IL SULTANO IN TOUR

La striscia di sangue a Gaza e l’apertura dell’ambasciata americana a Gerusalemme hanno inasprito le relazioni tra Turchia e Israele. Lo scambio di accuse, il teatrino dell’espulsione dei diplomatici, umiliati ed esposti alla gogna mediatica, lo stallo dell’ONU e la recente riunione d’emergenza dell’Organizzazione per la cooperazione islamica danno il senso dell’agonismo geopolitico in campo. Recep Tayyip Erdogan punta a diventare la sintesi delle diverse anime dell’islam, e fare della Turchia la più grande potenza, non araba, nella regione. Per raggiungere il suo obiettivo sventola la bandiera di Al-Quds, la Gerusalemme araba, ergendosi a difensore dei fratelli sunniti palestinesi con l’obiettivo di isolare Israele. L’ambiziosa strategia del leader turco è tuttavia frenata da Egitto e Arabia Saudita, riguardevoli alle apprensioni, pressanti, della Casa Bianca. Erdogan è convinto di uscire vittorioso dalle prossime elezioni, anticipate a giugno, e a quel punto monopolizzare il potere, presentandosi quale leader supremo del Medioriente, con o senza l’esplicito appoggio di Washington.
Erdogan è un personaggio complesso, repentino nel cambiare gli amici in nemici giurati, come accadde con l’imam Fethullah Gulen e il presidente siriano Bashar al-Assad. Spietato persino con gli alleati, il delfino Davutoglu ha pagato la troppa notorietà ed è finito esautorato. È uno dei leader mediorientali più importanti e controversi, sfrontato nel caso della crisi tra i Paesi del Golfo: mentre offriva le credenziali di mediatore al di sopra delle parti ordinava l’invio di militari in difesa del Qatar. Diffida apertamente della Merkel, ricambiato, e dei paletti dell’Unione europea, posizionati un po’ alla rinfusa e ai quali risponde con la costante minaccia di riversare milioni di profughi alle frontiere. Ambiguo, volutamente, con l’Iran. Fedele, per ora, al matrimonio con Mosca, in un asse saldato da cooperazione energetica e militare. Mai amico dei curdi, impegnato in una pulizia etnica senza confini che dalla Siria potrebbe spostarsi fino all’enclave irachena.
Sul piano interno Erdogan ha prima dato benessere e sviluppo al Paese, quando è stato sul punto di traslocare nel condominio europeo ha buttato all’aria i risultati ottenuti esercitando il suo mandato in modo autoritario e illiberale, dimostrandosi un dittatore democratico e populista. Oggi però l’economia del Bosforo, nonostante i dati rassicuranti sulla crescita del Pil dei primi mesi del 2018, non è più quella del passato. Gli analisti prevedono un trend negativo, dovuto a vari fattori concomitanti: svalutazione della lira turca, inflazione e crescita dei tassi d’interesse, aumento dei costi delle materie prime ed esposizione del sistema bancario ad una fuga degli investitori. In piena campagna elettorale è stato accolto nella Londra della Brexit con il tappeto rosso dalla Lady May, ma bocciato dalla City per l’intenzione di mettere sotto controllo la Banca Centrale. Il Sultano di Istanbul ha sfidato l’Europa anche da dentro, appellandosi ai milioni di turchi che vi vivono. Germania, Belgio, Olanda e Austria hanno bandito i suoi comizi. E lui per rafforzare il tour elettorale ha scelto i Balcani e la piazza di Sarajevo, il cuore esplosivo di tanti conflitti disastrosi, dove unire idealmente i musulmani bosniaci e turchi nella conquista non delle mura di Vienna ma dei palazzi di Bruxelles. L’offensiva balcanica di Erdogan è da tempo in atto, miliardi di investimenti hanno riguardato Albania e Macedonia. Ha fatto costruire moschee e aprire scuole coraniche, seguendo un modello (quello dei centri culturali imam hatip dove si è formato lui stesso) che vorrebbe esportare dall’Italia alla Norvegia.
Cresciuto a Kasimpasa in un quartiere difficile di Istanbul, i residenti della zona sono comunemente associati ad un caratteristico comportamento spavaldo, ha sempre mostrato un atteggiamento arrogante: prima nel disprezzo per la èlite kemalista, laica e benestante, poi nel deridere i richiami dell’Europa ai diritti fondamentali e infine, nell’odio per Israele.

Elia il “profeta” dello sprint nel Medioriente dei conflitti

Il Giro d’Italia 2018 è il più importante evento ciclistico, e forse sportivo, che sia mai stato svolto in Israele. Concentrato morfologico per le tre tappe fuori dai confini dell’Europa: la zona collinare-montuosa della Giudea, la pianura costiera lungo il Mediterraneo e il deserto del Negev nella parte meridionale. Il percorso ha offerto ampia visibilità alla storia di questo stato, fondato nel ’48, e al suo, immenso, potenziale turistico. La partenza dalla città Santa nel nome di Gino Bartali, che eroicamente salvò centinaia di ebrei dalla follia nazifascista. La gara si è snodata nel circuito cittadino, all’ombra di luoghi simbolo di una terra da sempre contesa e ricca di sensazioni eterne. Il Giro ha sfiorato i palazzi delle istituzioni, dalla residenza del presidente alla Knesset, il parlamento. Un tracciato insidioso per i cambi di pendenza, che ha volutamente evitato tanto la parte araba quanto quella dell’enclave degli ebrei ortodossi: molto suscettibili nei confronti di chi non rispetta i precetti della Torah. Alla fine la cronometro individuale l’ha vinta l’olandese Tom Dumoulin, sbaragliando gli avversari. Terminato il prologo la carovana si è frettolosamente trasferita ad Haifa, dove si respira maggiore “tranquillità” tra le diverse comunità religiose presenti, lontano dalle tensioni gerosolimitane. Nella seconda giornata le squadre hanno lambito la cittadella di San Giovanni d’Acri (Akko): difesa dai crociati, conquistata dal Saladino ma non da Napoleone. Il cambio repentino di direzione della corsa ha consentito scorci suggestivi della Galilea, la piccola Toscana, tra le colline con i vigneti che si affacciano sulle acque azzurre di Cesarea. Qui le aggregazioni sioniste giunte sul finire del XIX secolo si insediarono dedicandosi all’agricoltura. Oggi nelle cantine è imbottigliato vino che la rivista Wine Spectator inserisce tra i top 100 al mondo. E che per poter essere certificato come kosher dal rabbino deve attenersi a principi e controlli in ogni singola fase della vinificazione. Nel tratto pianeggiante della periferia di Netanya, attraversato dalla corsa, è sorto il cuore pulsante delle start up high-tech, oltre 8mila aziende in tutto il Paese per un ecosistema dell’innovazione da 5miliardi di investimenti. A Tel Aviv, Elia Viviani ha tagliato il traguardo in un crescendo bagno di folla, calore mancato a Gerusalemme: indifferente, se non infastidita dall’evento. Il velocista italiano replicherà uno sprint vincente anche nella terza tappa, la frazione che partita da Be’er Sheva è giunta ad Eilat, ultimo fazzoletto di suolo israeliano. Paesaggio lunare nella strada numero 40 dalle costanti dune, zona di esercitazioni militari e impianti solari avveniristici. Scenari cartolina, movimentati dal cratere Mitzpe Ramon, dai villaggi beduini e dalle verdi serre dei kibbutzim. Colonie agricole basate inizialmente sulla proprietà comune e sull’esclusione del denaro come mezzo di scambio, che per continuare ad esistere si sono arrese al capitalismo, finendo alcune per essere quotate in borsa. Nei pressi del kibbutz di Sde Boker è sepolto David Den Gurion, padre della patria, che scelse di trascorrere gli ultimi anni di vita in una delle tante comunità a conduzione collettivistica presenti in Israele. Tappone desertico, pietre e sabbia dalle tante sfumature, suggestioni leggendarie con le bibliche Miniere di re Salomone a Timna. Sul Mar Rosso, nel cuneo del golfo di Aqaba, la maglia rosa indossata dall’australiano Rohan Dennis chiude la parentesi estera del 101° Giro. Placato, in parte, il dibattito intorno alla scelta di correre in una terra di profonde contraddizioni. Mentre, proseguono le proteste palestinesi al confine di Gaza e nuovi venti di guerra spingono al conflitto con l’Iran. Giornate tumultuose all’orizzonte, tempi delicati per la politica, con lo sport in bilico tra il messaggio universale di pace del ciclismo e la propaganda di una nazione salda, nel caos del Medioriente.

L’algoritmo del cyber crime

A Trieste scoperto un minorenne italoalgerino pronto a compiere un’azione terroristica, rintracciato in chat. La matrice del terrorismo corre in rete. Lo scandalo Facebook si allarga, “spiati”, consciamente o inconsciamente, 87 milioni di utenti del colosso dei social network. Nell’inganno orchestrato, legalmente, da una agenzia di marketing sarebbero coinvolti oltre 200mila followers italiani, sui cui l’Antitrust ha aperto un’istruttoria. In piena tempesta mediatica lo stesso fondatore Mark Zuckerberg, ammettendo la falla etica del sistema, si è difeso annunciando di aver oscurato centinaia di pagine e profili legati ad una agenzia russa specializzata nel fabbricare messaggi anonimi e provocatori (troll), per diffondere notizie false (fake news) e influenzare elezioni straniere. In questi giorni nel nostro Paese la polizia ha smantellato diverse cellule ritenute jihadiste, composte per lo più da giovani che sui principali social (Facebook, Instagram, Twitter) rilanciano la propaganda della guerra santa, reclutano seguaci, inneggiano al martirio, esaltano il valore ed il coraggio dei combattenti in nome di Allah. Nel mirino degli investigatori la scoperta di profili, collegati a blog e community “intrise di retorica jihadista”.

Nel corso degli anni siamo passati dal periodo in cui l’hacker era un lupo solitario, con una propria ideologia anarcoide, ad una fase in cui agisce all’interno di un branco coeso, più o meno riconducibile a stati, movimenti politici o economici che tesserebbero esternamente le file. La strategia sovversiva è infliggere un danno economico e d’immagine rilevante, causando instabilità politica. Talvolta chiedono un ricatto, di solito in valuta di Bitcoin, difficilmente rintracciabile. L’espandersi dei crimini sul web ha ovviamente innescato una reazione protettiva e preventiva, la cyber security. Società quotate alla Borsa di New York, con un mercato che si stima aggirarsi intorno ai 300miliardi di dollari nei prossimi 7 anni. Aziende di sicurezza che assumono esperti informatici, ingegneri, consulenti militari e professionisti dell’intelligence, impegnati a fronteggiare una guerra quotidiana senza confini. L’obiettivo preferito dai pirati informatici 2.0 è l’aviazione civile.

Nel 2016 a poche settimane dall’esito del voto statunitense l’autorevole quotidiano Washington Post aveva rivelato che l’Agenzia Centrale di Intelligence americana stava indagando sull’intervento diretto del Cremlino nella campagna elettorale, in supporto del candidato repubblicano. Lo spettro degli hacker russi sul voto americano e sull’esito del referendum pro Brexit in Gran Bretagna, sono aspetti su cui fare luce. La portata, sull’uso improprio di dati personali di utenti di Facebook da parte dell’azienda di marketing online Cambridge Analytica, fa capire l’entità del problema. Evidenziando un buco nero nella privacy, nella corretta e libera informazione, ma sopratutto un’incognita per la democrazia.

Lo scorso mese, la polizia indonesiana ha compiuto una serie di arresti per la promulgazione di notizie false sul web, che nasconderebbe una strategia di manipolazione dell’informazione da parte di un’organizzazione fondamentalista islamica, riconducibile alla sigla del sedicente esercito MCA (Muslim Cyber Army). Il gruppo è accusato di voler diffondere odio etnico e religioso. Secondo gli inquirenti l’organizzazione è strutturata intorno ad un gruppo di whatsapp, con due squadre operative: una dedita a diffondere contenuti sul web e l’altra a lanciare virus informatici.

Bugie e mistificazioni che viaggiano incontraste nel più grande paese a maggioranza musulmana al mondo. Mettendo in luce un sistema operativo di matryoshke, con scatole di centinaia di programmi (bot) che agiscono in modo automatico e autonomo per generare, distribuire messaggi propagandistici e virus. Tra la minaccia globale del terrorismo e la possibilità di un voto hackerato, nella rete si nascondono pericolosi programmi criminali.

MORTE NELLA STRISCIA PALESTINESE

La Primavera della protesta palestinese è iniziata con un bagno di sangue. Lungo il confine di Gaza avrebbe dovuto svolgersi una manifestazione dedicata al Giorno della Terra, la prima di una lunga serie, per ricordare i territori confiscati da Israele. La propaganda di Hamas ha prontamente aderito all’evento. Dall’altra parte della frontiera i soldati israeliani ricevevano l’ordine di sparare. Alla fine manifestanti uccisi e feriti. Tutto questo a poco più di un mese dall’apertura dell’ambasciata americana a Gerusalemme e nei giorni che precedono la ricorrenza della tragedia palestinese, la Nakba. Il livello di tensione si alza notevolmente. Con un movimento palestinese destinato a crescere nei prossimi giorni, nelle cui file affluisce un fiume di giovani. E che coagula differenti componenti della politica palestinese, da chi professa l’approccio non violento, alle frange di miliziani fondamentalisti. Gaza in queste ore è una pentola a pressione. Una “prigione” che ospita quasi 2milioni di palestinesi, in un fazzoletto densamente popolato dove comanda il regime di Hamas. A partire dagli anni ’90 Israele ha introdotto la limitazione di movimento ai cittadini della Striscia. Ma solo nel 2007 Egitto e Israele mettono i sigilli alle frontiere. Allo stesso tempo, Ramallah entra in collisione con Gaza, la frattura politica tra Fatah e Hamas si incancrenisce e diventa anche geografica.
A Gaza oggi la situazione di criticità è endemica nei servizi, da quelli idrici alla sanità. Peggiorata da scarse forniture di carburante e dalla ripetuta emergenza elettrica. Israele che dal 2017 aveva tagliato l’elettricità, ha ripreso la fornitura. Le spese sono a carico dell’Autorità Nazionale Palestinese, riluttante a coprire i debiti di Hamas. È collasso anche nella gestione dei rifiuti, decine di migliaia di tonnellate di spazzatura lasciata in strada a marcire. A febbraio 12 ospedali pubblici non erano in grado di fornire la diagnostica. Uno stop aggravato dallo sciopero del personale medico per il mancato pagamento degli stipendi arretrati. Gli aiuti internazionali, pur rilevanti, non bastano a migliorare il contesto. La sforbiciata di Trump ai fondi umanitari delle Nazioni Unite per i profughi palestinesi ha trovato altri canali di finanziamento. Chiudere la borsa è stato l’ultimo affronto pubblico di Trump ad Abu Mazen. Le relazioni tra USA e Palestina sono ormai compromesse dal riconoscimento di Gerusalemme quale capitale di Israele, avvenuto lo scorso dicembre. Decisione che ha isolato Washington sul piano internazionale, provocando una reazione nel mondo arabo, anche fuori i confini del Medioriente. Trump potrebbe decidere di partecipare personalmente all’inaugurazione della nuova sede diplomatica di Gerusalemme, nel qual caso l’erede di Arafat non avrebbe alternative a rispondere con una dichiarazione di pari portata: se non “guerra” quasi.
La scelta della Casa Bianca ha alimentato contrapposizione, lasciando il cielo della Terra Santa a falchi, pronti a gettare benzina sul fuoco. Ismail Haniyeh, leader di Hamas, minaccia che: “non cederemo un pezzo di terra di Palestina, né riconosceremo l’entità israeliana”. Proclama bellico che estende a Trump: “Promettiamo di non rinunciare a Gerusalemme ”. Jason Greenblatt, inviato statunitense per le negoziazioni tra Israele e Palestina, ha lanciato pesanti accuse incolpando a sua volta Hamas di “incoraggiare una marcia ostile” e “istigare alla violenza”. Ormai in secondo piano Abu Mazen, relegato in una posizione marginale, compromessa dall’età e dalla salute. Il suo partito Fatah non è al momento in grado di veicolare o controllare la protesta, tantomeno a Gaza. In questa fase l’escalation garantirebbe quindi ad Hamas un maggiore consenso popolare e una posizione di forza. Che potrebbe sfruttare nella scelta del futuro presidente del popolo palestinese. Sul fronte israeliano, qualsiasi conferma che non esiste una controparte con cui dialogare, porta solo acqua al mulino di Netanyahu.

IL FARAONE SENZA AVVERSARI

In Egitto è iniziato lo spoglio delle schede, l’ufficialità del risultato la prossima settimana, ma l’esito del voto è scontato: vince Abdel Fattah al-Sisi. Dopo che una serie di “defezioni” a catena hanno azzerato la rosa degli avversari e trasformato le elezioni presidenziali in una sorta di referendum.
Avrebbe potuto rappresentare una minaccia all’attuale leadership Sami Anan, in passato esponente di spicco del Consiglio Supremo delle forze armate egiziane: annunciata la sua candidatura è stato arrestato. Stessa sorte hanno subito l’avvocato per i diritti umani Khaled Ali e l’ex primo ministro Ahmed Shafik, che in seguito alla sconfitta nel ballottaggio per la successione a Hosni Mubarak aveva preferito un lungo esilio negli Emirati Arabi. Entrambi avevano pubblicamente dato disponibilità a sfidare il Feldmaresciallo. Fuori gioco anche il colonnello Ahmed Konsowa, che aveva espresso l’intenzione di correre, è finito in carcere, con l’accusa di violare il codice militare.
Ritiratosi, infine, Anwar Sadat, discendente della casata del presidente egiziano ucciso nel 1981, inviso da tempo alla cerchia di al-Sisi, espulso dal Parlamento egiziano con l’accusa di avere divulgato informazioni sensibili alle cancellerie occidentali.
Insomma, uno stillicidio che ha ridotto la lista dei pretendenti faraoni. Alla fine, l’unico antagonista ad al-Sisi è stato Mousa Mustafa Mousa, politico di secondo piano della scena egiziana. A capo di una formazione liberale, il partito Ghad, apertamente filogovernativo e favorevole, sino a poche settimane fa, alla rielezione di al-Sisi. Per l’opposizione Mousa è un candidato di facciata: “un pupazzo in una elezione farsa”.
Il clima d’intimidazione e repressione da parte del regime ha colpito anche la stampa indipendente. A partire dallo scorso dicembre, con la campagna elettorale alle porte, 20 giornalisti sono finiti dietro le sbarre. Nella classifica annuale sulla libertà del giornalismo nel mondo, redatta da Reporters Senza Frontiere, l’Egitto è nelle ultime posizioni. Organizzazioni non governative hanno espresso dure accuse all’uso sistematico della tortura nelle carceri e durante gli interrogatori.
Nel gennaio 2012 aperte le urne per la composizione del parlamento il braccio politico dei Fratelli musulmani, Libertà e Giustizia, raccoglieva il 47% delle preferenze. La seconda compagine nell’Assemblea del popolo era risultata il partito salafita Al Nour, 120 rappresentanti eletti tra proporzionale e uninominale. In totale le forze islamiche radicali avevano raccolto oltre il 70% dei voti, staccando nettamente il blocco di area laica. La successiva incoronazione di Mohammed Morsi allo scranno presidenziale fu una pura formalità. La parentesi di governo della Fratellanza che ne seguì ebbe vita breve. Per sbarazzarsi di Morsi l’esercito mise in atto il golpe che portò al-Sisi al potere. Ascesa culminata con il voto bulgaro del 2014.
L’Egitto è oggi un monolite, con una popolazione che sfiora i 100milioni. Il 90% del bilancio dello stato copre le spese di un apparato mastodontico, dove prevale la corruzione. In un Paese stretto nella morsa della svalutazione monetaria e della povertà, attraversato dalla paura del terrorismo. Con un modello autoritario che calpesta, impunemente, i diritti.
Per l’Italia la riconferma di al-Sisi è un segnale di luci e ombre. l’Egitto è un attore protagonista nella regione, in Libia è schierato al fianco del generale Haftar, che controlla la parte est del Paese. E che ha dimostrato un rapporto alterno, spesso poco amichevole, nei confronti dell’Italia.
Dal punto di vista economico invece i rapporti tra Roma e il Cairo sono idilliaci, un network di interessi lega saldamente i due stati. L’Egitto è stata la prima grande avventura estera di Enrico Mattei, e oggi Eni è partner del progetto di Zohr, il più grande giacimento di gas nel Mediterraneo.
Mentre, la questione più dolorosa è la ferita aperta dall’omicidio di Giulio Regeni. L’Italia chiede verità, al-Sisi risponde con un muro di gomma.

LA POLTRONA DI ARAFAT

Mentre, la notizia del ritiro dalla politica del presidente palestinese Abu Mazen prende consistenza a Gaza il Primo Ministro Rami Hamdallah scampava, illeso, a un attentato. Hamas che controlla la Striscia ha negato veementemente ogni coinvolgimento nell’episodio. Che potrebbe invece significare l’innalzamento delle lotta interna al campo palestinese, con le frange più radicali del jihadismo intenzionate a compromettere il difficile colloquio di conciliazione tra i due principali partiti palestinesi, Fatah e Hamas. Processo di unità nazionale impantanato in un clima di sospetto reciproco e scambio di pesanti accuse. Infuocata, anche la campagna per la successione alla poltrona che fu di Arafat. Mr Palestina, l’uomo dalle sette vite si spense in Francia l’11 novembre 2004. Da mesi viveva confinato nel palazzo presidenziale della Muqata, nell’ala del complesso che l’esercito israeliano non aveva raso al suolo con i bombardamenti. Invecchiato, ambiguo, megalomane e molto sospettoso, forse a ragione. La parabola di Arafat volgeva al termine, ormai, era internazionalmente isolato e il mito dell’eroe nazionale offuscato, dagli errori politici e dai segreti finanziari. Dopo i funerali il partito di Fatah passò di fatto in mano a Mahmud Abbas, meglio noto con il nome di Abu Mazen, che iniziò la scalata al potere culminata con l’elezione a Presidente nel 2005. Prima di allora aveva ricoperto vari incarichi, da Segretario Generale dell’OLP a capo delegazione durante i colloqui di pace con Israele. Per un breve periodo era stato Primo Ministro, dimettendosi dopo la rottura dei rapporti con lo stesso Arafat. Meno pittoresco e carismatico del suo predecessore è da sempre considerato una figura moderata all’interno del movimento per la liberazione della Palestina. Ha saputo intrecciare ottime e solide relazioni con la Casa Bianca, confermate sino all’avvento di Trump. Abu Mazen ha rappresentato per l’Occidente il referente politico e garante della causa palestinese, fiducia e credito mai venute meno da parte di Bruxelles. Sopratutto dopo l’affermarsi di Hamas nelle urne e l’instaurarsi del regime islamista a Gaza. Attualmente le trattative di riconciliazione nazionale, più volte evaporate, reggono grazie alla delicata mediazione egiziana e al sostegno economico promesso dai sauditi. Se l’accordo dovesse tenere il capo di stato palestinese è disponibile ad indire nuove elezioni legislative per il 2018, sulle quali però non avrebbe modo di incidere. È la vigilia del capitolo finale della sua lunga carriera, il livello di popolarità è assai ridotto rispetto al plebiscito della sua nomina e il sistema di corruzione nel suo partito è dilagante. Oggi alla soglia degli 83 anni e con 13 anni consecutivi di presidenza Abu Mazen è malato, secondo fonti di stampa le condizioni sarebbero peggiorate negli ultimi mesi, al punto che le dimissioni parrebbero imminenti. Aprendo la via ad una nuova era politica, tra mille incognite. Il contesto è critico: gli USA di Trump hanno rotto l’argine del contrappeso diplomatico con la scelta di riconoscere Gerusalemme capitale di Israele e di tagliare i finanziamenti all’Agenzia delle Nazioni Unite UNRWA; gli accordi di Oslo sono morti e i diritti dei palestinesi ancora negati; nei sondaggi Hamas è la prima forza e l’espansione degli insediamenti dei coloni in Cisgiordania è irrefrenabile; livello di disoccupazione giovanile è ai massimi storici e la situazione umanitaria a Gaza è gravissima. La possibilità di una nuova escalation di violenza tra la Striscia di Gaza e Israele è una spada di Damocle implacabile. In questo quadro, l’uscita di scena di Abbas potrebbe favorire la corsa di un suo nemico giurato Mohammed Dahlan, politico palestinese in esilio e molto considerato a Tel Aviv. Prende forza nelle ultime ore la possibile candidatura del nipote di Arafat, Nasser al Qudwa, già ambasciatore al Palazzo di Vetro. La resa dei conti è alle porte, l’ultima parola però spetta al carcerato Marwan Barghuthi, il più temuto e rispettato in Palestina.

LA GUERRA DEL SULTANO AI CURDI

L’offensiva turca in Siria, dopo un primo cedimento delle forze curde, sembra essere entrata nel vivo di una guerra che potrebbe ben presto trasformarsi in un conflitto di logoramento. L’operazione “Ramoscello di Ulivo” lanciata da Erdogan contro l’enclave curda di Efrin incomincia ad incontrare le prime resistenze.
Ed è destinata, prima o poi, ad allargare il fronte ad altre aree, dentro e fuori la Siria. Gruppi di curdi iracheni si appresterebbero ad attraversare il confine per correre in aiuto dei fratelli di Efrin, come fatto a Kobane. La partita militare e geopolitica è appena iniziata. Usa, GB, Germania e Francia hanno fortemente criticato l’invasione turca. Altre volte le truppe di Ankara erano entrate in suolo siriano per punire la minaccia “terroristica”, senza innescare la reazione internazionale.
E tantomeno, le incursioni avevano provocato il malcontento di Assad, che in cambio di accordi economici vantaggiosi con i vicini cugini aveva tollerato ripetuti sconfinamenti. Nel nome di una amicizia, rafforzata dagli ottimi rapporti intercorsi per anni, tra il dittatore di Damasco e il Sultano di Istanbul: incrinata solo dall’espandersi della guerra civile e dall’implosione del regime.
Oggi, dopo la certificata sconfitta del Califfato, Assad controlla circa la metà del Paese, nella restante parte l’influenza curda è sicuramente quella più significativa. Spalleggiata, organizzata e aiutata, dagli americani. Ufficialmente la linea di Trump, espressa in queste ore da Tillerson, è che dopo l’Isis il vero nemico da fermare nella regione sia l’Iran. Il segretario di stato statunitense, in una recente dichiarazione rilasciata alla Stanford University, ha tratteggiato il disegno politico e strategico a stelle e strisce nell’area: mantenere una presenza militare sul campo e non destabilizzare le conquiste fatte dai curdi.
Si tratterebbe quindi di un approccio morbido nei confronti di tutti gli attori in campo, in particolare un credito alla Russia in termini di maggiore flessibilità sui tempi della riunificazione, o spartizione, della Siria. L’obiettivo finale dichiarato da Washington resta comunque la destituzione definitiva di Assad e la sua sostituzione con democratiche elezioni. Continuando in questa fase di transizione a supportare le forze curde stanziate ad Efrin, che appartengono alle Unità di protezione del popolo (Ypg), il braccio armato delle Forze democratiche siriane (Sdf).
Il Pentagono sarebbe impegnato ad allestire un esercito curdo di 30mila uomini. Una coltellata alla schiena per Erdogan, che è passato all’azione. Dopo essersi segretamente consultato con Russia e Iran, siglando un tacito accordo che avrebbe messo in secondo piano anche la politica di de-escalation militare di Mosca in Medioriente. Putin informato delle intenzioni di Erdogan avrebbe dato il semaforo verde all’operazione, ritirando prima dell’attacco i suoi osservatori schierati nella provincia di Efrin.
Inoltre, i comandi militari turchi, in queste ore, opererebbero in stretto contatto con i colleghi dell’ex armata sovietica, per evitare il ripetersi della crisi innescata nel novembre 2015 in seguito all’abbattimento di un caccia russo. Evento che portò il gelo tra i Palazzi di Ankara e quelli della Piazza Rossa, rallentando drasticamente i lavori di costruzione del Turkish Stream (il gasdotto che dal Mar Nero arriverà in Europa meridionale). Lo scenario rispetto ad allora è molto mutato, Erdogan e Putin hanno seppellito l’ascia di guerra ed i benefici del sodalizio sono andati proprio a Gazprom. Al momento, il colosso energetico russo valuterebbe la possibilità di cambiare l’approdo finale della tubatura, preferendo alla Grecia la Bulgaria. Decisione che chiamerebbe in causa sia l’Ue che, ovviamente, la Turchia.
Ed è da molti analisti ritenuto plausibile che sul tavolo del nulla osta all’operazione “Ramoscello di Ulivo” possa esserci finita anche questa nuova scelta geografica ed economica. La pace del gas tra lo Zar e il Sultano è pagata con il silenzio della questione curda.

L’OROLOGIO DELLA RIVOLTA TUNISINA

La Tunisia è a rischio di deragliare. La collera dei giovani per il carovita da giorni infiamma le piazze delle periferie, sprigionando violenza e saccheggi. E lo stato risponde con l’esercito per reprimere, e contenere, la protesta. La scintilla che ha fatto esplodere la rivolta è stata l’introduzione di una finanziaria di sangue e dolore: imposte alzate per i beni di prima necessità, dalla benzina ai generi alimentari. Austerità che colpisce anche telefoni e internet. E c’è chi pensa che l’unica alternativa è imbarcarsi per l’Italia.
Da quando è stata “romanticamente” rovesciata la dittatura sette anni fa, la Tunisia ha attraversato un periodo travagliato e drammatico con l’acutizzarsi del terrorismo. I progressi compiuti sul piano dei diritti, introdotti sull’onda del “successo” della Rivoluzione dei Gelsomini, si sono arenati, la fase di transizione non ha scardinato il nepotismo, il sistema di corruzione e l’apparato burocratico del vecchio regime ha mantenuto saldamente il controllo del potere. Mentre, il persistere della crisi economica che attanaglia le famiglie ha minato la fiducia nell’esecutivo di Youssef Chahed, la cui popolarità è ai minimi.
Disoccupazione intorno al 15%. Un terzo dei giovani non ha sbocchi di lavoro. Per coloro che hanno un posto il problema è il basso livello del salario, la media è 150€ al mese. Il quadro macroeconomico è altrettanto debole. Inflazione che supera il 5%. Il dinaro la valuta locale in picchiata. Crescita deludente, con il deficit commerciale che sfiora i 6 miliardi di dollari. L’industria del turismo, una volta il pilastro dell’economia del Paese, a causa degli attentati è a terra e non riesce a sollevarsi.
Usa, Francia, Italia insieme a molti altri stati europei e non hanno nel corso di questi anni messo a disposizione del governo di Tunisi piani d’assistenza considerevoli, con centinaia di milioni di dollari in crediti, vendita di armi, condivisione dell’intelligence e programmi di cooperazione in vari settori chiave. Azioni insufficienti a curare una situazione endemica.
Un anno dopo la fine della dittatura di Ben Ali i sondaggi indicavano che il 70% della popolazione avrebbe preferito una democrazia ancora instabile e imperfetta piuttosto che un governo autoritario. Gli ultimi rilevamenti ribaltano completamente l’opinione della gente, la maggioranza assoluta è oggi convinta che la democrazia è un lusso che non vale la candela: più pane meno libertà, lo slogan demoralizzante che accompagna il dissenso.
Un secolo prima dell’anno zero, il grande impero di Cartagine nel Maghreb era alla vigilia della sua caduta e distruzione per mano di Roma. Un crollo che minaccia di ripetersi dopo duemila anni, con l’attuale governo assediato non dalle legioni dei centurioni romani ma da: tassi di prestiti internazionali, terrorismo, crisi economica e disfunzione politica. Se la Tunisia, in collaborazione con la Comunità Internazionale, non riuscisse a trovare una soluzione – a frammentazione e disuguaglianze sociali – il primo effetto che ci dobbiamo aspettare è una ondata di rifugiati e migranti. La destabilizzazione della Tunisia provocherebbe di riflesso un vuoto anche nell’ideologia araba. Segnando la fine della credibilità del sogno di un possibile modello di democrazia esportabile nel Medioriente, dilaniato da interminabili conflitti e orrende guerre civili. Altro caos nelle sollecitate regioni della sponda meridionale del mar Mediterraneo andrebbe inoltre, ad alimentare il diffondersi della metastasi jihadista nelle aree più povere, dove cellule terroristiche trovano terreno fertile, protezione e base organizzativa.
Le elezioni legislative e presidenziali previste per l’anno prossimo sono cruciali per verificare l’assetto democratico. Arrivare a quella data fatale senza riforme salariali e sviluppo occupazionale, con l’esercito a presidiare le strade, non è il modo migliore per mostrare che nel mondo arabo la “primavera” può ancora fiorire.

TRUMP PROVA A COMPRARE I PALESTINESI

Trump e una nuova ossessione, i palestinesi. Ad infastidire il chiomato presidente della prima potenza mondiale sono pochi milioni di palestinesi, la maggior parte dei quali vive sotto occupazione israeliana o in campi profughi sparsi per il Medioriente. L’inquilino della Casa Bianca non ha digerito il rifiuto ad accettare la sua proposta per Gerusalemme capitale di Israele ed è passato alle minacce via tweet. Dimostrando di essere un capo di stato tutt’altro che banale e innocuo. È un prepotente che aspira a edificare un ordine geopolitico irrazionale perchè centrato su contrapposizione ed esclusione. Trump nel tentativo di convincere la riluttanza, e resistenza, palestinese a sottomettersi al suo programma, ha giocato la carta bieca del ricatto dei dollari. Scoprendo che la Palestina non è in vendita e non si piega servilmente a diktat.
Un recente studio della Banca Mondiale “profetizza” un boom record per l’economia palestinese nei prossimi dieci anni, con un tasso di crescita del 6%, stimando 50mila nuovi posti di lavoro nella Cisgiordania e 60mila a Gaza. A fronte di un’attuale percentuale di disoccupazione che oscilla intorno al 30, e raggiunge punte superiori al 40% in alcune aree della Striscia di Gaza. Nel rapporto della Banca Mondiale è evidenziato come il potenziale sviluppo economico andrebbe a colmare le odierne lacune: scarsi investimenti nella formazione professionale, assenza di un catasto, carenza di riforme fiscali, incapacità di uniformare la riscossione delle imposte, insufficiente qualità dei servizi al cittadino e un maestoso esercito di statali da razionalizzare. A medio termine il quadro della Palestina presenterebbe promettenti possibilità per una crescita sostenibile, naturalmente siamo nell’ambito delle ipotesi, lontani dalla realtà. Due fattori condizionano e determinano il futuro dei palestinesi: il conflitto israelopalestinese e gli aiuti internazionali. Secondo l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OECD), negli ultimi 25 anni sono stati investiti in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza oltre 35 miliardi di dollari in aiuti. Per una media di 560 dollari pro capite all’anno. Cifra che pone il popolo palestinese tra i primi beneficiari di fondi non militari al mondo. Washington nel 2016 avrebbe erogato 616 milioni dollari a Ramallah, circa la metà convogliati nel programma dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso ai rifugiati palestinesi (UNRWA). I principali stati mondiali impegnati nelle donazioni (ufficiali) ai palestinesi sono: USA, Unione Europea, Arabia Saudita, Norvegia, Germania e Gran Bretagna. È quindi evidente come l’eventuale blocco dei contributi americani avrà una pesante ricaduta, che induce a riflettere sul funzionamento del sistema di donazioni frutto dell’impalcatura degli accordi di Oslo del 1993 e giunto sino ai giorni nostri, un metodo fatto di enormi flussi di denaro che non è riuscito ad impedire lo sgretolamento del quadro politico che l’aveva generato. I miliardi riversati nelle casse dell’Autorità Nazionale Palestinese, e nei conti privati di Arafat, non hanno accelerato la nascita di uno stato indipendente e sovrano, al contrario hanno parallelamente finito per convivere con il paradigma dell’occupazione e dell’espansione delle colonie illegali israeliane. Producendo una distorsione nel progresso dei diritti dei palestinesi. Inducendo una sorta di dipendenza da donazioni internazionali, aiuti che non sono stati in grado di portare positivi cambiamenti al livello di vita palestinese, in taluni casi hanno persino aggravato la situazione di settori chiave: sanità pubblica, agricoltura ed export. In Palestina la solidarietà internazionale ha raggiunto dimensioni industriali, senza perseguire gli obiettivi strategici fissati. Un fallimento che però non può assolutamente giustificare l’approccio dell’amministrazione Trump, dove si teorizza il riconoscimento “giuridico” all’occupazione e la negazione di un popolo.

TRUMP E I SIONISMI

L’anno appena concluso ha visto Trump ordire la sua vendetta contro l’Onu, tagliandogli i fondi per aver boicottato e condannato la sua decisione di riconoscere Gerusalemme capitale di Israele. Nella città Santa il 2018 si apre con il partito di destra del premier Netanyahu che spinge pubblicamente per annettere gli illegali insediamenti israeliani in Palestina. Il conflitto israelopalestinese è per sua natura alimentato da ideologie religiose e pretese politiche, e viceversa da pretese religiose e ideologie politiche, che inaspriscono la contrapposizione fomentando la violenza senza fine.
“Io continuo ad essere fiducioso nel raggiungimento di una pace basata sul principio due popoli – due Stati, sebbene la colonizzazione che Israele ha portato avanti negli ultimi decenni in Cisgiordania metta sempre più a rischio la possibilità che sorga uno Stato palestinese indipendente dotato di una minima contiguità territoriale. Proprio perché penso che questa sia la strada da perseguire, auspico un impegno forte della comunità internazionale in tal senso. Vista la posizione dell’amministrazione Trump, ripongo ovviamente le mie speranze nell’Unione Europea, a patto che Bruxelles abbia la consapevolezza che il tempo rimasto per la creazione di uno Stato palestinese degno di questo nome è molto poco e agisca con coerenza e rapidità”. A parlare è Arturo Marzano docente di Storia del Medio Oriente e Storia del conflitto arabo-israeliano all’università di Pisa, autore del volume Storia dei sionismi. Lo stato degli ebrei da Herzl a oggi (Carocci, 2017).
Professor Marzano quanto l’idea di Gerusalemme capitale è presente nel pensiero sionista?
“Da quando il movimento sionista, nel 1905, decise di scegliere la Palestina, allora parte dell’Impero Ottomano, come il luogo della realizzazione della propria rinascita nazionale, Gerusalemme ha avuto un ruolo centrale. Non è un caso che proprio a Gerusalemme sia stata fondata nel 1918 l’Università ebraica e che subito dopo la Guerra del 1948 Gerusalemme ovest – la parte orientale era passata sotto controllo giordano – sia stata scelta come capitale del neonato Stato. Con la Guerra dei Sei Giorni e la conseguente conquista della città vecchia – dove si trova il Muro occidentale (Kotel), il luogo più sacro per l’ebraismo – poi, Gerusalemme ha assunto un ruolo ancora più rilevante dal punto di vista identitario”.
L’annuncio di Trump ha scatenato il caos, perchè una mossa così avventata?
“Il riconoscimento da parte di Trump di Gerusalemme come capitale di Israele è dovuto, da un lato, a fattori di politica interna – mobilitare ulteriormente i propri elettori riconducibili alla destra evangelica filo-israeliana – e, dall’altro, a elementi di politica internazionale, vale a dire segnare la discontinuità con la prevedente amministrazione Obama rispetto al processo di pace israelo-palestinese e riaccendere lo scontro con l’Iran con l’obiettivo di smantellare l’accordo sul nucleare”.
Il pacifismo israeliano è una realtà radicata nella società, la politica di Netanyahu è vincente da due decadi nelle urne: è questa la grande spaccatura di Israele?
“Sono tante le divisioni all’interno della complessa e multiforme società israeliana. A mio avviso, la più rilevante frattura è attualmente quella tra due visioni di Israele. Da un lato, quella che si identifica con l’espressione Medinat Israel (Stato di Israele), che considera fondamentale l’esistenza di uno Stato ebraico indipendentemente dai suoi confini ed è, dunque, disposta ad un compromesso territoriale con i palestinesi. Dall’altra, la visione che si identica con Eretz Israel (Terra di Israele) e che ritiene essenziale il mantenimento del controllo su Giudea e Samaria (cioè la Cisgiordania), occupate nel 1967. Mentre per la prima tendenza rinunciare ai Territori palestinesi occupati significherebbe il proseguimento del sogno sionista, per la seconda il ritiro da quei territori significherebbe al contrario la fine stessa del sionismo”.
Nazionalismo palestinese e nazionalismo israeliano troveranno mai un punto d’incontro o rappresenteranno l’eterna contrapposizione di due mondi, e due popoli, inconciliabili?
“Non userei espressioni come “eterna contrapposizione”. Nonostante il conflitto sia chiaramente la realtà prevalente, sono esistiti in passato ed esistono tuttora numerosi esempi di collaborazione tra israeliani e palestinesi. Le organizzazioni non governative congiunte come “Combattenti per la pace”, tra le tante, lo confermano”.
La contesa di Gerusalemme è un libro aperto, pagine drammatiche di un conflitto secolare, dove le strategie imperialiste britanniche in passato e la visione trumpiana oggi continuano a giocare un ruolo inopportuno.