonte di crescita, mettere fine al petrostato modernizzando l’economia sia in termini di trasparenza che di investimenti privati. La contrapposizione tra khomeinisti e sauditi, sciiti e sunniti è destinata a durare, espandendosi in altri teatri geografici con il rischio finale di degenerare in uno scontro aperto. Le prime avvisaglie della deflagrazione sono le azioni militari nello Yemen dove le due potenze sono coinvolte su fronti contrapposti. L’Arabia Saudita è stata costretta ad accettare la crescente presenza iraniana, perdendo influenza in Iraq, Libano e Siria. L’asse strategico di Riyad con la Turchia di Erdogan è messo in discussione dall’avvicinamento del sultano allo zar di Russia, storicamente filo Ayatollah. Arretrando in Medioriente i sauditi hanno rivolto lo sguardo, e gli interessi, al nord Africa, materializzando intense sinergie con Egitto e Tunisia, prendendo posizione nel caos libico. Resta difficile il rapporto con Israele. Ad unire Netanyahu e i Saud il comune nemico iraniano e l’alleato Trump, a dividere ancora la questione palestinese. Il Trump d’Arabia, tra mille incognite, ha l’obiettivo di avviare il disgelo tra Israele e i vicini stati Arabi. Mr President vuole riportare alla “normalità” le relazioni con l’alleato saudita dopo l’intervallo obamiano, anche se tra Washington e Riyad le distanze restano profonde. Come spiegherà il chiomato presidente i suoi reiterati atteggiamenti islamofobici ad una casta che dipende interamente dall’appoggio del clero degli imam?

PALESTINA, ISRAELE E TRUMP

Il 28 marzo del 1988 in piena Prima Intifada palestinese, uno dei massimi esponenti della nascente Hamas, Mahmoud A-Zahhar, venne “invitato” ad incontrare l’allora ministro degli esteri israeliano Shimon Peres, il quale era intenzionato a risolvere rapidamente la questione della protesta palestinese. Il cofondatore dell’organizzazione terroristica e un padre della patria, un fondamentalista islamico e un sionista, due nemici sedevano allo stesso tavolo di scambio, confrontandosi per la prima volta. Il palestinese offriva la pace in cambio di: fine dell’occupazione, ritiro da Gaza e West Bank, libere elezioni. Peres rispose in modo secco accettando l’azzardo: ci possiamo ritirare da Gaza subito, ci servono sei mesi per lasciare la West Bank e su Gerusalemme rinviamo la questione. A quel punto A-Zahhar avrebbe rifiutato l’ordine cronologico dei punti incalzando con “Jerusalem should be first”: Gerusalemme al primo posto. E ovviamente quel timido tentativo d’incontro, la prima “apertura” islamista ad Israele o viceversa fallì. Dopo poco Peres e Yitzhak Rabin apriranno un credito ad Arafat, si costruirono gli accordi di Oslo. Poi arrivò la seconda Intifada e tornò la guerra.

Tre decenni dopo quell’incontro “obbligato” il capo politico dell’organizzazione terroristica palestinese Khaled Mesh’al (tra i pochi ad essere sfuggito alla caccia del Mossad) annuncia, con enfasi e ampia copertura mediatica, una nuova storica pagina per il movimento prima di passare il testimone a Ismail Haniye. Dichiarando che Hamas non è il braccio operativo palestinese dei Fratelli musulmani, smarcandosi clamorosamente dalla casa madre e stendendo il tappeto al faraone al-Sisi. Annuncia inoltre che la Carta fondante del 1988 è superata: il Mithaq non è il Corano. E che i confini dello stato palestinese sono quelli del ’67, prima della guerra dei sei giorni. Una smentita parziale, una policy volutamente ambigua nei rapporti con Israele e l’Occidente, ma anche un messaggio agli USA su eventuali segrete trattative da compiere nei prossimi mesi all’ombra delle piramidi. Nel documento “programmatico” si spiega che la lotta continua, che non è una guerra di religione tra ebraismo e islam. Manca tuttavia il “tassello” del riconoscimento di Israele. “Fumo negli occhi” tagliano corto da Gerusalemme. Botta e risposta nel siparietto mediorientale che ha anticipato, e in parte condizionato, il vertice della Casa Bianca, di qualche giorno fa tra Trump e Abu Mazen: tra un presidente imprevedibile, talvolta impresentabile e ed un rais logorato, criticato e delegittimato. Un faccia a faccia poco proficuo e dai contorni vaghi. L’inquilino presbiteriano della Casa Bianca è “sentimentalmente” vicino a Netanyahu e appare totalmente indifferente al fatto che dall’eterno conflitto israelopalestinese emerga uno stato binazionale o due stati. Il progetto a breve termine di Trump è scattare la foto con i due inossidabili leader che si danno la mano, in un gesto di apparente distensione. Strette di mano a parte l’imminente “pellegrinaggio” del neo presidente in Terra Santa potrebbe a catena avere effetti sulla maggioranza di governo di Netanyahu, risicata numericamente e condizionata da pulsioni nazionaliste. Mentre il reggente della Muqata ha uno spazio d’azione ridotto persino all’interno di Fatah (stretto tra le fazioni dell’esiliato Dahalan e quella di Marwan Barghouti, ancora chiuso, dopo le plurime condanne all’ergastolo, in un carcere israeliano). Abu Mazen frettolosamente ha firmato una cambiale in bianco a Trump, per limitare l’azzardo, in queste ore, ha cercato, e ottenuto, garanzia dallo zar Putin. Intanto, da una parte del muro e dall’altra, c’è già chi, in attesa di un suo tweet, elogia il chiomato magnate come un nuovo messia.

L’IGNORANZA TRUMPIANA SU ISRAELE E PALESTINA

Quando nel 2010 Benjamin Netanyahu si presentò a colloquio alla Casa Bianca il padrone di casa non degnò, il primo ministro israeliano, del picchetto di onore e lo fece entrare da una porta secondaria. In quell’incontro che non lasciò notizia, quasi non fosse mai avvenuto, lo scontro tra i due leader ebbe toni pesanti, così raccontano i ben informati. Nessuna stretta di mano immortalata da foto di rito, nemmeno la classica amichevole conferenza stampa congiunta. I dissidi tra Obama e Netanyahu hanno avuto picchi di tensione altissima, ciò tuttavia non ha alterato lo stretto legame tra i due paesi, al contrario l’impegno americano in favore di Israele non è mai venuto meno, anche se il premier israeliano scaltramente, ha sempre lasciato passare il messaggio opposto al fine di screditare Obama e la sua visione. Sulla questione della Terra Santa l’ex presidente afroamericano aveva un’idea apertamente contraddittoria con l’indirizzo politico espresso dal governo di Netanyahu: possiamo accettare, praticamente, tutto, tranne il prolificare degli insediamenti israeliani in territorio palestinese. Ovviamente durante tutto il ciclo obamiano “il falco” della Knesset si adoperò per autorizzare altre colonie, facendo orecchie da mercante ai richiami di Washington. In realtà l’approccio di Obama all’eterno conflitto mediorientale non aveva nulla di nuovo, era in linea con quello dei suoi predecessori, a partire da Carter e sintetizzabile nel motto: porre le basi per la creazione di uno stato palestinese e assicurare la sicurezza di Israele. Clinton e Bush junior rafforzarono questo assioma, lavorando alacremente al processo di pace e organizzando una serie di incontri trilaterali dalle tante, troppe, aspettative. L’agenda della diplomazia statunitense, a prescindere dal partito di appartenenza del presidente e dai risultati raggiunti, era scritta in calce. Uno spartito passato di mano in mano agli inquilini della Casa Bianca. Per buttare al vento decadi di diplomazia internazionale in Medioriente è bastata una frase banale di Trump durante una conferenza stampa, nei giorni scorsi, al fianco dell’amico sodale Netanyahu: uno o due stati per me non fa differenza. Aggiungendo: decidano loro. L’ignoranza trumpiana, perchè di questo si tratta, lascia sgomenti. Com’è possibile trattare con tanta leggerezza una questione così intrigata e complessa? E che alla fine alimenta solo violenza. Il magnate newyorkese in pochi secondi ha smantellato l’impalcatura che reggeva il sogno di poter aver, un giorno, uno stato di Palestina in pace e limitrofo con Israele. Due popoli per due stati non è più una priorità delle trattative, non è più il faro nel mezzo di una tempesta implacabile. La soluzione dei due stati non è solo una voglia del momento o un castello di sabbia, è una lunga e tortuosa strada che nasce da un consensus internazionale su di una formula strategica per porre le condizioni di una pace futura: la Terra Santa è di entrambi, palestinesi ed israeliani, così come Gerusalemme. E se si vuole spingere per riconoscere Gerusalemme quale capitale di Israele, allo stesso tempo si dovrebbe almeno concedere che la parte est della città Santa diventi la capitale dello stato palestinese. O no? Trump, al solito, naviga nella vaghezza, scimmiotta, è sconcertante: al momento si è impuntato per spostare l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme, sfidando l’ONU. Una chiave di lettura delle affinità e influenze della destra israeliana su Trump è certamente da cercare nei consigli del genero Jared Kushner, un pontiere tra Gerusalemme e Washington, è stato lui ad aprire la linea di credito di Netanyahu sul suocero. L’obiettivo immediato di Netanyahu è definire una stretta alleanza con il mondo arabo “moderato”: Egitto, Giordania e stati del Golfo. Più o meno dittature al pari del vero nemico di tutti, l’Iran. Il mondo arabo ora dovrà scegliere se abbandonare al loro destino i palestinesi per frenare l’espansionismo persiano nella regione. E c’è da credere che Trump giocherà un ruolo centrale.  

 

I TERRORISTI DEL CALIFFO ALLE PORTE DI GERUSALEMME

Nel 1947 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvava la risoluzione 181 con un piano di partizione della Terra Santa, nel tentativo di risolvere il conflitto tra arabi ed ebrei scoppiato nella regione: il mondo arabo scelse la risposta peggiore. Settant’anni dopo attendiamo ancora la nascita di uno stato palestinese: democratico, indipendente e sovrano. C’è qualcuno che crede che ciò possa avvenire nel 2017? Obiettivamente pensiamo che solo un miracolo possa appianare uno dei conflitti più lunghi della storia. La situazione politica interna alle due realtà, palestinese ed israeliana, è talmente e palesemente compromessa da non permettere spiragli positivi: la destra nazionalista israeliana al governo, le criticità di Fatah e la dittatura di Hamas a Gaza, la prospettiva del radicarsi dell’Isis, la visione di Trump.

Eli Kaufam editorialista del Jerusalem Post, recentemente ha scritto nel suo blog non un commento di fisica quantica, ma una riflessione filosofica sull’era che ci attende: «Possono causa ed effetto andare indietro nel tempo? Nella realtà delle cose può il futuro determinare il passato? …. Se il futuro fosse in grado di determinare il passato, allora con un futuro meraviglioso quello che ci attenderebbe sarebbe un presente radioso, perché abbiamo già visto il passato e non era così bello.»

Nel contesto della Terra Santa gli errori del passato, effettivamente, sono stati troppi, determinando il presente e il futuro: culturalmente ma sopratutto politicamente il mancato riconoscimento dell’altro, da entrambi le parti, è ancora un aspetto sconcertante della questione israelopalestinese. Sicurezza, diritti umani, confini definiti per due stati per due popoli sono sempre stati l’obiettivo primario della Comunità internazionale. La cartina geografica più diffusa della Terra Santa è ferma al ’67, attualmente quindi è obsoleta. A prescindere dal caso in cui si creino le condizioni per uno stato binazionale, che si opti per una sorta di stato federale o meno, ci vorranno intense trattative e lunghi trattati. Oppure ciò che ci aspetta sono barriere, occupazione e terrorismo? La matita che dovrebbe tracciare la linea di demarcazione tra palestinesi ed israeliani è oggi spuntata, e Trump è pronto a strappare i fogli su cui disegnare.

Nei prossimi giorni a lasciare un segno sul quadro mediorientale ci proverà il presidente francese Francois Hollande, lontano dalla ricandidatura ha deciso di affrontare, senza troppe pretese, il nodo gordiano del conflitto israelopalestinese, invitando a Parigi per il 15 gennaio i rappresentanti di 70 stati. L’iniziativa parigina è l’ennesimo tentativo di alimentare il percorso di due stati per due popoli. Un summit accolto favorevolmente da Abu Mazen, presidente senza consenso, ma non da Netanyahu, primo ministro in bilico. A Parigi non ci saranno strette di mano tra nemici. In realtà c’è però un certo interesse per quanto presenteranno le tre commissioni che da mesi lavorano ad una road map. Ciascuna analizzando una differente prospettiva: la struttura delle istituzioni palestinesi, il contributo economico, in particolare quello europeo, e infine la partecipazione della società civile al processo di pace. L’ultimo attentato sulla promenade di Gerusalemme, e la folla a Gaza in visibilio per il martirio dell’attentatore; le minacce alla giuria e le proteste di piazza al processo contro il soldato israeliano che freddò un prigioniero palestinese; le vignette pubblicate qualche giorno fa dal quotidiano Al-Hayat Al-Jadida che mostravano soldati dell’esercito israeliano uccidere Babbo Natale; i nuovi insediamenti israeliani. Dipingono un presente senza futuro.

IL NONNO DI ISRAELE

Zona del vecchio mercato di Giaffa a Tel Aviv. È mattina quando entriamo nella stretta viuzza che porta al caratteristico ristorante dove è fissato l’appuntamento. Lui è già lì sulla porta accerchiato dalla scorta e con il menù del cibo in mano. Era arrivato all’incontro con qualche minuto di anticipo o forse eravamo noi in ritardo di poco. Vestito elegantemente con una cravatta sgargiante e molto giovanile. Lo sguardo è impenetrabile ma la dialettica sciolta. Il pensiero invece è rivolto al piatto che ordinerà per colazione: la shakshuka. Che la sua attenzione sia tutt’altro che per noi appare chiaro a tutti all’arrivo delle padelle fumanti, per ciascuno 4 uova, pomodori, peperoni etc etc. Lascia di stucco osservarlo mentre annusa a pieni polmoni prima di inzuppare una fetta di pane nel pomodoro bollente e portarla famelicamente alla bocca, il “nonno di Israele” dagli occhi eternamente ragazzini e birichini è pienamente soddisfatto, sprigiona felicità. In fondo è lui al centro dell’interesse, non potrebbe essere diversamente se sei seduto allo stesso tavolo con uno statista mondiale e premio Nobel per la Pace. Tuttavia anche nell’incontro precedente il politico israeliano aveva dimostrato il suo volto umano e la propensione al convivio. Questo è lo Shimon Peres che abbiamo conosciuto. Quella sera d’autunno del 2004 al banchetto preparato nel locale sulla marina di Tel Aviv aveva “duellato” per una bottiglia di vino rosso. Inizialmente aveva resistito al tentativo di “esproprio” da parte di una politica italiana con una salda presa al collo di vetro per poi cavallerescamente cedere, a malincuore, l’ottimo Yarden di annata. Altre volte lo abbiamo incrociato nel ristorante marocchino Darna di Gerusalemme confermando la nostra idea sulla sua passione per il buon vino e la cucina maghrebina. È cosa nota che persino Ariel Sharon avesse una preferenza smodata per il kebab, tanto che quella ricetta tipicamente mediorientale gli sarebbe stata sottoposta come terapia olfattiva durante il lungo stato di coma da cui non si sarebbe mai svegliato. Entrambi questi attori, criticati, hanno segnato la storia recente della Terra Santa. Erano legati da una vera amicizia che li porterà nell’ultima parte della loro vita a fondare insieme un partito, loro che per anni sono stati seduti su sponde diametralmente opposte. Un rapporto certamente meno complicato della rivalità con Rabin: alla base della quale c’è stata, è bene ricordarlo, la lotta di potere per la leadership del centrosinistra israeliano. Per decenni i due leaders del partito laburista si sono confrontati con intensità, sfociando in conte interne quasi sempre a favore di Rabin. Peres dal canto suo era lontano dalle dinamiche di partito e non ha mai goduto della popolarità di Rabin. Preferendo la fama e il riconoscimento internazionale. Shimon Peres è stato una figura di spessore, ha ricoperto tutte le più importanti cariche istituzionali del suo paese, è stato un fine diplomatico e tessitore di trattative impensabili, ma discusso sino alla fine: ha sposato il nazionalismo patriottico e l’apertura alla globalizzazione; è stato un uomo di guerra e di pace; ha lavorato perchè l’esercito con la stella di Davide avesse la supremazia militare nella regione – con tanto di bomba atomica – e ha creato una fondazione per il dialogo con il mondo arabo che porta il suo nome. È stato uno dei fautori della politica di sviluppo degli insediamenti coloniali in Cisgiordania e ha perseguito il progetto di pace con i palestinesi costruendo personalmente l’impalcatura degli accordi di Oslo. Amava circondarsi dei grandi del pianeta dai Clinton a Mandela, Gorbaciov era spesso suo ospite, non nascondeva simpatia per Veltroni, con Papa Francesco ha legato profondamente. Nel Giugno 2005 ad un galà della sua fondazione fece un ingresso degno di una rockstar. Manifestava teatralmente una innata capacità politica, con un certo egocentrismo. Non mancava di citare il trionfo di Oslo, purtroppo, oggi definitivamente sepolto.

Brexit e Israele

Il referendum sulla Brexit non è solo una questione esclusivamente British ma impone una attenta analisi fuori dei confini del Vecchio Continente. Il valore e il peso dell’esito di questo appuntamento hanno ricadute internazionali che vanno ben oltre la cornice europea. «L’uscita della Gran Bretagna dalla Ue sarebbe una battuta d’arresto non solo economica ma geopolitica» ha recentemente commentato il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk. L’ansia di Londra, in queste ore di voto, contagia le borse, le banche e le altre capitali europee. Anche in Medioriente il dibattito è aperto. La Brexit entra persino nella questione più intrigata di sempre: il conflitto israelo-palestinese. Non poteva essere altrimenti, la Terrasanta, come oggi la conosciamo geograficamente, è strettamente legata alle scelte politiche dell’Impero di Sua Maestà: il vulnus storico è, e rimane, il periodo del Governatorato britannico della Palestina post Prima Guerra Mondiale. Con l’inasprimento del confronto tra arabi ed ebrei, “l’uso e la strumentalizzazione” dell’odio degli uni verso gli altri, radicando nelle rispettive società e culture la paura e l’uso della violenza. Un orrore, che nasce da un errore, di cui ancor oggi paghiamo le drammatiche conseguenze. Alla vigilia del voto inglese è interessante osservare e capire come a Gerusalemme palestinesi ed israeliani riflettono su questa scadenza elettorale. La maggioranza delle persone, di qua e di là dal muro, dimostrano un approccio di fondo strettamente legato al proprio portafoglio, guardando la concretezza della cosa, gli effetti immediati sulla valutazione della moneta visto che l’Europa è il primo partner commerciale: cosa farà lo shekel, ci sarà la svalutazione del nuovo siclo israeliano in caso di Brexit? Domanda più che logica. Tuttavia, indipendentemente dagli effetti monetari, ci preme mettere in risalto anche taluni aspetti più tecnicamente “diplomatici”. Secondo Tusk l’uscita rappresenterebbe un cataclisma: «potrebbe essere l’inizio della distruzione non solo dell’Unione europea, ma di tutta la civiltà politica dell’Occidente». Gli analisti israeliani sono divisi sul significato oggettivo della Brexit. Per Israele, c’è chi ritiene che produrrà un cambiamento in negativo “è preferibile che la Gran Bretagna rimanga nella Ue dove rappresenta una voce moderata in favore di Israele. Preferiamo vedere un’Europa solida economicamente, commercialmente e fortemente unita nella sua battaglia contro il terrorismo” ha affermato una fonte autorevole israeliana. E chi invece, in maniera diametralmente opposta, assume che ci sarà un effetto positivo con la riduzione della tendenza ad appoggiare la causa palestinese e il frastagliarsi dell’Ue. Indebolendo notevolmente l’influenza europea nello scenario Mediorientale e smontando definitivamente l’iniziativa di Parigi per la riapertura del processo di dialogo tra israeliani e palestinesi, osteggiata dallo stesso Netanyahu. Per parte della destra israeliana nazionalista vale il concetto che “con l’uscita britannica l’Ue diventa più fragile e questo avrà un impatto positivo, perchè nel suo complesso le istituzioni dell’Unione sono su posizioni molto più critiche nei confronti di Israele rispetto ai singoli paesi europei”. La lettura della Brexit che fà il lato palestinese appare più distaccata, alcuni accademici ritengono infatti che, a prescindere dal risultato finale, il Regno Unito e l’Europa hanno imboccato un percorso irrefrenabile di “simpatia e vicinanza” per le sorti della Palestina: “La Gran Bretagna dentro o fuori non cambierà l’atteggiamento europeo”, ripetono da Ramallah. La controversia degli insediamenti israeliani nella West Bank è materia sentita e fatta sentire da Bruxelles, la voce europea suona stonata per Gerusalemme. E così qualcuno mormora che i mal di pancia di Netanyahu per le richieste della Mogherini si curano con la Brexit.

LOST NELLA POLITICA DI ISRAELE

Gerusalemme, i negoziati con i palestinesi sono congelati da tempo, il piano proposto da Parigi è stato rigettato da Gerusalemme, che tuttavia in queste ore ha lasciato uno spiraglio d’azione alla diplomazia egiziana, coinvolgendo indirettamente al tavolo anche la Lega Araba, nella prospettiva di riportare la questione palestinese in un ambito regionale. Intanto la maggioranza di governo si allarga con l’ingresso di Ysrael Beitenu, assorbendo un’ altra forza di estrema destra. Nella attuale Knesset (il Parlamento israeliano) il premier Netanyahu può contare 66 voti su 120 seggi. E in vista dell’approvazione del prossimo bilancio si prepara ad evitare uno scoglio viscido. Mentre, sul fronte dell’opposizione il centrosinistra israeliano naviga tra malumori interni e la mancanza di una luminosa leadership. Generali, sindacalisti, sindaci, giornalisti e avvocati si sono susseguiti alla guida della principale forza laburista del paese (HaAvoda) in questi quindici anni. Figure lanciate coraggiosamente a mani nude nell’arena politica per essere sbranati dal leone di turno. Parabole discendenti di leader provvisori. Una generazione dirigenziale decapitata asfaltata dal voto, al ritmo di: «avanti un altro». Ben Eliezer, il falco della sinistra; Mitzna, il politico venuto dal kibbutz; Peres, lo statista senza popolo; Peretz, “il baffone”, il sindacalista che si è perso in guerra; Barak, la minestra riscaldata; Harish, lo sconosciuto; Yachimovich, la giornalista che sapeva di perdere; Herzog, il secchione, il primo della classe. L’ultimo della lista, “inciampato” politicamente in una recente trattativa con lo stesso Primo Ministro, operazione fallita nel battere di un’ala di farfalla, come era prevedibile. Pesano sul leader laburista le dichiarazioni da lui stesso pronunciate pubblicamente in questi mesi: «Mai con Bibi». Per poi inaspettatamente scegliere di sedersi al tavolo dei negoziati, forse nella speranza di ottenere quel ruolo che molti, non solo in Israele, vorrebbero che ricoprisse: il vertice della diplomazia. Posizione chiave che tuttavia Netanyahu si è guardato bene dall’offrire all’avversario mentre lo accomodava nella sua tana fatale. Alla fine per Herzog il tiro incrociato della stampa e le offese, non proprio gentili, di alcuni suoi colleghi di partito. Un partito che ha smarrito il contatto con la base e perso il radicato consenso elettorale. Paradosso di uno spazio politico che ha letteralmente costruito le fondamenta democratiche dello stato ebraico e che con il passare del tempo non ha saputo risollevarsi da un lento e inesorabile declino. Il centrosinistra è così entrato in un limbo, una stagnazione, una asfissia tra il sogno di diventare un’alternativa concreta di governo e la realtà di restare a vita una minoranza silente, debole, ininfluente. In Israele oggi il potere è saldamente in mano al politico più longevo della sua storia, Benjamin Netanyahu. Fondatore di una nuova destra nazionalista: meno liberale e più settaria. L’uomo del grande freddo con la Casa Bianca. Diffidente per natura, in primis con i palestinesi. Erede dell’ideologia populista di Begin. Distante anni luce sia dalla visione di compromesso storico di Shamir che dal pragmatismo di Sharon. Mattatore delle campagne elettorali, politico di successo. Il Likud, il suo partito è con lui, il presidente della Repubblica Rivlin no. Netanyahu il falco, fautore di una linea di pensiero che guarda ai coloni e apre ai religiosi. È alleato di Naftali Bennet, non solo per convenienza. Ha messo sul carro l’ultra nazionalista Lieberman, nominandolo alla Difesa, e ha fatto uscire dal governo una figura storica e autorevole del suo partito come Moshe Ya’alon. Netanyau con noncuranza e tanti compromessi continua per la sua strada. Ha puntellato una maggioranza scricchiolante, ma con quale rischio?

Un tavolo di pace ancora è possibile

Roma crocevia del futuro assetto politico della sponda Sud del Mediterraneo. Il viaggio del Segretario di Stato americano John Kerry nella città eterna è stato denso di contenuti, al centro dei colloqui questioni delicate come Libia e Siria, a sottolineare l’ultimo atto o tentativo di politica internazionale dell’era Obama. “E lui ora può fare ciò che vuole” libero da vincoli di mandato, l’opinione è di Isaac Herzog, leader del centrosinistra israeliano, rilasciata durante la sua visita romana. Herzog ha presentato a Kerry, in un incontro non ufficiale, un piano strutturato per la ripresa del percorso di pace tra palestinesi ed israeliani che prevede il disimpegno militare dalla West Bank, la fine di fatto dell’occupazione: “separazione” e organizzazione di una conferenza regionale sulla sicurezza in cooperazione con i paesi arabi. “Israeliani vengono uccisi nelle strade e nel mondo vediamo sorgere iniziative surreali e boicottaggi. Il ritiro – dalla West Bank – è il cammino, l’unico, per la soluzione di due Stati.” Il leader laburista, sconfitto nelle passate elezioni da Netanyahu, non è ottimista, non elude il problema del governo di destra che governa il suo paese, a differenza del falco della politica israeliana è consapevole di avere un forte ascendente e un canale privilegiato nei rapporti con Washington. Dove gode di quella amicizia che Netanyahu letteralmente ha portato ai minimi termini, i rapporti tra il leader della Knesset e il presidente degli USA sono pessimi, non c’è fiducia tra i due storici alleati tanto da arrivare, nei passati mesi, ad aperte accuse di spionaggio. Quanto Herzog sia riuscito a convincere il capo della diplomazia della prima potenza mondiale lo capiremo a breve. Intanto c’è tornata alla memoria una vecchia intervista a Khaled abu Awwad, palestinese e pacifista: “Noi e gli israeliani viviamo nel luogo più bello al mondo, eppure non c’è normalità e umanità nel nostro agire.” Khaled ha trascorso un lungo periodo di detenzione nelle carceri israeliane per motivi politici, oggi è considerato uno delle 500 personalità arabe più influenti e in Palestina è impegnato nel promuovere la via della non violenza e del dialogo: “la scelta delle armi è sbagliata, non è con la violenza, con il terrorismo dei kamikaze che raggiungeremo la libertà. C’è un cammino da fare insieme agli israeliani ed è quello del dialogo, dobbiamo sederci e chiarirci una volta per tutte: Qual è il vostro problema? Qual è il nostro problema? Ebrei, cristiani e musulmani siamo su questa terra per costruire e non per distruggere ed uccidere. Pace è una bella parola solo se ha un valore è un contenuto.” Forse hanno ragione Herzog e Khaled una possibilità per mettersi al tavolo, ancora una volta, è possibile. Il problema, a questo punto, è chi invitare.