DOSSIER KURDISTAN

Erdogan, il sultano di Istanbul, è determinato ad andare avanti nel suo piano di “decurdificazione” della vicina Siria, con un’operazione militare di pulizia etnica della zona a ridosso del confine tra i due stati del Medioriente. Una pagina di guerra nella guerra destinata a modificare la geografia del Paese martoriato da anni di conflitti. In Siria la minoranza curda rappresenta circa il 10% della popolazione, in Turchia sono circa 13milioni. Nella storia contemporanea la prima vera ribellione di stampo nazionalista dei curdi si ebbe nel 1881, una rivolta che la Sublime Porta represse nel sangue, l’Impero Ottomano aveva iniziato a sgretolarsi, tuttavia, il pugno duro contro la minoranza non venne meno. A partire dagli anni ’80 dello scorso secolo il regime di Hafez al-Assad ha fornito sostegno strategico al Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) e rifugio al suo leader storico Abdullah Ocalan. L’aver sposato la causa dell’indipendentismo curdo, seppur non ufficialmente, era per Damasco l’arma puntata su Ankara. In quel periodo, per sfuggire all’ondata di repressione del governo turco e l’intensificarsi delle azioni terroristiche, in migliaia di curdi passarono il confine, stabilendosi in Siria, mantenendo così uno stretto legame tribale e politico con coloro che erano rimasti sul suolo turco. Le tensioni tra i due stati ebbero un picco nel 1988 e un conflitto pareva imminente. Il popolo curdo era diventato ancora una volta una pedina, sacrificabile, al tavolo delle trattative diplomatiche. Come era avvenuto nel 1920 con il trattato di Sevres, dove per la prima volta venne disegnata una carta geografica con lo stato del Kurdistan. Ma già tre anni dopo a Losanna le potenze europee avevano stracciato quella mappa, ammainato e calpestato la bandiera del diritto all’autodeterminazione di quel popolo e raggiunto un’intesa con il nascente stato turco. Il dossier curdo finì in un cassetto delle cancellerie e ci rimase sino alla seconda guerra del Golfo. Intanto, nel 1998 la Siria aveva invertito i rapporti e sottoscriveva ad Adana uno storico accordo con la controparte turca. La cooperazione andò ben oltre quanto siglato nel trattato: la polizia dette un giro di vite all’apparato del PKK, smantellando la rete di comunicazione e propaganda dell’organizzazione, vietarono le pubblicazioni anti-turche e proibirono le manifestazioni; escludendo le candidature alle elezioni per i simpatizzanti del movimento. E acconsentendo ai soldati della mezza luna di inseguire i nemici anche nel proprio territorio. L’ascesa in parallelo di Erdogan e Bashar al-Assad fortificò le relazioni, sia sul piano commerciale che sulla sicurezza, entrò in vigore il principio “zero problemi tra vicini”. Il labirinto della guerra civile avrebbe però qualche anno dopo portato alla rottura dell’amicizia, e ad un riavvicinamento con il movimento autonomista curdo. Mentre, all’orizzonte il sultano con giannizzeri e jihadisti manovra per imporre la dottrina dello “zero vicini”.

ERDOGAN E L’OCCUPAZIONE SIRIANA

Il sultano di Istanbul ha ammassato ingenti truppe lungo il confine nel nord della Siria, pronto a lanciare i suoi giannizzeri all’assalto delle roccaforti curde. Il presidente Erdogan ha strappato dopo una telefonata la luce verde da Trump sul via libera all’operazione militare in territorio siriano, per poi ricevere qualche ora dopo quella rossa dai vertici del Pentagono. L’ennesimo corto circuito di un’amministrazione dove il capo agisce istintivamente senza coordinarsi con consiglieri, esperti e subalterni, un caso di bipolarismo istituzionale che ha contrassegnato più volte il cammino di questo mandato dell’inquilino della Casa Bianca, poco avvezzo alle dinamiche della macchina statale, di cui dimostra di non fidarsi, infischiandosene liberamente.

Dal 2016 le forze armate turche hanno sconfinato nel vicino stato per ben due volte, con incursioni pianificate e vigilate attentamente dagli statunitensi, che hanno tracciato l’area d’intervento delle forze di Ankara e di fatto messo in protezione il grosso delle conquiste degli alleati curdi. Questa volta l’obiettivo di Erdogan è di spingersi molto all’interno, sprigionando una vera e propria invasione, destinata a destabilizzare nuovamente la regione. Rimettendo in gioco gli assetti geopolitici, delineando una nuova cartina per uno stato ormai definitivamente compromesso, in balia delle tensioni interne e di quelle esterne. Dove tutti gli attori assumono un proprio ruolo e significato: ideologico, politico, religioso, tra interessi economici, terrore e guerra. L’implosione di Damasco, la frammentazione della Siria sono un’evidente realtà lontana dal trovare una soluzione.

Mentre, le implicazioni dirette di una campagna turca nel nord della Siria sono: cambiamento demografico a scapito della minoranza curda, scacciata e sostituita da profughi siriani di tradizione arabo-sunnita; il rischio di risorgere del Califfato o il prolificare delle sue affiliazioni; due potenziali conflitti di lunga durata, uno contro la resistenza curda e l’altro contro i fedeli di Assad; la Russia che rafforza la sua posizione da “notaio” internazionale, gli USA che dimostrano inaffidabilità, l’Europa vittima di un doppio dilemma: quello dei migranti che Erdogan potrebbe riversare sulle coste della Grecia e quella di un popolo lasciato solo a difendere i propri diritti.