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FINE DI UN AMORE MAI NATO

Israele e la crisi politica. Dopo tre gironi elettorali in meno di un anno e la nascita di un governo di larghe intese, nato con lo scopo di gestire la pandemia, le tensioni dentro la traballante maggioranza sono emerse frantumando la coalizione. A Marzo 2021 si torna alle urne per scegliere la composizione della prossima Knesset. E con molta probabilità anche il nome del futuro premier. Fallito per solo due voti il tentativo di posticipare le scadenze sull’approvazione del bilancio 2020-2021, proroga che avrebbe mantenuto in piedi l’esecutivo, il parlamento si è automaticamente sciolto alla mezzanotte del 22 Dicembre, come previsto dalla legge.
La scorsa primavera, dopo le insistenti pressioni del presidente Reuven Rivlin e l’emergenza Coronavirus, l’ex capo di stato maggiore Benny Gantz ha ceduto scendendo a patti con il rivale Netanyahu. Firmando un accordo che prevedeva la rotazione al vertice del governo nel Novembre 2021. Ma che Netanyahu, in molti hanno pensato, non abbia mai avuto nessuna vera intenzione di rispettare. A confermare la reale intenzione i tanti segnali lanciati dal capo del Likud in questi mesi: dalla mancata approvazione proprio del bilancio – nodo cruciale del contenzioso – alla gestione personalistica – e talvolta segreta – della diplomazia internazionale. Fatto sta che a mettere la parola fine a questa legislatura è stato l’intrecciarsi di vari fattori. Due dei quali sono stati determinanti: lo strappo del Ministro della Difesa Gantz che in queste settimane ha aspramente attaccato e criticato Netanyahu, pur lasciando aperto lo spazio per la trattativa. E la scissione del Likud provocata da Gideon Sa’ar. Già da tempo spina nel fianco del falco della destra, ribelle e deciso a mettere fine al regno di Netanyahu.
Gantz, l’ex generale e fondatore del movimento Blu e Bianco (Kachol Lavan), nelle ultime settimane aveva manifestato non poca insofferenza nei confronti dell’alleato-nemico, minacciandolo pubblicamente. Fino ad arrivare ad istituire una commissione nel suo dicastero per investigare sulle presunte tangenti legate all’affare dei sottomarini venduti dalla Thyssen ad Israele. Scandalo dove il premier è chiamato in causa come testimone. Mentre, persone a lui molto vicine sono indagate. Quella di Gantz è stata una vera e propria dichiarazione di guerra nei confronti di Netanyahu. A far precipitare la situazione c’è voluta comunque l’uscita, polemica, di Sa’ar dal suo partito. Che ha deciso di dar vita ad un suo movimento, posizionandolo tra il Likud e Kachol Lavan. Operazione a cui hanno aderito parlamentari proprio delle due forze, togliendo ossigeno e numeri preziosi alla maggioranza.
Oggi, Israele è diviso equamente tra sostenitori e contrari al più longevo politico israeliano della storia, che nel corso degli anni ha “giocato” contro il centrosinistra, poi lo scontro si è spostato con l’area centrista e infine, a quanto pare, è diventato un duello interno alla destra. Il rapido deterioramento del governo è riconducibile, in parte, al contraccolpo del cambio di clima a Washington. Il declino di Trump ha ovviamente investito l’amico Netanyahu, aprendo il valzer dei posizionamenti.

L’ULTIMO VIAGGIO DEL TRUMPISMO

Il viaggio del segretario di stato statunitense Mike Pompeo in Israele è probabilmente una delle ultime pagine della politica estera di Trump in Medioriente. L’ormai pro tempore presidente, prima del commiato, ha voluto ringraziare, e rassicurare, pubblicamente gli alleati. Dedicandogli il tour finale delle visite ufficiali di stato. Ha inviato, il fedelissimo Pompeo a manifestare sentita amicizia a Netanyahu e profonda solidarietà alla destra nazionalista israeliana. In Terrasanta, in un mix di gesti simbolici, retorica e propaganda, l’ex direttore della CIA ha ripercorso il cammino dell’amministrazione Trump in questo quadriennio. Rendendo omaggio alle decisioni più significative del mandato presidenziale: dal riconoscimento ad Israele del Golan, a quello dei prodotti degli insediamenti israeliani in Cisgiordania. La visione di pace di Trump lungimirante o meno, ha indubbiamente introdotto una svolta di approccio significativo. Senza rimuovere gli ostacoli alla trattativa israelopalestinese, ha nascosto le criticità del contesto offrendo un’unica non concordabile soluzione. Gelando le attese dei palestinesi e allargando lo spiraglio di normalizzazione tra Israele e il mondo arabo. Fardello che viene lasciato in eredità a Biden. Investito a questo punto del compito di riportare al tavolo la controparte palestinese, ormai, dopo la recente scomparsa di Saeb Erekat, priva di una classe di credibili negoziatori. Orfana di figure di spessore che non siano riconducibili alla casta di Fatah o all’organizzazione terroristica di Hamas. Non è escluso che Biden valuti attentamente l’opzione di una terza via. Quella dell’élite palestinese con passaporto americano, imprenditori di successo o intellettuali vicini al partito democratico. Se Arafat portò ad impiantarsi alla Muqata di Ramallah la corte di Tunisi, Biden potrebbe fare altrettanto con una nuova generazione di governanti. Sul versante israeliano Netanyahu, con il cambio nei palazzi di Washington, ha effettivamente il rischio di vedersi obbligato ad accettare qualche compromesso, mostrando segnali distensivi che ne minerebbero l’indiscussa leadership nel proprio campo politico. Nel 1953 con l’uscita di scena del democratico Truman e l’elezione del repubblicano Eisenhower vi fu un repentino capovolgimento, e deterioramento, delle relazioni tra USA e Israele. Fu la prima storica rottura. L’entratura con il potente protettore traballava, e l’allora premier Ben Gurion per evitare l’isolamento incominciò a guardare con interesse a Londra e Parigi. Strategia che irritò sicuramente Eisenhower. Poi Israele, preso atto della debolezza del vecchio imperialismo, tornò mestamente sotto l’ala di Washington. Oggi, Netanyahu si trova nella medesima condizione affrontata da Ben Gurion, avendo perso le influenze che aveva sulla Casa Bianca a marchio Trump. Per il “falco” della destra l’eventuale ricerca di uno spazio di manovra alternativo è assai limitato, la manifesta idiosincrasia per l’Europa lascia aperta la porta di Mosca. E l’abbraccio non proprio affidabile di Putin.

IL FUTURO CIRCOLO DELLA PACE E QUELLO DELLA GUERRA

Le comuni radici bibliche e coraniche sono solo un aspetto esteriore dell’Accordo di cooperazione bilaterale tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti, formalizzato con il beneplacito della Casa Bianca. Nella tela di fili tessuta internazionalmente da Trump c’è un nodo: la Palestina. Mentre, il buco della trama trumpiana è l’Unione europea, marginalizzata e ininfluente nelle dinamiche geopolitiche.

Quando al termine di una cena di gala a Tel Aviv chiedemmo a Shimon Peres – tre anni dopo sarebbe stato eletto presidente – se pensasse che l’allargamento dell’Ue avesse dovuto abbracciare anche la costa meridionale del Mediterraneo, la risposta fu: “Why? Perchè? Sarebbe un’idea sbagliata. Questa è la nostra casa con i suoi vicini, la tranquillità arriverà, inesorabilmente”. Dalla nascita, nel ’48, fino al governo populista di Netanyahu l’impostazione della politica estera israeliana è stata di discostarsi il meno possibile dalle indicazioni di Washington. Un arco temporale in cui Israele è stato stretto tra l’incudine dell’ottusità del mondo arabo arroccato nel voler continuare a riconoscere questo piccolo stato come un’entità estranea al Medioriente. E il martello del conflitto insoluto con i palestinesi: lo status di Gerusalemme Est, l’occupazione in Giudea e Samaria, le politiche di espansione coloniale.

Gli accordi di pace con l’Egitto a Camp David, quelli di Wadi Araba con la Giordania, le collaborazioni commerciali di Tel Aviv con la Turchia e oggi il canale diretto con Abu Dhabi sono passi importanti in una regione ibrida e tribale, poco democratica e per nulla liberale. L’annunciato trattato “Abramo”, tra Israele e gli EAU, è un corollario del progetto di conciliazione lanciato in pompa magna da Trump, era pre-coronavirus, lo scorso dicembre: Pace nella prosperità. Il piano, quello che il presidente statunitense ha definito l’accordo del secolo per palestinesi ed israeliani, non è un’idea inutile, ma una scatola vuota. Fumosa e avulsa dalle “sensibilità”. Quindi, difficilmente applicabile, praticamente irrealizzabile. Innegabilmente, l’intesa con gli emiri è una vittoria diplomatica di Netanyahu, pagata al prezzo di congelare l’annessione di parti della Cisgiordania. Rappresenta, al tempo stesso, l’ultima sconfitta politica della classe dirigente palestinese post Arafat. Dimostra che l’approccio della Lega araba nei confronti di Israele è in una fase di rapido cambiamento, irreversibile. Il cerchio della pace è in espansione, altri stati, dall’Oman al Sudan, muovono verso la normalizzazione dei rapporti, attraverso trattative più o meno segrete che Netanyahu ha affidato, non a caso, al Mossad. L’evoluzione dello scenario è dovuto a l’impellente necessità delle monarchie sunnite del Golfo di stringere una doppia alleanza strategica: contro l’accerchiamento dell’Iran sciita e di contenimento delle ambizioni imperialiste di Erdogan. Due vulcani attivi. In questo quadro la chiamata del principe Mohammed bin Zayed all’ex nemico sionista è eloquente.

RE BIBI CONTESTATO E ASSEDIATO

In Israele l’incastro tra crisi sanitaria ed economica ha prodotto un movimento di massa antigovernativo di indecifrabile portata. Ma è sbagliato pensare che sia una protesta ideologicamente uniforme e tendenzialmente apolitica. Dentro c’è di tutto, da anarchici a elettori di destra e persino ferventi religiosi. È una rivolta dai connotati generazionali, allargata ad altre fette della società in un obiettivo comune: le immediate dimissioni del premier Netanyahu. Tre gli episodi scatenanti: il declino del centro-sinistra sionista, il Covid e i problemi giudiziari di Netanyahu. Tanto il disfacimento di un’intera area politica, quella progressista, è stato lento e logorante, quanto l’avvento e gli effetti della pandemia sono stati rapidi e dolorosi per la tenuta sociale. La frastagliata sinistra sionista ha nel corso dell’ultimo decennio subito l’influsso negativo della stella di Netanyahu. Mostrando ad ogni sconfitta le proprie debolezze: l’emorragia di voti e la troppa facilità nella scelta di cambiamento del timoniere. La lunga sequenza di nomi che si alternano ai vertici della leadership è l’evidente limite di prospettiva: da Ehud Barak fino a Peretz è un continuo avvicendamento alla guida del partito socialdemocratico Avodà, da Haim Oron a Horowitz ruotano a catena nella segreteria del socialista Meretz. Due forze che rischiano domani di veder definitivamente prosciugato il proprio bacino elettorale, a scapito di un potenziale movimento di rinnovamento, trasversale ed alternativo. Nel breve, però, i cortei del dissenso sono un terremoto politico che scuote il palazzo. A l’imprescindibile slogan dell’opposizione (“Chiunque tranne Netanyahu”) se ne aggiungono altri: solidarietà al BLM, fine dell’occupazione dei territori palestinesi, rispetto per la comunità LGBT. Nelle piazze gli studenti invocano lavoro e i commercianti indennizzi. Il filo comune che li lega è la critica alla gestione dell’epidemia messa in atto dall’attuale esecutivo. Inizialmente, la risposta di contenimento del virus era apparsa repentina e adeguata: lockdown e obbligo di indossare la mascherina, con un basso numero di contagi, concentrato in determinate zone, ad essere maggiormente colpiti ortodossi e arabi. Poi a maggio la seconda ondata. I primi focolai nelle scuole. Il picco cresce esponenzialmente di giorno in giorno. Diffusione a macchia d’olio a Gerusalemme. Sale il numero dei morti. Ritorno all’emergenza. Crepe nella maggioranza e Governo in cortocircuito. Intanto, Netanyahu oltre al Covid deve fare i conti con la magistratura in un aula di tribunale: aperta la fase processuale dei casi penali dove è incriminato per vari reati, tra questi la corruzione. Troppo anche per il longevo mago della Knesset, che perde consenso nella sua base. Mentre, l’onda “rivoluzionaria” incombe su Balfour street, residenza del primo ministro. I cancelli della “Reggia di Versailles” israeliana, simbolo della monarchia di Netanyahu, sono assediati da manifestanti che, almeno apparentemente, non si accontentano delle brioche.

ADDIO AL VATE DELL’ANTIFASCISMO STERNHELL

“Fondamentalmente il Sionismo è nato con lo scopo di riportare il numero più alto possibile di Ebrei in terra d’Israele aspirando ad uno stato indipendente dalle caratteristiche simili a quelle di ogni stato nazionale dell’Europa, che era allora il modello dei primi sionisti. Il significato del Sionismo non è cambiato, ma la Guerra dei Sei Giorni e la conseguente occupazione del West Bank, hanno posto questa ideologia di fronte a nuove e difficili domande: è giusto, necessario e degno che lo stato nato dallo sforzo del Sionismo, domini un altro popolo? Personalmente penso che al Sionismo, nato per liberare il popolo ebraico, sia vietato di dominare un altro popolo ed è su questo punto che verte la discussione che è così viva e profonda nella società israeliana: sulla scelta fra il “Sionismo portatore di libertà” e il “Sionismo dominatore”.” Sono le parole di Zeev Sternhell, storico israeliano. Militante del movimento pacifista e insignito del premio Israele per le scienze politiche nel 2008. Mentore della sinistra, è opinionista per vari quotidiani, commentatore attento e critico alle problematiche di Israele. “Sulla questione del futuro del Sionismo, la società israeliana è divisa circa a metà e le recenti elezioni hanno ancora una volta confermato questo fatto. La vittoria di cui tanto si parla è un risultato personale di Netanyahu che è riuscito a convincere gli elettori tradizionali della destra a convogliare sul suo partito, il Likud, i voti che precedentemente erano stati distribuiti fra i vari partiti di questo raggruppamento. Anche nella sinistra il partito laburista si è rafforzato a discapito dei partiti che gli sono ideologicamente più vicini. I due raggruppamenti – quello della destra e quello della sinistra – escono da queste elezioni, ancora una volta, come entità di dimensioni simili, con un leggero vantaggio per la destra. Alla domanda su dove può portare questa polarizzazione della società israeliana, le devo rispondere purtroppo che sono sempre meno ottimista. Anche se questa maggioranza della destra ha margini minimi, rimane ancora maggioranza e permetterà al “Sionismo dominatore” di rimanere al potere, di perpetuare la situazione in cui Israele è democrazia per noi stessi ma non per i Palestinesi, di mantenere l’occupazione dei Territori e di continuare a colonizzare le terre dei Palestinesi e a tenerli in una forma di apartheid. Temo che il nuovo governo riproporrà la “Legge sulla Nazionalità”, che ha in sé il potenziale di discriminare gli Arabi israeliani, cercherà di ridurre al minimo l’influenza della Corte Suprema [che in Israele ha anche funzione di Corte Costituzionale n.d.r.] e in generale di influire sugli orientamenti educativi, culturali e mediatici sostenendo che non riflettono e anzi contraddicono il volere democraticamente espresso dal popolo nelle elezioni. A questo si sta avviando la società israeliana e la mia paura è che un numero sempre crescente di persone e in particolare di giovani, si chiederà se questo è veramente il paese in cui vogliono continuare a vivere.” Secondo lo studio della ong Peace Now il 2014 è l’anno dei record di gare d’appalto israeliane nei Territori Palestinesi Occupati della Cisgiordania e Gerusalemme. I bandi per costruire nuove unità abitative sono stati 4.485 con una crescita annuale dei coloni in territorio palestinese del 5,5%. L’espansione coloniale ha copiato per certi versi il modello di radicamento nel territorio dei pionieri kibbutnik, ma con una filosofia assai diversa. “C’è una forte somiglianza fra i due fenomeni, soprattutto per la assoluta sproporzione fra le dimensioni numeriche e la reale influenza politica. Tutte le organizzazioni cooperativistiche insieme, nel loro periodo di maggiore espansione, non hanno mai superato il 6-7% della popolazione israeliana. Le persone che vivono oggi nei territori al di là della linea verde sono circa 350.000 ma per la stragrande maggioranza di loro si tratta di una scelta economica, fatta per sfruttare le facilitazioni fiscali e i ridotti costi abitativi e dell’edilizia. I coloni “ideologici” sono poche decine di migliaia di persone che rappresentano una percentuale minima della popolazione israeliana ma che sono rappresentati nell’ambito della destra da un intero partito (Habayt Hayeudi) e dalla presenza come forza secondaria di sostenitori anche in tutti gli altri partiti della destra. E’ una forza che viene dalla propria ideologia assoluta, incrollabile, dalla certezza di essere nel giusto, senza dubbi. Tutto quello che manca da anni alla sinistra”. Nel settembre del 2008 il professore Sternhell è rimasto ferito in un attentato contro la sua persona. La matrice politica dell’azione terroristica risale alle frange dell’estrema destra israeliana. Il grave crimine non ha tuttavia smussato la passione civile di Sternhell, tutt’altro. “La legislazione influenzata e incoraggiata dalla “rivoluzione costituzionale” di Aharon Barak negli anni novanta, ancor prima che fosse scelto come Presidente della Corte Suprema, definiva Israele come stato ebraico e democratico in cui la maggioranza è ebraica e il sistema democratico assicura che tutti i cittadini godano degli stessi diritti. Quello che la Legge sulla Nazionalità farà, se verrà approvata, è stabilire l’esistenza di due comunità – una ebraica nazionale, l’altra civile più estesa, comprendente tutti gli altri, compresi gli Arabi. In caso di contraddizione o scontro fra gli interessi delle due comunità, quella nazionale ebraica godrà automaticamente della preferenza. La “nazionalità ebraica” diventerebbe una categoria giuridica alla quale la stessa Corte Suprema sarebbe sottoposta. Quello che farà la differenza nell’operato del prossimo governo sarà la omogeneità o meno su posizioni di destra. Se non ci sarà qualcuno ad arginare queste iniziative, come è stato con Lapid e la Livni negli ultimi governi, questa legislazione prenderà corpo e metterà in serio pericolo la democraticità di Israele.” Tra il 1990 e il 2000 approdarono in Israele ottocentomila cittadini dell’ex Unione Sovietica. Il primo mezzo milione si riversò nel paese nel giro di appena tre anni. Nel loro complesso determinarono un incremento demografico di circa un quinto rispetto alla popolazione israeliana di fine anni Novanta. Il direttore dell’Agenzia ebraica, l’ente che si occupa di accogliere e favorire l’integrazione in Israele degli ebrei che scelgono di fare l’aliyah (andare a vivere in Israele) ha dichiarato che dal 2010 al 2014 sono arrivati in Israele circa 100 mila nuovi immigrati, ben 245 mila negli ultimi dieci anni. Dati alla mano sempre più ebrei lasciano l’Europa dove la convivenza peggiora anche a causa del perdurare del conflitto israelopalestinese. “Non penso che l’immigrazione dall’Europa assumerà le proporzioni di un’ondata, certo non come quelle che abbiamo conosciuto dopo la fondazione dello Stato nel 1948 o con l’arrivo di oltre un milione di Russi dopo la caduta dell’Unione Sovietica. Da una parte gli Ebrei europei hanno radici molto ben piantate nei paesi in cui vivono e dall’altra l’antisemitismo in Europa non ha ancora raggiunto proporzioni che spingano gli Ebrei a fuggire frettolosamente dalle proprie case e attività. La crescente presenza e influenza islamica potrebbe fare da ulteriore catalizzatore, laddove i musulmani identificano gli Ebrei con la politica di Israele e questi diventano “le vittime” dell’odio nei confronti dello stato ebraico. Siamo insomma di fronte a un paradosso e cioè che Israele non solo non è una soluzione per questi Ebrei, ma diventa anche un problema. Credo comunque che arriveranno alcune decine di migliaia di persone, per lo più appartenenti agli strati sociali medio-bassi, molti di questi religiosi. Un pubblico già ben identificato con il centro destra, che non avrà nessun problema ad inserirsi in questa fascia politica con la cui ideologia si riconosce. E la destra ne uscirà ancora più rinforzata.”

Passo tratto da Voci da Israele, L’Espresso ebook, 2015.

Alfredo De Girolamo e Enrico Catassi

BIBI, IMPUTATO E PREMIER

Israele ha aperto le aule del tribunale all’uomo più potente, Benjamin Netanyahu. Per la prima volta nella sua storia il Paese vede alla sbarra il suo primo ministro in carica, imputato in tre casi di corruzione, frode ed abuso d’ufficio. “Non ci sarà nulla, perché non c’è nulla” ripete il re di Gerusalemme, proclamando la sua innocenza. In un processo che ha richiesto mesi e mesi d’investigazioni, raccogliendo prove e testimonianze per poi approdare all’incriminazione da parte del procuratore generale Avichai Mandelblit.

L’evento più atteso, posticipato a causa della pandemia, è iniziato in concomitanza con la nascita dell’esecutivo formato insieme all’ex avversario Gantz, che dopo avergli dato battaglia in tre elezioni consecutive ha accettato l’alleanza e la pace. Netanyahu incassa la maggioranza nella Knesset e sfida la giustizia. “Sono accuse inverosimili”, che “costituiscono un tentativo di golpe” è stato il messaggio del premier prima di affrontare i giudici. Il falco della politica ha impostato la sua carriera, vincente e longeva, facendo buon uso del vittimismo. Fu così quando, nell’era pre internet, scoppiò lo scandalo di una relazione extraconiugale. Era il 1993 e “Bibi” Netanyahu correva per le primarie del partito, la notizia della liaison, che la stampa definì il “Bibigate”, non intaccò l’immagine del nascente leader, vittima a suo dire: “di un crimine senza precedenti nella storia della democrazia”. Alla fine gli iscritti al Likud lo elevarono ad indiscusso signore della destra, e da quel momento si adoperò per plasmare la macchina del movimento a sua immagine. Un partito divenuto personale, con un leader nazionalista che spesso giocherà la carta propagandistica della cospirazione ordita contro di lui: dalla sinistra, dai media, dai generali, dagli arabi e infine anche dalla magistratura. Netanyahu è un personaggio talmente divisivo che ha spaccato il paese in due, pro o contro la sua figura. Gran parte degli israeliani si è già espressa sul processo in corso senza attendere la sentenza, in un caso penale dalle potenziali ripercussioni sia sul tessuto sociale che sui futuri assetti democratici dello Stato.

Quanto in Netanyahu ci sia di un altro precedente epico scontro della politica con la magistratura, quello di Berlusconi, è presto detto. Sono incantatori della comunicazione. In entrambi i romanzi i nemici sono le “toghe”. Nella narrazione applicano il postulato del manifesto populista: “I cittadini hanno il diritto a esser governati da chi hanno scelto democraticamente”. Hanno la stessa linea di apologia: “indebite ingerenze della magistratura su altri poteri dello Stato costituiscono una vera emergenza democratica”. Sono due personalità con un’unica terapia d’urto: estirpare il cancro della magistratura. Sfruttano il medesimo mezzo per ottenere l’immunità: le leggi in parlamento. E professano l’identica visione della realtà: “Qui è tutto paradossale”. Per non parlare delle rispettive entrature alla Casa Bianca, Berlusconi con Bush, Netanyahu con Trump. Amicizie che contano.

BIBI, GANTZ E IL GOVERNO

Israele riapre palestre, mercati e centri commerciali, dopo 6 settimane di chiusura da Covid19. E introduce restrizioni: ingressi limitati in base al volume degli spazi, distanza minima di due metri tra le persone in coda, obbligo d’indossare la mascherina in pubblico. Il paese che convive da anni con la paura del terrorismo, e dei conflitti, ha imboccato la strada della ripresa, rapida ma controllata. Intanto, “Bibi” Netanyahu si intesta la “vittoria” sia contro la pandemia che quella politica per la nascita di un governo d’emergenza. Un esecutivo “benedetto” persino dalla Corte Suprema, che ha rigettato, con verdetto unanime, due petizioni: la prima che chiedeva di riconoscere incompatibile Netanyahu, a processo per corruzione, con l’incarico a premier. E la seconda che metteva in dubbio la correttezza dell’accordo di coalizione tra i due principali partiti nella Knesset, Likud e Kahol Lavan. Cadono, quindi, gli ultimi ostacoli per il ritorno sul trono di Gerusalemme del falco della destra, dopo un lungo periodo in cui ha esercitato il ruolo di primo ministro facenti funzioni.

Netanyahu, il mago della politica israeliana, ha archiviato tre elezioni inconcludenti nell’arco di un anno e ha trovato una soluzione, a lui congeniale, per uscire dallo stallo politico. Scardinando il campo avversario, ha saputo convincere il rivale “Benny” Gantz ad un patto di rotazione al vertice. Il leader del Likud e più longevo premier di Israele, giurerà il 14 maggio, suggellando il più corposo governo della storia, 36 ministri e 16 sottosegretari. Una maggioranza assai variegata che include: partiti religiosi, destra populista, pezzi del centro e una parte della sinistra. Fuori dalla porta, non per motivi ideologici, la destra nazionalista. Come fuori anche la sinistra radicale, i partiti arabi e i liberali di Lapid che non hanno seguito Gantz, in quello che ritengono un abbraccio mortale con il nemico, scindendo il movimento. Il carrozzone messo su da Netanyahu ridisegna completamente il quadro politico, mettendo, almeno apparentemente, fine al periodo dei due blocchi contrapposti. Chi vede raggiunto l’obiettivo prefissato è il presidente israeliano “Ruby” Rivlin, da sempre promotore delle larghe intese e prossimo al termine del mandato, luglio 2021. Dietro le quinte dell’intesa si è prodigato anche l’inquilino della Casa Bianca. Donald Trump è interessato a veder fiorire la sua idea di pace tra palestinesi ed israeliani. Un piano sfarzoso e surreale, che Gantz e Netanyahu hanno promesso di voler mettere in atto presto, intanto con l’annessione di parte dei territori palestinesi lungo la valle del Giordano.

Nonostante sia stata l’emergenza coronavirus a forzare i tempi per la nascita di un governo di unità nazionale, anime così diverse continueranno a trovare terreno di scontro. Vecchi e mai sopiti rancori esploderanno prima o poi tra i banchi della Knesset. E non è detto che, in uno scenario favorevole, Netanyahu decida di puntare direttamente alla presidenza di Israele.

L’ORA, O MEZZ’ORA, DI GANTZ

Israele tra scenari politici in evoluzione e una nuova guerra, al coronavirus. Il generale Benny Gantz è stato incaricato dal presidente Reuven Rivlin di esplorare la formazione di un governo, avrà qualche settimana a sua disposizione. Quando uscirono i primi exit poll nelle recenti elezioni l’ex capo di stato maggiore era stato dato prematuramente per sconfitto, e politicamente finito. Allo stesso modo nulla sembrava poter evitare a Benjamin Netanyahu l’udienza in tribunale per i casi di corruzione di cui è accusato, ma l’introduzione del pacchetto delle misure di emergenza alla pandemia ha automaticamente rinviato, dal 17 marzo al 24 maggio, il suo processo. L’aver riconquistato la vetta delle preferenze dei consensi nelle ultime elezioni è indubbiamente un trionfo a metà per Netanyahu, risultando uno sforzo insufficiente a garantire alla destra la maggioranza alla Knesset.

La terza elezione in meno di 12 mesi ha inesorabilmente diagnosticato un Paese debilitato dallo stallo parlamentare. Senza l’esplosione del coronavirus anche in quell’angolo di Medioriente, sponda meridionale del Mediterraneo, avremmo molto probabilmente sentito già ipotizzare la data di una quarta biblica tornata elettorale. Sarebbe stato quasi inevitabile, ma la storia può prendere strade impensabili e imprevedibili. Comunque vada le acque della palude si sono smosse non per il timore di Hamas, Hezbollah, Iran o terrorismo ma agitate da un nemico invisibile, e ancora difficilmente isolabile.

Nella nazione, eccellenza delle start-up, la ricerca per limitare l’epidemia prosegue spedita e l’uso delle moderne tecnologie fa discutere. Rimbalzava da giorni la possibilità di un esecutivo guidato da Gantz, con Kahol Lavan, ed appoggiato da tutta la Lista araba (15 seggi, determinati), terza forza del Paese. Una coalizione alquanto inusuale, sostenuta anche dal leader del centro-sinistra, del Labor-Bridge-Meretz, Amir Peretz e dai nazionalisti di Avigdor Liberman. I numeri sulla carta non difettano. Ma amalgamare così differenti anime resta un’impresa epica se non mistica. Risulta quindi sempre “credibile” l’opzione che Netanyahu, un politico con la spiccata abilità nel costruire e riparare maggioranze, alla fine riesca ad inventare qualcosa per restare nella residenza di Balfour street.

Nel caso in cui l’operazione di Gantz non raggiungesse risultati concreti, allora Netanyahu potrebbe racimolare un manipolo di parlamentari “responsabili”, necessari per arrivare ad avere la maggioranza alla Knesset. Una mossa che sicuramente non troverebbe il consenso del presidente Rivlin, che dal giorno dopo il voto è un tessitore indomito di un patto tra il Likud e Kahol Lavan, e della rotazione al vertice. Intanto, appena ricevuto il mandato,Benny Gantz ha promesso di rendere il processo di formazione il più rapido e inclusivo possibile. Il generale si è impegnato a dare ad Israele “un governo il più ampio e patriottico possibile” e a “guarire la società dal coronavirus, così come dai virus della divisione dell’odio”.

NETANYAHU E’ PRIMO

Israele e la vittoria di Netanyahu, passata dai 10.631 seggi elettorali sparsi in tutto il Paese. Alle 22 di sera, le 21 in Italia, si sono chiuse le urne per il rinnovo del parlamento. In uno stato che è dovuto tornare a votare, dopo che ad aprile e settembre del 2019 non è riuscito a trovare una maggioranza chiara, quasi “italianizzatosi” alla retorica del ritorno al voto spasmodico. Tre elezioni consecutive e l’ennesimo responso: c’è un problema nel definire la maggioranza nella Knesset. E ovviamente stabilire un governo, trovare un leader, dare stabilità. I sondaggi della vigilia avevano previsto un testa a testa, con un leggero vantaggio del Likud di Netanyahu sullo sfidante Gantz e il partito “Blu e Bianco”, i colori della nazione. Stando agli exit poll è il longevo primo ministro ad imporsi e la coalizione che l’appoggia ad un passo dalla maggioranza assoluta. Alta l’affluenza. Per una campagna dai toni moderati, rispetto alle due precedenti. Lo stesso presidente Rivlin non ha mancato di lanciare qualche stoccata alla politica: “Questo è normalmente un giorno di festa, ma la verità è che non ho voglia di festeggiare. Meritiamo un governo che lavori per noi”. Ed ha lanciato un forte appello contro l’astensionismo. “Vi chiedo: andate a votare. Ogni voto è quello giusto. Ogni voto è la vostra voce. Andate e fatela sentire”. Un appello forte che è stato raccolto e che ha fatto registrare una partecipazione al voto come non si vedeva dal 2015. Il popolo d’Israele si è recato alle urne per dare una svolta, evitare un altro risultato ambiguo e il prolungamento dello stallo politico.

L’allungo finale della corsa dell’attuale premier e signore assoluto della destra israeliana è arrivato dopo aver corteggiato assiduamente la comunità etiope, quella favorevole a legalizzare le droghe leggere, il movimento dei coloni e persino la categoria dei tassisti. Il messaggio propagandistico conclusivo era stato dedicato all’elettorato religioso. Una ricerca di consensi in un’area che rappresenta una novità per Netanyahu, politico laico e di estrazione liberale. In fondo su quel lato è sempre stato ben coperto da potenti alleati, i due partiti religiosi ortodossi. Quello di tradizione sefardita, lo Shas, e quello di “famiglia” ashkenazita, lo Yahadut HaTorah. Ma il falco di Gerusalemme aveva la necessità di ottenere un voto in più dell’avversario, e quando deve cannibalizzare voti è un razziatore feroce: che non mostra pietà per nessuno, nemmeno per gli amici. Ha polarizzato nuovamente l’opinione pubblica, e ha saputo imporsi anche in questa battaglia. Distogliendo l’attenzione dagli scandali giudiziari che lo riguardano. Parziale successo per l’unione delle forze arabe. Risultato deludente invece per il centrosinistra sionista unito e allargato, sommando i seggi il totale nel precedente parlamento erano 11 seggi. Ora in blocco si fermano a 6, segno di un’inarrestabile declino. I nazionalisti di Yisrael Beytenu guidati da Avigdor Liberman restano l’ago della bilancia.

MAZEN E OLMERT RIPROPONGONO LA LORO VIA PER LA PACE

Al tavolo del Consiglio di Sicurezza dell’ONU il presidente palestinese Abu Mazen, seppur con toni concilianti, ha rifiutato la mappa disegnata da Donald Trump per il processo di pace mediorientale: “È una gruviera. Legalizza ciò che è illegale e ignora molte risoluzioni delle Nazioni Unite”. Inoltre ha tenuto a precisare che il presidente statunitense “è mal consigliato”, ma nello stesso tempo il leader arabo ha però lasciato aperto uno spiraglio rassicurante: “La pace tra israeliani e palestinesi è ancora possibile”. Gelido il commento dell’ambasciatore israeliano Danny Danon: “Non ci saranno progressi finché rimarrà presidente”. Alla fine della inusuale riunione non è stata presentata nessuna risoluzione anti-accordo. Tuttavia, anche se dovesse essere proposta, l’iter al Consiglio di Sicurezza è viziato dallo scontato veto degli USA. Quanto potrebbe delinearsi è un successivo passaggio, non vincolante, all’Assemblea delle Nazioni Unite. In quel caso la credibilità del progetto di Trump in Medioriente verrebbe giudicata dai rappresentanti di 193 stati.
L’altro evento newyorchese della campagna di ostruzionismo alla visione di pace del presidente degli Stati Uniti è stata la conferenza stampa che il successore di Arafat ha tenuto in compagnia dell’ex premier israeliano Ehud Olmert. Abu Mazen e Olmert hanno pubblicamente difeso, ed elogiato, quanto raggiunto insieme: la convergenza di massima ottenuta alla conferenza di Annapolis nel 2007 e il riconoscimento di una soluzione a due Stati. A tagliare le ali delle colombe in quella stagione, archiviata da tempo, furono tre episodi: l’operazione “Piombo fuso” a Gaza l’anno seguente; le accuse di corruzione, per aver accettato tangenti quando era sindaco di Gerusalemme, all’allora primo ministro israeliano e la “rinascita” politica di Benjamin Netanyahu. Oggi Olmert, che ha scontato la pena detentiva (un anno e mezzo di carcere), si dedica alla promozione della cannabis per uso terapeutico, in qualità di consulente di una nota azienda farmaceutica israeliana. Si è ritirato dalla politica attiva dopo una lunga militanza nel Likud e l’approdo a Kadima con Sharon e Peres, esperienza antesignana di un’area centrista per certi versi affine al movimento Kahol Lavan guidato attualmente dall’ex capo di stato maggiore Benny Gantz. Per il quale Olmert non ha mai nascosto le proprie simpatie. In molti ritengono che è stata l’acredine per Netanyahu, fervente sostenitore della dottrina di Trump, a portarlo al fianco di Abu Mazen in questa battaglia. Altri, che l’ottantenne rais della Muqata, espressione di una classe dirigente logorata e che non riesce a rinnovarsi, con questo gesto abbia voluto dimostrare di essere disponibile a riprendere il dialogo con la controparte, chiedendo un ritorno al passato e alla trattativa diretta. Ma la risposta, in Israele, non può non arrivare prima che dalle urne del 2 marzo esca una nuova maggioranza.