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UN ANNO DALLA CONGIURA AL SULTANO

La lunga notte del 15 luglio 2016 sulle sponde del Bosforo ha fatto calare le tenebre sulla democrazia turca. Le prime notizie televisive arrivarono alla rinfusa, parlavano di una orchestrazione ad opera di alcuni vertici dell’esercito: “In Turchia è in corso un tentativo «illegale» di assumere il potere da parte di alcun militari”. Carri armati nelle strade di Ankara mentre i jet F16 sorvolavano la capitale a bassa quota. Bloccati i media e i social network. Altre azioni dell’esercito in tutta la Turchia. La Cnn turca riferiva che i principali ponti ad Istanbul erano chiusi, occupati da reparti militari. Poche ore di dubbio su quanto stava realmente avvenendo: Erdogan arrestato, ucciso, in fuga? E poi lo stesso presidente compare sullo schermo di un cellulare e chiama in difesa la popolazione civile, la reazione è immediata: migliaia di persone salgono sui ponti dell’Anatolia, minacciate da colpi d’arma da fuoco, mettendo a rischio la propria incolumità. Il popolo turco assedia i golpisti che si arrendono, impauriti. Erdogan ha vinto e può sprigionare con forza tutta la sua rabbia.

Di congiure naufragate tragicamente la storia è piena, si sono abbattute su tutti i continenti in tutte le epoche. La sobillò Catilina nell’antica Roma di Cicerone e il cattolico Guy Fawkes nell’Inghilterra della dinastia Stuart. L’ultima in ordine cronologico è quella dello scorso luglio. Allora, a salvare la poltrona dell’ex calciatore salito al trono di Istanbul fu la sollevazione popolare, e un pizzico di “fortuna” dovuta al fatto che i militari rivoltosi, durante i momenti cruciali del golpe, restarono numericamente un gruppo esiguo, minoritario e mal organizzato. Una oscura trama di commistione tra la burocrazia che ruota intorno al palazzo e le alte cariche dell’esercito che stando alla versione di Erdogan sarebbe stata disegnata dal ricco predicatore Fetullah Gulen. Il quale, in esilio in USA, tuttavia ha sempre negato di essere l’architetto del complotto. Ma che molti, sotto interrogatorio, e presumibilmente anche tortura, avrebbero direttamente indicato come il vero mandante.

Il ripristino della “legalità”, post attentato alle istituzioni, ha innescato un processo antidemocratico, caratterizzato da purghe e arresti indiscriminati. Con lo strumento dello stato d’emergenza prolungato sono state oscurate le libertà, a partire da quella di stampa. La spirale degli eventi ha portato ad una “incrinatura” diplomatica tra Ankara e Bruxelles, allo stesso tempo ha segnato un divario storico tra Ankara e Washington, mettendo una pietra tombale nelle relazioni tra Erdogan e Obama. Dalle ceneri del golpe ha preso corpo uno spostamento degli assetti geopolitici: il patto di ferro con Mosca, per arginare il terrorismo jihadista, e la saldata alleanza strategica nella regione con il Qatar, in chiave di protezione alla fratellanza musulmana e alle sue emanazioni.
Il Sultano di Istanbul dopo aver sventato il pericolo ha “legittimato” il proprio potere attraverso lo strumento referendario, aprendo le porte, a scenari di una possibile deriva dittatoriale. Spaccando la società e facendo risorgere l’opposizione laica e democratica.

Il weekend appena trascorso ha visto celebrazioni ufficiali in tutta la Turchia per il primo anniversario del fallito golpe. Un tripudio di bandiere e slogan, cerimonie imponenti, retorica populista e nazionalista. Per ricordare l’epopea di quelle ore travagliate e convulse, di cui ci resta il dramma delle oltre duecento vittime e delle migliaia di persone finite nelle maglie della rete dell’epurazione senza fine. Ai morti l’onore dell’eroica narrazione della propaganda. Ai secondi l’accusa infamante e imperitura del vigliacco tradimento della patria, un’onta sprezzante che merita il “taglio della testa”. Questo ha promesso il Sultano dal palco alla folla, ad una Turchia euforica e cieca, diventata una insidia per l’Europa e per i suoi ideali.

LETTURA DEL VOTO TURCO

Il sultano Erdogan avrebbe voluto un plebiscito per cambiare la costituzione e introdurre il presidenzialismo invece, si è salvato per il rotto della cuffia grazie al voto dei turchi all’estero e sopratutto, come denunciato da più parti, a possibili brogli con migliaia di schede elettorali manipolate. Voleva vincere facile, con i media sotto controllo, al punto che la campagna referendaria è stata definita dagli osservatori internazionali “ineguale”. Tutto ciò premesso alla fine il divario di tre punti tra il SI e il NO non è un dato asfittico, ma è un elemento da prendere in seria considerazione. Matematicamente il Paese è profondamente spaccato. Mentre la lettura geografica mostra che Istanbul ha voltato le spalle al suo “capace e onesto” (era il 1994) ex sindaco. Smirne ha confermato la vocazione kemalista. La capitale Ankara ha “tradito” il palazzo del potere. Politicamente il rais non può crogiolarsi sugli allori di questa mezza vittoria. Erdogan ha reagito affrettandosi a rinnovare lo stato d’emergenza, negando ancora una volta ogni soluzione conciliante con l’opposizione, sino a promettere un nuovo referendum per riportare la pena di morte. Insomma se la corte del sultano pensava che il referendum potesse avallare gli eccessi di questi mesi qualcosa gli è andato storto. Il leader turco ha peccato di superbia nei confronti di quell’elettorato molto pragmatico che in questi anni è stata la base del suo successo. Nel segreto dell’urna la fedeltà al rais è venuta meno. Una fetta abbondante della popolazione ha fatto capire che è in atto una lunga e diffusa resilienza al regime erdoganista. Hanno preso le distanze da un indirizzo politico che apertamente spinge per ridurre la libertà e la laicità, chiedendo di rimanere nei confini del riformismo dettati da Ataturk un secolo prima. Mostrando che la credibilità del leader ha un limite pesante che nemmeno la propaganda di regime può mistificare. I risultati del voto in questo senso ridimensionano l’Akp (un tempo in Italia definita “una DC islamica”) e il suo capo, responsabilizzando sempre di più il governo di Ankara. Sul piano internazionale lo spettro di un confronto aperto con l’Europa sulla questione migranti non può essere scorporato da un rapporto economico privilegiato per l’economia turca: accordo di unione dogale per i prodotti turchi ancora in vigore; migliaia di aziende europee presenti nel territorio; i fondi Ue per lo sviluppo piovuti a pioggia; il maxigasdotto diretto in Italia, gli investimenti massicci per l’industria e il turismo. Se Erdogan decidesse di tirare la corda andrebbe prima di tutto contro gli interessi nazionali, e in molti casi anche quelli stessi della cerchia finanziaria che lo sostiene. Con i suoi interventi a gamba tesa l’ex calciatore (che per studiare rifiutò un’offerta del Fenerbahce) si è preso un cartellino giallo dall’arbitro di Bruxelles. In passato altre strigliate gli erano giunte da Obama. Nell’era di Barack i rapporti tra i due leader erano freddi. Allora però poteva contare sull’appoggio della Merkel. Ma le fila degli amici europei del sultano si sono rapidamente assottigliate. E se un amico si vede nel momento del bisogno, Trump non si è fatto smentire e ha chiamato, congratulandosi, il presidente turco. Una telefonata con lo scopo di mandare un messaggio all’Europa: il populismo di Erdogan è apprezzato dalla Casa Bianca. Anche se viene imposto con metodi antidemocratici. Inoltre Trump, e la sua famiglia, hanno interessi commerciali in Turchia mai negati. Nel colloquio del presidente americano quindi passione per l’emulo d’Oriente e un occhio al portafoglio degli affari. Analisti internazionali spiegano che il fervore trumpiano per il sultano in realtà nasconde obiettivi strettamente militari: il ruolo di Ankara è cruciale nella battaglia contro il Califfato, nel frenare l’Iran e per l’esistenza della Nato. Un alleato vitale a cui perdonare tutto, o quasi, in uno scenario di guerra permanente. E Trump per convincere Erdogan a rimanere dalla sua parte potrebbe offrirgli una sponda contro l’Europa e forse la testa dell’acerrimo nemico Gulen. Il sultano è convinto di aver vinto la sua partita, peccato per lui che ci siano i supplementari da giocare e gli avversari sono ancora in campo.

#freeGabriele

Aderiamo e promuoviamo l’appello lanciato questa mattina da il Tirreno: GABRIELE LIBERO!

Perché come scrive il direttore Luigi Vicinanza nel corsivo della prima pagina: noi stiamo con il giornalista e documentarista toscano Gabriele Del Grande rinchiuso in un carcere turco da giorni, senza un fondato motivo. Trattenuto in un limbo dalle autorità di polizia dal 9 aprile. Nell’ultima telefonata ha dichiarato di non aver subito nessuna violenza ma che il suo materiale di studio è stato requisito. Il caso diplomatico di Gabriele ha mobilitato la stampa italiana per chiedere la liberazione immediata di un cittadino europeo. Il Bosforo scivola giorno dopo giorno verso un regime autocratico. In risposta all’illegalità della sua detenzione Gabriele ha annunciato di essere entrato in sciopero della fame. Nella Turchia di Erdogan circa 200 giornalisti sono stati arrestati in questi mesi con l’accusa di terrorismo o di divulgare segreti di stato. Possedere una tastiera e una videocamera è l’anticamera di un tribunale infernale. La macchina governativa di Ankara ha giornalmente e puntigliosamente colpito la libertà di stampa. In Turchia la strada della democrazia è stata smarrita e il caso di Gabriele è l’ultimo episodio eclatante del disastro di Istanbul. Ad una tale ferocia repressiva non c’è che riaffermare il diritto di Gabriele a tornare a casa. Subito.

Da Roma a Roma, per una nuova Europa

Nel 1957 con i trattati di Roma prendeva forma un nuovo modello di relazioni internazionali tra gli stati europei incentrato sull’integrazione. La voglia di chiudere il capitolo delle guerre apriva le porte ad una futura Europa. L’idea di essere uniti offriva un antidoto al totalitarismo e alle sue emanazioni. Questo approccio, tra mille sollecitazioni, ha portato nel corso degli anni ad espandere i confini europei ben oltre le naturali frontiere geografiche del Vecchio Continente. Una volta innescato il processo di allargamento è sembrato irreversibile, facendo credere che non potesse essere arrestato. La Brexit e il populismo antieuropeista hanno dimostrato il contrario. L’eurozona oggi non gode di buona salute. Nel frattempo la Turchia, che avrebbe dovuto aderire all’Europa, ha lentamente ma inesorabilmente sancito un nuovo confine per l’Europa. Lo spirito europeo è naufragato nel Bosforo, affondato dalla leadership turca. Bruxelles, spinta da Berlino, si era completamente messa nelle mani di Erdogan, il quale si è dimostrato del tutto inaffidabile. E oggi vediamo e viviamo le conseguenze di questo tragico errore di giudizio, che tuttavia parte da lontano. Nel 2003 giunto al potere venne coccolato da gran parte dei capi di stato, di destra e di sinistra. Quando il partito di Erdogan nel 2015 uscì ridimensionato dalla tornata elettorale, perdendo la maggioranza nel parlamento, nessuno mise in discussione la credibilità democratica di Erdogan. La sconfitta dell’Akp si tramutò ben presto però in una dura repressione della minoranza curda e dei suoi esponenti politici. Ma Bruxelles, sollecitata non solo dalla Merkel, preferì chiudere un occhio pur di arrivare ad un accordo sulla questione dei migranti con Ankara. Detto fatto, esattamente un anno fa veniva siglato un abominio diplomatico, che piegava l’Europa alle volontà (economiche) del Sultano. Il quale, ovviamente, ha liberamente continuato nella sua violenta politica contro il popolo curdo. Ha “sfruttato” il fallito golpe per eliminare gli avversari e imbavagliare la stampa. Cinicamente ha utilizzato e manipolato la propaganda sostenendo che lui solo e il suo partito potessero salvare la Turchia dai “terroristi” e dai cospiratori stranieri. Gli stati europei e i partiti d’opposizione sono stati accusati di essere nemici: simpatizzanti del terrorismo o addirittura dei nazisti. “Con noi o contro di noi” è diventato il grido di battaglia dell’aspirante sultano nella sua folle corsa verso l’instaurazione di una quasi dittatura. Cosa che potrebbe accadere il prossimo 17 aprile, il giorno dopo il referendum indetto per cambiare la costituzione e introdurre il presidenzialismo. L’unico ostacolo alle tattiche di Erdogan è l’urna. Se il popolo turco accetterà l’uomo forte come salvatore della Repubblica il nazionalismo islamico prenderà il sopravvento e l’Europa dovrà trarne le dovute conseguenze. Pur di vincere Erdogan non esita a brandire la “carta religiosa” e l’odio verso l’Europa “cristiana”. Facendo uso della retorica più gretta e becera, volendo così dimostrare che la Turchia non ha bisogno dell’Europa e che la rabbia del popolo turco è un fiume in piena che non può essere arginato. Con la minaccia, invoca una netta contrapposizione che sfocerà, a suo dire, con l’abbandono dei negoziati e con zero tolleranza. Schiaffeggia mezza Europa e abbraccia Mosca. Erdogan senza nessun scrupolo getta il sale sulla ferita provocata dall’avvento di Trump. Cerca in tutti i modi un confronto con l’Europa, non esita a sfidare e provocare. 60 anni fa l’élite politica presente in Campidoglio dimostrava tanto realismo e una spinta propulsiva ottimista. Ecco se a Roma nascerà, non solo a parole, una nuova Europa dovrà farlo rispolverando praticità e coraggio. Altrimenti rischiamo di essere vittime, oggi di Erdogan e domani di Trump.

LE OFFESE DI ERDOGAN

La battaglia politica del referendum del 16 aprile in Turchia si è clamorosamente spostata in Europa. Le turbolenze della campagna referendaria turca per cambiare la Costituzione e introdurre il presidenzialismo stanno agitando persino la Cancelleria di Berlino. I proclami di ferro e fuoco contro la Germania e l’Olanda definite senza mezzi termini paesi “nazisti” lanciati dal premier Recep Tayyip Erdogan, hanno irrigidito le capitali europee. In ballo qualche punto percentuale che potrebbe diventare decisivo, pesano sulla bilancia i voti di 3 milioni di turchi che risiedono in Germania.
Dai giorni del fallito golpe dello scorso luglio ad oggi lungo le rive del Bosforo si susseguono inganni e trame intrigate, attentati ed epurazioni, che hanno portato Erdogan ha proclamarsi pro-tempore sultano della Sublime Porta. E pur di non perdere è disposto a giocare tutte le carte, arrivando ad imporre una stretta ulteriore, alla libertà di stampa. Per i giornalisti non allineati alla propaganda di governo la porta dei tribunali è subito dietro l’angolo. La rinascita dell’impero ottomano resta tuttavia una pura illusione, coltivata negli anni di governo dallo stesso nostalgico leader e dal suo partito religioso AKP. Formazione politica riproduzione, più o meno fedele, del movimento dei Fratelli Musulmani egiziani e delle sue emanazioni in Medioriente.
Le affinità con la fratellanza sunnita hanno tuttavia preso un indirizzo diverso da quello iniziale, quando Erdogan apertamente sosteneva, anche economicamente, il regime di Hamas a Gaza, e Mohammed Morsi al Cairo. Allora le invettive di Erdogan non erano rivolte all’Europa o agli USA ma bensì ad Israele e alla Russia. I tempi cambiano in fretta, e chi ieri era un nemico giurato nel valzer trumpiano della diplomazia si è trasformato in un amico, un partner economico, un alleato militare. Un passaggio frutto dei tempi che corrono drammatici in Turchia e non solo. Il prossimo aprile il popolo turco sarà chiamato a decidere tra una repubblica parlamentare o legittimare poteri speciali alla sua guida politica, due strade divergenti.
Se approvata la nuova Costituzione, tra le altre cose, prevede l’abolizione del Primo ministro e il passaggio delle funzioni al Presidente, il quale godrà di ampia autorità anche sulla magistratura. Il disegno di legge inoltre spiana, di fatto, ad Erdogan la strada per restare sulla poltrona di sultano sino al 2029. La Turchia rischia una deriva autoritaria non indifferente su cui Bruxelles dovrebbe riflettere, prendendo le dovute contromisure in tempo. L’Europa, in questi anni, ha tollerato, per quieto vivere più che per altre ragioni, relazioni sbilanciate a favore di Ankara nella speranza di allargare le frontiere dell’Unione. L’idea di inclusione civile è scaduta.
La frattura tra la Turchia e l’Europa è siderale, purtroppo non minore di quella che la separa da una società libera e democratica. Migliaia di dipendenti statali e accademici sono stati allontanati in questi mesi dal loro posto di lavoro, nel Paese è diffuso un clima di paura, ampliato dalla minaccia di nuovi attacchi terroristici. Una Turchia tra l’incudine e il martello, con in atto un processo di fusione tra stato e religione attraverso il partito unico guidato dall’uomo forte, con l’autoritario controllo degli apparati e la drastica riduzione degli spazi del dissenso democratico.
Per Erdogan la consapevolezza di essere espressione “sublime” di una nuova oligarchia economica e militare, forse maggioranza nel paese. Per l’Europa la responsabilità di non restare fragile e scomposta. Intanto, con la stampa sempre più imbavagliata, nella turistica cittadina di Mugla nelle scorse settimane ha avuto inizio il processo ai congiurati accusati di aver complottato per uccidere il presidente Erdogan. Alla sbarra decine di persone che, forse, hanno pensato di eliminare un presidente e invece assistono dal carcere all’incoronazione di un sovrano che non ha nessuna pietà.

LE VICENDE TURCHE

La Turchia è attraversata da un’ondata di violenza inaudita, una catena di attentati che minano la coesione sociale, e dimostrano una pericolosa fragilità dello stato. La fredda mano del giovane folle attentatore che colpisce alle spalle il plenipotenziario di Putin è l’ennesima dimostrazione della fragilità di Ankara. L’enigmatico scenario ha una spiegazione nell’ascesa di Recep Tayyip Erdogan. L’uomo forte di Istanbul salito al potere nel 2003 ha saputo allargare e radicare il proprio consenso in particolare tra la classe media del paese, proponendosi agli occhi e alle tasche della gente come garante incondizionato e soprattutto incontestabile. E così il liberismo islamizzante di Erdogan ha corretto il percorso democratico e laicizzante che avrebbe dovuto portare la Sublime Porta dentro i confini di una nuova Europa. Deviando dagli obiettivi di una grande unione per il progresso e la civiltà: il ponte strategico tra Occidente e Oriente rischia di non essere inaugurato, almeno a breve. Il governo turco ha mostrato al mondo il vero volto di un sultano vendicativo e con lo sguardo al passato: deciso a consolidare il potere personale e allo stesso tempo impegnato a sopprimere il dissenso interno in modo drastico. Mentre il Bosforo sprofondava nel caos tipicamente mediorientale, il terrorismo insanguinava i luoghi pubblici e i militari occupavano i ponti, Erdogan adottava la repressione autoritaria ed estendeva le sue ingerenze sulla regione. Il fallito golpe del 15 luglio, per quanto ingiustificabile, ha avuto l’effetto di rendere la preda a sua volta uno spietato cacciatore. La vittoria schiacciante del leader turco, dovuta sostanzialmente alla discesa in campo del popolo, ha avuto una portata maggiore di un successo elettorale. Gli argini della democrazia e dei diritti umani sono stati spazzati via non con voto plebiscitario ma per acclamazione della piazza. Il giro di vite, il governo che ordina di imprigionare decine di migliaia di presunti golpisti e persone vicine a colui che sarebbe secondo Erdogan il vero ispiratore delle manovre di destabilizzazione, la guida spirituale Fethullah Gulen. La drammatica epurazione tra le fila dell’esercito e della burocrazia, il sistematico arresto di giornalisti non allineati, la sospensione di accademici e insegnanti, sono state le risposte di Erdogan ai propri nemici. E la fine di vecchie amicizie.  Una cosa che ancora oggi sfugge è il fatto che, alla vigilia del colpo di stato, nessuno abbia potuto prevedere che la Turchia sarebbe scivolata nel dramma del Medioriente, assorbita dal vortice di violenza. Il senso comune era che in fondo Ankara è sempre stato un fraterno alleato politico e militare dell’Occidente, un muro all’espansione russa, un affidabile referente nelle tribolate questioni arabe. In pochi sospettavano che Erdogan volesse realmente costruire uno stato islamico sunnita e che tentasse di portare in vita il sogno del ritorno dell’Impero Ottomano, la convinzione più diffusa era che avrebbe preservato l’ordine sociale, con scelte conservatrici ma mantenendo in piedi la struttura dello stato turco costruito da Kemal Ataturk. Così non è stato. Ed oggi la Turchia è un concentrato pronto ad implodere. Con un parlamento senza opposizione e gli effetti della crisi siriana oramai dentro casa. Con la morsa del terrorismo, vuoi per mano dei fondamentalisti dell’Isis o per quella della minoranza curda del PKK e delle sue cellule più o meno affiliate. Le recenti stragi di Istanbul e in Cappadocia rafforzano ulteriormente l’impressione che la Turchia isolandosi è diventata sempre più debole, insicura e instabile, e che le geopolitiche di Erdogan, spinte sino all’alleanza con l’ex nemico Putin, non sono in grado di riportare tranquillità, sviluppo e pace. Il sultano dovrà presto decidere se dispiegare le armate dei giannizzeri ai quattro venti del Vicino Oriente oppure avere una numerosa rappresentanza al parlamento europeo. Le due strade oggi sono incompatibili. E le minacce all’Europa non sono più ammesse.

IL PATTO DI SAN PIETROBURGO

Nel cuore di Istanbul abbiamo assistito poche settimane fa alla notte in cui i cittadini si rivelarono eroi ordinari e sventarono il golpe. In quelle stesse ore Erdogan ebbe il sostegno convinto da parte della Russia di Putin. Oggi, dopo l’incontro di San Pietroburgo, un nuovo asse geopolitico taglia l’Europa dall’Asia. Nella notte buia della congiura, sventolando la bandiera della democrazia, gran parte del popolo scelse di opporsi al colpo di stato militare. Un segno divino per il religioso Recep Tayyip Erdogan. Nel momento più critico della sua carriera l’uomo di Istanbul, al potere da 13 anni consecutivi, si è appellato al popolo che ha salvato, letteralmente, la testa del suo sultano. Ma la storia non si è fermata agli eventi drammatici del 15 luglio. Dopo è iniziata la cronaca dell’accanimento, oltre 70mila persone, sono state arrestate o sospese per aver preso parte direttamente alla cospirazione o per presunti legami con il movimento di Fethullah Gulen, il predicatore rifugiato in America che avrebbe tramato contro Ankara ma che nega ogni coinvolgimento. La confraternita della facoltosa guida religiosa è “infiltrata” in vari settori chiave della società turca, tanto da essere stata la spinta propulsiva del successo di Erdogan per poi esserne ripudiata, e finire preda di una caccia senza quartiere. Che ruolo Gulen abbia realmente avuto nell’organizzazione del golpe è materia per tribunali e servizi segreti. Intanto il sultano, non potendo aspettare che le passioni della piazza vengano affievolite dal tempo, ha già emesso il verdetto per i traditori. In modo plateale e subdolo in queste ore dal pulpito ha chiesto al suo popolo d’introdurre la pena di morte e la folla, meccanicamente e fragorosamente, ha invocato il castigo capitale per chi ha tramato contro il palazzo. I valorosi difensori della democrazia in meno di un mese hanno cambiato d’abito, riponendo il vestito da supereroi e infilandosi la maschera della scimmia giacobina di gramsciana memoria: “non hanno il senso dell’universalità della legge, perciò sono scimmie”. L’Unione europea, gli USA e molte organizzazioni umanitarie tra cui Amnesty International hanno biasimato la possibile deriva di Ankara. E la corte del sultano non ha gradito reagendo in modo equivoco e lanciando un ultimatum a Obama. Bisanzio ha smesso di ascoltare Roma, Parigi, Berlino, Vienna e ha puntato l’orecchio a Mosca. Lo zar e il sultano scambiandosi una calorosa stretta di mano, con freddo raziocinio hanno cancellato violenti dissapori e dichiarazioni al vetriolo per dare vita ad una alleanza di tutta convenienza per entrambi: l’esportazione turca verso la Russia era crollata del 60%, lo spazio aereo turco interdetto ai russi. L’eterna guerra per il Caucaso e il Mar Nero ha raggiunto un compromesso. Passata la paura iniziale Erdogan è stato abile a capitalizzare e sfruttare la volontà popolare per rafforzare il suo dominio politico, e imprimere con una purga di stato un assetto autocratico e nazionalista al paese. Sciolinando invettive retoriche e producendo una propaganda massiccia ed efficace nel demonizzare gli avversari. Aprendo un vuoto nel sistema democratico, rivendicando la legittimità ad andare avanti nella repressione, rimuovendo gli ostacoli anche con l’utilizzo della forza. Il pericolo principale è che, al momento, il sultano è troppo sicuro di sé per accettare il rafforzamento democratico del parlamento. “Per distruggere un avversario sacrificherebbero tutte le garanzie di difesa di tutti i cittadini, le loro stesse garanzie di difesa”. Così scriveva Antonio Gramsci sull’Avanti il 22 ottobre del 1917.

LA PACE IN SIRIA PER PAPA FRANCESCO

Siria. Per fare le guerre servono tre cose: soldati, armi e denaro. Per fare la pace una sola: la volontà. “La pace è possibile!” Ripete instancabilmente Papa Francesco e inaspettatamente, in queste ore, anche Ankara apre uno spiraglio: “Stabilità in Siria”. È stata la dichiarazione rilasciata dal neo premier turco Binali Yildirim che ha aggiunto: “sono certo che arriveremo alla normalizzazione delle relazioni con la Siria.” Il governo di Erdogan, dopo il recente attentato di Istanbul, stende per la prima volta la mano a Bashar Al Assad, in un gesto di disgelo che potrebbe avere rilevanti ricadute. Intanto però nel paese dopo 5 anni di guerra non c’è tregua che regge. Esplosioni nel mercato di Idlib, bombe a Homs mentre, ad Aleppo si combatte di nuovo nei quartieri della città vecchia e lungo l’arteria principale per l’entroterra del paese. La Siria oggi, di fatto, non esiste più, quello che rimane è una cartina geografica con tante bandierine colorate che si spostano come il vento. Zone sotto il controllo delle forze governative e quelle in mano agli eserciti antigovernativi, aree che si allargano e poi si restringono nella quotidianità più totale, terre dove spadroneggiano i signori della guerra. Formazioni “rivoluzionarie buone e cattive”, partigiani e fascisti islamici: giovani ragazze curde che combattono per difendere la casa e incappucciati jihadisti con l’obiettivo di portare il mondo sul baratro. Spazio vitale del peggiore fondamentalismo di matrice terroristica: Isis e Al Qaeda. Interessi più o meno velati di mezzo mondo:. In un conflitto che da locale ha assunto il livello di uno scontro globale. In mezzo stretti in una morsa di morte milioni di profughi, ai quali la storia, come ricorda Papa Francesco, ha provocato una “indicibile sofferenza”. Vittime della catastrofe siriana “costretti per sopravvivere alla fuga verso altri Paesi”. E per loro il Vescovo di Roma ha lanciato un nuovo accorato appello, chiedendo una sensibilizzazione nelle parrocchie nella diffusione di un messaggio di unità e speranza: “sostenere i colloqui di pace verso la costruzione di un governo di unità nazionale”. L’azione diplomatica della Santa Sede è in piena attività da mesi, la Caritas internazionalis ha ufficialmente aperto una campagna umanitaria, l’operazione prevede oltre all’invio di generi di prima necessità anche rifugio e protezione alla popolazione stremata. Il pensiero di Bergoglio è per la comunità araba cristiana: vittime dell’odio e delle discriminazioni. Più volte la minoranza cristiana è stata al centro delle parole del Santo Padre che in queste ore invoca un salto di qualità, il passaggio dalle preghiere alle opere concrete: negoziati tra i principali attori di questo eccidio. “Affinché prendano sul serio gli accordi e si impegnino ad agevolare l’accesso agli aiuti umanitari”. In 50 anni di storia la Siria ha avuto due rivoluzioni: la presa del potere del partito Ba’th nel ’63 e la primavera araba nel 2011. Entrambe degenerate in due controrivoluzioni: la prima nel ’70 con l’ascesa del gruppo Alawita e l’instaurazione della dittatura, la seconda con l’attuale massacro civile. Un conflitto intestino drammatico che come crede Francesco potrà terminare solo “con una soluzione politica”, spezzando il nodo gordiano degli opportunismi. Mutuando Ernest Hemingway “in una lotta tra cani non è la stazza ma la ferocia che spesso decide le sorti della sfida”. Per placare le belve che popolano la Siria c’è da mettere molte museruole, rilanciare il ruolo della diplomazia e applicare una risoluzione Onu mai rispettata. Congelata in attesa di un dialogo realistico basato su condizioni etiche.

LO SCHIAFFO DI ERDOGAN

Nel vertice di Bruxelles l’Unione Europea e la Turchia hanno trovato un accordo generale, ma solo nei principi, sul piano per alleviare la crisi dei migranti. Forti perplessità sono state espresse dall’Unhcr (l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati), che ravvede violazioni al diritto internazionale, e la decisione finale è stata posticipata al 17 marzo a causa dei nuovi diktat presentati da Ankara. Il governo presieduto da Ahmet Davutoglu ha alzato l’asticella delle richieste, una prova di forza: costi per il rientro dei migranti irregolari in suolo turco a spese degli europei, per ogni siriano riammesso un’altro profugo smistato in un paese dell’Unione. Inoltre l’Europa dovrà erogare altri 3 miliardi oltre ai 3 stanziati per il fondo rifugiati. Libera circolazione per i cittadini turchi, sollevando l’obbligo di visto e accelerare i negoziati per l’ingresso della Turchia in Europa. L’ultimo punto, uno schiaffo all’Europa, è il più difficile da digerire per le ripetute inadempienze sui diritti umani e la libertà di stampa. In ultimo il caso del giornale Zamana la cui linea editoriale è stata “ammorbidita” con l’uso della polizia. La Turchia, a lungo fedele alleato degli Stati Uniti e membro strategico della NATO, ha svolto un ruolo fondamentale e delicato nella difesa dell’Europa e del Medio Oriente sin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Teatro del conflitto della Guerra Fredda con l’Unione Sovietica ieri e della guerra civile siriana con l’ingerenza Russa oggi. Una potenza con carattere deterrente in grado di frenare qualsiasi mira espansionistica in Medioriente. La presenza della Turchia nella NATO è fondata su un principio di reciprocità: la Turchia mette a disposizione le strutture logistiche nel suo territorio, mentre il blocco degli alleati occidentali fornisce tecnologie e assistenza militare ed economica. Il patto di ferro è andato scricchiolando con l’aggravarsi dello scenario siriano e per l’impegno bellico di Ankara in Siria: attualmente l’esercito turco ha aperti due fronti di guerra. Ha trasformato le città curde nel sud-est della Turchia in zone militarizzate, nello sforzo di rimuovere i militanti indipendentisti curdi presenti in quella regione. E ha lanciato attacchi con intensivi bombardamenti contro le forze curde nel nord della Siria. La lotta all’eterno nemico curdo ha convinto Ankara ad intavolare segrete, nemmeno troppo, alleanze con gruppi fondamentalisti islamici. È di pochi giorni fa la pubblicazione di un documento ufficiale, la cui autenticità non è ancora stata tuttavia riscontrata, che dimostra il sostegno della Turchia al transito dei foreign fighter. Il ministero degli interni avrebbe fornito le disposizioni per l’appoggio logistico ai jihadisti ceceni e tunisini di Jabhat al-Nusra, da utilizzare in chiave anti curda in territorio siriano. La denuncia dei legami con l’Isis ha provocato in questi mesi non poche grane al governo turco che ha risposto alle critiche internazionali con censure alla stampa interna: il direttore Can Dundar e il caporedattore Erdem Gul del quotidiano Cumhuriyet sono sotto processo per aver pubblicato fotografie di convogli mentre trasportano, probabilmente, armi dalla Turchia ai jihadisti. I due giornalisti rischiano la pena dell’ergastolo. Nella “classifica” sulla libertà di stampa, stilata da reporter senza frontiere nel 2015 in 180 paesi, la Turchia è al 149° posto. Le organizzazioni non governative denunciano che più di 30 giornalisti sono attualmente detenuti in cella, giornalisti terroristi l’accusa. Nelle elezioni del 2002 molti analisti plaudirono alla pluralità partitica presente nello scenario turco, espressione, si pensava, di una transizione democratica. L’ascesa di Erdogan e del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo Islamico-conservatore (AKP) chiudeva il lungo periodo kemalista. L’AKP smantellò il sistema di controllo del potere dell’esercito, introducendo normative atte a ridimensionare l’influenza politica della gerarchia militare. Ebbene, quello che pareva un processo di democratizzazione e civiltà oggi merita attenta riflessione prima di tutto di quella Europa che deve decidere l’ingresso della Turchia nella sua Comunità.

CALIFFO E SULTANO IN LOTTA

In Turchia non c’è pace, il 2015 si è chiuso con un bilancio molto pesante, si sono susseguiti attentati e forti fibrillazioni politiche. Il 2016 si è aperto con un nuovo attentato nel quartiere culturale di Istanbul. La strage è un messaggio all’Occidente: il terrorismo fondamentalista vuole uccidere i turisti europei, danneggiando l’industria del viaggio. Ha colpito le spiagge della Tunisia e recentemente quelle di Hurghada. Dalla Francia al Maghreb ha versato sangue in teatri, ristoranti, musei e alberghi. Una scia di orrore che giunge fino alle sponde del Bosforo dove nella mattina di martedì un kamikaze di origine siriana si è fatto esplodere in piazza Sultanahmet a pochi metri dalla Moschea Blu e da Santa Sofia, lasciando sul selciato dove si erge l’obelisco di Teodosio una fila di cadaveri, quasi tutti di nazionalità tedesca. La strage al cuore della vecchia Bisanzio porta la firma dei miliziani del Califfato. La Turchia è una delle destinazioni turistiche più visitate del Mediterraneo, il fascino che emana Istanbul incanta ancor oggi i viaggiatori di tutto il mondo. Crocevia di storia e civiltà, dagli antichi Ittiti ai Romani, dall’Impero di Bisanzio a quello ottomano. Un paese moderno forgiato da un solo uomo Ataturk che alla fine della Prima Guerra mondiale, dalle macerie di un’impero multinazionale e multireligioso, ha costruito una nazione laica e protoccidentale. Quasi un secolo dopo l’identità della porta d’ingresso all’Europa è ancora sfuggente e contraddittoria. Un paese in bilico, fragile e conflittuale. Terra di passaggio per coloro che sono in fuga, ospita oltre due milioni di profughi. Ostinatamente rifiuta di ammettere le proprie responsabilità nei confronti dello sterminio degli armeni; continua ad opporsi strenuamente alla nascita di uno stato curdo; è “pesantemente compromessa” nella questione siriana, rappresentando una base logistica sicura per coloro che in Siria combattono nel nome del Califfato. Una relazione pericolosa quella tra Turchia e Stato Islamico che ha esposto il governo di Ankara a forti critiche e pressioni internazionali. Qualcosa però stava cambiando negli assetti geopolitici, pochi giorni fa la polizia turca aveva dichiarato di aver effettuato arresti ed espulsioni di simpatizzanti Isis provenienti dall’Europa, potenziali foreign fighters. E poi l’annuncio, meno di 24 ore prima dell’attentato di Istanbul, di aver scoperto una rete terroristica pronta a colpire su vasta scala le capitali del Vecchio Continente. Ebbene, esaminando gli episodi drammatici degli ultimi dodici mesi è evidente l’evoluzione strategica di un conflitto asimmetrico che l’intelligence non è in grado ancora di prevenire. Significativa la modalità d’azione eseguita negli attentati compiuti: meticolosa programmazione, indice di ricerca, preparazione nei dettagli e nel bersaglio da colpire. Non c’è improvvisazione in questa macchina della morte, ma fredda lucidità. È un salto di qualità del terrorismo islamico. L’obbiettivo finale è diffondere il caos. Non è la prima volta che l’Occidente è attraversato dal terrore, ideologie aberranti hanno reclutato, indottrinato, addestrato e mandato ad uccidere già altre volte. Tuttavia l’Isis ha consolidato in questi mesi la supremazia tra le organizzazioni terroristiche, è arrivata dove altri avevano in passato fallito: toglierci la tranquillità, infondere la paura generale. La guerra santa dell’Isis è globale, ma ha un fondamento politico e militare nell’area siro-irachena. La prossimità con la Turchia allarga il territorio dove girano liberamente i proseliti di Daesh e dove, tra le maglie dei migranti, sono reclutati terroristi per compiere missioni assegnate in altri paesi, inclusa l’Europa. Ecco, quindi, che il terrorismo islamico lega dinamiche regionali a effetti internazionali con risultati devastanti. Dietro a convergenze politiche, accordi da bazar, sfere d’influenza, c’è il disegno per imporre l’egemonia sul futuro Medioriente. Le ambizioni del “sultano” Erdogan di riaffermare il ruolo della Sublime Porta vacillano sotto le ambiguità dei misteri che lo legano al “califfo” Abu Bakr Al Baghdadi. Intanto nel Bosforo risuona la prima esplosione e domani rischiamo di dover commentare una nuova pagina di terrore.