MISSIONE ABRAMO PER FRANCESCO

Il primo viaggio evangelico di papa Francesco nell’era della pandemia è ormai prossimo, destinazione Iraq. Arrivo in Medioriente il 5 Marzo e ritorno a Roma il giorno 8. Tour dalle mille criticità. L’incontro con i fedeli a Baghdad, le tappe a Najaf, Nassiriya e Qaraqosh. La messa conclusiva domenica 7 marzo a Erbil. La parola sicurezza è quella che determinerà se il viaggio verrà cancellato o meno nelle prossime ore. Se così non fosse quello che ci attende è una visita in modalità Bergoglio, piena di messaggi dal forte valore simbolico. A partire dall’incontro interreligioso previsto presso la Piana di Ur, luogo della nascita secondo la tradizione biblica del profeta Abramo. Comune radice per cristiani, ebrei, musulmani e baha’i. Religioni monoteiste o del Libro e per estensione anche abramitiche. Non a caso il nome di Abramo è stato recentemente legato all’accordo di pace tra Israele e diversi Stati arabi, dal Marocco al Bahrein. Abramo identificato quindi come capostipite della fede. Per il Cardinal Martini: “primo esempio drammatico di obbedienza della mente”. L’altra lettura invece lo vuole espressione di totale asservimento che sfocia nella cieca schiavitù. Sono le due facce del modello Abramo, una che porta al dialogo e l’altra alla violenza religiosa. Quale di questi due percorsi ha intrapreso il Pontefice è noto. Come del resto ben sappiamo quale strada disseminata di sangue hanno lasciato in questi anni i seguaci del fondamentalismo jihadista. Due visioni opposte, quella del “Siete tutti fratelli” voluto da Francesco come motto-logo del viaggio apostolico e quella dello strumento delirante della “guerra santa” dell’Isis per rifondare il califfato. Un regno infernale da dove non solo i cristiani, quando hanno potuto, sono stati costretti a fuggire, dopo una millenaria presenza. E ai quali Francesco dedica questo pellegrinaggio dai tanti risvolti politici. Il faccia a faccia a Najaf con la massima autorità sciita in Iraq ovvero l’Ayatollah Sayyid Ali Al-Husayni Al-Sistani potrebbe aprire un capitolo nuovo nelle relazioni tra il Vaticano e il mondo sciita. Al-Sistani gode di ampia credibilità internazionale. Investito di una forte presa sulla popolazione, è considerato politicamente un moderato. Leader molto rispettato sia dalla comunità sunnita che curda, svolge un ruolo determinante negli attuali assetti politici dell’Iraq post Saddam Hussein. È stato di fatto l’artefice della caduta di due primi ministri Nuri al-Maliki e Abdel Abdul Mahdi, e il vero perno del governo di “transizione” di Ayad Allawi, nominato dalle forze di occupazione. Al-Sistani ha resistito, almeno per ora, al tentativo di essere marginalizzato da parte della corrente di Muqtada al-Sadr. Altra figura chiave dei giochi di potere a Baghdad. A capo dell’ala più militante. Ha lanciato la “resistenza” armata contro “l’invasore” statunitense e non teme l’Iran. Figura scomoda. Intanto, papa Francesco in questo periodo di lockdown e quaresima ricorda che “non si dialoga con il Diavolo”.

LE TENEBRE E LA NEBBIA DELL’AFRICA, IERI E OGGI

Nella nostra storia contemporanea abbiamo già avuto modo di scrivere pagine tragiche ricordando coloro che sono caduti durante missioni di pace, compiendo gesti di solidarietà e umanità. La loro memoria è entrata nella cultura di intere generazioni come del resto i luoghi lontani dove hanno perso la vita, da Nassiriya a Gaza, da Farah a Beirut. E infine Kanyamahoro, nella Repubblica Democratica del Congo, dove sono morti l’ambasciatore Luca Attanasio, il carabiniere Vittorio Iacovacci e il loro autista. Vittime del fanatismo e di forti interessi economici e geopolitici internazionali. Nel Novembre del 1961 la notizia dell’avvenuto massacro nel Congo di tredici militari dell’Aeronautica Militare italiana scosse l’Italia. Si trattava di un gruppo di aviatori appartenenti alla 46ª Brigata Aerea in missione per conto dell’Onu, in un area devastata dai conflitti. Era la prima volta, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, che partecipavamo come Caschi Blu ad un incarico sotto il vessillo internazionale. Tra l’11 e il 12 Novembre mentre viaggiavano disarmati e trasportando generi alimentari, furono fatti prigionieri e giustiziati, perchè ritenuti mercenari. Nei giorni a seguire sulla stampa molti i dettagli atroci sulla sorte dei cadaveri che non rispondevano tuttavia al vero. Di quanto fosse accaduto poco o nulla si sapeva. I corpi vennero ritrovati mesi dopo in fosse comuni nel villaggio di Tokolote. Nel 1962 le salme furono finalmente rimpatriate. Oggi riposano nei pressi dell’aeroporto di Pisa in uno sacrario a loro dedicato che porta il nome di Kindu, la città congolese dove perirono. Le circostanze precise e l’identità degli assassini non sono mai state appurate pienamente. Testimoni hanno raccontato che l’ufficiale medico Francesco Paolo Remotti sarebbe stato il primo ad essere ucciso. La mediazione per liberare gli altri fallì. Due mesi prima il segretario generale al Palazzo di Vetro, il diplomatico svedese Dag Hammarskjöld, era morto in circostanze misteriose mentre, tentava di negoziare la pace nella regione. Allora, il Congo era appena diventato indipendente, ma aveva perso (dopo essere stato destituito) l’uomo che stava guidando il cambiamento, Patrice Lumumba, il primo e, per molti anni, unico leader congolese ad essere stato eletto democraticamente nel 1960. Nel fragile stato africano tra spinte secessioniste e lotta per il controllo delle risorse minerarie, la guerra incombeva nella sua totale drammatica opacità. Poco è cambiato in questi lunghi anni in quella parte d’Africa. Nell’est della Repubblica Democratica del Congo (RDC) la guerra è oggi una quotidianità. Il jihadismo si è sovrapposto ai conflitti tribali esistenti. Bande armate senza un centro di comando, sigle del franchising di Al Qaida che saccheggiano, razziano e stuprano. Piccoli eserciti di profughi hutu che spadroneggiano indisturbati. Decine di differenti gruppi di miliziani che fanno di quella parte del mondo un luogo oscuro e pericoloso. Dove anche un convoglio umanitario è una preda.

IL SULTANO CHE L’UNIVERSITA’ CONTESTA

In Turchia si allarga la protesta. La scintilla che ha fatto scattare le manifestazioni studentesche è stata la nomina di Melih Bulu a rettore dell’Università Boğaziçi. Bulu è un noto esponente del partito AKP del presidente Erdogan, tra le cui fila si è più volte candidato. Figura molto vicina al Sultano che ha voluto personalmente caldeggiare l’incarico nella prestigiosa Università del Bosforo, ateneo famoso per essere considerato trai i più progressisti del Paese. Il conferimento a Bulu è stata una scelta imposta dall’alto, decisione che però non è piaciuta al mondo accademico e tantomeno agli studenti. L’onda del movimento contro l’evidente intromissione della politica negli “affari” universitari è montata propagandosi anche ad altre università. Cortei, disordini e centinaia di studenti arrestati in pochi giorni nelle principali città. Sintomi di un malcontento generale, che serpeggia sia tra i giovani – il tasso di disoccupazione sfiora il 30% – che tra le famiglie della classe della media borghesia, quella su cui ha pesato maggiormente la recente crisi economica e finanziaria con la perdita di posti di lavoro e riduzione del potere d’acquisto. Svalutazione della moneta ed aumento del debito pubblico, con il calo di consensi per un logorato Erdogan. Indebolito nei sondaggi e battuto nella precedente tornata di elezioni amministrative. Dal post golpe del 2016 ad oggi l’uomo solo al comando ha tracciato un percorso di governo poco incoraggiante: meno libertà e laicità, più accentramento monopolistico. Ha silenziato le voci di dissenso, attuando una repressione indiscriminata. Ha introdotto misure di stampo conservatore e religioso, chiuso decine di facoltà e purgato quasi diecimila docenti. Aprendo una netta frattura generazionale, in una Turchia polarizzata e indirizzata verso le prossime cruciali elezioni politiche, previste per il 2023, quando i nodi verranno al pettine. Le possibilità di Erdogan di restare eternamente sul trono tendono a diminuire. Le urne che avevano incoronato la sua ascesa potrebbero invece segnare il suo declino di popolarità, mettendo fine al sogno di re-instaurazione imperiale. In politica estera Erdogan ha mostrato un atteggiamento non meno sfrontato di quella interna, alleandosi con Putin e minacciando l’Europa. Nell’estate 2020 non è stata solo la pandemia a preoccupare. Le tensioni tra Ankara ed Atene sono state sul punto di degenerare in un conflitto. Il Mar Egeo solcato da fregate pronte alla battaglia, evitata grazie alla mediazione di Berlino. Qualcosa di quella crisi lampo è stato in parte ricucito in questi mesi, i leader dei due stati si sono seduti al tavolo e stretti la mano. Un primo passo importante per tentare di diramare le tante dispute esistenti: status delle isole, diritti sull’estrazione di gas, sovranità sulle acque e spazio aereo. Resta da placare tuttavia il pesante scontro diplomatico con Macron. Se il Sultano intende avvicinarsi al Continente deve prima chiedere scusa all’inquilino dell’Eliseo.

BURMA GOLPE

Ieri Birmania, oggi Myanmar. Una storia contemporanea scritta per gran parte dai militari. Almeno fino al 2015, quando il partito dell’opposizione guidato da Aung San Suu Kyi vinse in modo schiacciante quelle che sono considerate le prime elezioni libere nel Paese. Il regime militare vedeva definitivamente incrinato il proprio potere, la giunta dei generali sembrava sul punto di tramontare definitivamente. Il palcoscenico e le luci erano tutte per la donna che aveva reso possibile questo sogno di democrazia. Ma la realtà era ben diversa dalle aspettative di cambiamento in cui tanti avevano riposto la propria speranza.
Il Myanmar è uno stato attraversato da una miriade di guerre intestine, focolai di rivolta presenti nelle regioni al confine con l’India e in quelle a Nord verso la Cina. Aree dove ciascun gruppo etnico rivendica ampi spazi di autonomia, sfoggiando milizie armate. Contenziosi e violenza. Interminabili guerre civili. Guerriglia e terrorismo. Attentati a cui il governo centrale ha risposto con il pugno duro, lanciando rappresaglie che hanno colpito indiscriminatamente anche la popolazione civile appartenente alle minoranze.
San Suu Kyi agli occhi di molti sembrava l’unica figura in grado di mediare le diverse anime in conflitto, riportare la pace, dare stabilità. È stata frettolosamente elevata a garante del percorso di riconciliazione tra le parti già prima di vincere la propria battaglia per la libertà. Per l’attività in difesa dei diritti umani, i lunghi anni trascorsi agli arresti, il coraggio dimostrato, è stata insignita del premio Nobel per la Pace. A lei, era stato affidato un compito immane, cambiare il corso della storia. Alla fine però si è dimostrata fragile e facilmente manovrabile, troppo condizionata dalla vecchia casta che orbita nella sfera di Pechino. L’aver abbandonato quella che appariva come l’unica vera opzione politica spendibile, l’introduzione di un sistema federale, è stato forse il maggior errore politico commesso.
A pesare nei rapporti di forza è stato il veto dei vertici militari, aspramente contrari a qualsiasi concessione apparisse come una minaccia all’unità nazionale. Non aver preso una netta posizione di critica sulla questione delle violenze nei confronti della comunità musulmana Rohingya ha ben presto oscurato la sua immagine internazionale. Dalle contestazioni, alle onorificenze ritirate, sino allo spettro dell’accusa di genocidio.
Nonostante i fallimenti il consigliere di stato San Suu Kyi, che non può per legge ricoprire la carica di premier, ha nuovamente portato alla vittoria elettorale il suo movimento. A novembre 2020, in piena ondata pandemica, la Lega Nazionale per la Democrazia (NLD) ha ottenuto un plebiscito nelle urne. Il partito dell’esercito ha trumpianamente invocato “brogli” nei seggi, non riconoscendo l’esito finale. E così San Suu Kyi è ancora una volta tornata ad essere una vittima. Mentre sale la voce di condanna per il colpo di stato la Cina tace. Come se la cosa non fosse d’interesse, invece, lo è parecchio.

OGGI NON E’ UN GIORNO COME GLI ALTRI

La Shoah è la più grande malvagità coscienziosamente premeditata da una nazione ideologizzata. La storia delle vittime dello sterminio nazista è una ferita aperta nella civiltà. È la storia innegabile di milioni di ebrei esposti ad abusi allucinanti. Internati nei lager, dove i vivi erano fantasmi. Costretti a muoversi a testa bassa passo dopo passo, camminando lungo il perimetro di un cerchio senza speranza che sprofondava nell’abisso delle tenebre. Trattati come bestie da macello, annichiliti in ogni forma possibile ed inimmaginabile. Obbligati ad indossare una divisa carceraria che era un testamento, lascito passato inesorabilmente dall’uno all’altro, camicie lise, colorate dalla stella gialla cucita sul petto. Vincolati al lavoro forzato. Ridotti a esseri scheletrici, affamati. I sopravvissuti sono testimoni di quanto non avrebbe mai dovuto accadere. Sono stati marchiati a vita con un numero, tatuato sul braccio. Attraversati, toccati dal peggiore incubo. Svuotati, cambiati per sempre. Nelle loro orecchie hanno risuonato come un boato stridente gemiti, preghiere, suppliche. Il naso si è impregnato dell’irrespirabile e stagnante puzza della putrefazione, del marcio, della decomposizione dei corpi. La loro pelle è stata imbevuta di sudore, lacrime, sangue. Hanno sopportato lo spettro incombente della morte. Hanno visto scendere dal cielo la polvere dei resti di esseri umani gassati e poi ammucchiati. Volti perduti di donne, bambini, anziani accostati in un ultimo lungo silenzioso abbraccio prima che venissero avvolti dalle fiamme dei forni dei campi di concentramento. Hanno sopportato le risate dei sadici aguzzini. Inermi hanno visto le scene di parenti ed amici lasciati azzannare dai cani per puro divertimento, bastonati per gioco, fucilati o impiccati per macabro gusto. Sono morti non una ma mille volte. Torturati. Selezionati. Cavie da laboratorio per la ricerca nazista. Pesati e misurati. Stuprati in ogni orifizio. Inoculati da fiale di virus, drogati, colpiti da scariche elettriche. Vivisezionati e amputati. Gli organi smembrati e conservati, riposti in bella mostra nelle teche. Schiavizzati brutalmente. Non hanno ricevuto nessuna compassione, nemmeno la possibilità di appellarsi ad un ultimo desiderio da condannato. Non c’è rimorso salvifico che tenga, il crimine commesso nei loro confronti è troppo grande ed ingiusto. Non potrà esserci clemenza per quell’abominio. Non c’è risarcimento commensurabile per aver affrontato e sopportato un destino inumano, vissuto attimo dopo attimo. Per essere stati fatti cadere in una realtà di miseria mentale. Impossibile offrire il perdono quando si è trattato qualcuno da rifiuto, trasformandolo in spazzatura. Il Giorno della Memoria è un momento di ricordo e riflessione, non di scuse tardive e caritatevoli. Se abbiamo un minimo di dignità liberiamoci della truce mistificazione negazionista che aleggia. Almeno questo glielo dobbiamo.

FASCISMO TRUMPIANO

La storia ci insegna che c’è protesta e protesta, c’è una profonda differenza tra legittimo dissenso e il tentativo, sleale, di demolire alle fondamenta le istituzioni. L’assalto al cuore politico di Washington è un attentato alla democrazia e non può essere messo sullo stesso piano dei tumulti nelle Università dell’Oriente. I seguaci di Trump rappresentano una generazione di protofascisti, violenti squadristi con valori pericolosi, esempio sconcertante ed inquietante di inciviltà vandalica. Altra cosa sono le dimostrazioni che nel 2020 hanno dato voce agli studenti. A Nuova Delhi lo scorso Dicembre la polizia è entrata in un campus armata di scudi e manganelli, sparando lacrimogeni, picchiando ed insultando chi criticava le decisioni incostituzionali del governo, che mettono a rischio la laicità dell’India. In Turchia la polizia in assetto antisommossa ha disperso con la forza i manifestanti all’ingresso dell’Università Bogazici. A Istanbul lottano per mantenere l’indipendenza dell’istruzione e non accettano la nomina voluta personalmente dal Sultano Erdogan del nuovo rettore, Melhi Bulu. Esponente del partito islamista AKP del presidente e considerato un fedelissimo di corte. Le politiche di Erdogan hanno fatto scendere le tenebre sul Bosforo. La porta verso l’Asia è diventata un pozzo senza fondo di ingiustizie e soprusi con arresti indiscriminati e il permanente bavaglio alla stampa. La vendetta, dopo il fallito colpo di stato, non ha riguardato solo i protagonisti ma tutta l’opposizione, tacciata di terrorismo. Ad Hong Kong dopo mesi di contestazioni è l’ora del “ritorno” all’ordine, imposto dal governo locale e sollecitato dalle pressioni della Cina. Nell’ex colonia britannica con il nuovo anno decine di attivisti sono stati arrestati con l’accusa di attentare “al potere e allo stato”. Incolpati di essere traditori al servizio di potenze straniere e pericolosi sovversivi.

A Teheran un’anno fa veniva repressa la rivolta degli atenei, che ciclicamente contestano la brutale dittatura degli ayatollah, rischiando la vita. La miccia che allora fece scattare la piazza iraniana fu l’abbattimento di un velivolo civile. A Bangkok il movimento studentesco ha preso un periodo di pausa festiva, stop ai cortei fiume che hanno attraversato e colorato pacificamente la capitale. Promettono di non arrendersi e voler tornare con maggiore intensità nel nuovo anno. In questi mesi i giovani thailandesi sono arrivati persino a sfidare il re Maha Vajiralongkorn, mettendone in discussione assurdi privilegi di casta. Invocano una nuova costituzione ed elezioni libere per l’antico Siam. Nell’era della pandemia la passione, e il sogno, per la democrazia non è venuta meno. Il virus ha imposto misure restrittive, talvolta strumentalmente manipolate dalle dittature per silenziare il dissenso. In altri casi ignobilmente si è scelto di negare il coronavirus, e dare adito ad allucinanti e vergognose teorie del complotto. Tesi fallaci e criminali. Trump ci ha lasciato anche questo triste ricordo.

FINE DI UN AMORE MAI NATO

Israele e la crisi politica. Dopo tre gironi elettorali in meno di un anno e la nascita di un governo di larghe intese, nato con lo scopo di gestire la pandemia, le tensioni dentro la traballante maggioranza sono emerse frantumando la coalizione. A Marzo 2021 si torna alle urne per scegliere la composizione della prossima Knesset. E con molta probabilità anche il nome del futuro premier. Fallito per solo due voti il tentativo di posticipare le scadenze sull’approvazione del bilancio 2020-2021, proroga che avrebbe mantenuto in piedi l’esecutivo, il parlamento si è automaticamente sciolto alla mezzanotte del 22 Dicembre, come previsto dalla legge.
La scorsa primavera, dopo le insistenti pressioni del presidente Reuven Rivlin e l’emergenza Coronavirus, l’ex capo di stato maggiore Benny Gantz ha ceduto scendendo a patti con il rivale Netanyahu. Firmando un accordo che prevedeva la rotazione al vertice del governo nel Novembre 2021. Ma che Netanyahu, in molti hanno pensato, non abbia mai avuto nessuna vera intenzione di rispettare. A confermare la reale intenzione i tanti segnali lanciati dal capo del Likud in questi mesi: dalla mancata approvazione proprio del bilancio – nodo cruciale del contenzioso – alla gestione personalistica – e talvolta segreta – della diplomazia internazionale. Fatto sta che a mettere la parola fine a questa legislatura è stato l’intrecciarsi di vari fattori. Due dei quali sono stati determinanti: lo strappo del Ministro della Difesa Gantz che in queste settimane ha aspramente attaccato e criticato Netanyahu, pur lasciando aperto lo spazio per la trattativa. E la scissione del Likud provocata da Gideon Sa’ar. Già da tempo spina nel fianco del falco della destra, ribelle e deciso a mettere fine al regno di Netanyahu.
Gantz, l’ex generale e fondatore del movimento Blu e Bianco (Kachol Lavan), nelle ultime settimane aveva manifestato non poca insofferenza nei confronti dell’alleato-nemico, minacciandolo pubblicamente. Fino ad arrivare ad istituire una commissione nel suo dicastero per investigare sulle presunte tangenti legate all’affare dei sottomarini venduti dalla Thyssen ad Israele. Scandalo dove il premier è chiamato in causa come testimone. Mentre, persone a lui molto vicine sono indagate. Quella di Gantz è stata una vera e propria dichiarazione di guerra nei confronti di Netanyahu. A far precipitare la situazione c’è voluta comunque l’uscita, polemica, di Sa’ar dal suo partito. Che ha deciso di dar vita ad un suo movimento, posizionandolo tra il Likud e Kachol Lavan. Operazione a cui hanno aderito parlamentari proprio delle due forze, togliendo ossigeno e numeri preziosi alla maggioranza.
Oggi, Israele è diviso equamente tra sostenitori e contrari al più longevo politico israeliano della storia, che nel corso degli anni ha “giocato” contro il centrosinistra, poi lo scontro si è spostato con l’area centrista e infine, a quanto pare, è diventato un duello interno alla destra. Il rapido deterioramento del governo è riconducibile, in parte, al contraccolpo del cambio di clima a Washington. Il declino di Trump ha ovviamente investito l’amico Netanyahu, aprendo il valzer dei posizionamenti.

I DISCOLI DI VISEGRAD

Le prossime scadenze per l’approvazione del bilancio 2021-2027 sono la prova della tenuta dell’Europa. In un contesto di complessità “caratteriali” che sembrano inconciliabili emergono problematiche accantonate, mettendo a nudo il disallineamento, le contrapposizioni, che provocano il cortocircuito dei meccanismi salvastati. Con conseguente ritardo nell’erogazione del Recovery Fund e la limitazione delle possibilità di spesa per ciascun stato. Il rischio è di far scattare, per la prima volta, l’esercizio provvisorio: tetto degli stanziamenti in dodicesimi mensili calcolati sull’esercizio precedente. Conti alla mano danni per miliardi di euro. Meno soldi per innovazione, ricerca e sviluppo.
In queste delicatissime ore di trattativa diplomatica a tenere in bilico le spese condominiali dell’Ue è il veto della triade Ungheria, Polonia e Slovenia. Ovvero, il nerbo del patto di Visegrád, l’asse tra i paesi ex comunisti ed oggi inclini al populismo. Guidati da partiti d’ispirazione clerico-nazionalista e da leader autocratici: giudeofobici e islamofobici, razzisti. Intolleranti e illiberali, ostili alla stampa indipendente, agli oppositori e all’accoglienza. Per consonanza assimilabili, purtroppo, ai regimi di Putin, Erdogan o Aliyev. Ricattano sfrontatamente, vanno contro gli interessi dei cittadini. Tuttavia, le spinte primatiste dell’Est differiscono da movimenti secessionisti come i pro Brexit di Nigel Farage perchè non manifestano nessun interesse ad uscire dall’Unione. Al contrario spingono per tenere il piede dentro, non fosse altro perché economicamente hanno maggiormente da perdere auto escludendosi.
In linea di principio non si oppongono al piatto offerto dalla Commissione per il rilancio (Varsavia ottiene oltre 60 miliardi di € mentre Budapest 15, la metà in aiuti a fondo perduto), ma alla clausola di “condizionalità” che il bilancio prevede d’introdurre. Un vincolo che legherebbe l’accesso agli strumenti comunitari al grado di salute dello stato di diritto del richiedente. È il perimetro geografico e culturale a cui l’Europa di domani vuole obbligare i suoi attuali condomini, con un formale contratto locativo valido 6 anni.
Inquilino insoddisfatto, indisponente e da non prendere a modello è il premier ungherese Viktor Orbán. Stella della destra sovranista internazionale. Architetto della nuova Budapest quale futura Aquisgrana, da erigere sulle ceneri di Bruxelles. Orbán il ribelle antieuropeista, su cui solo i richiami della Merkel sembrano avere qualche minimo effetto. Proprio Berlino si sta adoperando per trovare soluzioni per svicolare lo stop all’approvazione del bilancio con un piano alternativo. Intervenire direttamente tramite un meccanismo-ponte che consenta l’emissione di obbligazioni, garantite da tutti, tranne i succitati stati indisciplinati. Un mezzo per rispettare l’avvio di sovvenzioni e prestiti, urgenti e curativi. Resta da capire se è un avviso di sfratto ai condomini per atteggiamento irriguardoso.

L’ULTIMO VIAGGIO DEL TRUMPISMO

Il viaggio del segretario di stato statunitense Mike Pompeo in Israele è probabilmente una delle ultime pagine della politica estera di Trump in Medioriente. L’ormai pro tempore presidente, prima del commiato, ha voluto ringraziare, e rassicurare, pubblicamente gli alleati. Dedicandogli il tour finale delle visite ufficiali di stato. Ha inviato, il fedelissimo Pompeo a manifestare sentita amicizia a Netanyahu e profonda solidarietà alla destra nazionalista israeliana. In Terrasanta, in un mix di gesti simbolici, retorica e propaganda, l’ex direttore della CIA ha ripercorso il cammino dell’amministrazione Trump in questo quadriennio. Rendendo omaggio alle decisioni più significative del mandato presidenziale: dal riconoscimento ad Israele del Golan, a quello dei prodotti degli insediamenti israeliani in Cisgiordania. La visione di pace di Trump lungimirante o meno, ha indubbiamente introdotto una svolta di approccio significativo. Senza rimuovere gli ostacoli alla trattativa israelopalestinese, ha nascosto le criticità del contesto offrendo un’unica non concordabile soluzione. Gelando le attese dei palestinesi e allargando lo spiraglio di normalizzazione tra Israele e il mondo arabo. Fardello che viene lasciato in eredità a Biden. Investito a questo punto del compito di riportare al tavolo la controparte palestinese, ormai, dopo la recente scomparsa di Saeb Erekat, priva di una classe di credibili negoziatori. Orfana di figure di spessore che non siano riconducibili alla casta di Fatah o all’organizzazione terroristica di Hamas. Non è escluso che Biden valuti attentamente l’opzione di una terza via. Quella dell’élite palestinese con passaporto americano, imprenditori di successo o intellettuali vicini al partito democratico. Se Arafat portò ad impiantarsi alla Muqata di Ramallah la corte di Tunisi, Biden potrebbe fare altrettanto con una nuova generazione di governanti. Sul versante israeliano Netanyahu, con il cambio nei palazzi di Washington, ha effettivamente il rischio di vedersi obbligato ad accettare qualche compromesso, mostrando segnali distensivi che ne minerebbero l’indiscussa leadership nel proprio campo politico. Nel 1953 con l’uscita di scena del democratico Truman e l’elezione del repubblicano Eisenhower vi fu un repentino capovolgimento, e deterioramento, delle relazioni tra USA e Israele. Fu la prima storica rottura. L’entratura con il potente protettore traballava, e l’allora premier Ben Gurion per evitare l’isolamento incominciò a guardare con interesse a Londra e Parigi. Strategia che irritò sicuramente Eisenhower. Poi Israele, preso atto della debolezza del vecchio imperialismo, tornò mestamente sotto l’ala di Washington. Oggi, Netanyahu si trova nella medesima condizione affrontata da Ben Gurion, avendo perso le influenze che aveva sulla Casa Bianca a marchio Trump. Per il “falco” della destra l’eventuale ricerca di uno spazio di manovra alternativo è assai limitato, la manifesta idiosincrasia per l’Europa lascia aperta la porta di Mosca. E l’abbraccio non proprio affidabile di Putin.

IL NEGOZIATORE

C’è un antico proverbio arabo che recita: un uomo che non possiede neppure un pezzetto di terra non è un uomo. Lo si sente ripetere spesso in Palestina. In un lembo di terra che non è ancora uno stato. E qualcuno forse pensa non lo diventerà mai. Tra coloro che hanno continuato a credere nella soluzione di due popoli, palestinesi ed israeliani, per due stati, merita essere annoverato Saeb Erekat: politico e negoziatore palestinese, spentosi all’età di 65 anni all’ospedale Hadassah di Gerusalemme. Dove era giunto in condizioni critiche a causa del Covid. Ci lascia una figura chiave del Medioriente contemporaneo. Prominente esponente dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina.

Se ad Arafat è stato affibbiato il soprannome di Mr Palestine non c’è dubbio che Erekat passasse per Mr Gerico, città e governatorato dove viveva e ha incarnato il ruolo di rais. In quella antica oasi e città biblica sulle sponde del Mar Morto in giovane età aveva frequentato la scuola francescana imparando qualche parola d’italiano. Anni fa ci disse che era fiero che anche i figli andavano in quello stesso istituto.

Poco distante dall’antico palazzo dei califfi e dalle pendici del Monte delle Tentazioni si ergeva la sua Muqata, una miniatura di quella di Ramallah. Lì era solito incontrare le delegazioni e rilasciare interminabili interviste, accompagnate da ettolitri di caffè e montagne di datteri. Tra le sue doti non aveva la puntualità. È stato una costante presenza nei media anglosassoni, vuoi per la perfetta grammatica inglese o per la qualità dei commenti. Aveva costruito il proprio riconoscimento partecipando all’accordo di pace di Oslo. Dietro alla firma in calce che incornicia insieme i tre leader Rabin-Peres-Arafat c’è il lavoro oscuro delle seconde file, i negoziatori della trattativa, un pò diplomatici e un pò cacciatori di teste. Nomi meno noti. Come quello dell’attivista israeliano Ron Pundak, scomparso prematuramente nel 2014, che di quell’evento storico è una delle colonne portanti. Furono proprio Pundak, fiduciario di Shimon Peres, ed Erekat, insignito plenipotenziario di Arafat, i primi a sedersi al tavolo e capirsi. Poi qualche tempo dopo quell’architrave cominciò a rotolare, ma la colpa della violenza che si generò non fu certo loro, al contrario. In quanto colombe e difensori del processo di dialogo si trovarono ben presto in una situazione assai scomoda. Pundak è stato tacciato di essere un filopalestinese, e quindi un traditore. Erekat non se la passò meglio con Arafat, che rivolgendosi a lui era solito apostrofarlo: “l’amico degli israeliani”. C’è addirittura chi gli rimproverava che Gerico non avesse mai dato un martire alla causa. Di lui non si è mai parlato come di un possibile erede ad Abu Mazen. Hanno sicuramente pesato le critiche che gli sono piovute addosso anche dentro Fatah. Nel corso degli anni ha sposato la dottrina del pessimismo. Non vedeva nulla di buono per il futuro dei palestinesi e nella visione di Trump per risolvere il conflitto. Restano, oggi, le sue promesse di pace che l’ex inquilino della Casa Bianca non ha però nemmeno voluto ascoltare.

Fauda e Balagan. Un blog di Alfredo De Girolamo ed Enrico Catassi