MAZEN E OLMERT RIPROPONGONO LA LORO VIA PER LA PACE

Al tavolo del Consiglio di Sicurezza dell’ONU il presidente palestinese Abu Mazen, seppur con toni concilianti, ha rifiutato la mappa disegnata da Donald Trump per il processo di pace mediorientale: “È una gruviera. Legalizza ciò che è illegale e ignora molte risoluzioni delle Nazioni Unite”. Inoltre ha tenuto a precisare che il presidente statunitense “è mal consigliato”, ma nello stesso tempo il leader arabo ha però lasciato aperto uno spiraglio rassicurante: “La pace tra israeliani e palestinesi è ancora possibile”. Gelido il commento dell’ambasciatore israeliano Danny Danon: “Non ci saranno progressi finché rimarrà presidente”. Alla fine della inusuale riunione non è stata presentata nessuna risoluzione anti-accordo. Tuttavia, anche se dovesse essere proposta, l’iter al Consiglio di Sicurezza è viziato dallo scontato veto degli USA. Quanto potrebbe delinearsi è un successivo passaggio, non vincolante, all’Assemblea delle Nazioni Unite. In quel caso la credibilità del progetto di Trump in Medioriente verrebbe giudicata dai rappresentanti di 193 stati.
L’altro evento newyorchese della campagna di ostruzionismo alla visione di pace del presidente degli Stati Uniti è stata la conferenza stampa che il successore di Arafat ha tenuto in compagnia dell’ex premier israeliano Ehud Olmert. Abu Mazen e Olmert hanno pubblicamente difeso, ed elogiato, quanto raggiunto insieme: la convergenza di massima ottenuta alla conferenza di Annapolis nel 2007 e il riconoscimento di una soluzione a due Stati. A tagliare le ali delle colombe in quella stagione, archiviata da tempo, furono tre episodi: l’operazione “Piombo fuso” a Gaza l’anno seguente; le accuse di corruzione, per aver accettato tangenti quando era sindaco di Gerusalemme, all’allora primo ministro israeliano e la “rinascita” politica di Benjamin Netanyahu. Oggi Olmert, che ha scontato la pena detentiva (un anno e mezzo di carcere), si dedica alla promozione della cannabis per uso terapeutico, in qualità di consulente di una nota azienda farmaceutica israeliana. Si è ritirato dalla politica attiva dopo una lunga militanza nel Likud e l’approdo a Kadima con Sharon e Peres, esperienza antesignana di un’area centrista per certi versi affine al movimento Kahol Lavan guidato attualmente dall’ex capo di stato maggiore Benny Gantz. Per il quale Olmert non ha mai nascosto le proprie simpatie. In molti ritengono che è stata l’acredine per Netanyahu, fervente sostenitore della dottrina di Trump, a portarlo al fianco di Abu Mazen in questa battaglia. Altri, che l’ottantenne rais della Muqata, espressione di una classe dirigente logorata e che non riesce a rinnovarsi, con questo gesto abbia voluto dimostrare di essere disponibile a riprendere il dialogo con la controparte, chiedendo un ritorno al passato e alla trattativa diretta. Ma la risposta, in Israele, non può non arrivare prima che dalle urne del 2 marzo esca una nuova maggioranza.

FINE DI UNA “AMICIZIA”

Mentre Trump enfatizza “l’accordo del secolo”, 181 pagine di propositi, progetti e mappe geografiche, per dare una soluzione all’eterno conflitto tra israeliani e palestinesi, questi ultimi replicano di aver ricevuto “uno schiaffo storico”. Due punti di vista completamente opposti. Inconciliabili. Il processo di pace in quella terra martoriata dai conflitti, ancora una volta, imbocca una strada a senso unico. Appunto, nessuna via d’uscita se non quella dell’unilaterale. Eppure, la leadership palestinese di Ramallah con l’arrivo di Trump alla Casa Bianca aveva dimostrato apertamente un certo ottimismo per il nuovo corso post Obama. Appena insediatosi il neo presidente statunitense aveva ricevuto apprezzamenti dalla Muqata: Abu Mazen si era detto certo che il miliardario newyorchese “avrebbe sbalordito” e rilanciato i negoziati con un interessante approccio. Poco dopo, Jason Greenblatt inviato di Trump per il Medioriente fu ben accolto al suo arrivo nella regione, proverbiale ospitalità palestinese terminata con scambio di offese e rottura dei rapporti. Oggi Greenblatt è dimissionario da quel ruolo diplomatico immane, svolto unicamente in funzione della dottrina del suo capo, tra difficoltà insormontabili, con il crescente divario dal lato palestinese e l’avvicinamento alle posizioni della destra israeliana. A maggio del 2017, Abu Mazen e Trump si incontrano a Washington, il successore di Arafat esprime soddisfazione all’omologo per non aver trasferito l’ambasciata degli USA a Gerusalemme, come aveva promesso in campagna elettorale. Trump commentò che era un atto dovuto per riaprire lo spiraglio di dialogo, e “massimizzare le probabilità” di riuscita della futura soluzione. Secondo alcuni analisti è stata la prima e ultima volta che il presidente a stelle e strisce ha tentato “realmente” la mediazione tra le parti, da una posizione di neutralità, super partes. E allo stesso tempo con quella scelta di campo, che non durerà molto, ha offerto una finestra ai suoi più stretti collaboratori, proprio Greenblatt e il genero Jared Kushner, le due “colombe” che volavano sulla Terra Santa in suo nome.

Quando a dicembre 2017 Donald Trump annuncia al mondo di voler spostare l’ambasciata di Israele da Tel Aviv a Gerusalemme, contrariamente alla posizione della Comunità internazionale che su questa decisione si romperà perdendo lentamente pezzi, in poche ore si consuma la fine delle relazioni con i palestinesi e allo stesso tempo si palesa il futuro fallimento della missione di Kushner. Per l’Autorità Nazionale palestinese il percorso imboccato dall’amministrazione americana non è accettabile. Il piano di pace viene ufficialmente boicottato. Scattano le prime ritorsioni di Trump, i tagli al budget dedicato agli aiuti alla Palestina. Poi finalmente a gennaio 2020 annuncia miliardi per i palestinesi se accetteranno le sue condizioni. Intanto ha scatenato la collera e il rifiuto palestinese di continuare a collaborare. La Lega araba è con loro nella protesa, ma con qualche distinto.