LA MEMORIA DELLA GUERRA

In Israele quello trascorso non è stato un weekend di maggio qualunque. La sera di sabato è stata segnata dalle ormai canoniche proteste, con tensioni tra polizia e manifestanti, che chiedono le dimissioni del governo Netanyahu. Domenica, al calare del sole invece sono iniziate le celebrazioni dedicate alla memoria dei soldati caduti e delle vittime degli attacchi terroristici. E di nuovo una lunga scia di polemiche ha attraversato un paese spaccato. Nel nord della Galilea, tra gli sfollati che da mesi hanno lasciato le proprie abitazioni, c’è chi simbolicamente invoca la secessione. Scegliendo di non appendere ai balconi la tradizionale bandiera blu e bianco. Nel kibbutz Nirim c’è chi ha lanciato una petizione per non far trasmettere gli eventi sui media nazionali, raccogliendo 70 mila firme.
Nei tragici 7 mesi che ci siamo lasciati alle spalle, tanti altri nomi si sono aggiunti alla lista di persone da ricordare, e altri se ne aggiungeranno ancora nelle settimane di guerra a seguire. Sia dal lato israeliano che da quello palestinese. La doppia narrazione, con il suo comune denominatore, finisce inequivocabilmente per diventare un’unica storia di guerra. Ripetitiva. Inscindibile. Dolorosa.
In questo contesto è stata toccante la cerimonia parallela che dal 2006 organizza l’associazione pacifista israelo-palestinese Parents Circle – Families Forum. Sono i parenti delle vittime, di cui abbiamo sulle pagine di questo giornale ampiamente parlato. Sono amici. Il loro lutto è anche il nostro. L’intento invece è di andare oltre il concetto di “guerra e morte come inevitabile e necessaria”, presentando una narrazione alternativa che metta le vite umane in primo piano, al di sopra dell’appartenenza ad uno stato o ad una religione. Non più nemici ma fratelli. Uniti per sempre. Purtroppo, oggi non fisicamente. Dal 7 ottobre 2023 il governo di Israele ha revocato i permessi di ingresso ai palestinesi, e coloro che dall’altra parte del muro avrebbero voluto presenziare all’evento non hanno potuto farlo. Una crudele realtà, ingiusta. E così gli organizzatori hanno optato per “stringersi” insieme virtualmente da due luoghi diversi, Tel Aviv e Beit Jala, dalle acque del Mediterraneo alle colline della Cisgiordania. L’incontro a distanza si è svolto l’8 maggio, e poi è stato trasmesso in streaming alla vigilia del “Giorno della Memoria”. Proiezioni aperte al pubblico si sono svolte nelle case dei “volontari” del Parents Circle. Sul palco israeliano è intervenuto Yonatan Zeigan, il figlio di Vivian Silver, attivista pacifista barbaramente uccisa da Hamas: “Oggi guardo i miei figli con il cuore spezzato al pensiero che anche il loro padre potrebbe non vivere abbastanza per vedere la pace”. Michal Halev, madre di Laor Abramov il DJ assassinato dalla ferocia dei fondamentalisti islamici al festival musicale Supernova: “L’unico obiettivo che ho trovato per continuare a vivere è contribuire a fare in modo che non ci siano più madri distrutte dal dolore”. Tra i relatori palestinesi ha parlato Ahmed Helou, che ha perso numerosi membri della sua famiglia a Gaza: “Dietro ogni nome c’è un essere umano con una storia, una famiglia e dei sogni”. Sogno di pace, che resta un incubo per questi due popoli. Eszter Korányi co-direttore del lato israeliano del movimento del “circolo dei genitori”: “Onestamente, se questa guerra fosse in corso da qualche altra parte, a nessuno importerebbe qualcosa”. Invece, importa e molto.
Triste da dirsi ma proprio coloro che meritano maggior rispetto, per aver perso un proprio caro, sono oggetto da anni di una campagna di odio da parte della destra israeliana: “traditori” che “siedono con i terroristi”, “portatori di una dottrina velenosa”, “antisionisti che non hanno diritto di parlare”. Ecco come sono chiamati i coraggiosi israeliani del Parents Circle. In un post di commento a un articolo di Haaretz apparso questa mattina c’è chi scrive persino “utili idioti”. Purtroppo in giro c’è tanto di cui vergognarsi.

BENNY VS BENNY

“Le leadership di Israele e Palestina devono andarsene. È responsabilità diretta del popolo israeliano e palestinese mandarli via. Ma anche la comunità internazionale deve fare la sua parte… Il conflitto è andato oltre i confini di Israele e Palestina, con il potenziale rischio di un allargamento nella regione. Oltrepassando le linee rosse della morale”. “This has to end”. Tutto questo deve finire, è l’appello lanciato dalle colonne del Jerusalem Post da Gershon Baskin, direttore dell’International Communities Organization, editorialista e negoziatore di ostaggi, si occupò della liberazione nel 2006 del soldato Shalit, dopo 5 anni e 4 mesi in cambio di 1027 detenuti nelle carceri israeliane.

Intanto, a Tel Aviv e Gerusalemme risuona l’urlo della folla: “Elezioni subito!”. In una protesta che si sdoppia. Da un lato i cortei e le tende nelle piazze contro Netanyahu e dall’altro lo scontro politico nella Knesset. Ad unire le forze anti-Bibi potrebbe essere, ancora una volta, il ministro del gabinetto di guerra Benny Gantz, che ha pubblicamente avanzato la proposta di anticipare a settembre le elezioni. Che l’uscita di Gantz sia stata concordata con l’amministrazione di Biden è una supposizione. Non trascurabile visto che la finestra indicata per il rinnovo della Knesset è settembre, vigilia delle presidenziali USA. Quando, in caso di vittoria di Trump, muterebbe il quadro geopolitico, difficilmente a favore di Gantz. Il tappeto rosso della Casa Bianca all’ex generale e lo smacco del mancato invito a Bibi, sono indizi rivelatori che lasciano poco margine al fraintendimento. I democratici statunitensi hanno imbarcato il leader di HaMahane HaMamlakhti e Biden ha scaricato l’amico Netanyahu, con cui è “molto incavolato”.

Dopo 6 mesi di guerra, la strategia politica dell’ex capo dell’IDF ricalca quella della torre negli scacchi, muoversi sia in orizzontale che in verticale. È al fianco dei parenti degli ostaggi a Gaza (“Mi vergogno quando ascolto l’atteggiamento di alcuni parlamentari nei confronti delle famiglie degli ostaggi”), e in campo come alternativa a Netanyahu (“Il popolo israeliano è soffocato da una visione di governo bloccata nel passato”). Per arrivare a mettere in scacco re Bibi l’unica via è portarlo allo scoperto dalla trincea dove si è arroccato, con le urne o con la crisi di governo. La prima opzione ha bisogno della seconda. La seconda può fare a meno della prima.

Scrive The Times of Israel: “Gantz si è indebolito nei sondaggi nelle ultime settimane e la sua uscita dalla coalizione non farebbe cadere il governo, tuttavia, nuove elezioni potrebbero potenzialmente vederlo spodestare il primo ministro più longevo di Israele. I sondaggi mostrano il suo partito costantemente al primo posto nei consensi e il Likud che sta affondando. Sempre più israeliani lo indicano come candidato adatto a ricoprire la carica di premier, al posto di Netanyahu”. Insomma, la partita tra i due Benny è entrata in una nuova fase.

Nell’aprile del 2020 Gantz non aveva resistito alle lusinghe di Bibi, accettando la formazione di un governo d’emergenza in cambio della rotazione al vertice. Allora, una delle battute che circolavano tra i giornalisti israeliani era: “Sapete quante saranno le ore di Gantz a Balfour street (la residenza a Gerusalemme del primo ministro)? Otto, ovvero quelle che ha passato nello studio di Netanyahu per trovare l’accordo”. E fu veramente così. Invece, di cedere la poltrona Bibi fece saltare il banco. In pochi forse ricordano che dieci anni prima il giorno della sua investitura a tenente generale, di lui Netanyahu disse: “È un eccellente ufficiale che possiede tutti gli attributi per essere un comandante di successo”. Molti probabilmente si ricordano della propaganda della destra nella campagna elettorale del 2019. La macchina del discredito o del fango gli rovesciò addosso di tutto. Il quotidiano Maariv divulgò la notizia, falsa, che Gantz avrebbe fatto uso di ansiolitici. Il giornale Yedioth Ahronoth, cantore delle gesta del leader del Likud, invece pubblicò una vignetta dove due capi di Hamas commentano: “Speriamo vinca Netanyahu, dicono che Gantz sia fuori di testa”. Attualmente Gantz, quale membro del ristretto gabinetto, è personalmente esposto nella gestione della crisi. E Netanyahu non gli rende la permanenza nella maggioranza una cosa semplice, tra esternazioni degli estremisti, politiche sensibili ai religiosi e frecciate: “deve smettere di occuparsi di politica spicciola solo perché il suo partito sta cadendo a pezzi”. Nemmeno i rapporti con Yair Lapid sono gli stessi di quando correvano insieme, le strade si sono divise. E oggi Lapid è il riconosciuto leader dell’opposizione. A questo punto a Gantz non resta che tenersi stretti i sondaggi. L’ultimo in ordine di tempo è di poche ore fa: 32 seggi accreditati alla sua lista, contro i 17 del Likud e i 15 di Yesh Atid di Lapid. Se l’esecutivo lentamente collassa ma soprattutto se Biden continua a spingerlo, potrebbe essere la volta buona per Balfour street. Altrimenti, sarà l’ennesimo buco nell’acqua.

L’IMPORTANTE E’ ASPETTARE

“Are elections an option?”. Sono le elezioni in Israele davvero un’opzione fattibile al momento? Questo si chiede Susan Hattis Rolef sul Jerusalem Post. L’opinione della commetantrice politica è che: «A meno che uno dei soggetti all’interno dell’attuale coalizione di destra di Netanyahu non decida di abbandonare il governo, l’evenienza di un prossimo voto alla Knesset, per indire le elezioni anticipate, sembra estremamente bassa. Implicito, tuttavia, che Netanyahu riesca a risolvere il nodo della legge sulla leva obbligatoria degli haredim (religiosi ebrei ortodossi ndr), in discussione parlamentare, senza apportare nessun cambiamento sostanziale al vigente status quo. E che [Netanyahu] sappia tenere fuori dal gabinetto di guerra il leader di Otzma Yehudit Itamar Ben-Gvir. Evitando di innescare la crisi dell’esecutivo. Inoltre, dal momento che il ministro senza portafoglio Gideon Sa’ar e il suo partito, New Hope (a cui aderiscono quattro parlamentari), hanno deciso di staccarsi dalla lista di Unità Nazionale guidata da Benny Gantz, abbiamo sulla carta una potenziale maggioranza di destra, che potrebbe attestarsi a quota 68 seggi. Ne consegue che, in pratica, l’attuale governo potrebbe durare fino alla fine dell’ottobre 2026… Nel frattempo però ci saranno le elezioni presidenziali americane, che potrebbero effettivamente rimescolare le carte in tavola».

Se la variante interna per Netanyahu sono i giudici del tribunale di Gerusalemme e la futura commissione d’inchiesta sulle responsabilità del 7 ottobre. Quella esterna è rappresentata dai frontali di Biden (“Adesso più aiuti”) e Borrell (“Israele usa la fame come arma di guerra”). Washington e Bruxelles hanno voluto rimarcare un chiaro avvertimento: A tutto c’è un limite. Non siamo disposti a sopportare che le politiche israeliane siano materia tanto della campagna elettorale in Europa quanto di quella statunitense. Il succo del messaggio: Bibi torna nel seminato, e soprattutto fermati. Il problema è che il falco della destra sa benissimo che nel suo caso chi si ferma è perduto. E per sopravvivere deve lottare con ogni mezzo. Giocando di propaganda per recuperare lo svantaggio dell’impopolarità. Consapevole che se arbitro non fischia, la partita, e la carriera, non è finita.

A suo favore come scrive sempre Hattis Rolef ha il fattore campo, che poi sarebbe l’assetto Knesset. Tre sono le novità nel panorama politico israeliano che potrebbero avere degli effetti, sia nel breve che nel lungo periodo.

Come era immaginabile, la notizia della separazione tra Sa’ar e Gantz ha suscitato clamore mediatico. Le ragioni del divorzio sono ben spiegate dalla richiesta, o pretesa, di avere un seggio nel gabinetto di guerra. Ovvero, entrare a far parte dell’unico organo che comanda “realmente” in Israele. Sa’ar, dopo una lunga militanza al fianco di Netanyahu nel 2020 era uscito dal Likud, spostandosi sotto l’ala protettiva di Gantz. Il ritorno alle origini, una mossa nemmeno troppo inaspettata dopo le aperte critiche a Gadi Eisenkot, è l’ennesima trovata del “collaudatore” della destra post Sharon. Quella che ha elevato Bibi Netanyahu a signore indiscusso di Israele. Nel clima attuale mollare i centristi e tornare su posizioni più marcatamente nazionaliste è un elemento per certi versi dirompente. Non a caso Sa’ar ha ribattezzato il suo partito Hayamin Hamamlachti. Tradotto: “La destra dello statista”. La strategia dell’ex dirigente del Likud sembrerebbe indirizzata a creare le condizioni per un riavvicinamento a Bibi, ma potrebbe essere anche un’abile mossa per portare allo scoperto eventuali ammutinati del suo ex partito, e spianare la strada a Gantz.

La seconda domanda è che cosa fa la sinistra sionista? Aspetta di liquefarsi completamente o cerca una soluzione per non farsi prosciugare dai movimenti centristi? Il tentativo di federare Avodà e Meretz in un unico partito è una necessità. Vitale in un sistema elettorale proporzionale con sbarramento al 3,25%. Ma non essendoci prospettiva di voto imminente qualcuno potrebbe decidere di tirarsi indietro. E arroccarsi nel proprio piccolo orticello. Il ruolo di salvatore della sinistra si addice perfettamente all’ex generale Yair Golan, militante del Meretz. Che intanto in questa missione ha arruolato due importanti quadri del partito laburista, Naama Lazimi e Gilad Kariv. La vera impresa è riuscire ad alimentare la tremula scintilla del consenso, dimostrare che l’anti-Bibismo non è solo un vuoto slogan e che la tribù della sinistra esiste ancora.

Infine, le tensioni nel governo tra il ministro della Difesa Yoav Gallant (Likud) e quello delle Finanze Bezalel Smotrich (Partito sionista religioso) hanno toccato un nuovo apice. Smotrich leader dell’estrema destra da settimane ha alzato il tiro degli attacchi all’indirizzo dei vertici dell’esercito e dei servizi segreti: “l’IDF e il suo capo hanno fallito non solo tatticamente e operativamente, ma concettualmente”. Fuoco a delegittimare non gradito da Gallant: “State danneggiando Israele e minando il sistema di difesa solo per ragioni politiche. Questo è male, specialmente durante la guerra… Non permetterò a nessuno di trasformare l’esercito in una milizia al servizio di questo o quell’attore”. Chi si tiene fuori dalle discussioni “di condominio” è ovviamente il padrone di casa, Benjamin Netanyahu.

FLOP ELEZIONI, BIBI EVITA IL PRIMO OSTACOLO

Israele al voto, in tempo di guerra. Le elezioni amministrative, in origine previste a fine ottobre e posticipate a causa dell’intensificato conflitto con Hamas e dell’escalation con Hezbollah, si sono svolte martedì 27 febbraio, riscontrando generalmente una bassa partecipazione. Per la terza volta nella sua storia lo stato ebraico ha dovuto rinviare le elezioni locali. In precedenza avvenne nel 1973 durante la guerra dello Yom Kippur e nel 1982 in concomitanza della prima guerra in Libano.

197 sono stati i comuni interessati da questa tornata, esclusi invece, una decina in tutto, alcuni situati lungo il confine della Striscia di Gaza ed altri al nord limitrofi al Libano. Dove i residenti sono da mesi stati evacuati per ragioni di sicurezza e distribuiti in varie parti del paese, alloggiati in hotel o temporaneamente presso amici e familiari. Rendendo complicata la logistica dell’organizzazione, per loro si svolgeranno il prossimo autunno. Dei circa sette milioni di aventi diritto solo meno della metà si è recato alle 11 mila urne distribuite urne nel paese. La settimana scorsa i primi a votare con la doppia scheda (gialla per eleggere il sindaco e bianca per la lista del consiglio comunale) sono stati militari e riservisti, nei seggi allestiti presso le basi dell’esercito.

Molto alto il livello della sicurezza, con regolari controlli ogni due ore, predisposti da polizia in coordinamento con il comando militare. Come prevede la legge se nessuno dei candidati supera la soglia del 40% è previsto il ballottaggio tra i primi due. Per conoscere il nome del sindaco di Haifa, terza città per numero di abitanti, si dovrà aspettare il 10 marzo. Intanto, nell’ombra della guerra che incombe, lo spoglio è andato a rilento. L’esito parziale tuttavia, ha confermato la vittoria degli attuali sindaci di Tel Aviv e Gerusalemme. Non cambia colore (e tendenza) la città laica, del mare e del divertimento, retta ininterrottamente dal 1998 da Ron Huldai, storica figura del partito laburista. Che si attesta sopra il 50%, staccando di una decina di punti la rivale Orna Barbivai, espressione dell’ala centrista e liberale. Non è bastato l’endorsement del leader dell’opposizione Yair Lapid all’ex generale (prima donna a raggiungere tale grado nell’IDF), e già parlamentare della Knesset, per sconfiggere l’inossidabile ed intramontabile Huldai. Poco distante, nella “Santa Gerusalemme” tutto secondo le previsioni della vigilia. Eletto Moshe Lion, secondo mandato consecutivo per il noto dirigente del Likud. Che ha letteralmente stracciato gli avversari. Compreso l’attivista per i diritti civili Yosi Havilio, sponsorizzato dal “campo largo” di centrosinistra (e dal movimento pro-democrazia). Nulla da fare per lui in una corsa persa in partenza, in una città dove il voto secolare è ormai minoritario e ininfluente difronte all’ortodossia dei religiosi. Cade anche la storica roccaforte laburista di Holon, alle porte di Tel Aviv. Sconfitto Moti Sasson che sullo scranno di sindaco sedeva da 30 anni. Costretto a farsi da parte per l’avanzata imperiosa della lista indipendente dei “volontari” guidata da Shai Kenan. Che con la sua organizzazione benefica ha scalato la fiducia tra la gente.

Problematico il voto nelle comunità arabe-israeliane investite da un’onda di criminalità senza precedenti. Oggetto di costanti pressioni e quotidiani violenti attacchi. A riguardo i ricercatori Yael Litmanovitz e Muhammed Khalaily hanno scritto: “Dobbiamo protestare contro il contesto devastante che stanno vivendo le comunità arabe negli ultimi anni, in cui i cittadini hanno paura di uscire di casa dopo il tramonto, hanno paura persino di mandare i figli a scuola o al parco, addirittura di dormire troppo vicino alle finestre per gli spari. Non dobbiamo permettere che si crei una situazione in cui gli arabi di Israele abbiano paura di andare a votare ed eleggere un sindaco o un consigliere, né una situazione in cui i candidati stessi temono che svolgere un ruolo civico possa costare loro la vita”.

In conclusione. Queste elezioni amministrative non hanno avuto un riflesso su scala nazionale. Al contrario, a trainare i pochi contendibili voti sono stati i candidati in gioco. Netanyahu si è tenuto lontano dalla campagna elettorale, per ovvi motivi politici, in un momento in cui ha ben altro a cui pensare. Lasciando che l’elezione facesse il suo corso naturale. E così Bibi non è stato investito da un referendum sulla sua persona, che avrebbe potuto provocare un terremoto politico. Cresce comunque il peso nella società tanto dei movimenti dal basso quanto degli ortodossi. Il vero dato negativo è la bassa, bassissima affluenza (a Gerusalemme si sono recati alle urne il 25% degli aventi diritto). Il fattore guerra ha sicuramente influito sul diffuso pessimismo verso la politica. Il nodo della tutela della democrazia è alla radice.

LE AQUILE

Oggi ho visto per la prima volta un aquila combattere con un corvo. Il bianco uccello alato contro quello nero e gracchiante. Alcune rapide strambate al vento, discese in picchiata libera e poi la mossa che non avrei mai immaginato in quel duello aereo da prima guerra mondiale, avvenuto sopra il verde mare delle Andamane: il corvo in posizione migliore per sferrare l’attacco dall’alto sembrava aver sopraffatto l’aquila, che improvvisamente ha girato su se stessa ritrovandosi becco a becco con il nemico, continuando a volare all’incontrario e colpendo l’avversario colto di sorpresa. Pochi attimi di acrobazie. Fine della guerra.
In questi giorni, di non proprio buon umore, due libri mi sono stati di conforto. E sono “Quando le montagne cantano” scritto da Nguyen Phan Que Mai (perdonate gli “accenti” mancanti sulle e) e “Diario di una splendida avventura” di Tonino Aloi. Il primo è finzione, narra la saga di una famiglia vietnamita che scorre dagli anni ‘30 dello scorso secolo fino ai giorni nostri. Il secondo invece è il racconto dell’esperienza di vita dell’autore, medico e cooperante, e della moglie Raffaella in Africa. Si snoda così il diario di un “viaggio” che nel 1971 li ha portati in Uganda, ad aiutare il prossimo. Per fede e altruismo. Innovando la cooperazione allo sviluppo.
I due libri lasciano e tracciano una lunga scia, trasportandoti in mezzo a violenza, facendoti toccare con mano fame, povertà e malattia (e nel caso di Tonino anche di applicazione pratica della medicina tropicale). Due testi pervasi di forza d’animo nel far fronte alle difficoltà da superare. Volontà di dimostrare e dare coraggio al prossimo. In un mondo dove tutto ruota intorno alla speranza, a cui si affidano tanto i personaggi di Nguyen quanto Tonino. Accompagnati nella loro peregrinazione, reale e non, da amici, nemici, crescita spirituale, buddismo o cattolicesimo. Immergendosi, nel loro caso, completamente nel contesto e nel paesaggio.
“Ogni giorno, prego perché il fuoco della guerra si estingua. Allora tuo zio potrà camminare sulle ceneri di tutto ciò che abbiamo perduto e tornare a casa. Sono sicura che questo momento arriverà”, ripete la nonna alla nipote in un Vietnam rovesciato dal conflitto.
Riflette il dottor Aloi guardando indietro: “Ognuno vive la propria vita e la propria esperienza, l’importante è viverla con lealtà e passione nei propri confronti e nei confronti degli altri, seguendo, più o meno coscientemente, la vocazione che il Signore ti manda”.
Ho raccontato ad un vecchio gipsy del mare di aver visto la “battaglia” delle Andamane tra il corvo e l’aquila. Lui mi ha guardato con gli occhi scavati e scuri. Poi in inglese (senza le r) e la movenza delle mani ha descritto la bellezza dello spettacolo della “danza” delle aquile, per accoppiarsi. Dicendomi che da quel momento il legame è eterno. Ecco, Tonino e Raffaella sono due aquile che volteggiano magistralmente sopra la nostra storia.

ec

IL PALESTINESE CHE RESTAURAVA LA STORIA

Osama Hamdan, non il noto terrorista ma il bravissimo architetto palestinese, era mio amico. Portare lo stesso nome e cognome, di uno dei leader storici di Hamas, comportava talvolta esilaranti equivoci. Ricordo benissimo la faccia dell’addetto alla sicurezza dell’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv, mentre sfogliava le pagine del suo passaporto. Panico imbarazzante. In effetti se pensi di avere davanti a te uno dei primi della lista dei ricercati dai servizi segreti israeliani qualche effetto istintivo naturale lo provoca, a chiunque. Soprattutto quando solo pochi secondi prima gentilmente gli avevi augurato buon giorno e preso in mano il suo documento d’identità, in totale leggerezza e pronto a fargli fare la trafila di rito che tocca ai palestinesi gerosolimitani. Comunque, a spiegargli che non si trattava della stessa persona ma di un semplice caso di omonimia fu lo stesso Osama, molto divertito dall’episodio. Per piccolo e ridicolo che possa sembrare tutto ciò se sei palestinese lo devi mettere in conto, purtroppo è la normalità e ti ci devi abituare.
Una estate mi capitò di farmi ospitare a casa sua. Clara (sua moglie) con Marta e Alessia (le figlie allora bambine) erano in vacanza in Piemonte, dai nonni. Il mio arrivo portò cene e aperitivi. Negli anni a seguire Osama nel giustificarsi di quella mia allegra presenza amava dire a Clara: “Enrioo invitava un sacco di gente diversa”. Clara che ovviamente ci conosceva bene non si è mai arrabbiata, ne’ con me ne’ con lui. L’abituale appuntamento mattutino che ci eravamo prefissati era la sigaretta e il caffè. Quando non era troppo tardi lo prendevamo in veranda. Ricordo con dolcezza Osama fumare e guardare con una sorta di adorazione il panorama di Gerusalemme. In tutta onestà alcune volte non capivo a cosa pensasse, altre invece discutevamo di tutto. Succedeva che lo accompagnassi da Sebastia a Gerico, da Betlemme all’Ikea di Petah Tiqwa. Oppure a comprare il pesce a Jaffa, alla vigilia del Natale. Per più di 10 anni ho passato in quella casa le feste, in famiglia. Che prendevano il via con: “Ti va un Campari per aperitivo?”. La risposta era ovviamente: “Sì!”. Osama Hamdan era una persona solare. A cui piaceva la semplicità e la giustizia. Intellettuale di una sinistra palestinese andata svanendo nel tempo, ma che resta radicata nel dna di un popolo oppresso. Fagocitata tanto dal fondamentalismo quanto dall’ immoralità manifesta della congrega di Arafat. Un giorno si parlerà delle ingiustizie perpetrate da chi governa oggi i palestinesi, come del resto delle vessazioni imposte dall’occupazione israeliana, Osama lo raccontava da oltre vent’anni. E come il saggio che ascolta il vento non vedeva nulla di buono all’orizzonte. Forse la convinzione che la bottiglia del dolore non aveva fondo ha spinto Osama Hamdan a dimostrarsi all’altezza degli eventi. Ha ricevuto onorificenze in mezzo mondo, inclusa quella di cavaliere della repubblica italiana. Ha collaborato con l’archeologo padre Michele Piccirillo, ha scritto e riformulato la storia dell’architettura e del restauro palestinese, grazie anche al vincolo di sodalizio con l’esperta Carla Benelli. Ha svolto lui teoricamente musulmano, ma totalmente agnostico, i lavori al Santo Sepolcro e alla Natività, mettendo quasi sempre tutti d’accordo, cosa non semplice nella fragile e complessa rete di rapporti per non alterare lo status quo. Vederlo passeggiare sotto le navate al seguito dei frati francescani che pendevano dalla sua infinita conoscenza è la foto che ho stampato nella memoria del nostro ultimo incontro, era una calda mattina di autunno del 2022. La sera prima avevamo cenato insieme. Appariva stanco e provato. La malattia lo stava lentamente prosciugando. Lui non si arrendeva. Terminata la cena uscimmo sul patio: “Mi offri una sigaretta? Mi va di fumare”. Sapevo che aveva smesso da tempo. La vista che avevamo difronte non era più quella del passato rivolta alle mura della città Vecchia, le cose e le case cambiano e adesso la nuova dimora degli Hamdan guarda verso il deserto. Mi raccontò delle cure in ospedale e della contentezza di essere diventato nonno. La figlia minore Alessia venne a sedersi accanto noi, con il suo narghilè alla mela. Quando l’aria incominciò ad essere pungente intervenne: “Baba ti porto una coperta?”. Osama scosse la testa: “Meglio rientrare”. Penso che avrei potuto resistere al freddo polare pur di continuare per ore quella conservazione.
Triste oggi ripensare a quel momento, a Gerusalemme senza il compagno Osama.

ec

MR NO

La mattina di Venerdì 19 gennaio 2023 alla Casa Bianca, Biden è seduto nel suo ufficio, alla cornetta del telefono. Il capo opposto del filo è a Gerusalemme. Dove intanto è sceso lo Shabbat. “Hello Bibi!”. Netanyahu risponde: “Shalom Joe”. Il motivo della chiamata è ovviamente la guerra a Gaza e le tensioni in Medio Oriente. La voce del presidente statunitense non è squillante e suona depressa. “È un po’ che non ci sentiamo. Ma mi pare che dall’ultima volta le cose non siano cambiate molto. Hai mica pensato hai suggerimenti che ti ho dato?”. Il premier israeliano si affretta a chiarire: “Guarda, ci ho riflettuto (bugia). E non mi pare che l’idea di uno stato palestinese sia una bella trovata. A mio avviso sa troppo di sinistra. Non vorrai mica che mi rimangi tutto quello che ho vomitato addosso a Rabin”. Biden ora è indispettito, quasi arrabbiato: “Allora, cosa proponi?”. Il falco della destra prende la parola: “Beh, ci sarebbero tre o quattro soluzioni che mi frullano in testa. Smotrich avrebbe un progetto per costruire a Gaza un centro residenziale, riportare i coloni a vivere nella Striscia e buttare fuori tutti i palestinesi (oltre due milioni di persone). Nel mio partito (il Likud) c’è invece chi pensa di dividere Gaza in tanti piccoli emirati (meglio se governati da clan che tra di loro non si sopportano). Poi ci sono i militari che propongono una fascia di sicurezza, che io indicativamente estenderei ad una ventina di chilometri (nel punto più ampio dal mare Gaza misura 12 km). Comunque, mi sembrano tutte alternative molto interessanti da sviluppare, che dici?”. Non c’è risposta, silenzio. “Hey Joe ti sarai mica addormentato? Pronto?”. Passano i minuti e si sente finalmente una voce: “Primo ministro di Israele mi spiace informarla che il nostro presidente è svenuto, lo stiamo rianimando”. Netanyahu è allarmato dalla notizia sulle condizioni del suo amico. “Mi dispiace. Facciamo così quando si è ripreso gli riferisca pure che la telefonata per me è andata bene, e che non si stia a preoccupare tanto finirò la conversazione con Trump”.
Dalla finzione alla realtà, 40 minuti di colloquio “cordiale”: “Il Presidente e il Primo Ministro hanno discusso degli sforzi in corso per ottenere il rilascio di tutti gli ostaggi rimasti detenuti da Hamas… Il presidente ha anche presentato la sua visione di pace e sicurezza duratura per Israele, pienamente integrata nella regione, con la soluzione a due stati”. Il commento ottimistico di Biden ai giornalisti: “Ritengo che saremo in grado di trovare una quadra”. La precisazione non proprio diplomatica di Netanyahu sui social: “Non scenderò a compromessi sul pieno controllo della sicurezza israeliana su tutto il territorio a ovest del fiume Giordano, e ciò è contrario a uno stato palestinese”. Chiarissimo. D’altronde è lo stesso concetto espresso, in modo istituzionale, dal presidente Herzog al forum di Davos, pochi giorni fa: “Nessun israeliano sano di mente sta pensando al processo di pace in questo momento”.

Quello che attualmente pensano gli israeliani verte sulla questione degli ostaggi. Una parte di pubblico, scesa in migliaia nelle piazze, chiede l’avvio di una trattativa immediata con Hamas per il rilascio di tutti gli ostaggi. Con la disponibilità ad uno scambio di prigionieri e pronti ad accettare che Hamas partecipi al prossimo governo di Gaza. Nel polo opposto della società c’è chi è convinto che non sia il momento di scendere a patti. Il prezzo della liberazione degli ostaggi è troppo alto da pagare e l’operazione militare deve essere portata a termine. Infine, c’è una fetta degli israeliani che è favorevole al negoziato, ma con due condizioni: “Hamas fuori, sicurezza su Gaza a Israele”. Sulla strategia da tenere il gabinetto di governo rischia di spaccarsi. L’intransigenza di Bibi irrita Gantz e i suoi. Gadi Eisenkot è già in rottura completa. L’attuale maggioranza traballa, il filo che la tiene unita è sul punto di strapparsi. Può accadere ad ogni angolo. Per l’ex premier e pluridecorato generale Ehud Barak è giunto il tempo di indire elezioni anticipate: “prima che sia troppo tardi”. La campagna militare a Gaza corre ormai parallela con quella della propaganda, in modalità “elettorale”, di Bibi.

Mark Lowen corrispondente della BBC da Gerusalemme: “Il primo ministro israeliano sembra aver puntato la sua sopravvivenza in politica attestandosi su una posizione anti-palestinese intransigente. Non può più vendersi come “Mr Sicurezza”, dopo che il peggiore attacco nella storia di Israele è avvenuto nel suo mandato. E così oggi è il turno di presentarsi come “Mr No” allo stato palestinese: una posizione creduta in linea con l’umore generale della gente che, pur essendo disinammorata dal suo primo ministro, è ancora troppo traumatizzata per concepire uno stato palestinese nella porta accanto”. Il prossimo inganno del mago Bibi è convincere gli spettatori a restare pazienti. Ma il trucco non è credibile.

VIII FRONTE

In Israele corrono paralleli la campagna militare, in risposta agli eventi del 7 ottobre, e la lotta sulla riforma della giustizia avanzata dall’esecutivo di destra. Se al fronte di Gaza i soldati dell’IDF combattono Hamas casa per casa, a Gerusalemme Netanyahu incrocia la spada con la Corte Suprema, in uno scontro che da un anno investe il futuro del sistema democratico del paese. Al centro del contendere la delicata sfida sull’assetto del bilanciamento dei poteri, una partita giocata sul filo di lana tra giudici e parlamento, piazza e Bibi. Goffo picconatore e perdipiù entrato in una congiuntura astrale negativa. Di umore presumibilmente pessimo per la bocciatura delle politiche introdotte dalla sua maggioranza, che teoricamente avrebbero dovuto essere il suo paracadute in caso di evenienza. Ed invece si sono dimostrate un infelice castello di carte.
“La sentenza della Corte Suprema prova che la fortezza democratica di Israele non è caduta”, titolava Haaretz dopo che la Corte Suprema ha annullato l’emendamento che gli aboliva il diritto ad applicare lo standard di ragionevolezza, a carico delle decisioni del governo. Norma grazie alla quale pochi mesi prima i giudici avevano stabilito che il leader del partito Shas, ministro della Sanità e vice premier Arieh Deri, recidivo nel commettere reati penali, non era compatibile con la carica affidata da Netanyahu. La decisione di lasciare inalterato lo standard di ragionevolezza è un vero e proprio ceffone, politicamente parlando, rifilato a Netanyahu. La notizia ha ovviamente animato il dibattito politico, “congelato” in tempo di guerra. Torna a farsi sentire la voce di Yair Lapid, leader dell’opposizione: “Il pronunciamento dell’Alta Corte suggella un anno difficile di conflitto interno che ci ha dilaniati e ha portato al peggior disastro della nostra storia. La fonte della forza di Israele, la base dello stato, è il fatto che siamo un paese ebraico, democratico, liberale e rispettoso della legge. Oggi, la Corte Suprema ha adempiuto fedelmente al suo ruolo di protezione dei cittadini di Israele, e noi le diamo il nostro pieno appoggio. Se il governo israeliano rinnova la disputa alla Corte Suprema, allora non ha imparato proprio nulla”.
Di vittoria della democrazia parla anche la storica organizzazione HaTnu’a Lema’an Ekhut HaShilton BeYisrael (Movimento per la Qualità del Governo in Israele): “Questo è un verdetto storico. Il governo e i ministri che hanno cercato di escludersi dallo stato di diritto sono stati informati che a Gerusalemme ci sono i giudici. C’è la democrazia. C’è una separazione dei poteri. E la fortezza – come la definì Menachem Begin – è ancora in piedi”.
Nel campo delle truppe di Netanyahu non si sprecano le aspre critiche all’indirizzo delle toghe. Il primo a lanciarsi nella mischia, sentendosi direttamente chiamato in causa, è stato ovviamente il ministro della Giustizia Yariv Levin, che per nulla scoraggiato ha commentato: “La scelta dei giudici della Corte Suprema di pubblicare la sentenza in tempo di guerra è l’opposto dello spirito di unità richiesto in questi giorni. Con questo provvedimento i giudici stanno effettivamente prendendo nelle loro mani tutti i poteri”. All’architetto e promotore della contestata riforma ha fatto eco il collega e ministro delle Comunicazioni Shlomo Karai: “I giudici dell’Alta Corte insistono nel dimostrarci ancora una volta quanto siano disconnessi dal popolo e non rappresentino la sua maggioranza”. Sulla stessa linea il presidente della Knesset Amir Ohana: “Va da sé che la Corte Suprema non ha l’autorità di cancellare le leggi fondamentali. Ciò che è ancora più ovvio è che non possiamo impegnarci in questa discussione finché la guerra è in corso”.
Mentre l’alterco andava nel corso delle ore scemando ecco i giudici tornare a pronunciarsi di nuovo, con il secondo affondo in meno di una settimana. Stabilendo che la legge di ricusazione, che prevede di eliminare un eventuale ordine del tribunale di dimissione del primo ministro, debba entrare in vigore nella prossima legislatura. L’obiezione presentata alla norma, ribattezzata non a caso salva Netanyahu, è per la natura “chiaramente personale” del decreto, e quindi costituiva un uso improprio del potere della Knesset di approvare e modificare le leggi fondamentali. Le motivazioni presentate dalla Corte al nuovo testo del codice giuridico, per quanto possano apparire inopportune nella tempistica, sono tuttavia determinate dalla scadenza del 12 gennaio, limite entro il quale due giudici in pensione si sarebbero dovuti esprimere. Tutto qui. Nulla di orchestrato ad orologeria dalle “toghe rosse” nei confronti di Netanyahu.
Scrive il giornalista Amotz Asa-El, storica firma del Jerusalem Post: “Questa riforma ha diviso il popolo e ha lasciato che la maggioranza cancellasse la minoranza. Il principio costituzionale è sfuggito a Levin, il cui scopo non era quello di dare potere al popolo, come le costituzioni sono progettate per fare, ma di togliere potere ai tribunali”. Nella feroce battaglia al potere giudiziario Asa-El vede schierate tre “abominevoli” fazioni: “i monarchici, i separatisti e gli zeloti”. Coloro che nel Likud vorrebbero elevare re Bibi al di sopra della legge. Coloro che nei partiti religiosi vorrebbero violare il principio di uguaglianza davanti alla legge. E infine l’estrema destra che vorrebbe ignorare i diritti degli arabi. Fino ad oggi queste tre “divisioni” di armigeri si sono mosse compattamente verso il loro obiettivo. Che non è quello dei generali dell’IDF e tantomeno del ministro della Difesa Yoav Gallant. L’ottavo fronte di guerra, dopo Gaza, Cisgiordania, Libano, Siria, Iraq, Yemen e Iran, è quello destinato a spaccare l’unità di Israele.

SHOOT

In Medioriente storie di conflitto, violenza ed effetti “collaterali” drammaticamente si intrecciano. 30 novembre 2023. È mattina. Mentre la tregua della guerra a Gaza è in bilico, Gerusalemme è ancora una volta sotto attacco terroristico. Qualche decina di minuti prima dello scoccare delle otto le agenzie di stampa israeliane battono la notizia che medici e polizia sono impegnati alla periferia della città. Sul posto le ambulanze della Magen David Adom stanno prestando le cure a sei feriti. Le condizioni di alcuni sono gravi. Almeno due assalitori sono stati uccisi nello scontro. Secondo i media uno dei soccorritori intervenuti è un soldato in congedo, si scoprirà essere Aviad Frija, che stava facendo ritorno in prima linea. Nel filmato lo si vede in divisa insieme ad un commilitone uscire dall’auto con la sua arma in dotazione e correre verso i terroristi. Con il passare delle ore il numero delle vittime cresce. Hamas rivendica l’azione. Le immagini riprese dalle telecamere all’incrocio di Weizman street iniziano a circolare in rete. I terroristi sono stati identificati come due fratelli palestinesi residenti nel quartiere gerosolimitano meridionale di Sur Baher.
Yuval Doron Castleman, avvocato israeliano con un passato nei servizi di sicurezza, è stato il primo cittadino ad intervenire. É sceso dalla vettura che viaggiava in senso opposto, ha attraversato a piedi le corsie e sopraffatto i due attentatori. Poi ha gettato a terra la pistola che impugnava, si è aperto la camicia e inginocchiato a terra, alzando le mani in alto. Gridava non sparate. Invece, il sergente della riserva Frija ha premuto il grilletto del fucile.
Per gli avvocati del riservista: “I video dell’accaduto che sono stati pubblicati sui social network, e le diverse angolazioni delle telecamere, creano un’impressione parziale ed errata che non riflette ciò che si vede e sente dalla direzione del militare”. Aggiungono. “Dal posto in cui si trovava, e dai suoni che ha sentito, era convinto con tutto il cuore che stava sparando a un terrorista, che rappresentava ancora un potenziale pericolo”, concludono. ”Dopo aver ascoltato la sua testimonianza, non abbiamo dubbi che in queste insolite particolari circostanze, anche l’Ufficio della procura Generale Militare raggiungerà la chiara conclusione che, con tutto il pesante dolore per il terribile esito, questo è un tragico errore che non giustifica l’adozione di misure penali contro di lui”. Frija, per la cronaca, è stato arrestato. Nei precedenti casi in cui i soldati dell’IDF si sono trovati in simili situazioni, infrangendo le regole di ingaggio e provocando la morte di un palestinese, solitamente l’accusa non è mai stata di omicidio di primo grado, ma semplicemente colposo. Con la conseguente condanna che amministrativamente comporta una pena inferiore ai due anni, addirittura anche solo poche settimane di carcere. A morire però questa volta è stato un israeliano.
Il dibattito politico si accende. Il premier Netanyahu quello stesso giorno in tarda serata dichiara: “La realtà dei civili armati è che molte volte salvano vite e prevengono un disastro maggiore. Nella situazione in cui ci troviamo questo metodo dovrebbe essere perseguito. Pur avendo da pagare un prezzo, questa è la vita”. Il riferimento era sia all’uccisione di Castleman sia alla linea politica introdotta dal ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir, che prevede di allentare le restrizioni sulle licenze di armi da fuoco (260 mila sono quelle che sono state rilasciate dopo gli eventi del 7 ottobre).
Ma lo scivolone sul “così è la vita” scatena un’alzata di scudi. Protesta Moshe Castleman, padre della vittima, che critica aspramente il commento, invitando il “falco” della destra a guardare i video prima di parlare. “[Mio figlio] ha seguito tutte le procedure in modo da poter essere identificato. Si è inginocchiato, ha aperto la giacca per mostrare che non aveva esplosivi addosso, ha urlato: “Non sparate, sono ebreo, sono israeliano”. E invece hanno compiuto una vera e propria esecuzione”. A quel punto Netanyahu (che non ne azzecca più una) accortosi dell’errore di comunicazione torna sui propri passi. Chiama al telefono Castleman: “Suo figlio è un eroe israeliano. Yuval, in un atto di supremo coraggio, ha salvato molte vite, ma sfortunatamente si è verificata una terribile tragedia”. Il leader del Likud promette di andare fino in fondo con l’indagine dei fatti. Intanto, il presidente Isaac Herzog, con il suo stile mite e riservato, si presenta personalmente a casa della famiglia Castleman per rendere le sentite condoglianze. “Sono qui non solo come individuo, ma come presidente dello Stato di Israele, per chiedere perdono ed esprimere enorme apprezzamento a un eroe israeliano che ha fatto una cosa grande e coraggiosa”. Herzog va oltre le scuse e dice quello che pensa sull’intera questione della “liberalizzazione” delle armi fortemente voluta dall’estrema destra al governo: “Non dobbiamo aver paura di parlarne, di mettere la questione sul tavolo”.
Sentitosi chiamato in causa, e non perdendo occasione per tacere o andare a passeggiare provocatoriamente sulla Spianata delle moschee, Ben-Gvir ha replicato: “Sapevamo di avere ragione quando dicevamo che ogni luogo dove c’è una pistola può salvare una vita”. Il politico nazionalista chiarisce: “stiamo fornendo 3.000 licenze al giorno”, rispetto alle poche richieste prima del pogrom del 7 ottobre.
Per Israele liberarsi dalla paura provocata da quell’evento è impossibile, almeno per ora. La corsa alle armi è una reazione che ci si poteva attendere. Trasformare lo stato in un far west comunque non risolve il problema e in questo momento andrebbe evitato.

K DI KISSINGER

Tra le tante memorie che stanno condendo il ricordo del grande e discusso statista Henry Kissinger ce ne è una che merita di essere ricordata, proprio in questi giorni di violenza. Quando nel 1973 scoppiò la guerra dello Yom Kippur, la premier Golda Meir si rivolse alla Casa Bianca, chiedendo consistenti aiuti militari. Il conflitto con l’avanzata degli eserciti arabi aveva preso una brutta piega per Israele, che stava rischiando di perderlo in modo catastrofico. Passarono diversi giorni prima che gli Usa lanciassero in soccorso degli alleati un massiccio ponte aereo, composto sostanzialmente dai rifornimenti richiesti. Per anni ha prevalso l’idea, o meglio la sensazione, che l’amministrazione Nixon, e quindi il suo consigliere più fidato, il segretario di stato Henry Kissinger, avessero deliberatamente ritardato l’invio di armi per ragioni che sono oggetto di dibattito storico. Secondo questa lettura una parte delle colpe del ritardo sarebbero sia imputabili a James Schlesinger, il segretario alla Difesa, che all’atteggiamento “machiavellico” dello stesso Kissinger.
Recenti studi hanno invece messo in luce una diversa spiegazione dei fatti, adducendo che la lentezza della tempistica era dovuta alla logistica per l’invio di materiale bellico sul fronte mediorientale. Alcuni storici hanno persino evidenziato difetti nella comunicazione tra Washington e Gerusalemme, dove ci sarebbe stato più di un fraintendimento sull’urgenza dell’operazione.
Cosa accadde realmente è nascosto in una famosa storiella, che passa da tanti anni ormai di bocca in bocca. Si dice, che nel corso di una drammatica riunione del gabinetto di guerra Golda Meir chiamò personalmente Kissinger, per premurarsi dell’appoggio militare di cui aveva disperato bisogno. Leggenda narra che la telefonata fu piuttosto burrascosa, e volarono parole grosse. Che tra i due non corressero buoni rapporti era cosa risaputa. L’ammirazione che Henry mostrava pubblicamente nei confronti di Golda non era ricambiata, per vari motivi. A partire dalla differente visione sull’Urss. D’altro canto il demiurgo della geopolitica internazionale dichiarerà, intervistato, che il suo interlocutore preferito fosse Yitzhak Rabin.
Quanto Meir, convinta socialista, non stimasse troppo il Richelieu statunitense è oggetto persino di una famosa frecciata al presidente Richard Nixon, reo di averle ricordato che in comune avevano due ministri degli Esteri, entrambi ebrei. Sentita l’affermazione rispose senza peli sulla lingua che l’allora ministro israeliano Abba Eban (educato a Cambridge) però parlava perfettamente inglese, alludendo al fatto che Kissinger, nato in Germania, si esprimeva nella lingua anglosassone ancora con marcato accento tedesco.
Ritornando a quel colloquio di 50 anni fa, che forse cambiò le sorti della guerra, ad un certo punto della chiamata la “lady di ferro” avrebbe tuonato: “Le ricordo che è un ebreo come noi!”. Kissinger indispettito replicò: “E io le ricordo che prima di tutto sono un cittadino statunitense, poi sono il segretario di Stato e infine sono anche ebreo”. Pronta la risposta di Meir: “Appunto, caro Kissinger. Come sa benissimo, in Israele leggiamo da destra a sinistra”. E riattaccò il telefono. Poco dopo alla chetichella gli aiuti arrivarono e la guerra fu vinta. Fine della barzelletta, inizio della storia.

Fauda e Balagan. Un blog di Alfredo De Girolamo ed Enrico Catassi