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TRUMP E I SIONISMI

L’anno appena concluso ha visto Trump ordire la sua vendetta contro l’Onu, tagliandogli i fondi per aver boicottato e condannato la sua decisione di riconoscere Gerusalemme capitale di Israele. Nella città Santa il 2018 si apre con il partito di destra del premier Netanyahu che spinge pubblicamente per annettere gli illegali insediamenti israeliani in Palestina. Il conflitto israelopalestinese è per sua natura alimentato da ideologie religiose e pretese politiche, e viceversa da pretese religiose e ideologie politiche, che inaspriscono la contrapposizione fomentando la violenza senza fine.
“Io continuo ad essere fiducioso nel raggiungimento di una pace basata sul principio due popoli – due Stati, sebbene la colonizzazione che Israele ha portato avanti negli ultimi decenni in Cisgiordania metta sempre più a rischio la possibilità che sorga uno Stato palestinese indipendente dotato di una minima contiguità territoriale. Proprio perché penso che questa sia la strada da perseguire, auspico un impegno forte della comunità internazionale in tal senso. Vista la posizione dell’amministrazione Trump, ripongo ovviamente le mie speranze nell’Unione Europea, a patto che Bruxelles abbia la consapevolezza che il tempo rimasto per la creazione di uno Stato palestinese degno di questo nome è molto poco e agisca con coerenza e rapidità”. A parlare è Arturo Marzano docente di Storia del Medio Oriente e Storia del conflitto arabo-israeliano all’università di Pisa, autore del volume Storia dei sionismi. Lo stato degli ebrei da Herzl a oggi (Carocci, 2017).
Professor Marzano quanto l’idea di Gerusalemme capitale è presente nel pensiero sionista?
“Da quando il movimento sionista, nel 1905, decise di scegliere la Palestina, allora parte dell’Impero Ottomano, come il luogo della realizzazione della propria rinascita nazionale, Gerusalemme ha avuto un ruolo centrale. Non è un caso che proprio a Gerusalemme sia stata fondata nel 1918 l’Università ebraica e che subito dopo la Guerra del 1948 Gerusalemme ovest – la parte orientale era passata sotto controllo giordano – sia stata scelta come capitale del neonato Stato. Con la Guerra dei Sei Giorni e la conseguente conquista della città vecchia – dove si trova il Muro occidentale (Kotel), il luogo più sacro per l’ebraismo – poi, Gerusalemme ha assunto un ruolo ancora più rilevante dal punto di vista identitario”.
L’annuncio di Trump ha scatenato il caos, perchè una mossa così avventata?
“Il riconoscimento da parte di Trump di Gerusalemme come capitale di Israele è dovuto, da un lato, a fattori di politica interna – mobilitare ulteriormente i propri elettori riconducibili alla destra evangelica filo-israeliana – e, dall’altro, a elementi di politica internazionale, vale a dire segnare la discontinuità con la prevedente amministrazione Obama rispetto al processo di pace israelo-palestinese e riaccendere lo scontro con l’Iran con l’obiettivo di smantellare l’accordo sul nucleare”.
Il pacifismo israeliano è una realtà radicata nella società, la politica di Netanyahu è vincente da due decadi nelle urne: è questa la grande spaccatura di Israele?
“Sono tante le divisioni all’interno della complessa e multiforme società israeliana. A mio avviso, la più rilevante frattura è attualmente quella tra due visioni di Israele. Da un lato, quella che si identifica con l’espressione Medinat Israel (Stato di Israele), che considera fondamentale l’esistenza di uno Stato ebraico indipendentemente dai suoi confini ed è, dunque, disposta ad un compromesso territoriale con i palestinesi. Dall’altra, la visione che si identica con Eretz Israel (Terra di Israele) e che ritiene essenziale il mantenimento del controllo su Giudea e Samaria (cioè la Cisgiordania), occupate nel 1967. Mentre per la prima tendenza rinunciare ai Territori palestinesi occupati significherebbe il proseguimento del sogno sionista, per la seconda il ritiro da quei territori significherebbe al contrario la fine stessa del sionismo”.
Nazionalismo palestinese e nazionalismo israeliano troveranno mai un punto d’incontro o rappresenteranno l’eterna contrapposizione di due mondi, e due popoli, inconciliabili?
“Non userei espressioni come “eterna contrapposizione”. Nonostante il conflitto sia chiaramente la realtà prevalente, sono esistiti in passato ed esistono tuttora numerosi esempi di collaborazione tra israeliani e palestinesi. Le organizzazioni non governative congiunte come “Combattenti per la pace”, tra le tante, lo confermano”.
La contesa di Gerusalemme è un libro aperto, pagine drammatiche di un conflitto secolare, dove le strategie imperialiste britanniche in passato e la visione trumpiana oggi continuano a giocare un ruolo inopportuno.

IL CORO NATALIZIO DEL PALAZZO DI VETRO LE CANTA A TRUMP

L’ONU bacchetta sonoramente la politica estera di Donald Trump. La Comunità internazionale, o almeno la sua quasi totalità, ribadisce che lo status di Gerusalemme è immodificabile e materia di negoziati tra palestinesi ed israeliani, qualsiasi atto unilaterale è illegale e nullo. Nonostante le minacce dell’ambasciatrice statunitense all’ONU Nikki Haley, a chi avesse tentato di condannare la decisione di Trump su Gerusalemme capitale di Israele, l’Assemblea del Palazzo di Vetro ha passato in modo schiacciante una risoluzione contro lo strappo del presidente americano. Parole, quelle di Trump, che avevano immediatamente scatenato tensioni tra esercito israeliano e giovani palestinesi, varcando i confini della Terra Santa ed espandendo la protesta nel mondo islamico. L’esito al Palazzo di Vetro arriva dopo che il più grande blocco di stati musulmani riunitisi a Istanbul, pochi giorni fa, aveva dichiarato in risposta al presidente americano, la parte di Gerusalemme est come capitale di un futuro stato palestinese. In quella sede il sultano Recep Tayyip Erdogan aveva tuonato contro Israele con toni durissimi, segnando una linea rossa. Erdogan sventolando la bandiera palestinese ha unito, almeno formalmente, tutto il mondo arabo. Il presidente turco ha dato vita ad una “alleanza” trasversale e destinata a non durare, tuttavia, è riuscito in un’impresa impossibile sul piano del contesto geopolitico mediorientale. Per la prima volta la Turchia si è posta come alternativa alle decisioni, e alle strategie, degli USA nella regione. La bomba di Trump ha generato, e non poteva non essere così, una reazione a catena che solo l’ONU poteva disinnescare, ma a questo punto contenerne gli effetti pare complicato. L’Europa si smarca dalla Casa Bianca in modo chiaro, rompendo un asse storico. Trump ha provocato le ire persino di papa Francesco, toccando un nodo, quello di Gerusalemme, molto delicato per il Vaticano. Mentre la Russia si avvantaggia allargando le influenze nell’area più “calda” al mondo. Mosca è interessata a mantenere il dominio sulla Siria, in modo da verificare sul terreno la validità della cooperazione con la Turchia. L’obiettivo principale della strategia russa è registrare il consenso internazionale per mantenere l’unità territoriale siriana, e salvare il regime di Assad. Un’approccio che porterà in secondo piano la causa del popolo curdo, rafforzando però l’asse tra Ankara e Damasco. La Russia è stata storicamente un forte alleato delle milizie curde in Iraq e Siria, e da sempre il Cremlino è stato favorevole all’indipendenza curda. Nel soqquadro creato da Trump i curdi perdono pezzi importanti di sostegno, non solo militare. Putin inoltre, si è dimostrato un credibile mediatore degli interessi dell’Iran e allo stesso tempo ha lavorato per raggiungere un equilibrio con Israele, ovvero le due principali potenze militari della regione assieme alla Turchia. Grazie alle pressioni dell’intelligence ex sovietica i miliziani sciiti, addestrati e armati da Teheran, presenti in Siria non sarebbero stati collocati nelle zone del Golan, evitando il rischio di contatto e scontri con l’esercito israeliano. Il Medioriente è in mano a nuovi player, palestinesi ed israeliani dovranno scegliere bene con chi schierarsi, gli “amici” talvolta possono dimostrarsi dannosi.

La contesa della città del Muro del Pianto, della Spianata e del Santo Sepolcro è strettamente connessa con il futuro della Palestina e del suo popolo. Sulla questione della criticità e delle sofferenze della comunità cristiana palestinese sotto occupazione israeliana già nel 2009 i Patriarchi e i massimi esponenti delle Chiese di Gerusalemme si erano espressi con un documento congiunto, il Kairos Palestina: “La nostra connessione a questa terra è un diritto naturale. Non è solo una questione ideologica o teologica. E’ una questione di vita o di morte”. Negare lo stato di Israele non è meno pericoloso di negare ai palestinesi uno stato, ed una capitale, condivisa pacificamente.

L’AMARO REGALO DI NATALE

Alla fine Trump quelle parole le ha pronunciate: “Riconosco l’ovvio, Gerusalemme è la capitale d’Israele”. Una mossa anticipata da giorni che le pressioni diplomatiche non hanno frenato. Il successore di Obama ha dato il via libera ad un anno di preparativi per trasferire l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme. Invitando a non modificare lo status quo del Monte Sacro. La giurisdizione di Gerusalemme è un elemento delicatissimo della geopolitica, un punto centrale del conflitto israelo-palestinese, dove entrambe le parti sostengono in modo categorico il possesso irrinunciabile della città Santa e la reclamano come loro capitale. L’ONU continua a riconoscere la linea verde che, dal ’48 al ’67, separava la zona orientale della città Santa da quella occidentale, il confine naturale tra i due popoli, e prevede che ogni eventuale cambiamento dello status deve essere affrontato nelle trattative di pace.

Qualsiasi tentativo di annessione unilaterale è ritenuto illegale dal diritto internazionale, che distingue tra occupati e occupanti, palestinesi e israeliani. Sul piano diplomatico tutte le ambasciate straniere, che riconoscono Israele, hanno la loro sede a Tel Aviv e una rappresentanza consolare a Gerusalemme. Per oltre un ventennio i vari inquilini della Casa Bianca hanno rinunciato a spostare la rappresentanza nella città Santa, seppure una legge del Congresso avesse posto le condizioni, e l’obbligo, al trasferimento del corpo diplomatico. La ragionevolezza aveva prevalso a Washington, trasformandosi in prassi consuetudinaria, che lo stesso Trump rinnoverà per altri sei mesi, solamente per motivi logistici.

La sensibilità internazionale è presente anche nella formalità dei protocolli diplomatici con il lato israeliano, a Gerusalemme: è nella residenza del presidente in Beit HaNassi che sono accolti i capi di stato in visita; è nella casa del primo ministro, a pochi passi da Balfour street, che si svolgono le cene di gala; è alla Knesset che le delegazioni di parlamentari stranieri sono ricevute e ospitate.  Mentre sul fronte palestinese gli incontri istituzionali hanno luogo a Ramallah o nella seconda capitale palestinese e culla del cristianesimo Betlemme, alle Muqate presidenziali, nella parvenza di uno stato sovrano. La doppia visita ufficiale, da un lato e dall’altro del muro, era ed è un sistema di bilanciamento rispettoso, forse imperfetto ma stabilizzante. Al contrario le alterazioni dei fragili rapporti innescano ricadute imprevedibili. Nel 2000 la passeggiata elettorale di Sharon sulla spianata delle Moschee scatenò la seconda Intifada palestinese. E più recentemente questa estate tensioni esplosero in feroci scontri per la decisione della sicurezza israeliana di posizionare dei metal detector all’ingresso del luogo santo islamico, alterando lo status quo. Il braccio di ferro tra Netanyahu e i giovani palestinesi andò avanti per giorni. Ad incitare, e infuocare, gli animi del mondo arabo, il Gran Mufti di Al Quds. La rimozione dei controlli riportò la calma.

La storia ci insegna che la questione di Gerusalemme è una polveriera. Una città contesa, casa per casa, metro per metro, pietra per pietra. E allora perchè Trump ha scelto di entrare come un elefante in una cristalleria, senza prevederne le conseguenze? Forse, abbiamo assistito increduli, non ad una “trumpata, ma ad un disegno dirompente per il Medioriente, che prevede di avvicinare a tappe forzate Israele all’Arabia Saudita aprendo in tempi rapidi il fronte anti Iran e lasciando intendere di voler continuare i negoziati con i palestinesi. Inoltre Trump, scaltramente, ha voluto delimitare fuori dal perimetro politico la vecchia Europa, e ha lanciato un messaggio di forza alla Turchia e alla Russia. In ogni caso è clamorosamente imbarazzante la visione generica del presidente a stelle strisce, disposto a calpestare la dignità di un popolo che non trova giustizia. Trump rischia seriamente di compromettere la possibilità di una pace. È il triste regalo di Natale alla Terra Santa.

6 GIORNI

Giugno 1967. La guerra per rompere l’anello imposto a Israele dagli stati arabi è iniziata da poche ore e già l’esito è scontato. Nel Sinai la disfatta dell’esercito egiziano è catastrofica, i soldati del “faraone” Gamal Abdel Nasser sono allo sbando completo. Le divisioni di fanteria e i corazzati non hanno retto l’urto contro la tecnica e tattica dei comandi di Tel Aviv. Nei giorni a seguire l’esercito di Tzahal avanzerà sul fronte meridionale verso il canale di Suez e su quello nordorientale nel Golan in direzione di Damasco, praticamente indisturbato. Gli aerei con la stella di Davide hanno assunto la supremazia in cielo, grazie ad un attacco preventivo, chirurgico. Con un blitz preparato e lungamente studiato nei mesi precedenti, messo in atto nei minimi dettagli dal ministro della difesa Moshe Dayan e dal capo di stato maggiore Yitzhak Rabin, hanno dilaniato l’aviazione avversaria.

La conquista di Gerusalemme est arriva la mattina del 7 giugno con la ritirata della Legione araba fedele al re Hussein di Giordania. L’intervallo di potere della casa Hashemita in Palestina termina disastrosamente. La bandiera di Israele sventola sulla Spianata delle Moschee, prima di venire “diplomaticamente” ammainata. Le immagini di repertorio ritraggono le emozioni dei giovani e sorridenti soldati con la divisa verde al Muro del Pianto. Baciano devotamente la pietra bianca del perimetro dell’antico Tempio, in un clima di festa e canti. Nel volto di quei militari prevale un trasporto mistico, che racchiude la sensazione dell’intromissione divina, la Shekinà, nella battaglia. Coloro che volevano, con l’aiuto di Allah, spazzare via dalla Terra il fazzoletto di Israele avevano perso di nuovo.

Dopo 6 giorni di guerra, il 10 giugno di 50 anni fa il conflitto è praticamente concluso, inizia allora per Israele una simmetria che segnerà la sua storia contemporanea. È l’espansione in Palestina, prima dettata da ragioni strategiche di difesa e sicurezza, poi trasformata in status quo ed un domani forse in annessione.

Il 22 novembre dello stesso anno il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite approva la risoluzione 242, il pilastro della “pace giusta e duratura”. Questa volta oltre agli stati arabi è anche il governo israeliano a decidere di non ascoltare. Continuando il processo di riduzione drastica dello spazio fisico dei palestinesi, disegnando militarmente e politicamente una cartina destrutturata della Palestina, un puzzle di scavi archeologici, riserve naturali, zone di tiro, avamposti militari, muri e reticolati, strade e insediamenti coloniali. E che porterà con gli Accordi di Oslo alla “ghepardizzazione” dei Territori Palestinesi Occupati: divisione in tre diverse tipologie di aree di controllo.

L’assurdità ideologica che il diritto degli uni non è conciliabile con quello degli altri ha alienato entrambi. La filosofia israeliana del limite della pazienza e quella palestinese del vittimismo hanno ampliato la frattura tra i due popoli, oggi insanabile dal dilagare del jihadismo e del populismo. Il più martirizzato dei popoli e il più costantemente umiliato condividono il destino, tra muri di separazione o di sicurezza, tra check point o kamikaze: “una terra senza uomini per uomini senza terra” o “una terra senza diritti per un diritto alla terra”? La risposta è amara quanto i possibili scenari. Il primo, è che non avvengano cambiamenti “climatici”, in quel caso per i palestinesi sarebbe la strada di un lento ed inesorabile stato “soft” di apartheid. Nel secondo, e meno probabile, gli accordi porteranno ad uno stato binazionale. Nel terzo, con negoziati di compensazione, Gerusalemme diventa la capitale di due stati confinanti. Nell’ultimo gli stati arabi riconoscono Israele e aprono ai trattati, i palestinesi entrano in una sorta di confederazione, l’Egitto torna “ufficialmente” responsabile per Gaza e alla Giordania è “affidata” la West Bank. Ma su tutto potrebbe ancora prevalere l’estremismo.

L’IGNORANZA TRUMPIANA SU ISRAELE E PALESTINA

Quando nel 2010 Benjamin Netanyahu si presentò a colloquio alla Casa Bianca il padrone di casa non degnò, il primo ministro israeliano, del picchetto di onore e lo fece entrare da una porta secondaria. In quell’incontro che non lasciò notizia, quasi non fosse mai avvenuto, lo scontro tra i due leader ebbe toni pesanti, così raccontano i ben informati. Nessuna stretta di mano immortalata da foto di rito, nemmeno la classica amichevole conferenza stampa congiunta. I dissidi tra Obama e Netanyahu hanno avuto picchi di tensione altissima, ciò tuttavia non ha alterato lo stretto legame tra i due paesi, al contrario l’impegno americano in favore di Israele non è mai venuto meno, anche se il premier israeliano scaltramente, ha sempre lasciato passare il messaggio opposto al fine di screditare Obama e la sua visione. Sulla questione della Terra Santa l’ex presidente afroamericano aveva un’idea apertamente contraddittoria con l’indirizzo politico espresso dal governo di Netanyahu: possiamo accettare, praticamente, tutto, tranne il prolificare degli insediamenti israeliani in territorio palestinese. Ovviamente durante tutto il ciclo obamiano “il falco” della Knesset si adoperò per autorizzare altre colonie, facendo orecchie da mercante ai richiami di Washington. In realtà l’approccio di Obama all’eterno conflitto mediorientale non aveva nulla di nuovo, era in linea con quello dei suoi predecessori, a partire da Carter e sintetizzabile nel motto: porre le basi per la creazione di uno stato palestinese e assicurare la sicurezza di Israele. Clinton e Bush junior rafforzarono questo assioma, lavorando alacremente al processo di pace e organizzando una serie di incontri trilaterali dalle tante, troppe, aspettative. L’agenda della diplomazia statunitense, a prescindere dal partito di appartenenza del presidente e dai risultati raggiunti, era scritta in calce. Uno spartito passato di mano in mano agli inquilini della Casa Bianca. Per buttare al vento decadi di diplomazia internazionale in Medioriente è bastata una frase banale di Trump durante una conferenza stampa, nei giorni scorsi, al fianco dell’amico sodale Netanyahu: uno o due stati per me non fa differenza. Aggiungendo: decidano loro. L’ignoranza trumpiana, perchè di questo si tratta, lascia sgomenti. Com’è possibile trattare con tanta leggerezza una questione così intrigata e complessa? E che alla fine alimenta solo violenza. Il magnate newyorkese in pochi secondi ha smantellato l’impalcatura che reggeva il sogno di poter aver, un giorno, uno stato di Palestina in pace e limitrofo con Israele. Due popoli per due stati non è più una priorità delle trattative, non è più il faro nel mezzo di una tempesta implacabile. La soluzione dei due stati non è solo una voglia del momento o un castello di sabbia, è una lunga e tortuosa strada che nasce da un consensus internazionale su di una formula strategica per porre le condizioni di una pace futura: la Terra Santa è di entrambi, palestinesi ed israeliani, così come Gerusalemme. E se si vuole spingere per riconoscere Gerusalemme quale capitale di Israele, allo stesso tempo si dovrebbe almeno concedere che la parte est della città Santa diventi la capitale dello stato palestinese. O no? Trump, al solito, naviga nella vaghezza, scimmiotta, è sconcertante: al momento si è impuntato per spostare l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme, sfidando l’ONU. Una chiave di lettura delle affinità e influenze della destra israeliana su Trump è certamente da cercare nei consigli del genero Jared Kushner, un pontiere tra Gerusalemme e Washington, è stato lui ad aprire la linea di credito di Netanyahu sul suocero. L’obiettivo immediato di Netanyahu è definire una stretta alleanza con il mondo arabo “moderato”: Egitto, Giordania e stati del Golfo. Più o meno dittature al pari del vero nemico di tutti, l’Iran. Il mondo arabo ora dovrà scegliere se abbandonare al loro destino i palestinesi per frenare l’espansionismo persiano nella regione. E c’è da credere che Trump giocherà un ruolo centrale.  

 

I TERRORISTI DEL CALIFFO ALLE PORTE DI GERUSALEMME

Nel 1947 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvava la risoluzione 181 con un piano di partizione della Terra Santa, nel tentativo di risolvere il conflitto tra arabi ed ebrei scoppiato nella regione: il mondo arabo scelse la risposta peggiore. Settant’anni dopo attendiamo ancora la nascita di uno stato palestinese: democratico, indipendente e sovrano. C’è qualcuno che crede che ciò possa avvenire nel 2017? Obiettivamente pensiamo che solo un miracolo possa appianare uno dei conflitti più lunghi della storia. La situazione politica interna alle due realtà, palestinese ed israeliana, è talmente e palesemente compromessa da non permettere spiragli positivi: la destra nazionalista israeliana al governo, le criticità di Fatah e la dittatura di Hamas a Gaza, la prospettiva del radicarsi dell’Isis, la visione di Trump.

Eli Kaufam editorialista del Jerusalem Post, recentemente ha scritto nel suo blog non un commento di fisica quantica, ma una riflessione filosofica sull’era che ci attende: «Possono causa ed effetto andare indietro nel tempo? Nella realtà delle cose può il futuro determinare il passato? …. Se il futuro fosse in grado di determinare il passato, allora con un futuro meraviglioso quello che ci attenderebbe sarebbe un presente radioso, perché abbiamo già visto il passato e non era così bello.»

Nel contesto della Terra Santa gli errori del passato, effettivamente, sono stati troppi, determinando il presente e il futuro: culturalmente ma sopratutto politicamente il mancato riconoscimento dell’altro, da entrambi le parti, è ancora un aspetto sconcertante della questione israelopalestinese. Sicurezza, diritti umani, confini definiti per due stati per due popoli sono sempre stati l’obiettivo primario della Comunità internazionale. La cartina geografica più diffusa della Terra Santa è ferma al ’67, attualmente quindi è obsoleta. A prescindere dal caso in cui si creino le condizioni per uno stato binazionale, che si opti per una sorta di stato federale o meno, ci vorranno intense trattative e lunghi trattati. Oppure ciò che ci aspetta sono barriere, occupazione e terrorismo? La matita che dovrebbe tracciare la linea di demarcazione tra palestinesi ed israeliani è oggi spuntata, e Trump è pronto a strappare i fogli su cui disegnare.

Nei prossimi giorni a lasciare un segno sul quadro mediorientale ci proverà il presidente francese Francois Hollande, lontano dalla ricandidatura ha deciso di affrontare, senza troppe pretese, il nodo gordiano del conflitto israelopalestinese, invitando a Parigi per il 15 gennaio i rappresentanti di 70 stati. L’iniziativa parigina è l’ennesimo tentativo di alimentare il percorso di due stati per due popoli. Un summit accolto favorevolmente da Abu Mazen, presidente senza consenso, ma non da Netanyahu, primo ministro in bilico. A Parigi non ci saranno strette di mano tra nemici. In realtà c’è però un certo interesse per quanto presenteranno le tre commissioni che da mesi lavorano ad una road map. Ciascuna analizzando una differente prospettiva: la struttura delle istituzioni palestinesi, il contributo economico, in particolare quello europeo, e infine la partecipazione della società civile al processo di pace. L’ultimo attentato sulla promenade di Gerusalemme, e la folla a Gaza in visibilio per il martirio dell’attentatore; le minacce alla giuria e le proteste di piazza al processo contro il soldato israeliano che freddò un prigioniero palestinese; le vignette pubblicate qualche giorno fa dal quotidiano Al-Hayat Al-Jadida che mostravano soldati dell’esercito israeliano uccidere Babbo Natale; i nuovi insediamenti israeliani. Dipingono un presente senza futuro.

10 ANNI

In Turchia vige la legge marziale. Lo “sguaiato” golpe militare è finito e la punizione dei cospiratori assume la forma, o il pretesto, della feroce umiliante rivincita. È una vera e propria epurazione, una caccia alle streghe in ogni angolo del paese, trasversalmente nel mirino finiscono: soldati, impiegati statali, sindacalisti, docenti e giudici. Erdogan, che era sul punto di essere deposto, ha perso il senso della realtà, della giustizia e del perdono. Mentre sulle rive del Bosforo si assiste con clamore all’eclisse totale della democrazia anche il destino di milioni di profughi che si sono riversati nel paese dalla vicina Siria, nel corso degli ultimi cinque anni, è un limbo oscuro. La Turchia ospita 2,7 milioni di rifugiati, la maggior parte dei quali vivono in campi sovraffollati. Molti hanno cercato di lasciare le coste dell’Anatolia per l’Europa, in troppi hanno perso la vita. La tecnoburocrazia di Bruxelles come risposta alla crisi produsse un impegno formale con la Turchia. A Marzo dopo mesi, in cui il presidente Erdogan e il suo governo hanno ricattato le capitali europee con la scusante del caos dei rifugiati, arrivò il vertice fatidico. Al tavolo delle lunghe e spinose trattative, condizionato dalle “pressioni” filo turche di Berlino, abbiamo perso la dignità, arrivando persino a monetizzare la vita dei profughi. Stipulando un discutibile accordo “commerciale” sulla gestione dei migranti, salendo su un treno che non avremmo mai dovuto prendere. Un’intesa politica che lasciò l’amaro in bocca: “Viola il diritto internazionale e quello dell’Unione europea”. Ammoniva Elisa Bacciotti direttrice delle campagne di Oxfam Italia. “Dopo il blocco della rotta balcanica, l’accordo è un ulteriore passo verso l’abisso della disumanità, peraltro mascherato, con raggelante ipocrisia, da strumento per smantellare il business dei trafficanti. Il costo del controllo dei confini europei non può essere pagato con vite umane”. Quattro mesi dopo, fallito un golpe e lanciata una campagna inquisitoria che non si arresta, quel “trattato” non è ancora carta straccia ma non è più un arma carica puntata all’Europa: la fantomatica invasione dei profughi non esiste. La menzogna giocata da Erdogan, ma non solo, è finalmente stata svelata. Come rivela il rapporto divulgato in queste ore proprio da Oxfam: i dati reali dell’accoglienza nei sei paesi più ricchi del mondo – Stati Uniti, Cina, Giappone, Germania, Francia e Regno Unito – sono un numero “misero” ad una sola cifra, 9%. Mentre circa 12 milioni, pari al 50% del totale dei richiedenti asilo di tutto il mondo, hanno “invaso” stati che nel loro insieme non rappresentano nemmeno il 2% dell’economia globale: Giordania, Turchia, Libano, Sud Africa, Pakistan e Territori Palestinesi. La maggior parte di questi paesi, pur assumendosi gravi responsabilità, sono carenti nel difendere i diritti degli ospiti e persino dei propri cittadini. Per quanto riguarda l’Italia, pur impegnata in prima linea con 134mila persone ospitate (0.6%), è lontanissima dalla Germania che ne ha accolto 736mila, aumentando il proprio numero di rifugiati. È evidente che i paesi ricchi, numeri alla mano, non fanno abbastanza. La sfida è complessa e richiede una risposta coordinata, scevra da egoismi e che abiuri la prassi dell’esternalizzazione, come nel caso turco, del controllo delle frontiere ad altri. Il prossimo vertice di New York del 19 e 20 settembre sarà determinate per una netta inversione di tendenza e per dare una risposta che sia all’altezza. Le organizzazioni non governative propongono soluzioni efficaci: corridoi sicuri per i migranti, rispetto delle quote d’accoglienza, favorire i ricongiungimenti familiari, concedere visti umanitari e promuovere il reinsediamento dei più vulnerabili in un paese terzo. Alla vigilia del colpo di stato Erdogan aveva annunciato una proposta “audace” e “controversa”, offrire la cittadinanza ai rifugiati siriani. Un segno tangibile di solidarietà o un recondito disegno del Sultano di Istanbul?

Brexit e Israele

Il referendum sulla Brexit non è solo una questione esclusivamente British ma impone una attenta analisi fuori dei confini del Vecchio Continente. Il valore e il peso dell’esito di questo appuntamento hanno ricadute internazionali che vanno ben oltre la cornice europea. «L’uscita della Gran Bretagna dalla Ue sarebbe una battuta d’arresto non solo economica ma geopolitica» ha recentemente commentato il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk. L’ansia di Londra, in queste ore di voto, contagia le borse, le banche e le altre capitali europee. Anche in Medioriente il dibattito è aperto. La Brexit entra persino nella questione più intrigata di sempre: il conflitto israelo-palestinese. Non poteva essere altrimenti, la Terrasanta, come oggi la conosciamo geograficamente, è strettamente legata alle scelte politiche dell’Impero di Sua Maestà: il vulnus storico è, e rimane, il periodo del Governatorato britannico della Palestina post Prima Guerra Mondiale. Con l’inasprimento del confronto tra arabi ed ebrei, “l’uso e la strumentalizzazione” dell’odio degli uni verso gli altri, radicando nelle rispettive società e culture la paura e l’uso della violenza. Un orrore, che nasce da un errore, di cui ancor oggi paghiamo le drammatiche conseguenze. Alla vigilia del voto inglese è interessante osservare e capire come a Gerusalemme palestinesi ed israeliani riflettono su questa scadenza elettorale. La maggioranza delle persone, di qua e di là dal muro, dimostrano un approccio di fondo strettamente legato al proprio portafoglio, guardando la concretezza della cosa, gli effetti immediati sulla valutazione della moneta visto che l’Europa è il primo partner commerciale: cosa farà lo shekel, ci sarà la svalutazione del nuovo siclo israeliano in caso di Brexit? Domanda più che logica. Tuttavia, indipendentemente dagli effetti monetari, ci preme mettere in risalto anche taluni aspetti più tecnicamente “diplomatici”. Secondo Tusk l’uscita rappresenterebbe un cataclisma: «potrebbe essere l’inizio della distruzione non solo dell’Unione europea, ma di tutta la civiltà politica dell’Occidente». Gli analisti israeliani sono divisi sul significato oggettivo della Brexit. Per Israele, c’è chi ritiene che produrrà un cambiamento in negativo “è preferibile che la Gran Bretagna rimanga nella Ue dove rappresenta una voce moderata in favore di Israele. Preferiamo vedere un’Europa solida economicamente, commercialmente e fortemente unita nella sua battaglia contro il terrorismo” ha affermato una fonte autorevole israeliana. E chi invece, in maniera diametralmente opposta, assume che ci sarà un effetto positivo con la riduzione della tendenza ad appoggiare la causa palestinese e il frastagliarsi dell’Ue. Indebolendo notevolmente l’influenza europea nello scenario Mediorientale e smontando definitivamente l’iniziativa di Parigi per la riapertura del processo di dialogo tra israeliani e palestinesi, osteggiata dallo stesso Netanyahu. Per parte della destra israeliana nazionalista vale il concetto che “con l’uscita britannica l’Ue diventa più fragile e questo avrà un impatto positivo, perchè nel suo complesso le istituzioni dell’Unione sono su posizioni molto più critiche nei confronti di Israele rispetto ai singoli paesi europei”. La lettura della Brexit che fà il lato palestinese appare più distaccata, alcuni accademici ritengono infatti che, a prescindere dal risultato finale, il Regno Unito e l’Europa hanno imboccato un percorso irrefrenabile di “simpatia e vicinanza” per le sorti della Palestina: “La Gran Bretagna dentro o fuori non cambierà l’atteggiamento europeo”, ripetono da Ramallah. La controversia degli insediamenti israeliani nella West Bank è materia sentita e fatta sentire da Bruxelles, la voce europea suona stonata per Gerusalemme. E così qualcuno mormora che i mal di pancia di Netanyahu per le richieste della Mogherini si curano con la Brexit.

LOST NELLA POLITICA DI ISRAELE

Gerusalemme, i negoziati con i palestinesi sono congelati da tempo, il piano proposto da Parigi è stato rigettato da Gerusalemme, che tuttavia in queste ore ha lasciato uno spiraglio d’azione alla diplomazia egiziana, coinvolgendo indirettamente al tavolo anche la Lega Araba, nella prospettiva di riportare la questione palestinese in un ambito regionale. Intanto la maggioranza di governo si allarga con l’ingresso di Ysrael Beitenu, assorbendo un’ altra forza di estrema destra. Nella attuale Knesset (il Parlamento israeliano) il premier Netanyahu può contare 66 voti su 120 seggi. E in vista dell’approvazione del prossimo bilancio si prepara ad evitare uno scoglio viscido. Mentre, sul fronte dell’opposizione il centrosinistra israeliano naviga tra malumori interni e la mancanza di una luminosa leadership. Generali, sindacalisti, sindaci, giornalisti e avvocati si sono susseguiti alla guida della principale forza laburista del paese (HaAvoda) in questi quindici anni. Figure lanciate coraggiosamente a mani nude nell’arena politica per essere sbranati dal leone di turno. Parabole discendenti di leader provvisori. Una generazione dirigenziale decapitata asfaltata dal voto, al ritmo di: «avanti un altro». Ben Eliezer, il falco della sinistra; Mitzna, il politico venuto dal kibbutz; Peres, lo statista senza popolo; Peretz, “il baffone”, il sindacalista che si è perso in guerra; Barak, la minestra riscaldata; Harish, lo sconosciuto; Yachimovich, la giornalista che sapeva di perdere; Herzog, il secchione, il primo della classe. L’ultimo della lista, “inciampato” politicamente in una recente trattativa con lo stesso Primo Ministro, operazione fallita nel battere di un’ala di farfalla, come era prevedibile. Pesano sul leader laburista le dichiarazioni da lui stesso pronunciate pubblicamente in questi mesi: «Mai con Bibi». Per poi inaspettatamente scegliere di sedersi al tavolo dei negoziati, forse nella speranza di ottenere quel ruolo che molti, non solo in Israele, vorrebbero che ricoprisse: il vertice della diplomazia. Posizione chiave che tuttavia Netanyahu si è guardato bene dall’offrire all’avversario mentre lo accomodava nella sua tana fatale. Alla fine per Herzog il tiro incrociato della stampa e le offese, non proprio gentili, di alcuni suoi colleghi di partito. Un partito che ha smarrito il contatto con la base e perso il radicato consenso elettorale. Paradosso di uno spazio politico che ha letteralmente costruito le fondamenta democratiche dello stato ebraico e che con il passare del tempo non ha saputo risollevarsi da un lento e inesorabile declino. Il centrosinistra è così entrato in un limbo, una stagnazione, una asfissia tra il sogno di diventare un’alternativa concreta di governo e la realtà di restare a vita una minoranza silente, debole, ininfluente. In Israele oggi il potere è saldamente in mano al politico più longevo della sua storia, Benjamin Netanyahu. Fondatore di una nuova destra nazionalista: meno liberale e più settaria. L’uomo del grande freddo con la Casa Bianca. Diffidente per natura, in primis con i palestinesi. Erede dell’ideologia populista di Begin. Distante anni luce sia dalla visione di compromesso storico di Shamir che dal pragmatismo di Sharon. Mattatore delle campagne elettorali, politico di successo. Il Likud, il suo partito è con lui, il presidente della Repubblica Rivlin no. Netanyahu il falco, fautore di una linea di pensiero che guarda ai coloni e apre ai religiosi. È alleato di Naftali Bennet, non solo per convenienza. Ha messo sul carro l’ultra nazionalista Lieberman, nominandolo alla Difesa, e ha fatto uscire dal governo una figura storica e autorevole del suo partito come Moshe Ya’alon. Netanyau con noncuranza e tanti compromessi continua per la sua strada. Ha puntellato una maggioranza scricchiolante, ma con quale rischio?

BUS NUMERO 12

Gerusalemme ancora una volta piomba in una angosciante sciagura. Alla vigilia della Pesach, la Pasqua ebraica, poco dopo le 17.30 di un lunedì pomeriggio in una calda primavera, esplode un bus di linea: 21 persone ferite, alcune in gravissime condizioni. Tra queste il presunto kamikaze palestinese. L’attacco terroristico interrompe settimane di relativa calma, se di calma si possa mai parlare in Medioriente, dopo l’escalation, nei passati mesi, dell’Intifada dei lupi solitari i giovani “martiri” palestinesi ripongono il coltello e indossano le cinture esplosive, copiando l’esempio dei loro coetanei di Bruxelles e Parigi. L’attentato a Gerusalemme segna quello che viene commentato dagli analisti come “un salto di qualità del terrorismo palestinese”, ovviamente in negativo. In realtà è il ritorno ad una strategia “vecchia” che non si vedeva da anni, dalla Seconda Intifada e le bombe nei luoghi pubblici. Bus, bar, ristoranti, pizzerie, discoteche macchiati di sangue innocente, una lunga scia di morti, di lenzuoli bianchi a coprire i cadaveri che giacevano a terra. Ieri come oggi quando Israele è attaccato a Gaza si festeggia con pasticcini e canti. Nella striscia di terra più densamente popolata al mondo regna il fondamentalismo islamico di Hamas, alleato dell’Isis in Sinai nel nome della jihad: la guerra santa globale colpisce il vagone della metropolitana alla fermata del quartiere multietnico di Maelbeek e l’autobus numero 12 a Talpiot, periferia meridionale della città Santa. Luogo di centri commerciali, meccanici e carrozzerie dove quotidianamente palestinesi ed israeliani lavorano fianco a fianco e dove dividono la fila nei supermercati. “Dopo l’esplosione non si vedeva più niente era buio, c’era fumo ovunque. Mi sono messa a cercare mia figlia, l’ho trovata sdraiata a terra aveva tutto il corpo ustionato. Tra un mese avrebbe compiuto 16 anni, ora è sedata da farmaci e attaccata ad un respiratore. Adesso prego che sopravviva”. È il ritorno ad una triste cronaca: il boato, un rumore sordo che ti entra dentro, un brivido che ti scuote. E poi un istante di silenzio innaturale, il fumo, le grida, le sirene delle ambulanze in una corsa contro il tempo, i paramedici con i lettini e le flebo, i poliziotti che transennano l’area, gli elicotteri, il caos e la paura che si diffondono ovunque. Quando finirà tutto questo? C’è chi dice quando ci sarà uno stato palestinese indipendente e c’è chi dice quando non esisterà più uno stato di Israele. È lecito pensare che non finirà mai. A meno che “qualcuno” non decida di porvi fine, a chiare lettere. Dando ascolto, per una volta, alle voci di pace, al lamento e alle lacrime della gente che soffre. “Non ho mai intenzionalmente fatto del male ad un’altra persona. Non mi è mai venuto in mente di maltrattare un altro essere umano solo perché la pensa in modo diverso”. Legge il testo del comunicato in inglese Renana Meir, 17 anni israeliana, spiegando che sua madre è stata uccisa davanti a lei, sotto i suoi occhi: brutalmente accoltellata da due minorenni palestinesi. Parla la giovane Renana, nelle stesse ore in cui a Gerusalemme ancora una volta si salta in aria, e lo fa alla platea di diplomatici del Consiglio di Sicurezza al Palazzo di Vetro. “È difficile esprimere a parole quanto sia profondo il mio dolore”. Eppure, aggiunge “Io non odio, non riesco ad odiare. Con il cuore a pezzi siamo venuti qui oggi a chiedere il vostro aiuto. Aiutateci a creare la pace attraverso l’amore e a trovare il buono che è in ciascuno di noi”.