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ADDIO AL VATE DELL’ANTIFASCISMO STERNHELL

“Fondamentalmente il Sionismo è nato con lo scopo di riportare il numero più alto possibile di Ebrei in terra d’Israele aspirando ad uno stato indipendente dalle caratteristiche simili a quelle di ogni stato nazionale dell’Europa, che era allora il modello dei primi sionisti. Il significato del Sionismo non è cambiato, ma la Guerra dei Sei Giorni e la conseguente occupazione del West Bank, hanno posto questa ideologia di fronte a nuove e difficili domande: è giusto, necessario e degno che lo stato nato dallo sforzo del Sionismo, domini un altro popolo? Personalmente penso che al Sionismo, nato per liberare il popolo ebraico, sia vietato di dominare un altro popolo ed è su questo punto che verte la discussione che è così viva e profonda nella società israeliana: sulla scelta fra il “Sionismo portatore di libertà” e il “Sionismo dominatore”.” Sono le parole di Zeev Sternhell, storico israeliano. Militante del movimento pacifista e insignito del premio Israele per le scienze politiche nel 2008. Mentore della sinistra, è opinionista per vari quotidiani, commentatore attento e critico alle problematiche di Israele. “Sulla questione del futuro del Sionismo, la società israeliana è divisa circa a metà e le recenti elezioni hanno ancora una volta confermato questo fatto. La vittoria di cui tanto si parla è un risultato personale di Netanyahu che è riuscito a convincere gli elettori tradizionali della destra a convogliare sul suo partito, il Likud, i voti che precedentemente erano stati distribuiti fra i vari partiti di questo raggruppamento. Anche nella sinistra il partito laburista si è rafforzato a discapito dei partiti che gli sono ideologicamente più vicini. I due raggruppamenti – quello della destra e quello della sinistra – escono da queste elezioni, ancora una volta, come entità di dimensioni simili, con un leggero vantaggio per la destra. Alla domanda su dove può portare questa polarizzazione della società israeliana, le devo rispondere purtroppo che sono sempre meno ottimista. Anche se questa maggioranza della destra ha margini minimi, rimane ancora maggioranza e permetterà al “Sionismo dominatore” di rimanere al potere, di perpetuare la situazione in cui Israele è democrazia per noi stessi ma non per i Palestinesi, di mantenere l’occupazione dei Territori e di continuare a colonizzare le terre dei Palestinesi e a tenerli in una forma di apartheid. Temo che il nuovo governo riproporrà la “Legge sulla Nazionalità”, che ha in sé il potenziale di discriminare gli Arabi israeliani, cercherà di ridurre al minimo l’influenza della Corte Suprema [che in Israele ha anche funzione di Corte Costituzionale n.d.r.] e in generale di influire sugli orientamenti educativi, culturali e mediatici sostenendo che non riflettono e anzi contraddicono il volere democraticamente espresso dal popolo nelle elezioni. A questo si sta avviando la società israeliana e la mia paura è che un numero sempre crescente di persone e in particolare di giovani, si chiederà se questo è veramente il paese in cui vogliono continuare a vivere.” Secondo lo studio della ong Peace Now il 2014 è l’anno dei record di gare d’appalto israeliane nei Territori Palestinesi Occupati della Cisgiordania e Gerusalemme. I bandi per costruire nuove unità abitative sono stati 4.485 con una crescita annuale dei coloni in territorio palestinese del 5,5%. L’espansione coloniale ha copiato per certi versi il modello di radicamento nel territorio dei pionieri kibbutnik, ma con una filosofia assai diversa. “C’è una forte somiglianza fra i due fenomeni, soprattutto per la assoluta sproporzione fra le dimensioni numeriche e la reale influenza politica. Tutte le organizzazioni cooperativistiche insieme, nel loro periodo di maggiore espansione, non hanno mai superato il 6-7% della popolazione israeliana. Le persone che vivono oggi nei territori al di là della linea verde sono circa 350.000 ma per la stragrande maggioranza di loro si tratta di una scelta economica, fatta per sfruttare le facilitazioni fiscali e i ridotti costi abitativi e dell’edilizia. I coloni “ideologici” sono poche decine di migliaia di persone che rappresentano una percentuale minima della popolazione israeliana ma che sono rappresentati nell’ambito della destra da un intero partito (Habayt Hayeudi) e dalla presenza come forza secondaria di sostenitori anche in tutti gli altri partiti della destra. E’ una forza che viene dalla propria ideologia assoluta, incrollabile, dalla certezza di essere nel giusto, senza dubbi. Tutto quello che manca da anni alla sinistra”. Nel settembre del 2008 il professore Sternhell è rimasto ferito in un attentato contro la sua persona. La matrice politica dell’azione terroristica risale alle frange dell’estrema destra israeliana. Il grave crimine non ha tuttavia smussato la passione civile di Sternhell, tutt’altro. “La legislazione influenzata e incoraggiata dalla “rivoluzione costituzionale” di Aharon Barak negli anni novanta, ancor prima che fosse scelto come Presidente della Corte Suprema, definiva Israele come stato ebraico e democratico in cui la maggioranza è ebraica e il sistema democratico assicura che tutti i cittadini godano degli stessi diritti. Quello che la Legge sulla Nazionalità farà, se verrà approvata, è stabilire l’esistenza di due comunità – una ebraica nazionale, l’altra civile più estesa, comprendente tutti gli altri, compresi gli Arabi. In caso di contraddizione o scontro fra gli interessi delle due comunità, quella nazionale ebraica godrà automaticamente della preferenza. La “nazionalità ebraica” diventerebbe una categoria giuridica alla quale la stessa Corte Suprema sarebbe sottoposta. Quello che farà la differenza nell’operato del prossimo governo sarà la omogeneità o meno su posizioni di destra. Se non ci sarà qualcuno ad arginare queste iniziative, come è stato con Lapid e la Livni negli ultimi governi, questa legislazione prenderà corpo e metterà in serio pericolo la democraticità di Israele.” Tra il 1990 e il 2000 approdarono in Israele ottocentomila cittadini dell’ex Unione Sovietica. Il primo mezzo milione si riversò nel paese nel giro di appena tre anni. Nel loro complesso determinarono un incremento demografico di circa un quinto rispetto alla popolazione israeliana di fine anni Novanta. Il direttore dell’Agenzia ebraica, l’ente che si occupa di accogliere e favorire l’integrazione in Israele degli ebrei che scelgono di fare l’aliyah (andare a vivere in Israele) ha dichiarato che dal 2010 al 2014 sono arrivati in Israele circa 100 mila nuovi immigrati, ben 245 mila negli ultimi dieci anni. Dati alla mano sempre più ebrei lasciano l’Europa dove la convivenza peggiora anche a causa del perdurare del conflitto israelopalestinese. “Non penso che l’immigrazione dall’Europa assumerà le proporzioni di un’ondata, certo non come quelle che abbiamo conosciuto dopo la fondazione dello Stato nel 1948 o con l’arrivo di oltre un milione di Russi dopo la caduta dell’Unione Sovietica. Da una parte gli Ebrei europei hanno radici molto ben piantate nei paesi in cui vivono e dall’altra l’antisemitismo in Europa non ha ancora raggiunto proporzioni che spingano gli Ebrei a fuggire frettolosamente dalle proprie case e attività. La crescente presenza e influenza islamica potrebbe fare da ulteriore catalizzatore, laddove i musulmani identificano gli Ebrei con la politica di Israele e questi diventano “le vittime” dell’odio nei confronti dello stato ebraico. Siamo insomma di fronte a un paradosso e cioè che Israele non solo non è una soluzione per questi Ebrei, ma diventa anche un problema. Credo comunque che arriveranno alcune decine di migliaia di persone, per lo più appartenenti agli strati sociali medio-bassi, molti di questi religiosi. Un pubblico già ben identificato con il centro destra, che non avrà nessun problema ad inserirsi in questa fascia politica con la cui ideologia si riconosce. E la destra ne uscirà ancora più rinforzata.”

Passo tratto da Voci da Israele, L’Espresso ebook, 2015.

Alfredo De Girolamo e Enrico Catassi

BIBI, IMPUTATO E PREMIER

Israele ha aperto le aule del tribunale all’uomo più potente, Benjamin Netanyahu. Per la prima volta nella sua storia il Paese vede alla sbarra il suo primo ministro in carica, imputato in tre casi di corruzione, frode ed abuso d’ufficio. “Non ci sarà nulla, perché non c’è nulla” ripete il re di Gerusalemme, proclamando la sua innocenza. In un processo che ha richiesto mesi e mesi d’investigazioni, raccogliendo prove e testimonianze per poi approdare all’incriminazione da parte del procuratore generale Avichai Mandelblit.

L’evento più atteso, posticipato a causa della pandemia, è iniziato in concomitanza con la nascita dell’esecutivo formato insieme all’ex avversario Gantz, che dopo avergli dato battaglia in tre elezioni consecutive ha accettato l’alleanza e la pace. Netanyahu incassa la maggioranza nella Knesset e sfida la giustizia. “Sono accuse inverosimili”, che “costituiscono un tentativo di golpe” è stato il messaggio del premier prima di affrontare i giudici. Il falco della politica ha impostato la sua carriera, vincente e longeva, facendo buon uso del vittimismo. Fu così quando, nell’era pre internet, scoppiò lo scandalo di una relazione extraconiugale. Era il 1993 e “Bibi” Netanyahu correva per le primarie del partito, la notizia della liaison, che la stampa definì il “Bibigate”, non intaccò l’immagine del nascente leader, vittima a suo dire: “di un crimine senza precedenti nella storia della democrazia”. Alla fine gli iscritti al Likud lo elevarono ad indiscusso signore della destra, e da quel momento si adoperò per plasmare la macchina del movimento a sua immagine. Un partito divenuto personale, con un leader nazionalista che spesso giocherà la carta propagandistica della cospirazione ordita contro di lui: dalla sinistra, dai media, dai generali, dagli arabi e infine anche dalla magistratura. Netanyahu è un personaggio talmente divisivo che ha spaccato il paese in due, pro o contro la sua figura. Gran parte degli israeliani si è già espressa sul processo in corso senza attendere la sentenza, in un caso penale dalle potenziali ripercussioni sia sul tessuto sociale che sui futuri assetti democratici dello Stato.

Quanto in Netanyahu ci sia di un altro precedente epico scontro della politica con la magistratura, quello di Berlusconi, è presto detto. Sono incantatori della comunicazione. In entrambi i romanzi i nemici sono le “toghe”. Nella narrazione applicano il postulato del manifesto populista: “I cittadini hanno il diritto a esser governati da chi hanno scelto democraticamente”. Hanno la stessa linea di apologia: “indebite ingerenze della magistratura su altri poteri dello Stato costituiscono una vera emergenza democratica”. Sono due personalità con un’unica terapia d’urto: estirpare il cancro della magistratura. Sfruttano il medesimo mezzo per ottenere l’immunità: le leggi in parlamento. E professano l’identica visione della realtà: “Qui è tutto paradossale”. Per non parlare delle rispettive entrature alla Casa Bianca, Berlusconi con Bush, Netanyahu con Trump. Amicizie che contano.

BIBI, GANTZ E IL GOVERNO

Israele riapre palestre, mercati e centri commerciali, dopo 6 settimane di chiusura da Covid19. E introduce restrizioni: ingressi limitati in base al volume degli spazi, distanza minima di due metri tra le persone in coda, obbligo d’indossare la mascherina in pubblico. Il paese che convive da anni con la paura del terrorismo, e dei conflitti, ha imboccato la strada della ripresa, rapida ma controllata. Intanto, “Bibi” Netanyahu si intesta la “vittoria” sia contro la pandemia che quella politica per la nascita di un governo d’emergenza. Un esecutivo “benedetto” persino dalla Corte Suprema, che ha rigettato, con verdetto unanime, due petizioni: la prima che chiedeva di riconoscere incompatibile Netanyahu, a processo per corruzione, con l’incarico a premier. E la seconda che metteva in dubbio la correttezza dell’accordo di coalizione tra i due principali partiti nella Knesset, Likud e Kahol Lavan. Cadono, quindi, gli ultimi ostacoli per il ritorno sul trono di Gerusalemme del falco della destra, dopo un lungo periodo in cui ha esercitato il ruolo di primo ministro facenti funzioni.

Netanyahu, il mago della politica israeliana, ha archiviato tre elezioni inconcludenti nell’arco di un anno e ha trovato una soluzione, a lui congeniale, per uscire dallo stallo politico. Scardinando il campo avversario, ha saputo convincere il rivale “Benny” Gantz ad un patto di rotazione al vertice. Il leader del Likud e più longevo premier di Israele, giurerà il 14 maggio, suggellando il più corposo governo della storia, 36 ministri e 16 sottosegretari. Una maggioranza assai variegata che include: partiti religiosi, destra populista, pezzi del centro e una parte della sinistra. Fuori dalla porta, non per motivi ideologici, la destra nazionalista. Come fuori anche la sinistra radicale, i partiti arabi e i liberali di Lapid che non hanno seguito Gantz, in quello che ritengono un abbraccio mortale con il nemico, scindendo il movimento. Il carrozzone messo su da Netanyahu ridisegna completamente il quadro politico, mettendo, almeno apparentemente, fine al periodo dei due blocchi contrapposti. Chi vede raggiunto l’obiettivo prefissato è il presidente israeliano “Ruby” Rivlin, da sempre promotore delle larghe intese e prossimo al termine del mandato, luglio 2021. Dietro le quinte dell’intesa si è prodigato anche l’inquilino della Casa Bianca. Donald Trump è interessato a veder fiorire la sua idea di pace tra palestinesi ed israeliani. Un piano sfarzoso e surreale, che Gantz e Netanyahu hanno promesso di voler mettere in atto presto, intanto con l’annessione di parte dei territori palestinesi lungo la valle del Giordano.

Nonostante sia stata l’emergenza coronavirus a forzare i tempi per la nascita di un governo di unità nazionale, anime così diverse continueranno a trovare terreno di scontro. Vecchi e mai sopiti rancori esploderanno prima o poi tra i banchi della Knesset. E non è detto che, in uno scenario favorevole, Netanyahu decida di puntare direttamente alla presidenza di Israele.

IL MEDIORIENTE E IL VIRUS

Politica, religione e il coronavirus in Medioriente. A Gerusalemme al Santo Sepolcro è permesso l’ingresso solo ai “custodi” rappresentanti delle diverse dottrine cristiane, che “mantengono” lo status quo del luogo. Saltata la tradizionale processione della domenica della palme sul Monte degli Ulivi e rinviata la messa crismale, a Pasqua le porte della Basilica,che secondo la tradizione ha ospitato le spoglie di Cristo, resteranno chiuse. Intanto, il premier israeliano Benjamin Netanyahu, è di nuovo in quarantena.
La decisione del primo ministro in carica è stata presa dopo che il ministro della Sanità, il rabbino ortodosso ed uomo di punta del partito Yahadut Ha Tora Yaakov Litzman, è risultatopositivo al virus. Israele conta 42 morti e si sfiorano 7.600 casi. I dati del ministero della Sanità parlano di 115 pazienti in condizioni gravi e di 427 israeliani guariti dopo aver contratto la Covid19. Ma i numeri continuano inesorabilmente a salire. L’isolamento del leader della destra cade proprio nel momento di frenetiche consultazione per formare un governo di unità nazionale in l’ex rivale Benny Gantz. E l’introduzione di misure di contenimento più stringenti (incluso l’impiego dei servizi segreti nel tracciamento dei contagiati) trova l’opposizione, anche violenta, della comunità degli ebrei ortodossi, restii a rinunciare alle proprie abitudini.
Nelle città e nei quartieri degli haredim, Covid19 cresce tre volte di più rispetto al resto di Israele. Intanto è stata sigillata dai militari Bnei Brak. In questa città con 200mila abitanti, poco distante da Tel Aviv, la cui stragrande maggioranza dei residenti osserva rispettosamente le leggi talmudiche, è stato riscontrato il più diffuso contagio: il 38% dei cittadini testati è risultato positivo a Covid19. Mentre, a pochi chilometri di distanza, nella Striscia di Gaza,la dittatura di Hamas impone di posticipare i matrimoni. E l’Autorità Nazionale palestinese, che governa in Cisgiordania, ha imposto la chiusura dei territori: Betlemme, culla della Natività, è sigillata da giorni.
In Medioriente il primo focolaio è esploso ai margini della regione, in Iran. L’epicentro del contagio è stata la città santa sciita di Qom, cuore della rivoluzione dell’Ayatollah Khomeyni. Probabile che il virus sia stato veicolato da addetti alla costruzione della moderna rete ferroviaria ad alta velocità, oppure tramesso da un pellegrino: il santuario di Fatimah al-Masumah attira fedeli musulmani da tutto il mondo, inclusa la Cina. Teheran ha ufficialmente confermato i primi decessi da coronavirus il 19 febbraio scorso. Una settimana dopo casi erano segnalati in 24 delle 31 province. L’onda del contagio si era estesa anche fuori dal territorio nazionale. Similmente anche in Bahrein, Oman, Kuwait, Qatar e Arabia Saudita gli infetti avevano trascorso un periodo in Iran.
Attualmente, in Giordania è esploso il caso delle mascherine non a norma. Mentre, in Iraq il personale medico protesta per la mancanza di medicinali e ventilatori. E in Libano, dove il primo paziente positivo è stata una donna appena rientrata da Qom, sono i camionisti a criticare il governo. Il Kuwait ha “richiamato” 17mila insegnanti egiziani che hanno lavorato nel Paese, in passato. L’Arabia Saudita ha posto in quarantena l’area di Qatif, dove gli sciiti sono la maggioranza. E il ministero della Sanità ha invitato coloro che si erano recati in Iran a dichiararlo alle autorità. Pur avendo violato la legge che vieta di visitare l’Iran, decine di persone hanno risposto fornendo le generalità, e di fatto autodenunciandosi.

TRUMP DISEGNA LA CARTINA DELLA PALESTINA

Nell’autunno del 1991 i tre giorni di colloqui diplomatici di Madrid avviarono ufficialmente i negoziati israelo-palestinesi, rendendo possibile che si arrivasse poco tempo dopo agli accordi di Oslo. La “pace di Oslo”, due popoli per due stati, era però concepita come un’intesa transitoria. E i successivi tentativi del presidente Clinton di dare concretezza a questa cornice si dimostreranno un buco nell’acqua, tra protocolli e memorandum aleatori. Gli sforzi dell’amministrazione democratica furono focalizzati ad aspetti quali la piena sovranità palestinese su alcune aree di Gerusalemme est, parte araba della città; la creazione dello stato di Palestina con il controllo del 100% della Striscia di Gaza e circa il 95% della Cisgiordania, per il restante 5% Israele avrebbe dovuto compensare trasferendo in cambio suoi territori ai palestinesi. La condizione era che con la fine del conflitto nessuna delle due parti avrebbe potuto avanzare altre richieste. Nel 2000 il primo ministro israeliano il laburista Ehud Barak era disponibile ad accettare il piano di Clinton, il leader palestinese Yasser Arafat si dimostrò irremovibile. Dopo il fallimento di Camp David, l’ascesa di Sharon da un lato e Hamas dall’altro, l’acutizzarsi della Seconda Intifada, crearono le condizioni per il congelamento del processo di pace. Con l’insediamento di Bush junior alla Casa Bianca prende strada l’idea della “road map”, formulata a partire dal 2002 e culminata alla Conferenza di Annapolis del 2007 con l’incontro tra Olmert e Abu Mazen, prima del ritorno al potere di Netanyahu. Anche questa volta si sceglie di progredire per fasi: l’immediata cessazione del terrorismo di matrice palestinese; l’avvio di una serie di riforme; lo smantellamento degli insediamenti israeliani costruiti dopo il 2001. Poi la nascita di uno stato palestinese indipendente. E infine la soluzione allo status di Gerusalemme. Una tabella di marcia che non sarà mai implementata ma unilateralmente imposta da Trump a partire dall’ultimo punto. Non rinnegata invece da Obama, che fu costretto ad alzare bandiera bianca e riconoscere affossato ogni possibile negoziato. Rispetto al passato le novità “dell’accordo del secolo” lanciato dal presidente statunitense sono sostanzialmente sei: confini tracciati che non collimano assolutamente con la linea verde del ’67 internazionalmente riconosciuta; la smilitarizzazione di Gaza; il coinvolgimento diretto dei Paesi del Golfo; la luce verde immediata alle annessioni di porzioni di terra della Palestina ad Israele; Gerusalemme capitale indivisibile dello stato di Israele e il rifiuto palestinese di sedersi al tavolo. Per i vertici dell’Autorità Nazionale palestinese l’evento di Washington è una farsa orchestrata da una “cospirazione”. La proposta di Trump al contrario piace a Netanyahu, fervente oppositore di Oslo, che incassa l’ennesimo endorsement del potente amico alla vigilia del voto di marzo per il rinnovo della Knesset. Credibile, o meno, questa è la dottrina geopolitica di Trump in Medioriente. Pacifista? Non proprio.

48 ORE

Israele si prepara al voto, martedì è giorno di elezioni per la seconda volta in meno di un anno, non era mai accaduto nella storia di questo stato. Gli ultimi sondaggi predicono una situazione di stallo politico: la destra a trazione Netanyahu non riesce a raggiungere la soglia dei 61 parlamentari, che garantisce la maggioranza. Il leader del Likud e i suoi alleati oscillerebbero tra i 57 e 60 seggi nella futura Knesset. L’indomabile falco e il suo avversario più quotato, il generale Gantz leader della lista centrista Kachol Lavan, sarebbero testa a testa. Comunque, se fosse l’ex capo di stato maggiore dell’esercito a tagliare il traguardo per primo come da prassi istituzionale riceverebbe dalle mani del presidente Reuven Rivlin l’incarico esplorativo, aprendo la strada ad uno scenario che è il peggior incubo di Netanyahu, ovviamente assieme ai processi per corruzione che incombono. Fattori negativi che sommati rischiano di compromettere definitivamente la sua longeva carriera politica. Nella precedente tornata ad aprile ha fallito l’obiettivo del quinto mandato a causa della rottura con il nazionalista russofono Lieberman. Questa volta in cerca di nuovi alleati è costretto a fare spazio nella coalizione parlamentare alla piccola forza dell’estrema destra razzista Otzma, rinunciando a qualche voto. In virtù del sistema proporzionale puro che prevede una barriera al 3,25%. Tuttavia vedremo se Netanyahu è veramente interessato a mantenere questo patto “mortale” fino in fondo, caratterizzando il prossimo esecutivo marcatamente a destra, oppure che con una strambata finisca per optare, all’ultimo minuto, per la sua tattica preferita, la cannibalizzazione dei partiti che gravitano intorno a lui. Intanto, il frammentato e bastonato centro-sinistra può solo fare meglio delle ultime elezioni, in attesa di tempi migliori e di un “Messia” che ricomponga i cocci di una cultura oggi sfilacciata e franata nei consensi. Sinistra affossata da un decennio di pensiero dominante di Netanyahu, che per la prima volta è entrato in dirittura d’arrivo ad una campagna elettorale rompendo il passo. La ripetizione stantia di cliché già sfruttati, gli asfissianti canoni della propaganda sovranista, hanno incontrato qualche inciampo di troppo. I proclami di allarme per il nucleare iraniano, l’annessione della Cisgiordania – non tutta ma una porzione, a ridosso del Giordano e del Mar Morto –, l’esibire le potenti amicizie, da Trump a Putin, il gridare al complotto che lo perseguita (ordito da arabi, sinistra, stampa e magistratura) sono tutti anatemi abusati abbondantemente dalla retorica narrativa di Netanyahu e dalla destra populista. Le certezze invece sono che Trump pensa ad un incontro storico con la controparte iraniana, dopo aver silurato dal suo staff il consigliere John Bolton, preziosissimo a Netanyahu e alla sua visione geopolitica del Medioriente. E che Putin ha bocciato seccamente l’idea di annessione parziale di Territori palestinesi occupati.

TREGUA

Medioriente. Storie di normalità paradossale. Dalla Striscia di Gaza piovono su Israele centinaia di razzi, provocando il panico tra la popolazione della regione mediorientale del Paese. L’esercito con la stella di Davide risponde con i caccia dell’aviazione, colpendo le strutture militari di Hamas, coinvolti nei bombardamenti anche i civili. Ore di tensione e spirale di violenza. Morti da entrambi gli schieramenti. Le Nazioni Unite invitano alla calma, il presidente Turco Erdogan accusa apertamente di terrorismo Israele, Trump al contrario lo difende schierandosi al suo fianco al 100%. Tregua. Pare. Sospensione delle ostilità siglata grazie al lavoro svolto sul campo dalla Mukhabarat, i servizi segreti del Cairo. È una nuova pagina dell’eterno conflitto tra i due popoli, asimmetrico o meno negli ultimi dieci anni si sono svolte tre guerre (2009, 2012 e 2014) e un numero impressionante di “schermaglie”. La guerra, l’ennesima, è dietro l’angolo. La pace, se di pace si possa mai parlare, è appesa ad un filo. Tenue. In gioco troppe varianti: Israele è alla vigilia della ricorrenza della sua nascita (che coincide con la nakba, l’inizio della catastrofica disavventura palestinese) e nel bel mezzo della formazione del prossimo governo, la maggioranza uscita dalle elezioni del 9 aprile ha dato mandato, riconfermandolo, a Netanyahu per la formazione dell’esecutivo. Per dar vita ad un governo solido (con più di 61 dei 120 seggi) il falco della destra necessita tuttavia dell’appoggio del partito nazionalista Yisrael Beitenu di Avigdor Lieberman, ministro della difesa dimissionario per divergenze con il premier proprio sulla questione della gestione della crisi di Gaza lo scorso novembre. Il grattacapo di Netanyahu, in queste ore, è se fare un passo indietro e offrirgli nuovamente quel dicastero, in una fase così altamente delicata. L’altra variabile è dal lato palestinese la jihad islamica, organizzazione terroristica responsabile del massiccio lancio di missili, longa manus dell’Iran e ai ferri corti con Hamas, per la spartizione dei fondi promessi dal Qatar. Sono una scheggia impazzita, e pericolosa, in un contesto già caldo.

SERGIO MINERBI (1929-2019)

Gerusalemme. Sabato 9 ottobre 2010, sera. Il cellulare suona. Una voce chiara e squillante pronuncia la parola di rito: shalom. Rispondere con shalom Shabbat è d’obbligo, forse bastava anche solo un semplice e cordiale shalom, ma un certo imbarazzo e riverenza nei confronti del nostro interlocutore ci lascia spiazzati e goffi, almeno durante questa prima telefonata. Dal cellulare posizionato sul vivavoce arrivano chiare le indicazioni: “Dunque, proseguite sulla Sha’arel Yerushalayim, fate attenzione al limite di velocità, ci sono gli autovelox. Quindi, arrivati all’altezza del ponte di Calatrava dovreste trovarvi sotto il tunnel e state per sbucare nella Sderot Menahem Begin, la strada diventa a tre corsie, tenetevi sulla destra, moderate la velocità se non volete prendere una multa salatissima. Seguite i cartelli per Ramat Beit Hakerem, lasciata la Begin proseguite sulla Shmuel Beyth, svol- tate a destra in Avizoha all’altezza del centro medico e ancora a destra in Moshe Kol. Non vi impressionate, non vi ho dato la mappa per uscire da un labirinto ma solo la via più facile e breve per arrivare a casa mia. Secondo i miei calcoli e visto il traffico di post shabbat ci vorranno 16 minuti, se ci mettete di più vuol dire che vi siete persi, allora chiamatemi”.
Il quartiere e tra i più moderni di Gerusalemme ovest, a metà strada tra la Knesset e il museo dello Yad Vashem, pulito e poco rumoroso, palazzine di recente costruzione, confortevoli abitazioni ad uso delle classi più agiate e meno ortodosse. Ad attenderci Sergio Minerbi, nato a Roma nel 1929, a 18 anni emigrato in Israele. Diplomatico, scrittore e giornalista, collaboratore del quotidiano Haaretz, è stato inviato della Rai e del Sole 24 Ore. Eravamo molto curiosi ed intimoriti di conoscerlo anche perché sapevamo della sua famosa verve polemica. Sergio Minerbi e sua moglie Hanna ci accolgono nella loro casa mentre stanno consumando una parca cena, sediamo dinanzi a loro a tavola con la telecamera ed il taccuino pronti, un po’ emozionati, raccogliamo la storia della loro vita.
“Presi la decisione di venire in Israele giovanissimo. Eravamo appena usciti dalla Seconda guerra mondiale, i gipponi degli americani con la grande stella bianca sui fianchi, attraversavano una Roma deserta e devastata dai bombardamenti. In una Roma senza trasporti, senza acqua e senza servizi essenziali, ho ospitato nella grande casa dei miei genitori in via Ravenna molti soldati ebrei, con i quali avevo delle lunghe conversazioni. In quel periodo frequentavo la Sinagoga di via Balbo, dove c’era un centro per giovani sionisti. Aderì all’organizzazione Halutz. E così sono arrivato in Israele, la Palestina di allora, con l’idea, già predeterminata di andare in un kibbutz e non in uno a caso, ma in uno della Hashomer Hatzair. Per fortuna avevo dei parenti a Gerusalemme dove alloggiavo, altrimenti la situazione sarebbe stata piuttosto difficile. Nessuno mi diceva in quale kibbutz andare e rimandavo la decisione di settimana in settimana. Ero solo e questo rallentava la mia collocazione. Nei kibbutzim (plurale di kibbutz) erano abituati a ricevere solo gruppi. In quegli anni era così, le autorità del kibbutz predisponevano l’ingresso di gruppi per lo più omogenei che andavano ad integrare i nuclei già presenti nel kibbutz, non il singolo. Alla fine mi hanno mandato al kibbutz Eilon, al confine con il Libano, dove ho incontrato mia moglie. Era il 1947. Finalmente appartenevo ad un gruppo, questo agognato gruppo.
Un mese dopo ci siamo trasferiti nel kibbutz di Ruhama, dove all’inizio eravamo alloggiati presso gli anziani. Notai subito che c’era una radio ad onde corte, stava lì inutilizzata. Il 29 novembre del ‘47 mi sintonizzai per seguire la trasmissione sul voto alle Nazioni Unite, scrissi i risultati su una busta che ancora conservo, contando dieci no, trentatré sì e alcuni astenuti, sono stato io a dare l’annuncio che finalmente nasceva il nostro Stato, Israele. Ricordo che dalla mezzanotte all’una abbiamo danzato, ma poco prima di andare a letto hanno distribuito i fucili, spiegandoci come inserire le pallottole e ci hanno mandato a perlustrare la zona. Per noi iniziava la guerra. E così siamo andati avanti per quei primi mesi.

Il kibbutz era il sogno della vita. Ci sono andato perché mi sembrava, soprattutto nel ‘47, che in quel momento il kibbutz avesse molti compiti da eseguire. Non solo era la realizzazione dell’ideale pionieristico di lavorare la terra, ma dal punto di vista della difesa nazionale era di strategica importanza. Se abbiamo vinto la guerra nel ‘48 è, per molti aspetti, grazie ai kibbutzim, dove le reclute sono state formate, dove c’era una dedizione assoluta alla causa. Gli ordini erano eseguiti senza che ci fossero gradi e senza che ci fossero gli orpelli del militarismo, e questo era consono ai miei gusti. Il kibbutz dal ’47 al ‘49, era un avamposto militare di primissima categoria e la mappa dei kibbutzim è stata poi quella che ha determinato in parte i confini dello Stato di Israele. Penso che il kibbutz avesse la sua raison d’être nel costituire uno Stato ante litteram, cioè un’entità israeliana, prima che esistesse un governo, perché rispondeva a una necessità immediata, assoluta, occupare il territorio. Tutte queste considerazioni oggi le devo riesumare dai miei ricordi, all’epoca erano evidenti, lapalissiane. Le peculiarità del kibbutz iniziano ad esaurirsi direi nel ‘49, con la firma degli accordi armistiziali, l’esercito si organizza come un’entità strutturata, si cristallizza. E il Palmach (forze di combattimento regolare degli insediamenti ebraici) viene sciolto. Il kibbutz sostenendolo ha permesso al Palmach di crearsi, di vivere e di svilupparsi, ne consegue che il giorno in cui il Palmach non fosse stato più la mano destra dei governanti, anche chi lo sosteneva non aveva più la stessa funzione.
Intanto nel 1949, vengo mandato in Italia, restandoci un anno. Un anno esaltante, di intenso lavoro di spionaggio: la mia missione era impedire il traffico di armi per gli stati vicini. Trovarle in tempo e giustamente eliminarle. Ci ho messo del mio e in vari episodi le armi non arrivarono mai a destinazione.
Lasciammo il kibbutz di Ruhama subito dopo la guerra del Sinai, nel ‘56. Cominciai a fare tutti i mestieri possibili e immaginabili, senza scartarne alcuno. Mi adoperavo nelle traduzioni per opuscoli turistici in italiano, poi qualcuno mi fece le scarpe e cominciò a farli lui, ma intanto io ero sopravvissuto ed era già molto. Siccome nel kibbutz avevo messo su un piccolo museo archeologico, e quindi mi sentivo ferrato in archeologia, sono andato subito a dare l’esame di guida turistica, portando a spasso parecchia gente. Allora, ho avuto l’opportunità di iniziare a scrivere su dei giornali italiani diventando dopo poco corrispondente della Rai.
La mia grande sfida è il ‘57 con la firma del trattato di Roma. A Gerusalemme, con una moglie, una figlia, e forse dieci lire in tasca, decido che sarò Mr. Common Market di Israele. Così su due piedi. Fu una decisione un po’ azzardata, oserei dire, ma lungimirante. Mi iscrissi all’università, studiavo Economia e Relazioni Internazionali. Preparai una tesi sull’esportazione degli agrumi verso il Mercato comune europeo e sulle possibili difficoltà delle nostre esportazioni. La tesi era buona. Venne pubblicata, e questo mi ha dato l’occasione di farla arrivare all’attenzione di alcuni funzionari del Ministero degli Esteri che vollero che io entrassi per un anno a collaborare con loro al Ministero. Vinco, l’anno dopo, un concorso interno. Ciò mi ha permesso di bruciare le tappe e di andare due anni dopo come numero due alla missione di Israele a Bruxelles. Tornato in Israele, ho frequentato la scuola per diplomatici, nel frattempo ho costituito presso il ministero un nuovo dipartimento sul mercato comune. Nel ‘78 vengo nominato ambasciatore, assegnato al Mercato Comune in Belgio e in Lussemburgo. Semplice no! Obiettivo centrato.

Parliamoci chiaro. La società di oggi non apprezza più il pioniere, colui che dà alla patria perché è convinto che sia giusto che ognuno contribuisca. In questa epoca si esalta il tycoon che fa i miliardi. E a me non piace. D’altra parte dove sono i veri paesi socialisti?”

NETANYAHU SCEGLIE LA PRIMAVERA PER LE ELEZIONI

In Israele verso il voto. Elezioni ad Aprile, anticipate rispetto alla naturale scadenza di mandato del prossimo autunno. Lo scioglimento della Knesset, il parlamento, era nell’aria da qualche settimana, dopo l’uscita dalla maggioranza del partito guidato dal nazionalista Lieberman, che di fatto aveva staccato la spina all’attuale esecutivo. E così la campagna elettorale entra nel vivo, all’insegna della ricerca dell’antitodo a Netanyahu. Il falco della destra israeliana resta, almeno per il momento, il candidato favorito. In questi anni ha tenuto ben saldo il potere nelle sue mani, concentrando su di se attenzione e dicasteri. Dal suo cilindro magico inaspettatamente può uscire di tutto: guerre, tregue, minacce, affari. È impelagato in una serie di procedimenti della magistratura per presunta corruzione. Le indagini sono tutt’ora in corso ma nessuno è convinto che i giudici si esprimeranno in tempi rapidi, rischiando di portare il dibattito politico in un campo di scontro mortale tra organi dello stato. Una bomba ad orologeria a cui è stato temporaneamente disattivato il timer. Correrà in parallelo al voto per il rinnovo del parlamento europeo, dove appoggia apertamente i partiti populisti. Netanyahu ha una lunga esperienza nel collezionare successi elettorali. In pubblico è uno squalo nel suo habitat. Vittime preferite, e predestinate, sono i leader del centrosinistra laburista, messi tutti al tappeto da Ehud Barak a Isaac Herzog. Chi non vorrebbe entrare nella fossa del leone è il segretario in carica Avi Gabbay. Disposto a farsi da parte per dare spazio, anche alla luce di impietosi sondaggi, ad un blocco centrista. Se la coalizione dovesse concretizzarsi il nome più plausibile al vertice del listone dovrebbe essere quello di Benny Gantz, ex capo di stato maggiore dell’IDF. Le chance di sconfiggere il falco sono appese ad un filo tenue.

IL SULTANO IN TOUR

La striscia di sangue a Gaza e l’apertura dell’ambasciata americana a Gerusalemme hanno inasprito le relazioni tra Turchia e Israele. Lo scambio di accuse, il teatrino dell’espulsione dei diplomatici, umiliati ed esposti alla gogna mediatica, lo stallo dell’ONU e la recente riunione d’emergenza dell’Organizzazione per la cooperazione islamica danno il senso dell’agonismo geopolitico in campo. Recep Tayyip Erdogan punta a diventare la sintesi delle diverse anime dell’islam, e fare della Turchia la più grande potenza, non araba, nella regione. Per raggiungere il suo obiettivo sventola la bandiera di Al-Quds, la Gerusalemme araba, ergendosi a difensore dei fratelli sunniti palestinesi con l’obiettivo di isolare Israele. L’ambiziosa strategia del leader turco è tuttavia frenata da Egitto e Arabia Saudita, riguardevoli alle apprensioni, pressanti, della Casa Bianca. Erdogan è convinto di uscire vittorioso dalle prossime elezioni, anticipate a giugno, e a quel punto monopolizzare il potere, presentandosi quale leader supremo del Medioriente, con o senza l’esplicito appoggio di Washington.
Erdogan è un personaggio complesso, repentino nel cambiare gli amici in nemici giurati, come accadde con l’imam Fethullah Gulen e il presidente siriano Bashar al-Assad. Spietato persino con gli alleati, il delfino Davutoglu ha pagato la troppa notorietà ed è finito esautorato. È uno dei leader mediorientali più importanti e controversi, sfrontato nel caso della crisi tra i Paesi del Golfo: mentre offriva le credenziali di mediatore al di sopra delle parti ordinava l’invio di militari in difesa del Qatar. Diffida apertamente della Merkel, ricambiato, e dei paletti dell’Unione europea, posizionati un po’ alla rinfusa e ai quali risponde con la costante minaccia di riversare milioni di profughi alle frontiere. Ambiguo, volutamente, con l’Iran. Fedele, per ora, al matrimonio con Mosca, in un asse saldato da cooperazione energetica e militare. Mai amico dei curdi, impegnato in una pulizia etnica senza confini che dalla Siria potrebbe spostarsi fino all’enclave irachena.
Sul piano interno Erdogan ha prima dato benessere e sviluppo al Paese, quando è stato sul punto di traslocare nel condominio europeo ha buttato all’aria i risultati ottenuti esercitando il suo mandato in modo autoritario e illiberale, dimostrandosi un dittatore democratico e populista. Oggi però l’economia del Bosforo, nonostante i dati rassicuranti sulla crescita del Pil dei primi mesi del 2018, non è più quella del passato. Gli analisti prevedono un trend negativo, dovuto a vari fattori concomitanti: svalutazione della lira turca, inflazione e crescita dei tassi d’interesse, aumento dei costi delle materie prime ed esposizione del sistema bancario ad una fuga degli investitori. In piena campagna elettorale è stato accolto nella Londra della Brexit con il tappeto rosso dalla Lady May, ma bocciato dalla City per l’intenzione di mettere sotto controllo la Banca Centrale. Il Sultano di Istanbul ha sfidato l’Europa anche da dentro, appellandosi ai milioni di turchi che vi vivono. Germania, Belgio, Olanda e Austria hanno bandito i suoi comizi. E lui per rafforzare il tour elettorale ha scelto i Balcani e la piazza di Sarajevo, il cuore esplosivo di tanti conflitti disastrosi, dove unire idealmente i musulmani bosniaci e turchi nella conquista non delle mura di Vienna ma dei palazzi di Bruxelles. L’offensiva balcanica di Erdogan è da tempo in atto, miliardi di investimenti hanno riguardato Albania e Macedonia. Ha fatto costruire moschee e aprire scuole coraniche, seguendo un modello (quello dei centri culturali imam hatip dove si è formato lui stesso) che vorrebbe esportare dall’Italia alla Norvegia.
Cresciuto a Kasimpasa in un quartiere difficile di Istanbul, i residenti della zona sono comunemente associati ad un caratteristico comportamento spavaldo, ha sempre mostrato un atteggiamento arrogante: prima nel disprezzo per la èlite kemalista, laica e benestante, poi nel deridere i richiami dell’Europa ai diritti fondamentali e infine, nell’odio per Israele.