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UN REFERENDUM PER IL KURDISTAN

Il Kurdistan ai seggi per la storia. Tra guerra all’Isis e aspirazioni separatiste dall’Iraq, a Erbil si sogna l’indipendenza. Il risultato dello scrutinio si saprà nelle prossime ore, ad urne ancora aperte, si è scatenata una reazione tesissima sul piano internazionale. Anche se il referendum democratico non ha carattere giuridicamente vincolante, l’alta partecipazione popolare alla richiesta di creazione di uno stato, di cui non sono chiari i confini, ha posto la leadership curda in una posizione critica. Lo spazio aereo della regione è stato praticamente sigillato. Truppe irachene e turche si stanno ammassando ai confini. A contestare il voto non solo Turchia, Iran e Iraq. Gli Stati Uniti, la Russia, l’ONU e l’UE esprimono dubbi sulla modalità, per l’assenza di negoziati diretti con la controparte. L’unica voce fuori dal coro è quella di Israele. Le bandiere con la stella di Davide hanno spesso sventolato, al fianco di quelle curde, durante le manifestazioni nelle città liberate dalle milizie nere dell’Isis. E Benjamin Netanyahu non ha mancato di far sentire il proprio sostegno agli “sforzi legittimi del popolo curdo per raggiungere il proprio stato”. Un’alleanza strategica per Gerusalemme in chiave anti-iraniana. Un alleato prezioso da elevare al rango di stato autonomo nel caotico scacchiere Mediorientale. Il nazionalismo curdo non ha radici storiche antiche, è fatto risalire al XVII secolo, ma è sul finire del XIX che il movimento per la creazione di una nazione indipendente prende forma e coscienza. La questione curda nel corso degli anni è andata caratterizzandosi come movimento transnazionale, trasformandosi in un problema regionale con effetti globali. Per questa ragione gli stati confinanti ritengono la secessione inammissibile: un sogno da reprimere con tutti i mezzi, inclusa la forza. Il crescente “pericolo curdo” è alla base del riavvicinamento geopolitico tra il regime degli ayatollah e il sultano Erdogan, avvenuto negli ultimi mesi. Il plebiscito popolare, quindi, non porterà acque tranquille in una regione pervasa dalla violenza atavica, dall’odio tra etnie e clan. La disgregazione di una nazione, quella irachena, è il preludio a nuove instabilità. Con una cartina geografica che quasi nessuno vuole modificare, almeno per ora.La guerra contro l’Isis ha visto giovani, uomini e donne, imbracciare il fucile e combattere per difendere le proprie case. Le vittorie sul campo, grazie al diretto contributo e all’assistenza straniera, hanno permesso ai curdi di ampliare la sfera di controllo su una vasta fetta di territorio a cavallo tra Siria e Iraq. La conquista di Mosul, seppure ha rappresentato il culmine del conflitto contro il Califfato, è stato il motivo che ha affievolito il supporto e l’attenzione internazionale. Il ribaltamento della situazione militare sul campo ha persino convinto il Pentagono a ridurre gradualmente la presenza nella regione dei propri soldati. La exit strategy della Casa Bianca è dovuta principalmente alle pressioni di Turchia e Iraq. Anche se Baghdad è molto più dialogante di Ankara con i separatisti. Comunque, pur in un quadro in continuo cambiamento il referendum presenta delle certezze: il Kurdistan staccandosi ridurrebbe il peso e il potere del governo centrale di Baghdad. Ma, soprattutto, espandendosi nella provincia di Kirkuk avrebbe il controllo sul 40% circa delle fonti di petrolio iracheno. Tuttavia, molte sono le incertezze, a partire dal futuro delle minoranze che risiedono in quelle terre: arabi, turkmeni e cristiani. Per finire con la visione, più o meno concreta, di annettere al futuro stato le zone del nord della Siria finite in mano ai miliziani curdi.La diatriba sorta all’indomani della bandiera curda issata sul municipio di Kirkuk, al posto di quella irachena, era solo l’inizio di una disputa destinata ad esplodere, con il passaggio referendario siamo alla vigilia di qualcosa che potrebbe sfociare in nuovi conflitti.

UN ANNO DALLA CONGIURA AL SULTANO

La lunga notte del 15 luglio 2016 sulle sponde del Bosforo ha fatto calare le tenebre sulla democrazia turca. Le prime notizie televisive arrivarono alla rinfusa, parlavano di una orchestrazione ad opera di alcuni vertici dell’esercito: “In Turchia è in corso un tentativo «illegale» di assumere il potere da parte di alcun militari”. Carri armati nelle strade di Ankara mentre i jet F16 sorvolavano la capitale a bassa quota. Bloccati i media e i social network. Altre azioni dell’esercito in tutta la Turchia. La Cnn turca riferiva che i principali ponti ad Istanbul erano chiusi, occupati da reparti militari. Poche ore di dubbio su quanto stava realmente avvenendo: Erdogan arrestato, ucciso, in fuga? E poi lo stesso presidente compare sullo schermo di un cellulare e chiama in difesa la popolazione civile, la reazione è immediata: migliaia di persone salgono sui ponti dell’Anatolia, minacciate da colpi d’arma da fuoco, mettendo a rischio la propria incolumità. Il popolo turco assedia i golpisti che si arrendono, impauriti. Erdogan ha vinto e può sprigionare con forza tutta la sua rabbia.

Di congiure naufragate tragicamente la storia è piena, si sono abbattute su tutti i continenti in tutte le epoche. La sobillò Catilina nell’antica Roma di Cicerone e il cattolico Guy Fawkes nell’Inghilterra della dinastia Stuart. L’ultima in ordine cronologico è quella dello scorso luglio. Allora, a salvare la poltrona dell’ex calciatore salito al trono di Istanbul fu la sollevazione popolare, e un pizzico di “fortuna” dovuta al fatto che i militari rivoltosi, durante i momenti cruciali del golpe, restarono numericamente un gruppo esiguo, minoritario e mal organizzato. Una oscura trama di commistione tra la burocrazia che ruota intorno al palazzo e le alte cariche dell’esercito che stando alla versione di Erdogan sarebbe stata disegnata dal ricco predicatore Fetullah Gulen. Il quale, in esilio in USA, tuttavia ha sempre negato di essere l’architetto del complotto. Ma che molti, sotto interrogatorio, e presumibilmente anche tortura, avrebbero direttamente indicato come il vero mandante.

Il ripristino della “legalità”, post attentato alle istituzioni, ha innescato un processo antidemocratico, caratterizzato da purghe e arresti indiscriminati. Con lo strumento dello stato d’emergenza prolungato sono state oscurate le libertà, a partire da quella di stampa. La spirale degli eventi ha portato ad una “incrinatura” diplomatica tra Ankara e Bruxelles, allo stesso tempo ha segnato un divario storico tra Ankara e Washington, mettendo una pietra tombale nelle relazioni tra Erdogan e Obama. Dalle ceneri del golpe ha preso corpo uno spostamento degli assetti geopolitici: il patto di ferro con Mosca, per arginare il terrorismo jihadista, e la saldata alleanza strategica nella regione con il Qatar, in chiave di protezione alla fratellanza musulmana e alle sue emanazioni.
Il Sultano di Istanbul dopo aver sventato il pericolo ha “legittimato” il proprio potere attraverso lo strumento referendario, aprendo le porte, a scenari di una possibile deriva dittatoriale. Spaccando la società e facendo risorgere l’opposizione laica e democratica.

Il weekend appena trascorso ha visto celebrazioni ufficiali in tutta la Turchia per il primo anniversario del fallito golpe. Un tripudio di bandiere e slogan, cerimonie imponenti, retorica populista e nazionalista. Per ricordare l’epopea di quelle ore travagliate e convulse, di cui ci resta il dramma delle oltre duecento vittime e delle migliaia di persone finite nelle maglie della rete dell’epurazione senza fine. Ai morti l’onore dell’eroica narrazione della propaganda. Ai secondi l’accusa infamante e imperitura del vigliacco tradimento della patria, un’onta sprezzante che merita il “taglio della testa”. Questo ha promesso il Sultano dal palco alla folla, ad una Turchia euforica e cieca, diventata una insidia per l’Europa e per i suoi ideali.

LETTURA DEL VOTO TURCO

Il sultano Erdogan avrebbe voluto un plebiscito per cambiare la costituzione e introdurre il presidenzialismo invece, si è salvato per il rotto della cuffia grazie al voto dei turchi all’estero e sopratutto, come denunciato da più parti, a possibili brogli con migliaia di schede elettorali manipolate. Voleva vincere facile, con i media sotto controllo, al punto che la campagna referendaria è stata definita dagli osservatori internazionali “ineguale”. Tutto ciò premesso alla fine il divario di tre punti tra il SI e il NO non è un dato asfittico, ma è un elemento da prendere in seria considerazione. Matematicamente il Paese è profondamente spaccato. Mentre la lettura geografica mostra che Istanbul ha voltato le spalle al suo “capace e onesto” (era il 1994) ex sindaco. Smirne ha confermato la vocazione kemalista. La capitale Ankara ha “tradito” il palazzo del potere. Politicamente il rais non può crogiolarsi sugli allori di questa mezza vittoria. Erdogan ha reagito affrettandosi a rinnovare lo stato d’emergenza, negando ancora una volta ogni soluzione conciliante con l’opposizione, sino a promettere un nuovo referendum per riportare la pena di morte. Insomma se la corte del sultano pensava che il referendum potesse avallare gli eccessi di questi mesi qualcosa gli è andato storto. Il leader turco ha peccato di superbia nei confronti di quell’elettorato molto pragmatico che in questi anni è stata la base del suo successo. Nel segreto dell’urna la fedeltà al rais è venuta meno. Una fetta abbondante della popolazione ha fatto capire che è in atto una lunga e diffusa resilienza al regime erdoganista. Hanno preso le distanze da un indirizzo politico che apertamente spinge per ridurre la libertà e la laicità, chiedendo di rimanere nei confini del riformismo dettati da Ataturk un secolo prima. Mostrando che la credibilità del leader ha un limite pesante che nemmeno la propaganda di regime può mistificare. I risultati del voto in questo senso ridimensionano l’Akp (un tempo in Italia definita “una DC islamica”) e il suo capo, responsabilizzando sempre di più il governo di Ankara. Sul piano internazionale lo spettro di un confronto aperto con l’Europa sulla questione migranti non può essere scorporato da un rapporto economico privilegiato per l’economia turca: accordo di unione dogale per i prodotti turchi ancora in vigore; migliaia di aziende europee presenti nel territorio; i fondi Ue per lo sviluppo piovuti a pioggia; il maxigasdotto diretto in Italia, gli investimenti massicci per l’industria e il turismo. Se Erdogan decidesse di tirare la corda andrebbe prima di tutto contro gli interessi nazionali, e in molti casi anche quelli stessi della cerchia finanziaria che lo sostiene. Con i suoi interventi a gamba tesa l’ex calciatore (che per studiare rifiutò un’offerta del Fenerbahce) si è preso un cartellino giallo dall’arbitro di Bruxelles. In passato altre strigliate gli erano giunte da Obama. Nell’era di Barack i rapporti tra i due leader erano freddi. Allora però poteva contare sull’appoggio della Merkel. Ma le fila degli amici europei del sultano si sono rapidamente assottigliate. E se un amico si vede nel momento del bisogno, Trump non si è fatto smentire e ha chiamato, congratulandosi, il presidente turco. Una telefonata con lo scopo di mandare un messaggio all’Europa: il populismo di Erdogan è apprezzato dalla Casa Bianca. Anche se viene imposto con metodi antidemocratici. Inoltre Trump, e la sua famiglia, hanno interessi commerciali in Turchia mai negati. Nel colloquio del presidente americano quindi passione per l’emulo d’Oriente e un occhio al portafoglio degli affari. Analisti internazionali spiegano che il fervore trumpiano per il sultano in realtà nasconde obiettivi strettamente militari: il ruolo di Ankara è cruciale nella battaglia contro il Califfato, nel frenare l’Iran e per l’esistenza della Nato. Un alleato vitale a cui perdonare tutto, o quasi, in uno scenario di guerra permanente. E Trump per convincere Erdogan a rimanere dalla sua parte potrebbe offrirgli una sponda contro l’Europa e forse la testa dell’acerrimo nemico Gulen. Il sultano è convinto di aver vinto la sua partita, peccato per lui che ci siano i supplementari da giocare e gli avversari sono ancora in campo.

SI & SULTANO

In Turchia siamo alla vigilia di un referendum imposto dal presidente Erdogan per stracciare la costituzione, un passaggio, se non respinto dall’urna, che avrà conseguenze dirette per l’Europa, forse peggiori della Brexit e della scalata di Trump. Il popolo sovrano turco è posto di fronte alle proprie responsabilità e agli effetti di tale scelta. Per la campagna referendaria Erdogan ha monopolizzato i media, sprigionato con veemenza una propaganda senza freni, dimostrando che non è disposto a perdere, vuole trionfare in qualsiasi modo, persino giocando sporco. In queste ore, secondo gli ultimi sondaggi, l’esito è incerto, è un testa a testa. In pochi voti di differenza si deciderà l’esito cruciale per l’esistenza della repubblica.

Erdogan è un leader carismatico, non c’è dubbio, è un “uomo del popolo” e allo stesso tempo è ossessionato dal complotto, è un fedele osservante a tratti integralista e uno statista ambiguo: in passato europeista convinto e oggi in scia dell’onda trumpiana. Ha ripudiato l’Europa per Putin. Ha quantizzato e mercificato i migranti. Rispolverato il velo per le donne e la museruola alla stampa. Non ha sufficientemente contrasto il terrorismo. Ha preso il potere mobilitando e indottrinando il ceto medio del suo paese, “curando” l’inflazione galoppante grazie agli investimenti occidentali e sfruttando la manodopera sottopagata dei profughi siriani. Erdogan non è un politico dell’apparato tradizionale kemalista ma un outsider “rivoluzionario”, di stampo conservatore e religioso. E la sua rivoluzione islamista non è ancora terminata, l’obiettivo finale è proibire la laicità e imporre il dominio del suo partito, rendendo immortale la sua presenza al governo.

L’intervento popolare invocato e implorato da Erdogan, nelle ore del colpo di stato dello scorso anno, ha salvato il sultano ma non il suo popolo. La minoranza curda, i giornalisti, gli insegnanti, i magistrati e l’opposizione parlamentare pagano il prezzo della vendetta politica, ingiustamente accusati di essere criminali terroristi a prescindere dal coinvolgimento nel golpe. Vittime predestinate del processo metodico di epurazione del regime erdoganista. Il rais di Istanbul ha innescato una rapida trasformazione di accentramento del potere e irrigidimento delle libertà. Se cade Costantinopoli avremo solo rovine e un’uomo forte alla guida del partito assoluto.

I regimi autoritari, non solo in quella parte del mondo, indeboliscono ed esercitano una scollatura civica: fomentano paure e paranoie, manipolano i cittadini, innalzano barriere naturali e culturali, incitano all’avventurismo bellico.

Il Medioriente è un puzzle impazzito: nel Bosforo assistiamo alla nascita di un nuovo impero ottomano; a nord l’annessione della Crimea alla sfera di Mosca è un dato di fatto; lungo le coste del Mediterraneo è immane la catastrofe siriana; sulle rive dell’Eufrate tra Siria ed Iraq sopravvive il Califfato dell’Isis; mentre nel lembo meridionale della regione nel piccolo stato dello Yemen è in essere una guerra silente. Tra le dune del Sinai egiziano si addestrano jihadisti. Nella striscia di Gaza governa la dittatura fondamentalista di Hamas, in Libano abbiamo Hezbollah. Il cuore della Terra Santa è ostaggio del conflitto israelopalestinese. Insomma uno spazio geografico circoscritto composto da una amalgama di autoritarismo e fondamentalismo crescente, contagioso, molto pericoloso. Un sistema tossico che uccide la vita democratica e il rispetto dei diritti umani. Polverizza la pace e il futuro di intere generazioni.

L’Europa è partecipe delle tenebre che offuscano il Medioriente, errori mai riconosciuti e spesso, troppo, volutamente e assurdamente ripetuti. Questo non toglie che oggi rinunciare a sostenere la democrazia nel mondo, in particolare quello in via di sviluppo, è un errore madornale. In un mare in tempesta lasciare al populismo il timone della scialuppa di salvataggio non è la migliore soluzione. La lunga notte pasquale della repubblica parlamentare passerà insonne, all’alba il popolo turco potrebbe trovarsi nelle mani di un nuovo dittatore.

Da Roma a Roma, per una nuova Europa

Nel 1957 con i trattati di Roma prendeva forma un nuovo modello di relazioni internazionali tra gli stati europei incentrato sull’integrazione. La voglia di chiudere il capitolo delle guerre apriva le porte ad una futura Europa. L’idea di essere uniti offriva un antidoto al totalitarismo e alle sue emanazioni. Questo approccio, tra mille sollecitazioni, ha portato nel corso degli anni ad espandere i confini europei ben oltre le naturali frontiere geografiche del Vecchio Continente. Una volta innescato il processo di allargamento è sembrato irreversibile, facendo credere che non potesse essere arrestato. La Brexit e il populismo antieuropeista hanno dimostrato il contrario. L’eurozona oggi non gode di buona salute. Nel frattempo la Turchia, che avrebbe dovuto aderire all’Europa, ha lentamente ma inesorabilmente sancito un nuovo confine per l’Europa. Lo spirito europeo è naufragato nel Bosforo, affondato dalla leadership turca. Bruxelles, spinta da Berlino, si era completamente messa nelle mani di Erdogan, il quale si è dimostrato del tutto inaffidabile. E oggi vediamo e viviamo le conseguenze di questo tragico errore di giudizio, che tuttavia parte da lontano. Nel 2003 giunto al potere venne coccolato da gran parte dei capi di stato, di destra e di sinistra. Quando il partito di Erdogan nel 2015 uscì ridimensionato dalla tornata elettorale, perdendo la maggioranza nel parlamento, nessuno mise in discussione la credibilità democratica di Erdogan. La sconfitta dell’Akp si tramutò ben presto però in una dura repressione della minoranza curda e dei suoi esponenti politici. Ma Bruxelles, sollecitata non solo dalla Merkel, preferì chiudere un occhio pur di arrivare ad un accordo sulla questione dei migranti con Ankara. Detto fatto, esattamente un anno fa veniva siglato un abominio diplomatico, che piegava l’Europa alle volontà (economiche) del Sultano. Il quale, ovviamente, ha liberamente continuato nella sua violenta politica contro il popolo curdo. Ha “sfruttato” il fallito golpe per eliminare gli avversari e imbavagliare la stampa. Cinicamente ha utilizzato e manipolato la propaganda sostenendo che lui solo e il suo partito potessero salvare la Turchia dai “terroristi” e dai cospiratori stranieri. Gli stati europei e i partiti d’opposizione sono stati accusati di essere nemici: simpatizzanti del terrorismo o addirittura dei nazisti. “Con noi o contro di noi” è diventato il grido di battaglia dell’aspirante sultano nella sua folle corsa verso l’instaurazione di una quasi dittatura. Cosa che potrebbe accadere il prossimo 17 aprile, il giorno dopo il referendum indetto per cambiare la costituzione e introdurre il presidenzialismo. L’unico ostacolo alle tattiche di Erdogan è l’urna. Se il popolo turco accetterà l’uomo forte come salvatore della Repubblica il nazionalismo islamico prenderà il sopravvento e l’Europa dovrà trarne le dovute conseguenze. Pur di vincere Erdogan non esita a brandire la “carta religiosa” e l’odio verso l’Europa “cristiana”. Facendo uso della retorica più gretta e becera, volendo così dimostrare che la Turchia non ha bisogno dell’Europa e che la rabbia del popolo turco è un fiume in piena che non può essere arginato. Con la minaccia, invoca una netta contrapposizione che sfocerà, a suo dire, con l’abbandono dei negoziati e con zero tolleranza. Schiaffeggia mezza Europa e abbraccia Mosca. Erdogan senza nessun scrupolo getta il sale sulla ferita provocata dall’avvento di Trump. Cerca in tutti i modi un confronto con l’Europa, non esita a sfidare e provocare. 60 anni fa l’élite politica presente in Campidoglio dimostrava tanto realismo e una spinta propulsiva ottimista. Ecco se a Roma nascerà, non solo a parole, una nuova Europa dovrà farlo rispolverando praticità e coraggio. Altrimenti rischiamo di essere vittime, oggi di Erdogan e domani di Trump.

LE OFFESE DI ERDOGAN

La battaglia politica del referendum del 16 aprile in Turchia si è clamorosamente spostata in Europa. Le turbolenze della campagna referendaria turca per cambiare la Costituzione e introdurre il presidenzialismo stanno agitando persino la Cancelleria di Berlino. I proclami di ferro e fuoco contro la Germania e l’Olanda definite senza mezzi termini paesi “nazisti” lanciati dal premier Recep Tayyip Erdogan, hanno irrigidito le capitali europee. In ballo qualche punto percentuale che potrebbe diventare decisivo, pesano sulla bilancia i voti di 3 milioni di turchi che risiedono in Germania.
Dai giorni del fallito golpe dello scorso luglio ad oggi lungo le rive del Bosforo si susseguono inganni e trame intrigate, attentati ed epurazioni, che hanno portato Erdogan ha proclamarsi pro-tempore sultano della Sublime Porta. E pur di non perdere è disposto a giocare tutte le carte, arrivando ad imporre una stretta ulteriore, alla libertà di stampa. Per i giornalisti non allineati alla propaganda di governo la porta dei tribunali è subito dietro l’angolo. La rinascita dell’impero ottomano resta tuttavia una pura illusione, coltivata negli anni di governo dallo stesso nostalgico leader e dal suo partito religioso AKP. Formazione politica riproduzione, più o meno fedele, del movimento dei Fratelli Musulmani egiziani e delle sue emanazioni in Medioriente.
Le affinità con la fratellanza sunnita hanno tuttavia preso un indirizzo diverso da quello iniziale, quando Erdogan apertamente sosteneva, anche economicamente, il regime di Hamas a Gaza, e Mohammed Morsi al Cairo. Allora le invettive di Erdogan non erano rivolte all’Europa o agli USA ma bensì ad Israele e alla Russia. I tempi cambiano in fretta, e chi ieri era un nemico giurato nel valzer trumpiano della diplomazia si è trasformato in un amico, un partner economico, un alleato militare. Un passaggio frutto dei tempi che corrono drammatici in Turchia e non solo. Il prossimo aprile il popolo turco sarà chiamato a decidere tra una repubblica parlamentare o legittimare poteri speciali alla sua guida politica, due strade divergenti.
Se approvata la nuova Costituzione, tra le altre cose, prevede l’abolizione del Primo ministro e il passaggio delle funzioni al Presidente, il quale godrà di ampia autorità anche sulla magistratura. Il disegno di legge inoltre spiana, di fatto, ad Erdogan la strada per restare sulla poltrona di sultano sino al 2029. La Turchia rischia una deriva autoritaria non indifferente su cui Bruxelles dovrebbe riflettere, prendendo le dovute contromisure in tempo. L’Europa, in questi anni, ha tollerato, per quieto vivere più che per altre ragioni, relazioni sbilanciate a favore di Ankara nella speranza di allargare le frontiere dell’Unione. L’idea di inclusione civile è scaduta.
La frattura tra la Turchia e l’Europa è siderale, purtroppo non minore di quella che la separa da una società libera e democratica. Migliaia di dipendenti statali e accademici sono stati allontanati in questi mesi dal loro posto di lavoro, nel Paese è diffuso un clima di paura, ampliato dalla minaccia di nuovi attacchi terroristici. Una Turchia tra l’incudine e il martello, con in atto un processo di fusione tra stato e religione attraverso il partito unico guidato dall’uomo forte, con l’autoritario controllo degli apparati e la drastica riduzione degli spazi del dissenso democratico.
Per Erdogan la consapevolezza di essere espressione “sublime” di una nuova oligarchia economica e militare, forse maggioranza nel paese. Per l’Europa la responsabilità di non restare fragile e scomposta. Intanto, con la stampa sempre più imbavagliata, nella turistica cittadina di Mugla nelle scorse settimane ha avuto inizio il processo ai congiurati accusati di aver complottato per uccidere il presidente Erdogan. Alla sbarra decine di persone che, forse, hanno pensato di eliminare un presidente e invece assistono dal carcere all’incoronazione di un sovrano che non ha nessuna pietà.

LE VICENDE TURCHE

La Turchia è attraversata da un’ondata di violenza inaudita, una catena di attentati che minano la coesione sociale, e dimostrano una pericolosa fragilità dello stato. La fredda mano del giovane folle attentatore che colpisce alle spalle il plenipotenziario di Putin è l’ennesima dimostrazione della fragilità di Ankara. L’enigmatico scenario ha una spiegazione nell’ascesa di Recep Tayyip Erdogan. L’uomo forte di Istanbul salito al potere nel 2003 ha saputo allargare e radicare il proprio consenso in particolare tra la classe media del paese, proponendosi agli occhi e alle tasche della gente come garante incondizionato e soprattutto incontestabile. E così il liberismo islamizzante di Erdogan ha corretto il percorso democratico e laicizzante che avrebbe dovuto portare la Sublime Porta dentro i confini di una nuova Europa. Deviando dagli obiettivi di una grande unione per il progresso e la civiltà: il ponte strategico tra Occidente e Oriente rischia di non essere inaugurato, almeno a breve. Il governo turco ha mostrato al mondo il vero volto di un sultano vendicativo e con lo sguardo al passato: deciso a consolidare il potere personale e allo stesso tempo impegnato a sopprimere il dissenso interno in modo drastico. Mentre il Bosforo sprofondava nel caos tipicamente mediorientale, il terrorismo insanguinava i luoghi pubblici e i militari occupavano i ponti, Erdogan adottava la repressione autoritaria ed estendeva le sue ingerenze sulla regione. Il fallito golpe del 15 luglio, per quanto ingiustificabile, ha avuto l’effetto di rendere la preda a sua volta uno spietato cacciatore. La vittoria schiacciante del leader turco, dovuta sostanzialmente alla discesa in campo del popolo, ha avuto una portata maggiore di un successo elettorale. Gli argini della democrazia e dei diritti umani sono stati spazzati via non con voto plebiscitario ma per acclamazione della piazza. Il giro di vite, il governo che ordina di imprigionare decine di migliaia di presunti golpisti e persone vicine a colui che sarebbe secondo Erdogan il vero ispiratore delle manovre di destabilizzazione, la guida spirituale Fethullah Gulen. La drammatica epurazione tra le fila dell’esercito e della burocrazia, il sistematico arresto di giornalisti non allineati, la sospensione di accademici e insegnanti, sono state le risposte di Erdogan ai propri nemici. E la fine di vecchie amicizie.  Una cosa che ancora oggi sfugge è il fatto che, alla vigilia del colpo di stato, nessuno abbia potuto prevedere che la Turchia sarebbe scivolata nel dramma del Medioriente, assorbita dal vortice di violenza. Il senso comune era che in fondo Ankara è sempre stato un fraterno alleato politico e militare dell’Occidente, un muro all’espansione russa, un affidabile referente nelle tribolate questioni arabe. In pochi sospettavano che Erdogan volesse realmente costruire uno stato islamico sunnita e che tentasse di portare in vita il sogno del ritorno dell’Impero Ottomano, la convinzione più diffusa era che avrebbe preservato l’ordine sociale, con scelte conservatrici ma mantenendo in piedi la struttura dello stato turco costruito da Kemal Ataturk. Così non è stato. Ed oggi la Turchia è un concentrato pronto ad implodere. Con un parlamento senza opposizione e gli effetti della crisi siriana oramai dentro casa. Con la morsa del terrorismo, vuoi per mano dei fondamentalisti dell’Isis o per quella della minoranza curda del PKK e delle sue cellule più o meno affiliate. Le recenti stragi di Istanbul e in Cappadocia rafforzano ulteriormente l’impressione che la Turchia isolandosi è diventata sempre più debole, insicura e instabile, e che le geopolitiche di Erdogan, spinte sino all’alleanza con l’ex nemico Putin, non sono in grado di riportare tranquillità, sviluppo e pace. Il sultano dovrà presto decidere se dispiegare le armate dei giannizzeri ai quattro venti del Vicino Oriente oppure avere una numerosa rappresentanza al parlamento europeo. Le due strade oggi sono incompatibili. E le minacce all’Europa non sono più ammesse.

GAS RUSSO PER LA TURCHIA DI ERDOGAN

Mentre la Russia dello zar Putin sogna di riportare in auge il passato imperiale ed exsovietico, la Turchia del sultano Erdogan inverte alleanze storiche e definisce un nuovo percorso geopolitico, alternativo a Bruxelles e a Washington nel nome di una strategia unitaria con Mosca. Il primo passo concreto è avvenuto a margine del World Energy Congress di Istanbul che si chiude oggi, quando il presidente russo e il suo omologo turco hanno firmato un patto sulle energie, avviando la costruzione di un gasdotto. Il 1° dicembre del 2014, BOTAŞ, l’azienda statale turca e Gazprom siglarono un memorandum d’intesa per la costruzione di un nuovo gasdotto offshore denominato Turkish Stream. Il progetto sostituiva una ipotesi precedente caldeggiata da alcuni paesi europei, il South Stream. L’accantonamento di South Stream aprì di fatto la strada alla partnership del colosso turco e di quello russo per questo progetto, che ha navigato in acque anche burrascose con qualche reciproco sgambetto e pesanti sospensioni, spesso indotte da difficoltà politiche tra Mosca e Ankara. Il piano imprenditoriale di Turkish Stream è raggiungere la capacità di trasportare 63 miliardi di metri cubi di gas all’anno dalla Russia alla Turchia, entro il 2019. L’accordo prevede la costruzione di due linee o “gambe” sul fondo del Mar Nero, con un investimento stimato intorno ai 12 miliardi di euro. Per Mosca il progetto Turkish Stream ha molti aspetti positivi al contrario dell’antico progetto del gasdotto South Stream che presentava maggiori costi realizzativi, introduceva questioni ambientali e normative difficili da prevedere. Inoltre il gasdotto pone le condizioni affinchè Gazprom diventi leader del mercato turco, scalzando di fatto il dominio tedesco. Gli effetti “indiretti” legati all’operazione Turkish Stream passano dal settore economico con un mercato prezioso dove far confluire i prodotti bloccati da embargo, al piano militare, con un alleanza anti Isis in Siria, per riflettersi a livello diplomatico con un indebolimento della Nato. Che le relazioni tra Erdogan e Obama fossero profondamente incrinate, dopo il mancato golpe, era stato chiaro al vertice del G20 di Hanghzou, dove il primo presidente afroamericano con la testa reclinata in segno di sconfitta e stanchezza riceveva da Erdogan uno stucchevole buffetto. Altra cosa le strette di mano e gli abbracci tra Erdogan e l’amico Putin. Barack Obama lascerà presto la Casa Bianca in una fase molto delicata dei rapporti internazionali. Gli USA sono ancora la più grande superpotenza del mondo, ma il loro potere, o strapotere, è apertamente messo discussione. L’acutizzarsi della tensione con la Russia per questioni quali Ucraina, Siria, e non solo, mette indietro le lancette dell’orologio, esattamente ad un quarto di secolo fa quando sfogliavamo gli ultimi capitoli della Guerra Fredda. Perdura sin da allora un movimento di riequilibri globale inarrestabile. Obama dal suo incauto predecessore George W. Bush aveva ereditato una montagna di “panni sporchi”: l’Iraq compromesso, lo scenario afghano devastato e il processo di dialogo israelopalestinese congelato. Nel suo mandato scoppieranno le rivolte di piazza, la primavera araba con le sue rivoluzioni e controrivoluzioni. Siria e Libia si trasformano in criticità interminabili e ingestibili. Il dramma dei profughi deflagra. Il terrorismo è quotidianità. L’Europa stenta sfumando in dissolvenza. Indubbiamente la governance di Obama ha sofferto “forti sollecitazioni”. Ma la visione di questo presidente è stata pur sempre una via progressista e, a tratti, illuminante, più di una pipeline.

IL PATTO DI SAN PIETROBURGO

Nel cuore di Istanbul abbiamo assistito poche settimane fa alla notte in cui i cittadini si rivelarono eroi ordinari e sventarono il golpe. In quelle stesse ore Erdogan ebbe il sostegno convinto da parte della Russia di Putin. Oggi, dopo l’incontro di San Pietroburgo, un nuovo asse geopolitico taglia l’Europa dall’Asia. Nella notte buia della congiura, sventolando la bandiera della democrazia, gran parte del popolo scelse di opporsi al colpo di stato militare. Un segno divino per il religioso Recep Tayyip Erdogan. Nel momento più critico della sua carriera l’uomo di Istanbul, al potere da 13 anni consecutivi, si è appellato al popolo che ha salvato, letteralmente, la testa del suo sultano. Ma la storia non si è fermata agli eventi drammatici del 15 luglio. Dopo è iniziata la cronaca dell’accanimento, oltre 70mila persone, sono state arrestate o sospese per aver preso parte direttamente alla cospirazione o per presunti legami con il movimento di Fethullah Gulen, il predicatore rifugiato in America che avrebbe tramato contro Ankara ma che nega ogni coinvolgimento. La confraternita della facoltosa guida religiosa è “infiltrata” in vari settori chiave della società turca, tanto da essere stata la spinta propulsiva del successo di Erdogan per poi esserne ripudiata, e finire preda di una caccia senza quartiere. Che ruolo Gulen abbia realmente avuto nell’organizzazione del golpe è materia per tribunali e servizi segreti. Intanto il sultano, non potendo aspettare che le passioni della piazza vengano affievolite dal tempo, ha già emesso il verdetto per i traditori. In modo plateale e subdolo in queste ore dal pulpito ha chiesto al suo popolo d’introdurre la pena di morte e la folla, meccanicamente e fragorosamente, ha invocato il castigo capitale per chi ha tramato contro il palazzo. I valorosi difensori della democrazia in meno di un mese hanno cambiato d’abito, riponendo il vestito da supereroi e infilandosi la maschera della scimmia giacobina di gramsciana memoria: “non hanno il senso dell’universalità della legge, perciò sono scimmie”. L’Unione europea, gli USA e molte organizzazioni umanitarie tra cui Amnesty International hanno biasimato la possibile deriva di Ankara. E la corte del sultano non ha gradito reagendo in modo equivoco e lanciando un ultimatum a Obama. Bisanzio ha smesso di ascoltare Roma, Parigi, Berlino, Vienna e ha puntato l’orecchio a Mosca. Lo zar e il sultano scambiandosi una calorosa stretta di mano, con freddo raziocinio hanno cancellato violenti dissapori e dichiarazioni al vetriolo per dare vita ad una alleanza di tutta convenienza per entrambi: l’esportazione turca verso la Russia era crollata del 60%, lo spazio aereo turco interdetto ai russi. L’eterna guerra per il Caucaso e il Mar Nero ha raggiunto un compromesso. Passata la paura iniziale Erdogan è stato abile a capitalizzare e sfruttare la volontà popolare per rafforzare il suo dominio politico, e imprimere con una purga di stato un assetto autocratico e nazionalista al paese. Sciolinando invettive retoriche e producendo una propaganda massiccia ed efficace nel demonizzare gli avversari. Aprendo un vuoto nel sistema democratico, rivendicando la legittimità ad andare avanti nella repressione, rimuovendo gli ostacoli anche con l’utilizzo della forza. Il pericolo principale è che, al momento, il sultano è troppo sicuro di sé per accettare il rafforzamento democratico del parlamento. “Per distruggere un avversario sacrificherebbero tutte le garanzie di difesa di tutti i cittadini, le loro stesse garanzie di difesa”. Così scriveva Antonio Gramsci sull’Avanti il 22 ottobre del 1917.

Giannizzeri e profughi, le minacce del Sultano

Sono passate tre settimane dalla notte del colpo di stato, dei carri armati sui ponti di Istanbul, del bombardamento del parlamento di Ankara, dei morti nelle strade. Il golpe fallito, la vittoria della piazza, il ritorno del capo e l’inizio di un nuovo incubo. In Turchia la punizione ai cospiratori assume la forma, o il pretesto, della feroce umiliante rivincita. Nei lunghi corridoi dei palazzi dei tribunali decine di persone si aggirano nella speranza di avere notizie dei familiari detenuti: sapere dove si trovano e conoscere le loro condizioni di salute. Voci di torture e maltrattamenti ai golpisti si susseguono da giorni. Erdogan, che era sul punto di essere deposto, ha perso il senso della realtà, della giustizia e del perdono. Il despota del Bosforo soffia sul fuoco della pena di morte e lancia minacce sibilline, allude sul terrorismo, è fuori dal perimetro europeo, persino Berlino è infastidita e non lo difende più, scaricandolo: “Non è il Papa”. Lui tuttavia non arretra, esagerando nelle elucubrazioni. Ribadisce sempre e solo la sua verità narrativa, l’unica che a suo dire esiste. E che tutti devono servilmente accettare. È l’eclisse totale della democrazia che avvolge anche il destino di milioni di profughi che si sono riversati nel paese dalla vicina Siria, nel corso degli ultimi cinque anni. La Turchia ospita 2,7 milioni di rifugiati. Molti hanno cercato di lasciare le coste dell’Anatolia per l’Europa, in troppi hanno perso la vita nelle acque del Mediterraneo. A Marzo dopo mesi, in cui Recep Tayyip Erdogan e il suo governo hanno ricattato le capitali europee con la scusante del caos dei rifugiati, la tecnoburocrazia di Bruxelles ha prodotto un impegno formale con la Turchia. Al tavolo delle lunghe e spinose trattative, condizionato dalle “pressioni” filo turche della Merkel, abbiamo perso la dignità, arrivando persino a monetizzare la vita dei profughi, salendo su un treno che non avremmo mai dovuto prendere. Un’intesa politico-commerciale che lasciò l’amaro in bocca: «Viola il diritto internazionale e quello dell’Unione europea». «È un ulteriore passo verso l’abisso della disumanità». Ammoniva Elisa Bacciotti direttrice delle campagne di Oxfam Italia. Alla vigilia del colpo di stato Erdogan aveva annunciato una proposta “audace” e “controversa”, offrire la cittadinanza ai rifugiati siriani, il 70% dei quali hanno un’età compresa tra i 20 e i 30 anni. Potenziale bacino elettorale, la cui fedeltà per chi li ha “fraternamente” accolti è certa, o quasi. Quindi non solo manodopera sottopagata ma anche uno strumento di rafforzamento negli equilibri interni. L’ennesima trama politica del sultano di Istanbul che oggi torna a minacciarne l’esplosione, in modo criminale e premeditato. Sebbene i dati raccolti da Oxfam contestano il fantomatico scenario dell’invasione: I sei paesi più ricchi del mondo – Stati Uniti, Cina, Giappone, Germania, Francia e Regno Unito – accolgono un numero “misero” di richiedenti asilo, la cifra è il 9%. Mentre circa 12 milioni, pari al 50% del totale, hanno “invaso” stati che nel loro insieme non rappresentano nemmeno il 2% dell’economia globale: Giordania, Turchia, Libano, Sud Africa, Pakistan e Territori Palestinesi. Per quanto riguarda l’Italia, pur impegnata in prima linea con 134mila persone ospitate (0.6%), è lontanissima dalla Germania che ne ha accolto 736mila. È evidente che i paesi ricchi, numeri alla mano, non fanno abbastanza. Con grande soddisfazione di un sogghignante spavaldo Erdogan. La sfida è complessa e richiede una risposta coordinata, scevra da egoismi. Il prossimo appuntamento è a New York il 19 e 20 Settembre. Un summit che assume una valenza rilevante e dove nuovi assetti geopolitici si disegnano. Per quelle date le organizzazioni non governative propongono soluzioni efficaci: corridoi sicuri per i migranti, rispetto delle quote d’accoglienza, favorire i ricongiungimenti familiari, concedere visti umanitari e promuovere il reinsediamento dei più vulnerabili in un paese terzo.