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IL COMANDANTE VI AUGURA BUON VIAGGIO

A fine agosto, a bordo del boing El Al 971, tra i passeggeri del volo inaugurale decollato da Tel Aviv con destinazione Abu Dhabi, oltre al genero di Trump Jared Kushner – “plenipotenziario” della Casa Bianca per la pace tra palestinesi ed israeliani – ha viaggiato in missione la prima delegazione israeliana, ricevuta con gli onori negli Emirati Arabi Uniti. Con questo evento i due stati del Medioriente hanno aperto un canale di comunicazione bilaterale. Il riconoscimento di Israele da parte delle monarchie del Golfo è parte integrante di un disegno geopolitico, sponsorizzato da Trump, che crea nuove alleanze rompendo schemi precostituiti: passa di fatto in secondo piano la questione dello stato palestinese quale pregiudiziale alle libere relazioni nella regione. L’intesa di “normalizzazione” araba verso Israele è multiforme nella sostanza, abbracciando la cooperazione in diversi settori commerciali, strategici: energetico, militare, scientifico e sanitario. Contestano il trattato la Turchia di Erdogan impegnata a far risorgere l’impero ottomano e a difendere le rivendicazioni sulla “liberazione” di Gerusalemme e dei suoi luoghi simbolo, a partire dalla moschea di al-Aqsa. Inserita nel complesso della Spianata delle moschee, affidato in custodia alla casata hascemita giordana, che gestisce attraverso una fondazione il terzo sito religioso per importanza dell’islam, dopo Medina e la Mecca. Da Amman, dove si sono alzate voci di tradimento nei confronti degli emiri, sono mesi che si invita a fare quadrato intorno ad Abu Mazen, presidente della Palestina da illo tempore. La Muqata di Ramallah è un fortino oramai assediato, deluso da Trump. L’ultimo palazzo del potere dell’élite palestinese, che subisce, a malincuore, il dominio di Hamas nella Striscia di Gaza. E vede riacutizzarsi la faida interna al partito Fatah per l’eredità di Arafat. L’ex rais Mohammed Dahlan è intenzionato ad appropriarsi della leadership del movimento, grazie all’appoggio di Washington e a questo punto dei petroldollari con cui potrebbe essere ricoperto per la sua posizione favorevole alla negoziazione israeliana. Ad intralciare l’ascesa di questo discusso personaggio è ancora Abu Mazen: isolato e logorato ma determinato a non cedere. Mantengono invece una posizione distaccata sull’accordo Israele-EAU, seppur da osservatori privilegiati, sauditi e qatarini. Infine, l’ira dell’Iran che vede nel patto sunnita-sionista un contrappeso alla rete di espansione sciita. Beneficia del nuovo corso diplomatico il faraone Al Sisi, gli egiziani sono precursori del processo di pace e attualmente mediatori nelle controversie tra Gaza e Israele, tra Hamas e Netanyahu.

Nella dichiarazione d’indipendenza israeliana promulgata dai padri fondatori è scritto: “lo Stato d’Israele è pronto a fare la sua parte in uno sforzo comune per il progresso dell’intero Medio Oriente”. Il progresso per la costruzione di una diga all’imperialismo di Erdogan e ridimensionare le minacce dell’Ayatollah.

IL FUTURO CIRCOLO DELLA PACE E QUELLO DELLA GUERRA

Le comuni radici bibliche e coraniche sono solo un aspetto esteriore dell’Accordo di cooperazione bilaterale tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti, formalizzato con il beneplacito della Casa Bianca. Nella tela di fili tessuta internazionalmente da Trump c’è un nodo: la Palestina. Mentre, il buco della trama trumpiana è l’Unione europea, marginalizzata e ininfluente nelle dinamiche geopolitiche.

Quando al termine di una cena di gala a Tel Aviv chiedemmo a Shimon Peres – tre anni dopo sarebbe stato eletto presidente – se pensasse che l’allargamento dell’Ue avesse dovuto abbracciare anche la costa meridionale del Mediterraneo, la risposta fu: “Why? Perchè? Sarebbe un’idea sbagliata. Questa è la nostra casa con i suoi vicini, la tranquillità arriverà, inesorabilmente”. Dalla nascita, nel ’48, fino al governo populista di Netanyahu l’impostazione della politica estera israeliana è stata di discostarsi il meno possibile dalle indicazioni di Washington. Un arco temporale in cui Israele è stato stretto tra l’incudine dell’ottusità del mondo arabo arroccato nel voler continuare a riconoscere questo piccolo stato come un’entità estranea al Medioriente. E il martello del conflitto insoluto con i palestinesi: lo status di Gerusalemme Est, l’occupazione in Giudea e Samaria, le politiche di espansione coloniale.

Gli accordi di pace con l’Egitto a Camp David, quelli di Wadi Araba con la Giordania, le collaborazioni commerciali di Tel Aviv con la Turchia e oggi il canale diretto con Abu Dhabi sono passi importanti in una regione ibrida e tribale, poco democratica e per nulla liberale. L’annunciato trattato “Abramo”, tra Israele e gli EAU, è un corollario del progetto di conciliazione lanciato in pompa magna da Trump, era pre-coronavirus, lo scorso dicembre: Pace nella prosperità. Il piano, quello che il presidente statunitense ha definito l’accordo del secolo per palestinesi ed israeliani, non è un’idea inutile, ma una scatola vuota. Fumosa e avulsa dalle “sensibilità”. Quindi, difficilmente applicabile, praticamente irrealizzabile. Innegabilmente, l’intesa con gli emiri è una vittoria diplomatica di Netanyahu, pagata al prezzo di congelare l’annessione di parti della Cisgiordania. Rappresenta, al tempo stesso, l’ultima sconfitta politica della classe dirigente palestinese post Arafat. Dimostra che l’approccio della Lega araba nei confronti di Israele è in una fase di rapido cambiamento, irreversibile. Il cerchio della pace è in espansione, altri stati, dall’Oman al Sudan, muovono verso la normalizzazione dei rapporti, attraverso trattative più o meno segrete che Netanyahu ha affidato, non a caso, al Mossad. L’evoluzione dello scenario è dovuto a l’impellente necessità delle monarchie sunnite del Golfo di stringere una doppia alleanza strategica: contro l’accerchiamento dell’Iran sciita e di contenimento delle ambizioni imperialiste di Erdogan. Due vulcani attivi. In questo quadro la chiamata del principe Mohammed bin Zayed all’ex nemico sionista è eloquente.

IL SULTANO, DALLA MOSCHEA DI SANTA SOFIA AL SOGNO DI AL QUDS

In Turchia la rivoluzione islamizzante di Erdogan oscura l’immagine del padre fondatore della Repubblica, il laico Ataturk. La riconversione di uno dei monumenti più famosi del Paese in moschea è l’atto culminante di una campagna di propaganda iniziata ormai una decade fa. Con questa mossa il presidente turco travolge i simboli della cristianità e guarda con aspirazione ad imporre la propria guida, spirituale e politica, sull’intero mondo arabo: “sulle orme della volontà dei musulmani di uscire dall’interregno”.

Lo splendido edificio di Santa Sofia che campeggia sulle acque del Bosforo ha avuto due vite e mezzo: è stata basilica cristiana, moschea islamica e, a questo punto, transitoriamente museo nazionale. Realizzata da Giustiniano, lì furono incoronati gli imperatori cristiani di Bisanzio. Fino al sopraggiungere dell’ottomano Mehmet II, che riuscì in un’impresa fallita per secoli agli eserciti della mezza luna: far breccia nelle possenti mura a difesa di Costantinopoli. Il 28 maggio 1453 a poche ore dall’assalto finale dei giannizzeri in quella mastodontica chiesa, cattolici e ortodossi, mettendo da parte le contrapposizioni scismatiche, celebrarono insieme messa. Il 29 maggio il sultano Mehmet, il Conquistatore, avrebbe compiuto un gesto pieno di significato, entrato trionfante nella Basilica rivolse la preghiera verso la Mecca, prendendo formalmente possesso dell’edificio, proclamandola moschea. A differenza di molte altre chiese che non cambiarono culto, il senso di quell’operazione aveva indubbiamente un valore geopolitico forte, che infatti costernò l’Europa. La fine dell’impero romano d’Oriente era oramai ineluttabile: il lento declino iniziato due secoli prima mostrava segni di desolazione e degrado diffusi. Il “centro dei quattro angoli del mondo” aveva perso il suo antico splendore, al suo posto sarebbe nata la moderna Istanbul, capitale della Sublime Porta. Chiudendo un altro capitolo della storia del Mediterraneo, quello della millenaria civiltà greca: passata dal periodo classico a quello ellenico ed infine bizantino. L’ambizione di Mehmet, al di sopra tutto, portò alla caduta di Costantinopoli, ridisegnando i confini dell’Europa, allora come oggi divisa da faide e rivalità. Su questa figura la storiografia si divide, c’è chi lo ritiene un sovrano saggio e lungimirante, e chi come Benny Morris evidenzia, con recenti studi, come l’Impero Ottomano abbia avuto nello sterminio dei cristiani una delle sue caratterizzazioni ideologiche. Erdogan non nasconde ammirazione per questo personaggio, citandolo spesso nei suoi discorsi. Copiandone, ed esaltandone, non solo i valori islamici delle origini ma anche l’aspetto antieuropeista. A cui aggiunge le modalità del ricatto diplomatico, vuoi sulla questione dei migranti, vuoi delle politiche di decristianizzazione del Medioriente e, purtroppo, di una nuova guerra “santa” per Gerusalemme: “La risurrezione di Hagia Sophia è preludio alla liberazione della moschea al-Aqsa”.

LIBIA, AVANZA LA TURCHIA

La rivalità tra il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e il suo omologo egiziano Abdel Fattah al-Sisi non è una novità del teatro di guerra libico. Il sultano di Istanbul e il faraone del Cairo rappresentano concezioni opposte ed inconciliabili. Sono l’ultimo esempio della tradizionale contrapposizione ideologica del mondo arabo contemporaneo, diviso tra il movimento islamico ispirato dalla Fratellanza musulmana e quello nazionalista-autoritario imposto da Nasser. Simbolicamente rappresentano lo scontro tra radicalismo religioso e pseudo socialismo: il potere dei chierici o dei generali, il corano o la spada. In comune hanno l’intolleranza per il sistema democratico, la propensione a negare i diritti e a reprimere la libertà, a partire da quella di stampa, evitando di dire verità scomode, come quella sul caso Regeni.
La rottura e l’inizio delle “ostilità” tra Erdogan e al-Sisi risale al luglio 2013, quando l’esercito egiziano rimuove con un colpo di stato il presidente Mohamed Morsi. Esponente di spicco della fratellanza, alleato di Ankara. Martire della causa per Erdogan. Terrorista per al-Sisi. Da allora sarà un crescendo di tensioni tra i due stati che culminerà proprio nel faccia a faccia della guerra civile libica, dove sono schierati uno al fianco del presidente al-Saraj e l’altro con il maresciallo Haftar. Egitto e Turchia hanno dispiegato mezzi e uomini sul campo alzando il livello ad aperto conflitto, non più una silenziosa guerra per procura. Ma offensiva e contro-offensiva, con l’obiettivo del controllo totale dell’ex colonia italiana in Africa.
Il coinvolgimento turco, salvifico per il governo di al-Saraj, ha cambiato le sorti della battaglia di Tripoli, frenando così il successo della campagna militare di Haftar. Trasformando una vittoria che sembrava imminente in una disastrosa ritirata. Al punto che il Cairo difronte ad una disfatta inaspettata ha cercato di prendere tempo proponendo un ritorno al tavolo delle trattative. Percorso impervio, almeno finché Haftar rimane sulla scena e gode della fiducia sia del faraone che dello zar Putin. Se questa credibilità dovesse venir meno sia sul piano internazionale che su quello delle alleanze interne, oramai incrinate, rimarrebbe solo ad affrontare il suo destino. Il Napoleone della Cirenaica è un vero trasformista di casacca, è stato: agli ordini di Gheddafi, al servizio della CIA, garante della Francia, sotto l’ala protettiva di al-Sisi. Un trasformista politico e arrogante comandante, le cui qualità strategiche sono state spesso incautamente sovrastimate. Ha perso una guerra vinta in Ciad e oggi vede svanire il sogno di conquistare sotto i suoi vessilli la Libia. Nella sua eloquente disastrosa caduta offre le spalle al nemico e arretra verso il confine egiziano, dove si stanno ammassando truppe che potrebbero diventare la sua unica speranza. E da dove negli ultimi giorni sono, con molta probabilità, decollati i jet che gli hanno permesso di ridurre le perdite. Nel gioco libico qualcuno rischia di rimanere con un pugno di mosche in mano.

IL SAHEL TRA IL SULTANO E GLI SCEICCHI

Libia. La guerra civile alle porte dell’Europa che nemmeno la pandemia riesce a fermare. Fallita la possibilità di una transizione democratica, alla caduta del regime di Gheddafi, lo Stato africano è sprofondato in una irreparabile implosione. Scatenando un conflitto senza quartiere, dove riaffiorano lotte tribali ataviche e pesano ingerenze esterne. Bruxelles non cambia atteggiamento, riproponendo la stessa tipologia d’intervento diretto: l’embargo. Altri attori internazionali si affacciano prepotentemente sulla scena. L’Egitto del faraone al-Sisi appoggia il generale Haftar e LNA (l’Esercito Nazionale Libico), al loro fianco lo zar Putin ha schierato l’organizzazione Wagner Group, ovvero mercenari. Meno appariscente l’intervento degli Emirati Arabi che offrono all’ex ufficiale del rais la copertura economica e una rete per assoldare guerriglieri, che si dipana dal Sudan al Ciad fino alle coste del Mar Mediterraneo. Sul fronte opposto il premier al-Sarraj e il GNA (il Governo di Accordo Nazionale) possono contare sull’aiuto, sempre più consistente, del sultano Erdogan che culla il grandioso sogno di ristabilire l’ordine dell’Impero Ottomano. Quest’ultimo intervento nel Sahel ha sostanzialmente cambiato le sorti dell’offensiva lanciata lo scorso anno dagli uomini di Haftar per conquistare la capitale, arenandola. Nel mezzo alla corsa per la spartizione della Libia e delle sue ricchezze, relegate ad un ruolo marginale, le potenze europee: divise e diffidenti l’un l’altra. Il doppio binario di Francia e Italia è l’evidenza di uno strappo non solo diplomatico. Con il nostro Paese più vicino all’esecutivo del GNA e Parigi a sostenere il fuoco di Haftar. Scelte che spingono Roma a collaborare con il signore del Bosforo, continuando, tuttavia, ad essere partner “commerciale” dei custodi della Mecca. Sia la Francia che l’Italia, pur divergendo, aderiscono alla missione europea Irini, che prende il posto della discussa operazione Sophia. A dirigere questo nuovo tentativo di tamponare il flusso illecito di armi è la Marina italiana, che a seguire dovrebbe lasciare il comando del presidio delle acque orientali al largo della Libia alla Grecia. Ma questo passaggio di consegne tra Roma e Atene preoccupa non poco Ankara: per l’alto rischio di vedersi bloccare i rifornimenti verso l’alleato. L’asse di Erdogan con al-Sarraj, suggellato nel nome della Fratellanza musulmana, è finalizzato a disegnare un corridoio nel Mediterraneo meridionale a scapito dell’Egitto, Israele, Grecia e dell’Eni. Nella distopia libica si susseguono giochi di sponda, guerra tecnologica, espansione economica e il sotterraneo lavoro dei servizi segreti: la lunga mano, nascosta e talvolta sporca, della geopolitica globale. Persino la liberazione di Silvia Romano nella lontana Somalia è una piccola mossa di una grande partita, ancora aperta.

IL SULTANO SENZA MASCHERA

Il lungo sultanato di Recep Tayyip Erdogan è passato indenne al golpe, e ora è alla prova di una nuova congiura di palazzo, in atto per la sua successione. E a portare alla luce lo scontro politico è stato il Coronavirus. Le recenti frizioni nel governo sulla gestione dell’emergenza sanitaria rispecchiano le dinamiche della lotta esplosa tra le diverse correnti del partito Akp, fondato dal presidente e di fatto in mano alla sua famiglia.
La Turchia ha confermato ufficialmente il primo caso di Covid19 lo scorso 11 marzo. Quello che il ministero della sanità di Ankara riconobbe come il paziente zero era appena rientrato da un viaggio in Europa. Altre informazioni relative al contagiato non sono state rese pubbliche, per non violare la privacy del malato. Mentre, paradossalmente la libertà di stampa latita. Al vaglio del parlamento una legge che permetta il totale controllo delle app di messaggistica. Erdogan affronta un calo di consensi e popolarità. Un distacco che è andato ampliandosi con l’acutizzarsi della crisi economica e finanziaria degli ultimi anni: il crollo della lira, la galoppante inflazione, l’elevato tasso di disoccupazione e l’escalation militare in Siria contro i curdi. Trema l’industria del turismo, che con i suoi circa 50 milioni di visitatori l’anno è un asset strategico, e al contempo molto fragile. In balia di effetti negativi come il terrorismo ma anche imprevedibili come la pandemia.
Da quando è stato annunciato il coprifuoco, a Istanbul, ma un po’ ovunque nel Paese, ci sono state scene di panico generale, supermercati invasi e razziati, lunghe code nelle strade nel tentativo di scappare dai grandi centri urbani. Qualcosa è andato storto nella comunicazione governativa. Evidentemente sono stati fatti errori su errori nel fronteggiare l’epidemia. La decisione di chiudere la frontiera con l’Iran e cancellare i voli verso destinazioni con alti tassi di infezione, tra cui l’Italia, non sono state misure sufficienti a contenere Covid19. E oggi il boom dei contagi rischia di aggravare la situazione. La Mezzaluna Rossa turca, che aderisce alla Croce Rossa internazionale, e l’Organizzazione Mondiale della Sanità hanno recentemente allertato sulla possibilità che il virus possa colpire in modo catastrofico la parte più vulnerabile della popolazione. A partire dai rifugiati, 4 milioni di persone, il 90% proveniente dalla Siria, dalla guerra.
Il sistema sanitario nazionale turco, privato e pubblico, nonostante gli avvisi e gli echi dal resto del mondo non ha sviluppato un piano di scorte di materiale medico. E le strutture sono al limite. Il governo per placare le polemiche ha fatto distribuire mascherine e disinfettanti. Svuotato le carceri con una maxi-amnistia per un terzo dei detenuti, 90 mila, escludendo dal provvedimento gli oppositori politici.
In molti, intanto, si chiedono se Erdogan fosse a conoscenza della presenza del Coronavirus già da tempo. Chi critica è convinto di ciò. La stampa filo governativa ha invece serrato i ranghi contro le “speculazioni”.

DOSSIER KURDISTAN

Erdogan, il sultano di Istanbul, è determinato ad andare avanti nel suo piano di “decurdificazione” della vicina Siria, con un’operazione militare di pulizia etnica della zona a ridosso del confine tra i due stati del Medioriente. Una pagina di guerra nella guerra destinata a modificare la geografia del Paese martoriato da anni di conflitti. In Siria la minoranza curda rappresenta circa il 10% della popolazione, in Turchia sono circa 13milioni. Nella storia contemporanea la prima vera ribellione di stampo nazionalista dei curdi si ebbe nel 1881, una rivolta che la Sublime Porta represse nel sangue, l’Impero Ottomano aveva iniziato a sgretolarsi, tuttavia, il pugno duro contro la minoranza non venne meno. A partire dagli anni ’80 dello scorso secolo il regime di Hafez al-Assad ha fornito sostegno strategico al Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) e rifugio al suo leader storico Abdullah Ocalan. L’aver sposato la causa dell’indipendentismo curdo, seppur non ufficialmente, era per Damasco l’arma puntata su Ankara. In quel periodo, per sfuggire all’ondata di repressione del governo turco e l’intensificarsi delle azioni terroristiche, in migliaia di curdi passarono il confine, stabilendosi in Siria, mantenendo così uno stretto legame tribale e politico con coloro che erano rimasti sul suolo turco. Le tensioni tra i due stati ebbero un picco nel 1988 e un conflitto pareva imminente. Il popolo curdo era diventato ancora una volta una pedina, sacrificabile, al tavolo delle trattative diplomatiche. Come era avvenuto nel 1920 con il trattato di Sevres, dove per la prima volta venne disegnata una carta geografica con lo stato del Kurdistan. Ma già tre anni dopo a Losanna le potenze europee avevano stracciato quella mappa, ammainato e calpestato la bandiera del diritto all’autodeterminazione di quel popolo e raggiunto un’intesa con il nascente stato turco. Il dossier curdo finì in un cassetto delle cancellerie e ci rimase sino alla seconda guerra del Golfo. Intanto, nel 1998 la Siria aveva invertito i rapporti e sottoscriveva ad Adana uno storico accordo con la controparte turca. La cooperazione andò ben oltre quanto siglato nel trattato: la polizia dette un giro di vite all’apparato del PKK, smantellando la rete di comunicazione e propaganda dell’organizzazione, vietarono le pubblicazioni anti-turche e proibirono le manifestazioni; escludendo le candidature alle elezioni per i simpatizzanti del movimento. E acconsentendo ai soldati della mezza luna di inseguire i nemici anche nel proprio territorio. L’ascesa in parallelo di Erdogan e Bashar al-Assad fortificò le relazioni, sia sul piano commerciale che sulla sicurezza, entrò in vigore il principio “zero problemi tra vicini”. Il labirinto della guerra civile avrebbe però qualche anno dopo portato alla rottura dell’amicizia, e ad un riavvicinamento con il movimento autonomista curdo. Mentre, all’orizzonte il sultano con giannizzeri e jihadisti manovra per imporre la dottrina dello “zero vicini”.

ERDOGAN E L’OCCUPAZIONE SIRIANA

Il sultano di Istanbul ha ammassato ingenti truppe lungo il confine nel nord della Siria, pronto a lanciare i suoi giannizzeri all’assalto delle roccaforti curde. Il presidente Erdogan ha strappato dopo una telefonata la luce verde da Trump sul via libera all’operazione militare in territorio siriano, per poi ricevere qualche ora dopo quella rossa dai vertici del Pentagono. L’ennesimo corto circuito di un’amministrazione dove il capo agisce istintivamente senza coordinarsi con consiglieri, esperti e subalterni, un caso di bipolarismo istituzionale che ha contrassegnato più volte il cammino di questo mandato dell’inquilino della Casa Bianca, poco avvezzo alle dinamiche della macchina statale, di cui dimostra di non fidarsi, infischiandosene liberamente.

Dal 2016 le forze armate turche hanno sconfinato nel vicino stato per ben due volte, con incursioni pianificate e vigilate attentamente dagli statunitensi, che hanno tracciato l’area d’intervento delle forze di Ankara e di fatto messo in protezione il grosso delle conquiste degli alleati curdi. Questa volta l’obiettivo di Erdogan è di spingersi molto all’interno, sprigionando una vera e propria invasione, destinata a destabilizzare nuovamente la regione. Rimettendo in gioco gli assetti geopolitici, delineando una nuova cartina per uno stato ormai definitivamente compromesso, in balia delle tensioni interne e di quelle esterne. Dove tutti gli attori assumono un proprio ruolo e significato: ideologico, politico, religioso, tra interessi economici, terrore e guerra. L’implosione di Damasco, la frammentazione della Siria sono un’evidente realtà lontana dal trovare una soluzione.

Mentre, le implicazioni dirette di una campagna turca nel nord della Siria sono: cambiamento demografico a scapito della minoranza curda, scacciata e sostituita da profughi siriani di tradizione arabo-sunnita; il rischio di risorgere del Califfato o il prolificare delle sue affiliazioni; due potenziali conflitti di lunga durata, uno contro la resistenza curda e l’altro contro i fedeli di Assad; la Russia che rafforza la sua posizione da “notaio” internazionale, gli USA che dimostrano inaffidabilità, l’Europa vittima di un doppio dilemma: quello dei migranti che Erdogan potrebbe riversare sulle coste della Grecia e quella di un popolo lasciato solo a difendere i propri diritti.

IL SULTANO COMPRA I MISSILI DI PUTIN

Trump lancia l’ultimatum ad Erdogan nel tentativo di fermare l’acquisto dei missili russi S-400. La decisione del Sultano di Istanbul di dotarsi della sofisticata tecnologia militare del Cremlino rischia di provocare serie conseguenze internazionali. La Turchia è membro della Nato e ha sempre rivestito un ruolo strategico nella regione, l’avvicinamento a Mosca è percepito quindi come molto pericoloso dal Pentagono, che non vede di buon occhio nemmeno il confronto con i curdi siriani. Il lento sfilacciarsi del Bosforo dal Trattato Atlantico è destinato a cambiare completamente gli assetti del Medioriente. Per questa ragione Washington sceglie di schierare il suo moderno sistema di difesa balistico a medio raggio in Israele. È la prima di una lunga serie di ritorsioni nei confronti di Ankara che vengono paventate: le minacce vanno dal blocco della vendita dei caccia F-35 a quello degli elicotteri Black Hawk. Ma la misura che più preoccupa l’ex impero ottomano è l’annuncio di Washington di alzare i dazi al 17% dell’export, un vero e proprio colpo all’industria turca che aveva goduto di regimi privilegiati nel commercio con gli Usa.
A poche settimane dalle amministrative il presidente turco è impegnato in una delicata campagna elettorale. Per la prestigiosa poltrona di sindaco di Istanbul ha puntato su l’ex premier Binali Yildirim, sostenitore e devoto al Sultano. Con una lunga carriera da ministro dei trasporti. Una sua sconfitta peserebbe direttamente su Erdogan, dato in calo di popolarità. E che per risalire nei consensi ha promesso di costruire un grande tunnel a tre piani che tagli la città di cui è stato sindaco. Un’opera mastodontica mentre l’economia del Paese è in piena recessione, e i diritti latitano. Recentemente ad alcuni giornalisti europei è stato negato l’accesso alla conferenza stampa della cerimonia per la sovvenzione dell’UE al progetto della linea ferroviaria tra la Bulgaria e Istanbul. A gennaio erano partiti gli ordini di arresto per un centinaio di soldati e studenti, accusati di far parte della rete legata Fethullah Gulen. Dal giorno del fallito golpe le purghe che si sono susseguite hanno visto incarcerare oltre 77mila persone e 150mila sono state sospese dal lavoro. Vendetta tinteggiata di populismo.

IL SULTANO IN TOUR

La striscia di sangue a Gaza e l’apertura dell’ambasciata americana a Gerusalemme hanno inasprito le relazioni tra Turchia e Israele. Lo scambio di accuse, il teatrino dell’espulsione dei diplomatici, umiliati ed esposti alla gogna mediatica, lo stallo dell’ONU e la recente riunione d’emergenza dell’Organizzazione per la cooperazione islamica danno il senso dell’agonismo geopolitico in campo. Recep Tayyip Erdogan punta a diventare la sintesi delle diverse anime dell’islam, e fare della Turchia la più grande potenza, non araba, nella regione. Per raggiungere il suo obiettivo sventola la bandiera di Al-Quds, la Gerusalemme araba, ergendosi a difensore dei fratelli sunniti palestinesi con l’obiettivo di isolare Israele. L’ambiziosa strategia del leader turco è tuttavia frenata da Egitto e Arabia Saudita, riguardevoli alle apprensioni, pressanti, della Casa Bianca. Erdogan è convinto di uscire vittorioso dalle prossime elezioni, anticipate a giugno, e a quel punto monopolizzare il potere, presentandosi quale leader supremo del Medioriente, con o senza l’esplicito appoggio di Washington.
Erdogan è un personaggio complesso, repentino nel cambiare gli amici in nemici giurati, come accadde con l’imam Fethullah Gulen e il presidente siriano Bashar al-Assad. Spietato persino con gli alleati, il delfino Davutoglu ha pagato la troppa notorietà ed è finito esautorato. È uno dei leader mediorientali più importanti e controversi, sfrontato nel caso della crisi tra i Paesi del Golfo: mentre offriva le credenziali di mediatore al di sopra delle parti ordinava l’invio di militari in difesa del Qatar. Diffida apertamente della Merkel, ricambiato, e dei paletti dell’Unione europea, posizionati un po’ alla rinfusa e ai quali risponde con la costante minaccia di riversare milioni di profughi alle frontiere. Ambiguo, volutamente, con l’Iran. Fedele, per ora, al matrimonio con Mosca, in un asse saldato da cooperazione energetica e militare. Mai amico dei curdi, impegnato in una pulizia etnica senza confini che dalla Siria potrebbe spostarsi fino all’enclave irachena.
Sul piano interno Erdogan ha prima dato benessere e sviluppo al Paese, quando è stato sul punto di traslocare nel condominio europeo ha buttato all’aria i risultati ottenuti esercitando il suo mandato in modo autoritario e illiberale, dimostrandosi un dittatore democratico e populista. Oggi però l’economia del Bosforo, nonostante i dati rassicuranti sulla crescita del Pil dei primi mesi del 2018, non è più quella del passato. Gli analisti prevedono un trend negativo, dovuto a vari fattori concomitanti: svalutazione della lira turca, inflazione e crescita dei tassi d’interesse, aumento dei costi delle materie prime ed esposizione del sistema bancario ad una fuga degli investitori. In piena campagna elettorale è stato accolto nella Londra della Brexit con il tappeto rosso dalla Lady May, ma bocciato dalla City per l’intenzione di mettere sotto controllo la Banca Centrale. Il Sultano di Istanbul ha sfidato l’Europa anche da dentro, appellandosi ai milioni di turchi che vi vivono. Germania, Belgio, Olanda e Austria hanno bandito i suoi comizi. E lui per rafforzare il tour elettorale ha scelto i Balcani e la piazza di Sarajevo, il cuore esplosivo di tanti conflitti disastrosi, dove unire idealmente i musulmani bosniaci e turchi nella conquista non delle mura di Vienna ma dei palazzi di Bruxelles. L’offensiva balcanica di Erdogan è da tempo in atto, miliardi di investimenti hanno riguardato Albania e Macedonia. Ha fatto costruire moschee e aprire scuole coraniche, seguendo un modello (quello dei centri culturali imam hatip dove si è formato lui stesso) che vorrebbe esportare dall’Italia alla Norvegia.
Cresciuto a Kasimpasa in un quartiere difficile di Istanbul, i residenti della zona sono comunemente associati ad un caratteristico comportamento spavaldo, ha sempre mostrato un atteggiamento arrogante: prima nel disprezzo per la èlite kemalista, laica e benestante, poi nel deridere i richiami dell’Europa ai diritti fondamentali e infine, nell’odio per Israele.