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BUS NUMERO 12

Gerusalemme ancora una volta piomba in una angosciante sciagura. Alla vigilia della Pesach, la Pasqua ebraica, poco dopo le 17.30 di un lunedì pomeriggio in una calda primavera, esplode un bus di linea: 21 persone ferite, alcune in gravissime condizioni. Tra queste il presunto kamikaze palestinese. L’attacco terroristico interrompe settimane di relativa calma, se di calma si possa mai parlare in Medioriente, dopo l’escalation, nei passati mesi, dell’Intifada dei lupi solitari i giovani “martiri” palestinesi ripongono il coltello e indossano le cinture esplosive, copiando l’esempio dei loro coetanei di Bruxelles e Parigi. L’attentato a Gerusalemme segna quello che viene commentato dagli analisti come “un salto di qualità del terrorismo palestinese”, ovviamente in negativo. In realtà è il ritorno ad una strategia “vecchia” che non si vedeva da anni, dalla Seconda Intifada e le bombe nei luoghi pubblici. Bus, bar, ristoranti, pizzerie, discoteche macchiati di sangue innocente, una lunga scia di morti, di lenzuoli bianchi a coprire i cadaveri che giacevano a terra. Ieri come oggi quando Israele è attaccato a Gaza si festeggia con pasticcini e canti. Nella striscia di terra più densamente popolata al mondo regna il fondamentalismo islamico di Hamas, alleato dell’Isis in Sinai nel nome della jihad: la guerra santa globale colpisce il vagone della metropolitana alla fermata del quartiere multietnico di Maelbeek e l’autobus numero 12 a Talpiot, periferia meridionale della città Santa. Luogo di centri commerciali, meccanici e carrozzerie dove quotidianamente palestinesi ed israeliani lavorano fianco a fianco e dove dividono la fila nei supermercati. “Dopo l’esplosione non si vedeva più niente era buio, c’era fumo ovunque. Mi sono messa a cercare mia figlia, l’ho trovata sdraiata a terra aveva tutto il corpo ustionato. Tra un mese avrebbe compiuto 16 anni, ora è sedata da farmaci e attaccata ad un respiratore. Adesso prego che sopravviva”. È il ritorno ad una triste cronaca: il boato, un rumore sordo che ti entra dentro, un brivido che ti scuote. E poi un istante di silenzio innaturale, il fumo, le grida, le sirene delle ambulanze in una corsa contro il tempo, i paramedici con i lettini e le flebo, i poliziotti che transennano l’area, gli elicotteri, il caos e la paura che si diffondono ovunque. Quando finirà tutto questo? C’è chi dice quando ci sarà uno stato palestinese indipendente e c’è chi dice quando non esisterà più uno stato di Israele. È lecito pensare che non finirà mai. A meno che “qualcuno” non decida di porvi fine, a chiare lettere. Dando ascolto, per una volta, alle voci di pace, al lamento e alle lacrime della gente che soffre. “Non ho mai intenzionalmente fatto del male ad un’altra persona. Non mi è mai venuto in mente di maltrattare un altro essere umano solo perché la pensa in modo diverso”. Legge il testo del comunicato in inglese Renana Meir, 17 anni israeliana, spiegando che sua madre è stata uccisa davanti a lei, sotto i suoi occhi: brutalmente accoltellata da due minorenni palestinesi. Parla la giovane Renana, nelle stesse ore in cui a Gerusalemme ancora una volta si salta in aria, e lo fa alla platea di diplomatici del Consiglio di Sicurezza al Palazzo di Vetro. “È difficile esprimere a parole quanto sia profondo il mio dolore”. Eppure, aggiunge “Io non odio, non riesco ad odiare. Con il cuore a pezzi siamo venuti qui oggi a chiedere il vostro aiuto. Aiutateci a creare la pace attraverso l’amore e a trovare il buono che è in ciascuno di noi”.

PALESTINA E IL LAVORO DELLA COOPERAZIONE

In Terra Santa il mese di Agosto è stato caratterizzato da un clima di feroce intolleranza, l’ennesima escalation di violenza e terrorismo, nel nome del fondamentalismo più cupo. Lo scorso anno gli occhi del mondo erano puntati sulla orribile guerra di Gaza che volgeva al termine. Ad un anno esatto di distanza nella Striscia la vita scorre tra un blocco paralizzante, il dominio di Hamas, la paura di una nuova guerra, gli effetti mortali degli ordigni inesplosi e il lancio di razzi in Israele. Gaza 2015 è segnata dalle cicatrici della guerra, ferite che non si rimarginano, ma lasciano un segno fin troppo visibile. Nel 2020 Gaza sarà un posto non più vivibile e allora il problema sarà evacuare oltre 3 milioni di persone, questo secondo uno studio pubblicato recentemente. “Ad oggi è in atto una vera e propria emergenza idrica, senza precedenti, siamo al livello di carenza assoluta.” A parlare è Vincenzo Racalbuto direttore dell’ufficio per la cooperazione allo sviluppo a Gerusalemme (UTL), medico e una lunga esperienza in questo campo. Racalbuto è a capo di un team tecnico con uno staff che varia tra le 15 e le 20 persone: consulenti, espatriati e personale locale. “Mettiamo in pratica gli impegni che l’Italia ha preso.” Decine di milioni di euro in aiuti internazionali dell’Italia alla Palestina. La cooperazione allo sviluppo riveste una funzione centrale nell’elaborazione di riforme, processi e programmi per alleviare la povertà, sviluppare l’economia, migliorare i servizi sanitari e promuovere il dialogo tra i popoli: Il coordinamento con gli altri donatori internazionali avviene su due livelli: uno è il cluster settoriale e l’altro è un coordinamento europeo tra i vertici della cooperazione. È uso incontrarsi ogni due settimane, l’obiettivo è raggiungere per l’inizio del 2017 una programmazione congiunta. È una bella sfida da realizzare.” Intanto a Gaza la macchina della ricostruzione manifesta una certa lentezza dovuta anche ad un processo di riconciliazione tra le due principali fazioni politiche palestinesi mai realmente avvenuto: Ramallah e Gaza sono lontane, non solo geograficamente. Dire che lo Stato della Palestina è diviso in due entità autonome e indipendenti è una mezza verità, la cartina della Cisgiordania è una mappa amorfa, una superficie senza continuità territoriale, con un muro di separazione che avvolge i grandi centri urbani palestinesi e li separa dalle aree denominate C, che in base agli accordi di Oslo sono sotto la completa autorità israeliana. Le comunità palestinesi in area C sono tra le più vulnerabili della West Bank. Demolizioni e sgomberi forzati privano le persone delle loro case e dei mezzi di sussistenza, creando un contesto di povertà radicata e una sempre maggiore dipendenza dagli aiuti. A partire dal 2008 la cooperazione italiana in collaborazione con il Ministero della Salute palestinese porta gli aiuti in tali zone con il progetto dal titolo “Miglioramento della qualità della vita delle fasce più vulnerabili della popolazione nell’area meridionale del Distretto di Hebron”. Stefania Caratti è a capo del progetto. È una cooperante italiana e lavora per la Ong Disvi. “L’obiettivo del nostro intervento è di offrire alla popolazione residente nell’area C servizi sanitari di base di cui erano totalmente privi.” I villaggi coperti dal progetto sono 19, i beneficiari diretti sono circa 30 mila. Il progetto utilizza tre cliniche mobili complete di personale sanitario palestinese e di attrezzature. In piccoli ambulatori o in tende, vengono erogate le cure sanitarie e farmacologiche: somministrando le vaccinazioni d’obbligo, eseguendo il controllo delle gravidanze anche con esami strumentali, fornendo le cure pediatriche, promuovendo l’educazione sanitaria. La Caratti racconta: “Osservare i disagi di questa popolazione è sempre molto doloroso, ma quello che mi ha veramente sconvolto è stato un episodio capitato recentemente. Mentre mi dirigevo ad un villaggio ho incontrato un convoglio di ruspe e mezzi militari. Erano di ritorno dalla distruzione di un poverissimo villaggio nel deserto. Avevano demolito tutto, rasando al suolo scuola, moschea, case e ambulatorio. Non potrò dimenticare i volti della gente. Erano seduti per terra ai bordi delle macerie, accanto i fagotti delle poche cose che avevano potuto salvare. Nei loro occhi si leggeva l’impotenza, l’umiliazione.” In questo quadro il sistema della cooperazione rappresenta un esperienza unica nel suo genere, non solo per le risorse economiche convogliate nei vari settori ma, soprattutto, per il suo volto umano atto a ridurre le sofferenze. Incontrando, conoscendo, parlando con i palestinesi si ha “la percezione di una popolazione che comunque sa sfruttare al meglio le poche risorse disponibili, che saprebbe creare migliaia di imprese, posti lavoro e sono sicuro che possono farcela.” La speranza di Racalbuto nasce dall’obiettivo della cooperazione ovvero creare una prospettiva di normalità per i palestinesi.

IL REPORTER E GAZA

Per chi avesse interesse a capire il dramma che vivono i civili a Gaza, vi invitiamo a cercare in rete i video di Simone Camilli. Giornalista italiano morto nella Striscia di Gaza il 13 agosto 2014 per lo scoppio di un ordigno bellico durante il tentativo maldestro di disinnesco. Sono documenti di grande attualità, che dimostrano il talento del reporter prematuramente scomparso all’età di 35 anni. Simone aveva le radici a Pitigliano, la piccola Gerusalemme della Toscana, dove proprio l’anno scorso si svolse l’ultimo commosso saluto al rientro del feretro dalla Terra Santa. In Medioriente lavorava da qualche anno, nel 2011 Camilli con Pietro Bellorini aveva realizzato il documentario About Gaza, 21 minuti di vita quotidiana nel tratto di terra palestinese bagnata dal Mediterraneo e coperta dalle dune del deserto, uno sguardo nel regno di Hamas e nel conflitto con Israele. Tra povertà e rassegnazione. Il trascorrere dei giorni dentro la più popolata prigione a cielo aperto al mondo, paragonata ad un Inferno, sicuramente non è un Paradiso terrestre come dimostrano le immagini raccolte in quel viaggio. Vivere a Gaza era ed è difficile. L’emergenza è cronica. La mortalità infantile oggi raggiunge il 22,4%. A settembre c’è il rischio che l’UNWRA, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, per mancanza di fondi non sia più in grado di aprire le scuole. A Gaza le risorse idriche scarseggiano e lo spettro di un nuova guerra è dietro l’angolo. L’ultima quella dello scorso anno, ha distrutto case e provocato morte, degli oltre duemila cadaveri un quarto sono donne e bambini. In quella parte del mondo il calendario segna solo due stagioni: guerra e tregua. Scordatevi la pace, il clima politico non lo permette. Per ricostruire Gaza, rimarginare le ferite ci vorranno anni e soldi, miliardi di dollari. Ma sopratutto ci vorrà la volontà politica di costruire un nuovo futuro per la Palestina, per la sua gente. Fino a quel giorno nei cieli della Terra Santa imperverserà una bufera di follia e violenza, la morte non risparmierà nessuno, nemmeno i giornalisti disposti a rischiare la vita, non per uno scoop sensazionale ma semplicemente per presentare la realtà dei fatti: “cartoline” dal Medioriente. Raccogliendo lo spaccato inquietante della normalità dei gazawi e il loro convivere amaramente senza pace. Negli scatti di Camilli c’è la passione per il giornalismo, alla ricerca dell’umanità e della disumanità della storia, elementi che ritroviamo nell’altro interessante documento che il giornalista ci ha lasciato. Il titolo è Gaza 22 sono pochi minuti di filmato, l’obiettivo della camera di Simone ci porta dove infiamma la battaglia, nel conflitto che ferisce il Medioriente da anni: bombardamenti, carri armati, esplosioni, giovani con la kefiah al volto che affrontano l’esercito israeliano e poi la devastazione, le macerie degli edifici rasi al suolo. È la tragedia ricorrente e interminabile di una striscia di terra che scorre lungo il mare ma da dove per uscire la cosa più semplice è scappare sotto terra, come una talpa, attraverso i tunnel che portano in Egitto. In tutti i contesti di estrema povertà, di totale alienazione, c’è chi approfitta della situazione per speculare, lucrare. A Gaza lo fanno i miliziani che nascondono le armi nelle scuole o negli ospedali. E lo fanno coloro che introitano somme esorbitanti con il contrabbando di armi, droga e beni di prima necessità. Ma la maggioranza della popolazione, quella silenziosa e spesso dimenticata dalla cronaca è obbligata ad un mondo molto diverso dal nostro, un contesto che Simone Camilli ha saputo mostrare con correttezza d’informazione, in una Terra Santa dove le notizie obbligano a riflettere profondamente. Ma proprio per questo Gaza deve essere raccontata al mondo, non si possono spegnere le telecamere e abbandonarla, facendo finta che quel lembo di terra non esista. Perché Gaza c’è, esiste ed è vera nel suo dramma umanitario e sociale, nella consapevolezza che ad un anno dall’ultimo conflitto, dove ha perso la vita un bravo e giovane giornalista italiano, continui a non esserci una prospettiva, la vita.

PESCE D’APRILE PALESTINESE

Pesce d’Aprile 2015. C’è stata la bufala della Torre di Pisa che sarebbe diventata/trasformata in un albergo di lusso. Carina e innocente beffa stagionale. E poi quella che è rimbalzata sui media di mezzo mondo e ha visto protagonista un palestinese di Gaza, Rabieh Hamduna. Rabieh è un trentenne sfollato, la sua abitazione è stata completamente rasa al suolo nel conflitto della scorsa estate. L’unica cosa indenne di tutto l’edificio è stata la porta di casa, rimasta miracolosamente in piedi in mezzo alle macerie. Ebbene quella porta scarna è divenuta un opera d’arte dal valore inestimabile, realizzata dall’artista inglese Banksy che ha deciso di rappresentarvi la divinità greca Niobe che piange la morte dei figli. Banksy si è “intrufolato” nella Striscia passando dai tunnel di Rafah. Nella sua visita a Gaza post guerra ha voluto portare la solidarietà al popolo palestinese disseminando in vari luoghi le sue creazioni, tra queste la dea Niobe. Le foto del telaio della porta di Rabieh hanno fatto così il giro del mondo. Tuttavia il legittimo proprietario ignaro del valore reale del graffito di Banksy, pochi giorni fa, ha venduto per la modica cifra di 700 Shekels, circa 180 dollari, la porta ad un giornalista. Bilal Khaled, freelance palestinese, è legalmente il nuovo proprietario della Niobe di Banksy. Sul momento a Rabieh deve essere apparso un affare d’oro, rifilare una porta sgangherata e imbrattata da un writer con una dea pagana per un mucchietto di contanti. Poi qualcuno, che certo non era un famoso critico d’arte ma una persona un po’ più informata dell’inconsapevole Rabieh, gli ha spiegato che il guadagno in realtà l’aveva fatto Khaled. A quel punto Rabieh ha pubblicamente dichiarato alle televisioni di essere stato truffato e di volere indietro la sua amata porta di casa: “Sono stato ingannato”. Su internet è iniziata una caccia al giornalista estimatore di Banksy. Rintracciato dai colleghi della stampa internazionale ha voluto rimarcare che il suo gesto, altruistico, era finalizzato alla salvaguardia dell’opera e che è disponibile a mostrarla solo se non verrà pubblicato il luogo dove è nascosta. Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio.