IL COMANDANTE VI AUGURA BUON VIAGGIO

A fine agosto, a bordo del boing El Al 971, tra i passeggeri del volo inaugurale decollato da Tel Aviv con destinazione Abu Dhabi, oltre al genero di Trump Jared Kushner – “plenipotenziario” della Casa Bianca per la pace tra palestinesi ed israeliani – ha viaggiato in missione la prima delegazione israeliana, ricevuta con gli onori negli Emirati Arabi Uniti. Con questo evento i due stati del Medioriente hanno aperto un canale di comunicazione bilaterale. Il riconoscimento di Israele da parte delle monarchie del Golfo è parte integrante di un disegno geopolitico, sponsorizzato da Trump, che crea nuove alleanze rompendo schemi precostituiti: passa di fatto in secondo piano la questione dello stato palestinese quale pregiudiziale alle libere relazioni nella regione. L’intesa di “normalizzazione” araba verso Israele è multiforme nella sostanza, abbracciando la cooperazione in diversi settori commerciali, strategici: energetico, militare, scientifico e sanitario. Contestano il trattato la Turchia di Erdogan impegnata a far risorgere l’impero ottomano e a difendere le rivendicazioni sulla “liberazione” di Gerusalemme e dei suoi luoghi simbolo, a partire dalla moschea di al-Aqsa. Inserita nel complesso della Spianata delle moschee, affidato in custodia alla casata hascemita giordana, che gestisce attraverso una fondazione il terzo sito religioso per importanza dell’islam, dopo Medina e la Mecca. Da Amman, dove si sono alzate voci di tradimento nei confronti degli emiri, sono mesi che si invita a fare quadrato intorno ad Abu Mazen, presidente della Palestina da illo tempore. La Muqata di Ramallah è un fortino oramai assediato, deluso da Trump. L’ultimo palazzo del potere dell’élite palestinese, che subisce, a malincuore, il dominio di Hamas nella Striscia di Gaza. E vede riacutizzarsi la faida interna al partito Fatah per l’eredità di Arafat. L’ex rais Mohammed Dahlan è intenzionato ad appropriarsi della leadership del movimento, grazie all’appoggio di Washington e a questo punto dei petroldollari con cui potrebbe essere ricoperto per la sua posizione favorevole alla negoziazione israeliana. Ad intralciare l’ascesa di questo discusso personaggio è ancora Abu Mazen: isolato e logorato ma determinato a non cedere. Mantengono invece una posizione distaccata sull’accordo Israele-EAU, seppur da osservatori privilegiati, sauditi e qatarini. Infine, l’ira dell’Iran che vede nel patto sunnita-sionista un contrappeso alla rete di espansione sciita. Beneficia del nuovo corso diplomatico il faraone Al Sisi, gli egiziani sono precursori del processo di pace e attualmente mediatori nelle controversie tra Gaza e Israele, tra Hamas e Netanyahu.

Nella dichiarazione d’indipendenza israeliana promulgata dai padri fondatori è scritto: “lo Stato d’Israele è pronto a fare la sua parte in uno sforzo comune per il progresso dell’intero Medio Oriente”. Il progresso per la costruzione di una diga all’imperialismo di Erdogan e ridimensionare le minacce dell’Ayatollah.

DEM O REP, LO SHOW DELLE CONVETION

Pochi giorni fa alla convention democratica 2020 uno dei commenti amareggiati era rivolto al fatto che nella chiusura mancava il classico lancio di palloncini in aria a salutare la sfida di Joe Biden. Donald Trump, invece, ha fortemente voluto una coreografia solenne e la standing ovation della folla (largamente senza mascherina) per la sua incoronazione. Lo show della politica a stelle e strisce ha dovuto adeguarsi alla pandemia, rinunciando ad alcuni tradizionali cliché. In un paese che oltre all’esponenziale contagio da Covid19 è infettato dal razzismo, attraversato da violente tensioni sociali, spazzato ripetutamente da devastanti uragani. Tra il sipario abbassato all’evento democratico di Milwaukee e la serata finale della nomination repubblicana, decentrata per protagonismo ed effetto televisivo nei giardini della Casa Bianca, è trascorsa una settimana. Se la kermesse di Biden ha avuto come filo conduttore l’incapacità di Trump, il presidente ha contrattaccato con lo spauracchio del voto postale truccato ed il pericolo socialista. Ai principi di giustizia e uguaglianza invocati dalla Harris, che affianca Biden, ha replicato il vicepresidente Pence richiamando i valori di legge e ordine. In uno scontro dove la retorica della sanità pubblica obamiana e lo slogan del taglio alle tasse reaganiano sono oramai riconosciuti brand di fabbrica delle due forze politiche. Ciascuna con un proprio linguaggio: la sottile satira dell’attrice democratica Julia Louis-Dreyfus contrapposta alle urla incendiarie di Kimberly Guilfoyle, ex presentatrice di Fox News e partner di Trump junior. Immancabili le luci sulle due first lady, Jill che parla tra i banchi vuoti della scuola di Wilmington, Melania tra le rose della residenza presidenziale. Due format distinti nell’immagine proiettata al pubblico, quella sobria che ruota intorno all’unità nel partito e quella più appariscente che esalta il capofamiglia della dinastia. Nel 2016 il tycoon, reduce dalla conduzione di un fortunatissimo reality, era riuscito a catalizzare anime differenti sotto la bandiera dell’elefantino statunitense: establishment conservatore, evangelici e cattolici antiabortisti, classe media e destra alternativa, coacervo di suprematisti e paranoici cospirazionisti. In questi quattro anni l’irrequieto e irascibile miliardario ha licenziato una moltitudine di consiglieri, a partire dallo stratega della vittoria elettorale Steve Bannon, bandito da corte, esiliato in Italia e recentemente arrestato per frode. Hanno “congiurato” per impedirne la rielezione un gruppo di dirigenti repubblicani, denominati Lincoln project. Ha rotto con i potentati dei Bush e dei McCain, con personalità come Colin Powell e John Kasich. Ciononostante, oggi l’immobiliarista newyorchese non è ancora fuori gioco. Se The Donald vincesse nelle urne il 3 novembre avrebbe ipotecato il dominio di un partito che non è mai stato completamente suo. Se dovesse perdere – e non abbiamo ancora capito nemmeno cosa avrebbe fatto nel caso della vittoria della Clinton – possiamo aspettarci la trumpata del secolo.

IL FUTURO CIRCOLO DELLA PACE E QUELLO DELLA GUERRA

Le comuni radici bibliche e coraniche sono solo un aspetto esteriore dell’Accordo di cooperazione bilaterale tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti, formalizzato con il beneplacito della Casa Bianca. Nella tela di fili tessuta internazionalmente da Trump c’è un nodo: la Palestina. Mentre, il buco della trama trumpiana è l’Unione europea, marginalizzata e ininfluente nelle dinamiche geopolitiche.

Quando al termine di una cena di gala a Tel Aviv chiedemmo a Shimon Peres – tre anni dopo sarebbe stato eletto presidente – se pensasse che l’allargamento dell’Ue avesse dovuto abbracciare anche la costa meridionale del Mediterraneo, la risposta fu: “Why? Perchè? Sarebbe un’idea sbagliata. Questa è la nostra casa con i suoi vicini, la tranquillità arriverà, inesorabilmente”. Dalla nascita, nel ’48, fino al governo populista di Netanyahu l’impostazione della politica estera israeliana è stata di discostarsi il meno possibile dalle indicazioni di Washington. Un arco temporale in cui Israele è stato stretto tra l’incudine dell’ottusità del mondo arabo arroccato nel voler continuare a riconoscere questo piccolo stato come un’entità estranea al Medioriente. E il martello del conflitto insoluto con i palestinesi: lo status di Gerusalemme Est, l’occupazione in Giudea e Samaria, le politiche di espansione coloniale.

Gli accordi di pace con l’Egitto a Camp David, quelli di Wadi Araba con la Giordania, le collaborazioni commerciali di Tel Aviv con la Turchia e oggi il canale diretto con Abu Dhabi sono passi importanti in una regione ibrida e tribale, poco democratica e per nulla liberale. L’annunciato trattato “Abramo”, tra Israele e gli EAU, è un corollario del progetto di conciliazione lanciato in pompa magna da Trump, era pre-coronavirus, lo scorso dicembre: Pace nella prosperità. Il piano, quello che il presidente statunitense ha definito l’accordo del secolo per palestinesi ed israeliani, non è un’idea inutile, ma una scatola vuota. Fumosa e avulsa dalle “sensibilità”. Quindi, difficilmente applicabile, praticamente irrealizzabile. Innegabilmente, l’intesa con gli emiri è una vittoria diplomatica di Netanyahu, pagata al prezzo di congelare l’annessione di parti della Cisgiordania. Rappresenta, al tempo stesso, l’ultima sconfitta politica della classe dirigente palestinese post Arafat. Dimostra che l’approccio della Lega araba nei confronti di Israele è in una fase di rapido cambiamento, irreversibile. Il cerchio della pace è in espansione, altri stati, dall’Oman al Sudan, muovono verso la normalizzazione dei rapporti, attraverso trattative più o meno segrete che Netanyahu ha affidato, non a caso, al Mossad. L’evoluzione dello scenario è dovuto a l’impellente necessità delle monarchie sunnite del Golfo di stringere una doppia alleanza strategica: contro l’accerchiamento dell’Iran sciita e di contenimento delle ambizioni imperialiste di Erdogan. Due vulcani attivi. In questo quadro la chiamata del principe Mohammed bin Zayed all’ex nemico sionista è eloquente.

HOMELAND PRESIDENZIALI 2020

Nelle presidenziali USA è tempo di convention. Al via nei prossimi giorni le tradizionali kermesse, prima il 17 agosto i Democratici, subito dopo i Repubblicani. Intanto vengono ufficializzati i vice, che affiancheranno nella corsa Trump e Biden. Per il repubblicano lo scontato Mike Pence, una vera novità per il democratico, Kamala Harris. Causa pandemia – primo paese al mondo per numero di contagiati da Coronavirus – il comitato nazionale democratico ha sconsigliato ai delegati di presenziare personalmente all’evento di Milwaukee, invitandoli a partecipare in remoto. Virtuale anche la presenza dell’anti Trump, Joe Biden è sigillato da settimane tra le mura domestiche. Nell’altra sponda politica il virus ha ridimensionato il programma dei repubblicani: scartata la Florida la scelta più plausibile è la Nord Carolina, mentre dall’Ufficio Ovale si preferirebbe la Casa Bianca o Gettysburg. Luogo in cui si svolse la celebre battaglia, il primo luglio del 1863, decisiva per le sorti della guerra civile americana. Il mito di Gettysburg è onnipresente nell’immaginario collettivo statunitense. Tanto che gli autori della famosa serie Homeland fecero di quella location simbolica lo sfondo alla tormentata scelta del marines Brody di schierarsi contro le proprie istituzioni: tradire per mantenere fede ai propri ideali, sbagliati o meno. Combattuti sotto la bandiera confederata o nordista. Gli ultimi sondaggi elettorali sono impietosamente a favore dell’ex vice di Obama: la forbice pronosticata varia tra 15 e 8 punti di differenza, a seconda dell’emittente che ha commissionato la ricerca. Ma come ci insegna l’esperienza del 2016 la vittoria di Donald fu soprattutto “uno smacco umiliante per i mezzi d’informazione e per gli istituti di sondaggi”. Il partito democratico non è lo stesso di 4 anni fa, quando il gruppo dirigente era fortemente influenzato dai Clinton. Oggi, prevale la linea di Obama. La nuova era è legata al prestigio di Kamala Harris e alla moderazione di Biden, entrambi espressione obamiana. La Harris, che si definisce battista e il cattolico ex governatore del Delaware, hanno tuttavia da recuperare lo svantaggiato ai blocchi di partenza della fascia del Bible Belt, le regioni dove sono culturalmente dominanti i protestanti, bianchi e fondamentalisti. Un elettorato che propende ideologicamente a destra, che però potrebbe “inaspettatamente” rivoltarsi contro il candidato naturale. L’amministrazione Trump è imbrigliata tra la combinazione negativa dell’economia, nel breve e lungo periodo, e la pressione mediatica degli scandali, interni ed esterni. Con il 2020 Trump ha deragliato consensi sia sulla questione della protesta sociale della componente afroamericana che sulla gestione dell’emergenza covid. Henry Kissinger era solito dire: “un leader non è tenuto a correre dietro ai sondaggi d’opinione, ma a preoccuparsi delle conseguenze delle sue azioni”. A condizionare l’esito, a questo punto, sono solo il voto postale e la scoperta, eventuale, del vaccino.

LE BOMBE DI BEIRUT

Per comprendere quello che molti hanno chiamato “11 settembre del Libano”, dobbiamo far scorrere le lancette dell’orologio alla mattina del 23 ottobre 1983, quando un boato squarciava il cielo di Beirut. Un’autobomba era esplosa nel compound del contingente dei marines statunitensi, provocando la morte di centinaia di militari. Per l’attentato i terroristi di Hezbollah usarono un quantitativo di esplosivo che l’FBI descrisse come “il più potente esplosivo non-nucleare mai creato”. La forza d’urto dell’esplosione “fece saltare come un fuscello le porte blindate dell’edificio più vicino, che si trovava a 78 metri di distanza; gli alberi distanti 112 metri vennero sradicati e completamente defoliati”. Dopo quella scia di sangue sarebbe stato chiaro a tutti che Hezbollah, sotto la guida spirituale di Hassan Nasrallah, aveva assunto un ruolo centrale nel futuro del piccolo stato mediorientale. Washington si affrettò a ritirare le proprie truppe dal caos della guerra civile libanese.

Il 14 febbraio 2005 sul lungomare di Beirut davanti all’hotel St. George veniva ucciso l’ex premier Rafik Hariri, all’epoca referente di spicco per USA, Francia e Arabia Saudita, inviso ovviamente a Siria e Iran. Ancora una volta, già era accaduto per il leader falangista Bashir Gemayyel, l’arma usata fu l’esplosivo. Si ripetè l’orribile scena: imponente cratere, detriti, carcasse d’auto, vetri dei palazzi in frantumi, superstiti che cercano soccorso. L’omicidio di Hariri innescò la protesta popolare contro la Siria, accusata di essere il mandante. Damasco dovette prontamente fare un passo indietro, per non creare imbarazzo all’alleato Hezbollah, mettendo fine all’invasione militare.

Nel biennio 2014-2015 il partito sciita filoiraniano, all’apice del potere, diventerà a sua volta obiettivo di ritorsioni, per mano di al Qaida: il 19 febbraio 2014 una bomba esplode al centro culturale iraniano e un anno dopo un doppio attacco kamikaze nella periferia meridionale di Beirut. La matrice è jihadista, sono gli effetti diretti della vicina guerra siriana. L’estate del 2015 è anche quella delle manifestazioni che mettono sotto processo l’intera classe politica, il movimento sceso in piazza per chiedere di risolvere l’emergenza rifiuti si trasforma in un vero e proprio manifesto d’accusa al generalizzato sistema di corruzione.

L’onda lunga di protesta nei confronti della cleptocrazia si riacutizza nell’autunno dello scorso anno con la crisi economica e finanziaria, ma nel febbraio 2020 la paura per il Covid-19 attenuerà la piazza. La pandemia tuttavia è il punto di non ritorno, la sanità è al collasso, il deficit insostenibile. La nuvola che dal porto avvolge la città ha come detonatore prima di tutto la dilagante negligenza e corruzione delle istituzioni: metodi criminali e noncuranza sono alla base dell’Inferno odierno di Beirut. Dove manca luce e acqua potabile. L’aria è inquinata. Non c’è un posto letto libero in ospedale. E il tasso di povertà potrebbe arrivare all’80% della popolazione.

RE BIBI CONTESTATO E ASSEDIATO

In Israele l’incastro tra crisi sanitaria ed economica ha prodotto un movimento di massa antigovernativo di indecifrabile portata. Ma è sbagliato pensare che sia una protesta ideologicamente uniforme e tendenzialmente apolitica. Dentro c’è di tutto, da anarchici a elettori di destra e persino ferventi religiosi. È una rivolta dai connotati generazionali, allargata ad altre fette della società in un obiettivo comune: le immediate dimissioni del premier Netanyahu. Tre gli episodi scatenanti: il declino del centro-sinistra sionista, il Covid e i problemi giudiziari di Netanyahu. Tanto il disfacimento di un’intera area politica, quella progressista, è stato lento e logorante, quanto l’avvento e gli effetti della pandemia sono stati rapidi e dolorosi per la tenuta sociale. La frastagliata sinistra sionista ha nel corso dell’ultimo decennio subito l’influsso negativo della stella di Netanyahu. Mostrando ad ogni sconfitta le proprie debolezze: l’emorragia di voti e la troppa facilità nella scelta di cambiamento del timoniere. La lunga sequenza di nomi che si alternano ai vertici della leadership è l’evidente limite di prospettiva: da Ehud Barak fino a Peretz è un continuo avvicendamento alla guida del partito socialdemocratico Avodà, da Haim Oron a Horowitz ruotano a catena nella segreteria del socialista Meretz. Due forze che rischiano domani di veder definitivamente prosciugato il proprio bacino elettorale, a scapito di un potenziale movimento di rinnovamento, trasversale ed alternativo. Nel breve, però, i cortei del dissenso sono un terremoto politico che scuote il palazzo. A l’imprescindibile slogan dell’opposizione (“Chiunque tranne Netanyahu”) se ne aggiungono altri: solidarietà al BLM, fine dell’occupazione dei territori palestinesi, rispetto per la comunità LGBT. Nelle piazze gli studenti invocano lavoro e i commercianti indennizzi. Il filo comune che li lega è la critica alla gestione dell’epidemia messa in atto dall’attuale esecutivo. Inizialmente, la risposta di contenimento del virus era apparsa repentina e adeguata: lockdown e obbligo di indossare la mascherina, con un basso numero di contagi, concentrato in determinate zone, ad essere maggiormente colpiti ortodossi e arabi. Poi a maggio la seconda ondata. I primi focolai nelle scuole. Il picco cresce esponenzialmente di giorno in giorno. Diffusione a macchia d’olio a Gerusalemme. Sale il numero dei morti. Ritorno all’emergenza. Crepe nella maggioranza e Governo in cortocircuito. Intanto, Netanyahu oltre al Covid deve fare i conti con la magistratura in un aula di tribunale: aperta la fase processuale dei casi penali dove è incriminato per vari reati, tra questi la corruzione. Troppo anche per il longevo mago della Knesset, che perde consenso nella sua base. Mentre, l’onda “rivoluzionaria” incombe su Balfour street, residenza del primo ministro. I cancelli della “Reggia di Versailles” israeliana, simbolo della monarchia di Netanyahu, sono assediati da manifestanti che, almeno apparentemente, non si accontentano delle brioche.

IL SULTANO, DALLA MOSCHEA DI SANTA SOFIA AL SOGNO DI AL QUDS

In Turchia la rivoluzione islamizzante di Erdogan oscura l’immagine del padre fondatore della Repubblica, il laico Ataturk. La riconversione di uno dei monumenti più famosi del Paese in moschea è l’atto culminante di una campagna di propaganda iniziata ormai una decade fa. Con questa mossa il presidente turco travolge i simboli della cristianità e guarda con aspirazione ad imporre la propria guida, spirituale e politica, sull’intero mondo arabo: “sulle orme della volontà dei musulmani di uscire dall’interregno”.

Lo splendido edificio di Santa Sofia che campeggia sulle acque del Bosforo ha avuto due vite e mezzo: è stata basilica cristiana, moschea islamica e, a questo punto, transitoriamente museo nazionale. Realizzata da Giustiniano, lì furono incoronati gli imperatori cristiani di Bisanzio. Fino al sopraggiungere dell’ottomano Mehmet II, che riuscì in un’impresa fallita per secoli agli eserciti della mezza luna: far breccia nelle possenti mura a difesa di Costantinopoli. Il 28 maggio 1453 a poche ore dall’assalto finale dei giannizzeri in quella mastodontica chiesa, cattolici e ortodossi, mettendo da parte le contrapposizioni scismatiche, celebrarono insieme messa. Il 29 maggio il sultano Mehmet, il Conquistatore, avrebbe compiuto un gesto pieno di significato, entrato trionfante nella Basilica rivolse la preghiera verso la Mecca, prendendo formalmente possesso dell’edificio, proclamandola moschea. A differenza di molte altre chiese che non cambiarono culto, il senso di quell’operazione aveva indubbiamente un valore geopolitico forte, che infatti costernò l’Europa. La fine dell’impero romano d’Oriente era oramai ineluttabile: il lento declino iniziato due secoli prima mostrava segni di desolazione e degrado diffusi. Il “centro dei quattro angoli del mondo” aveva perso il suo antico splendore, al suo posto sarebbe nata la moderna Istanbul, capitale della Sublime Porta. Chiudendo un altro capitolo della storia del Mediterraneo, quello della millenaria civiltà greca: passata dal periodo classico a quello ellenico ed infine bizantino. L’ambizione di Mehmet, al di sopra tutto, portò alla caduta di Costantinopoli, ridisegnando i confini dell’Europa, allora come oggi divisa da faide e rivalità. Su questa figura la storiografia si divide, c’è chi lo ritiene un sovrano saggio e lungimirante, e chi come Benny Morris evidenzia, con recenti studi, come l’Impero Ottomano abbia avuto nello sterminio dei cristiani una delle sue caratterizzazioni ideologiche. Erdogan non nasconde ammirazione per questo personaggio, citandolo spesso nei suoi discorsi. Copiandone, ed esaltandone, non solo i valori islamici delle origini ma anche l’aspetto antieuropeista. A cui aggiunge le modalità del ricatto diplomatico, vuoi sulla questione dei migranti, vuoi delle politiche di decristianizzazione del Medioriente e, purtroppo, di una nuova guerra “santa” per Gerusalemme: “La risurrezione di Hagia Sophia è preludio alla liberazione della moschea al-Aqsa”.

L’ORIENTE E IL RITORNO DEL VIRUS

L’Asia cerca di tornare alla normalità ma il rapido diffondersi di nuovi focolai nella regione rischia di compromettere gli sforzi, adottati in questi mesi, per contenere il virus. Nella Corea del Nord del dittatore stalinista Kim Jong-un non ci sono conferme di infezioni. In quella del Sud, il livello del monitoraggio è attento, dopo gli ultimi casi di Seoul è stato reso noto che la seconda ondata prevista dai virologi per il prossimo autunno è giunta in largo anticipo nel Paese rispetto alle attese: forse innescata dalle affollate spiagge o dalla movida nei locali della sera. Le autorità sudcoreane hanno vietato gli eventi pubblici e imposto l’obbligo di indossare la mascherina. Riaperti invece i cancelli delle scuole. Termometri agli infrarossi ed ingienizzante per le mani devono essere presenti all’ingresso di grandi magazzini, ristoranti ed alberghi. Intanto, altri cluster compaiono in Cina. Fallito il tentativo di circoscrivere l’epicentro di Pechino, il virus ha superato i confini dei quartieri della capitale arrivando ad interessare la provincia di Hebei. Déjà vu di Wuhan: test e tamponi a tappeto, militari dislocati nelle strade, lockdown. Migliaia di voli cancellati. Nella lotta al Covid i vertici di governo cinesi hanno autorizzato la vaccinazione, sperimentale, all’esercito. In India, purtroppo, la crescita giornaliera delle infezioni è drammatica. A Mumbai ed a Delhi il sistema sanitario è oramai prossimo al collasso. La Germania ha esortato i connazionali presenti nel territorio a “considerare il rientro o il temporaneo spostamento in uno stato con migliori strutture sanitarie”. Nel resto dell’Estremo Oriente il quadro “clinico” è assai più ottimistico. Fanno eccezione l’Indonesia e le Filippine alle prese con un innalzamento del numero di casi. A Singapore, invece, valori stabili e non preoccupanti. Come del resto non allarmano la Malesia e il Giappone. La Thailandia, che nelle ultime settimane è retrocessa di posizione in posizione nella classifica delle statistiche degli stati con i maggior contagi mondiali, ha riaperto le saracinesche dei bar, dopo i giorni del coprifuoco notturno. A livello globale, meglio di Bangkok, solo Mongolia, Vietnam, Myanmar, Laos e Cambogia con zero decessi.

ADDIO AL VATE DELL’ANTIFASCISMO STERNHELL

“Fondamentalmente il Sionismo è nato con lo scopo di riportare il numero più alto possibile di Ebrei in terra d’Israele aspirando ad uno stato indipendente dalle caratteristiche simili a quelle di ogni stato nazionale dell’Europa, che era allora il modello dei primi sionisti. Il significato del Sionismo non è cambiato, ma la Guerra dei Sei Giorni e la conseguente occupazione del West Bank, hanno posto questa ideologia di fronte a nuove e difficili domande: è giusto, necessario e degno che lo stato nato dallo sforzo del Sionismo, domini un altro popolo? Personalmente penso che al Sionismo, nato per liberare il popolo ebraico, sia vietato di dominare un altro popolo ed è su questo punto che verte la discussione che è così viva e profonda nella società israeliana: sulla scelta fra il “Sionismo portatore di libertà” e il “Sionismo dominatore”.” Sono le parole di Zeev Sternhell, storico israeliano. Militante del movimento pacifista e insignito del premio Israele per le scienze politiche nel 2008. Mentore della sinistra, è opinionista per vari quotidiani, commentatore attento e critico alle problematiche di Israele. “Sulla questione del futuro del Sionismo, la società israeliana è divisa circa a metà e le recenti elezioni hanno ancora una volta confermato questo fatto. La vittoria di cui tanto si parla è un risultato personale di Netanyahu che è riuscito a convincere gli elettori tradizionali della destra a convogliare sul suo partito, il Likud, i voti che precedentemente erano stati distribuiti fra i vari partiti di questo raggruppamento. Anche nella sinistra il partito laburista si è rafforzato a discapito dei partiti che gli sono ideologicamente più vicini. I due raggruppamenti – quello della destra e quello della sinistra – escono da queste elezioni, ancora una volta, come entità di dimensioni simili, con un leggero vantaggio per la destra. Alla domanda su dove può portare questa polarizzazione della società israeliana, le devo rispondere purtroppo che sono sempre meno ottimista. Anche se questa maggioranza della destra ha margini minimi, rimane ancora maggioranza e permetterà al “Sionismo dominatore” di rimanere al potere, di perpetuare la situazione in cui Israele è democrazia per noi stessi ma non per i Palestinesi, di mantenere l’occupazione dei Territori e di continuare a colonizzare le terre dei Palestinesi e a tenerli in una forma di apartheid. Temo che il nuovo governo riproporrà la “Legge sulla Nazionalità”, che ha in sé il potenziale di discriminare gli Arabi israeliani, cercherà di ridurre al minimo l’influenza della Corte Suprema [che in Israele ha anche funzione di Corte Costituzionale n.d.r.] e in generale di influire sugli orientamenti educativi, culturali e mediatici sostenendo che non riflettono e anzi contraddicono il volere democraticamente espresso dal popolo nelle elezioni. A questo si sta avviando la società israeliana e la mia paura è che un numero sempre crescente di persone e in particolare di giovani, si chiederà se questo è veramente il paese in cui vogliono continuare a vivere.” Secondo lo studio della ong Peace Now il 2014 è l’anno dei record di gare d’appalto israeliane nei Territori Palestinesi Occupati della Cisgiordania e Gerusalemme. I bandi per costruire nuove unità abitative sono stati 4.485 con una crescita annuale dei coloni in territorio palestinese del 5,5%. L’espansione coloniale ha copiato per certi versi il modello di radicamento nel territorio dei pionieri kibbutnik, ma con una filosofia assai diversa. “C’è una forte somiglianza fra i due fenomeni, soprattutto per la assoluta sproporzione fra le dimensioni numeriche e la reale influenza politica. Tutte le organizzazioni cooperativistiche insieme, nel loro periodo di maggiore espansione, non hanno mai superato il 6-7% della popolazione israeliana. Le persone che vivono oggi nei territori al di là della linea verde sono circa 350.000 ma per la stragrande maggioranza di loro si tratta di una scelta economica, fatta per sfruttare le facilitazioni fiscali e i ridotti costi abitativi e dell’edilizia. I coloni “ideologici” sono poche decine di migliaia di persone che rappresentano una percentuale minima della popolazione israeliana ma che sono rappresentati nell’ambito della destra da un intero partito (Habayt Hayeudi) e dalla presenza come forza secondaria di sostenitori anche in tutti gli altri partiti della destra. E’ una forza che viene dalla propria ideologia assoluta, incrollabile, dalla certezza di essere nel giusto, senza dubbi. Tutto quello che manca da anni alla sinistra”. Nel settembre del 2008 il professore Sternhell è rimasto ferito in un attentato contro la sua persona. La matrice politica dell’azione terroristica risale alle frange dell’estrema destra israeliana. Il grave crimine non ha tuttavia smussato la passione civile di Sternhell, tutt’altro. “La legislazione influenzata e incoraggiata dalla “rivoluzione costituzionale” di Aharon Barak negli anni novanta, ancor prima che fosse scelto come Presidente della Corte Suprema, definiva Israele come stato ebraico e democratico in cui la maggioranza è ebraica e il sistema democratico assicura che tutti i cittadini godano degli stessi diritti. Quello che la Legge sulla Nazionalità farà, se verrà approvata, è stabilire l’esistenza di due comunità – una ebraica nazionale, l’altra civile più estesa, comprendente tutti gli altri, compresi gli Arabi. In caso di contraddizione o scontro fra gli interessi delle due comunità, quella nazionale ebraica godrà automaticamente della preferenza. La “nazionalità ebraica” diventerebbe una categoria giuridica alla quale la stessa Corte Suprema sarebbe sottoposta. Quello che farà la differenza nell’operato del prossimo governo sarà la omogeneità o meno su posizioni di destra. Se non ci sarà qualcuno ad arginare queste iniziative, come è stato con Lapid e la Livni negli ultimi governi, questa legislazione prenderà corpo e metterà in serio pericolo la democraticità di Israele.” Tra il 1990 e il 2000 approdarono in Israele ottocentomila cittadini dell’ex Unione Sovietica. Il primo mezzo milione si riversò nel paese nel giro di appena tre anni. Nel loro complesso determinarono un incremento demografico di circa un quinto rispetto alla popolazione israeliana di fine anni Novanta. Il direttore dell’Agenzia ebraica, l’ente che si occupa di accogliere e favorire l’integrazione in Israele degli ebrei che scelgono di fare l’aliyah (andare a vivere in Israele) ha dichiarato che dal 2010 al 2014 sono arrivati in Israele circa 100 mila nuovi immigrati, ben 245 mila negli ultimi dieci anni. Dati alla mano sempre più ebrei lasciano l’Europa dove la convivenza peggiora anche a causa del perdurare del conflitto israelopalestinese. “Non penso che l’immigrazione dall’Europa assumerà le proporzioni di un’ondata, certo non come quelle che abbiamo conosciuto dopo la fondazione dello Stato nel 1948 o con l’arrivo di oltre un milione di Russi dopo la caduta dell’Unione Sovietica. Da una parte gli Ebrei europei hanno radici molto ben piantate nei paesi in cui vivono e dall’altra l’antisemitismo in Europa non ha ancora raggiunto proporzioni che spingano gli Ebrei a fuggire frettolosamente dalle proprie case e attività. La crescente presenza e influenza islamica potrebbe fare da ulteriore catalizzatore, laddove i musulmani identificano gli Ebrei con la politica di Israele e questi diventano “le vittime” dell’odio nei confronti dello stato ebraico. Siamo insomma di fronte a un paradosso e cioè che Israele non solo non è una soluzione per questi Ebrei, ma diventa anche un problema. Credo comunque che arriveranno alcune decine di migliaia di persone, per lo più appartenenti agli strati sociali medio-bassi, molti di questi religiosi. Un pubblico già ben identificato con il centro destra, che non avrà nessun problema ad inserirsi in questa fascia politica con la cui ideologia si riconosce. E la destra ne uscirà ancora più rinforzata.”

Passo tratto da Voci da Israele, L’Espresso ebook, 2015.

Alfredo De Girolamo e Enrico Catassi

LIBIA, AVANZA LA TURCHIA

La rivalità tra il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e il suo omologo egiziano Abdel Fattah al-Sisi non è una novità del teatro di guerra libico. Il sultano di Istanbul e il faraone del Cairo rappresentano concezioni opposte ed inconciliabili. Sono l’ultimo esempio della tradizionale contrapposizione ideologica del mondo arabo contemporaneo, diviso tra il movimento islamico ispirato dalla Fratellanza musulmana e quello nazionalista-autoritario imposto da Nasser. Simbolicamente rappresentano lo scontro tra radicalismo religioso e pseudo socialismo: il potere dei chierici o dei generali, il corano o la spada. In comune hanno l’intolleranza per il sistema democratico, la propensione a negare i diritti e a reprimere la libertà, a partire da quella di stampa, evitando di dire verità scomode, come quella sul caso Regeni.
La rottura e l’inizio delle “ostilità” tra Erdogan e al-Sisi risale al luglio 2013, quando l’esercito egiziano rimuove con un colpo di stato il presidente Mohamed Morsi. Esponente di spicco della fratellanza, alleato di Ankara. Martire della causa per Erdogan. Terrorista per al-Sisi. Da allora sarà un crescendo di tensioni tra i due stati che culminerà proprio nel faccia a faccia della guerra civile libica, dove sono schierati uno al fianco del presidente al-Saraj e l’altro con il maresciallo Haftar. Egitto e Turchia hanno dispiegato mezzi e uomini sul campo alzando il livello ad aperto conflitto, non più una silenziosa guerra per procura. Ma offensiva e contro-offensiva, con l’obiettivo del controllo totale dell’ex colonia italiana in Africa.
Il coinvolgimento turco, salvifico per il governo di al-Saraj, ha cambiato le sorti della battaglia di Tripoli, frenando così il successo della campagna militare di Haftar. Trasformando una vittoria che sembrava imminente in una disastrosa ritirata. Al punto che il Cairo difronte ad una disfatta inaspettata ha cercato di prendere tempo proponendo un ritorno al tavolo delle trattative. Percorso impervio, almeno finché Haftar rimane sulla scena e gode della fiducia sia del faraone che dello zar Putin. Se questa credibilità dovesse venir meno sia sul piano internazionale che su quello delle alleanze interne, oramai incrinate, rimarrebbe solo ad affrontare il suo destino. Il Napoleone della Cirenaica è un vero trasformista di casacca, è stato: agli ordini di Gheddafi, al servizio della CIA, garante della Francia, sotto l’ala protettiva di al-Sisi. Un trasformista politico e arrogante comandante, le cui qualità strategiche sono state spesso incautamente sovrastimate. Ha perso una guerra vinta in Ciad e oggi vede svanire il sogno di conquistare sotto i suoi vessilli la Libia. Nella sua eloquente disastrosa caduta offre le spalle al nemico e arretra verso il confine egiziano, dove si stanno ammassando truppe che potrebbero diventare la sua unica speranza. E da dove negli ultimi giorni sono, con molta probabilità, decollati i jet che gli hanno permesso di ridurre le perdite. Nel gioco libico qualcuno rischia di rimanere con un pugno di mosche in mano.

Fauda e Balagan. Un blog di Alfredo De Girolamo ed Enrico Catassi