11 SETTEMBRE, UN RACCONTO ATTRAVERSO LE POESIE

Una data, 11 Settembre 2001. Un evento che ha fermato il nostro tempo. Mentre, le immagini dell’attacco alle Torri Gemelle scorrevano sui teleschermi lo shock imponeva di non distogliere lo sguardo, le parole non uscivano. Otto minuti di silenzio prolungato, con il fiato sospeso tra lo schianto dei due aerei. E poi l’incredulità del crollo. Il fuso orario che ci divide da New York pareva in quell’istante non esistere più. Fluttuavamo insieme, così vicini ed uniti che ci trovammo in un limbo di dolore condiviso, pesante.
“Non credo in dio
non riesco nemmeno a dire
e non riesco a smettere di piangere
non riesco a smettere di piangere.”
Le lacrime versate da Alessandro Agostinelli (MATERIALE FRAGILE, edizioni Pequod, 2021) nella Cappella di St. Paul, angolo fra Broadway e Fulton, pochi passi da Ground Zero, dove chi scavava per ore ed ore riceveva un piatto caldo ed un abbraccio consolatorio, che allontanava per qualche istante la disperazione latente.
“Fuori era l’inferno,
a qualche decina di metri l’acciaio
proseguiva a fondere a centinaia di gradi,
dalle macerie si continuavano a
tirare fuori pezzi di corpi umani.
qui dentro non uno sguardo allarmato,
non una faccia tirata,
solo calma e gentilezza.”
Il destino di angeli impolverati, sudati, sfiancati dalla fatica che si intrecciava con le storie di coloro che avevano perso la vita nel tentativo di salvare altri. Il massacro dei pompieri inghiottiti dal disastro. Eroi mutuati dalla storia a cui Giovanni Giudici dedica brevi versi in un inno dai toni risorgimentali.
“A loro nei vostri pensieri
Tenetevi stretti un minuto
Quando giocate ai pompieri
Il vostro gentile saluto”.
La ferita della Grande Mela ha toccato i nostri cuori, non avrebbe potuto essere stato diversamente. Alda Merini scrisse:
“Penso che l’amore sia una grande torre
una torre addormentata nel cuore della notte.
Ma questi giganti che ormai non parlano più
hanno sepolto sotto le loro macerie
anche i nostri sospiri d’amore”.
Attimi sconvolgenti, ripresi e fissati nella memoria da scatti rubati da un Inferno inimmaginabile. L’Apocalisse è difficile da raccontare. Inorriditi dalla tragedia “dell’uomo che cade”, dalla paura di non avere nulla a cui aggrapparci mentre, precipitiamo nel vuoto.
“Saltarono dai piani in fiamme, giù
…uno, due, altri ancora
più in alto, più in basso.
Una fotografia li ha colti mentre erano vivi
e ora li preserva
sopra il suolo, diretti verso il suolo.”
È il frammento del toccante poema del premio Nobel per la Letteratura Wisława Szymborska. A scavare religiosamente nell’intimo è l’invocazione di Mario Luzi, con il suo grido di supplica:
“Risorgete, risorgete,
non più torri, ma steli,
gigli di preghiera.
Avvenga per desiderio
di pace. Di pace vera.”
Invece, fu la vigilia di una nuova guerra. Le cicatrici di una città, di un paese, di una parte del mondo non si rimarginano facilmente. Fiumi di discorsi, passato lo smarrimento iniziale, ha cominciato a scorrere inarrestabile, tra commenti, analisi, testimonianze ed approfondimenti. Scoprimmo chi era Osama bin Laden, e cosa voleva. Allora, la voglia di vendetta ha preso il nome di giustizia contro l’inciviltà. E la storia, che da quel giorno era cambiata per sempre, ha fatto il suo corso.

ALLA CASA BIANCA L’OSPITE NON E’ BIBI

A Washington, il primo ministro israeliano Naftali Bennett ha dovuto attendere un giorno prima di essere ricevuto dal presidente degli Stati Uniti Joe Biden nello Studio Ovale della Casa Bianca. Visita riprogrammata a causa del devastante attentato di Kabul, dove hanno perso la vita 13 marines.
Tempi infelici per il successore di Trump con il ritiro dall’Afghanistan a tenere banco, diventato nel corso dei giorni una fuga frettolosa e caotica. Debacle amara e bagnata di sangue che ha provocato non pochi dubbi sulla gestione dell’amministrazione Biden nella regione.
Situazione paragonabile, per memoria storica e vicinanza geografica, ai tragici eventi del 1979, quando l’ambasciata statunitense a Teheran venne assaltata dagli studenti islamici e il personale preso in ostaggio. Crisi che si risolse nel 1981 con l’accordo di Algeri e la fine del sequestro. Ma che intanto era costata la mancata rielezione del presidente democratico Jimmy Carter, travolto dalle critiche. 
Di Carter, l’allora giovane senatore del Delaware Joe Biden, era un protetto e di strada in questi anni ne ha fatta molta: “Ho conosciuto tutti i leader israeliani da Golda Meir in poi”. Ha detto in tono amichevole e paternalistico, durante il lungo faccia a faccia, il quasi ottantenne inquilino della Casa Bianca al suo giovane interlocutore israeliano. Gradito ospite che merita essere ricordato, per la prima volta dopo 12 anni, non era Benjamin Netanyahu.
Bennett – nato ad Haifa da genitori americani nel 2013 eletto alla Knesset ha dovuto rinunciare alla doppia nazionalità – è cresciuto politicamente alla corte di re Netanyahu, prima di venirne cacciato ed intraprendere un percorso solitario nella sfera della destra nazionalista israeliana, alla guida del piccolo partito Yamina. Qualche dote nell’hasbara (parola ebraica che significa saper dare una presentazione positiva e selettiva dei fatti politici che riguardano Israele) in prestito dal leader del Likud pare comunque averla presa, se nei 50 minuti di colloqui è riuscito, con il suo fluente inglese, a strappare a Biden tutte le sue richieste, o quasi. Fra tutte quella più impellente, la promessa che l’Iran “non otterrà mai” un’arma nucleare.
Sebbene Biden ha espresso l’opinione di preferire una soluzione prudente, ha ammesso che ci sono “altre opzioni” sul tavolo in caso di fallimento, probabile, delle trattative. Semaforo verde ad una risposta preventiva israeliana all’Iran, ormai prossimo nell’arricchimento dell’uranio al potenziale raggiungimento della realizzazione di una testata atomica.
Nel momento della più bassa credibilità internazionale a stelle e strisce, il politico di lungo corso e di fede obamiana conferma l’interesse ad un solido rapporto protettivo nei confronti del prezioso alleato mediorientale, offrendo il rafforzamento del sistema di difesa missilistico, in funzione del mantenimento del vantaggio militare sui suoi nemici nella calda area.
Dimostrazione che nell’era di Biden si può lavorare bene e in sintonia anche senza Trump e Netanyahu.

RIVINCITA TALEBANA

Caduta Kabul, i talebani sono tornati al potere in Afghanistan. Chiuso il capitolo del governo filo-occidentale di Ashraf Ghani, scappato dal Paese. Sconfitta amara per Washington & alleati, impegnati da due decadi in una difficile guerra, combattuta con successo dal cielo ma non altrettanto sul suolo. Il frettoloso rimpatrio degli ultimi stranieri rimasti, il caos della fuga di migliaia di persone, il panico nei volti della gente attestano il fallimento completo della missione di esportare democrazia e libertà in quel remoto angolo del pianeta. Il sogno di Osama bin Laden di cacciare gli “infedeli” a stelle e strisce dalle terre dell’islam aleggia come un fantasma, tanto nelle strade di Kandahar quanto negli sperduti villaggi. Nel 2011 dopo la sua morte al Qaeda venne rapidamente eclissata dall’insorgere della “stella” nera dell’Isis. La strategia del terrorismo nell’ombra profetizzata da bin Laden pareva essere stata offuscata dalla nascita, e dalla propaganda, dello stato islamico del califfo Abu Bakr al-Baghdadi. La storia dell’Isis si dimostrerà di corto respiro e in uno spazio geografico circoscritto a Siria ed Iraq, dove governano con violenza brutale e inumana. Il vaso è già pieno a Settembre 2014, quando l’amministrazione Obama chiama alla crociata, alla coalizione aderiscono 83 stati, l’obiettivo è cancellare il califfato dalla mappa del Medioriente. Dal 2016 è chiaro a tutti l’esito dello scontro. Il collasso dell’Isis è alle porte. Ad Ottobre 2019 l’evento conclusivo, al-Baghdadi braccato dalle forze speciali statunitensi si toglie la vita, facendosi saltare in aria. L’impero del fondamentalismo nel mondo perde un’area di riferimento, ed un prolifico ufficio di reclutamento. Nel preciso istante in cui veniva assaporato il successo contro un regime pericoloso e distorto “inavvertitamente” è tolto lo sguardo, e l’attenzione, da un altro palcoscenico. Dove tutte le sigle del franchising del terrorismo jihadista hanno presenza fissa e una sicura tana, le montagne dell’Afghanistan. La voglia di disimpegno USA dalla regione è confermata nel 2020. A Doha le prime prove di riavvicinamento. Nel negoziato il segretario di stato Mike Pompeo e la controparte il mullah Baradar raggiungono un accordo bilaterale di pace. La promessa in cambio del ritiro delle truppe alleate è che i vecchi padroni una volta tornati non daranno mai più riparo ai proseliti di bin Laden. In pratica la trattativa ruota intorno ad un doppio tradimento, da una parte viene abbandonato il governo di Ghani, dall’altra è al Qaeda ad essere scaricata. In fondo, come in un suk arabo dopo una estenuante trattativa entrambi sono stati venduti al miglior offerente. È ovvio che sulla bilancia pesa l’11 Settembre e le imminenti elezioni presidenziali americane che Trump perderà. Con Biden però la musica non cambia: si torna a casa. L’incognita ora è se veramente i talebani rispetteranno la parola data prima che le forze statunitensi sloggiassero, lasciando un vuoto che oggi troppi rimpiangono.

I CEDRI APPASSITI

Quella che un tempo, nemmeno troppo lontano, era considerata la Svizzera del Medioriente attraversa oggi una crisi economica e sociale senza precedenti. Continui i black out elettrici, scarseggiano i carburanti, carenza di medicinali. Furti e violenze. E i razzi lanciati verso Israele, che risponde con massicci bombardamenti, sono solo una provocazione.
Quasi l’80% delle famiglie non è in grado di sopperire ai costi alimentari, con la lira libanese che negli ultimi due anni ha visto precipitare il suo valore del 90%. E’ crack finanziario. Introdotto il limite di acquisto di benzina giornaliera, 30 litri, e il prelievo settimanale bancario imposto a 100 $, per non svuotare le riserve di valuta.
L’effetto della pandemia ha contagiato anche il flusso di aiuti economici da parte della diaspora libanese nel mondo (stimata tra i 4 e i 14 milioni di persone), cospicue rimesse di denaro che garantivano sostentamento a molte famiglie sono venute improvvisamente a mancare. Un concatenarsi di eventi negativi che ha frantumato il sogno di prosperità.
La ferita dell’esplosione della scorsa estate nel porto di Beirut, incidente ancora senza verità e responsabili, è l’emblema del buio calato su questo stato. Il Paese dei cedri e della settarietà etnica e religiosa, della politica “regolamentata e bilanciata”: le principali cariche istituzionali (presidente, capo del parlamento e primo ministro) sono spartite tra le tre grandi comunità, rispettivamente cristiani maroniti, musulmani sciiti e sunniti.
Indipendente dal ’43, in guerra civile dagli anni ’70 ai ’90. Già rifugio per i palestinesi, nell’ultima decade qui sono migrati i profughi siriani, fuggiti dall’orrore del conflitto e terminati in un limbo sospeso. Sono circa 1,8 milioni su una popolazione di 4,6 milioni di residenti. Il principale colpevole del disastro odierno è la classe politica, corrotta ed incapace di portare avanti le necessarie riforme. “Tutti criminali” è lo slogan urlato dai manifestanti scesi in piazza per ricordare le 200 vittime dello scorso anno. Movimento di protesta e di rabbia che si scontra con la polizia, destinato a crescere d’intensità e catalizzare il malcontento diffuso. Ma, il grande manovratore dei giochi geopolitici è l’Iran, che agisce di concerto con la sua emanazione Hezbollah.
In uno stato sempre alla ricerca di stabilità politica è tornato in auge Najib Mikati, incaricato dal presidente Aoun di formare un impossibile esecutivo, dopo che da un anno il Paese è guidato da un governo provvisorio con poteri limitati. Le dimissioni di Hassan Diab in seguito all’evento apocalittico di Beirut hanno aperto il valzer delle poltrone. Falliti i tentativi di Moustapha Adib e più recentemente quello di Saad Hariri.
Infine, il ritorno di Mikati, sunnita, politico di lungo corso e miliardario, è considerato figura dell’establishment che ha contribuito alla catastrofe libanese. Improbabile che sia lui il “salvatore”, e la personalità in grado di compiere il miracolo della “risurrezione”, come invocato da papa Francesco.

ROBOCOP TUNISINO

In Tunisia il bicchiere della stabilità sociale era già al bordo da tempo, la pandemia ha fatto il resto. Oltre 18mila morti, sistema sanitario al collasso con il 90% dei letti di terapia intensiva occupati, ossigeno che scarseggia e la campagna di vaccinazione che stagna sotto il 10%. Sui social video di cadaveri lasciati a terra nei reparti: la prima testa a saltare è stata quella del ministro della Sanità la scorsa settimana. L’estate è diventata calda quando il “Movimento 25 Luglio” ha scatenato la piazza, chiedendo lo scioglimento del parlamento e nuove elezioni. La rabbia dei manifestanti ha preso di mira il partito islamista Ennahada, di fatto perno del governo di questa ultima decade post dittatura, sedi assaltate e uffici dati alle fiamme. Scontri con la polizia e decine di arresti nelle strade. Poche ore dopo il presidente Kais Saied ha tagliato corto liquidando il primo ministro Hichem Mechichi e ha revocato i poteri del Parlamento, per un periodo di 30 giorni. Fine della democrazia, introdotto lo stato d’emergenza, militari con l’ordine di sparare. Aperta di fatto non solo una crisi istituzionale ma anche una frattura politica dai difficili risvolti. Cosa c’è dietro a quello che viene visto come un golpe è presto detto: Saied e l’eterna guerra per la leadership sunnita. Eletto nel 2019, accademico e giurista di fama internazionale. Indipendente, non è “affiliato” a nessun partito. Considerato un conservatore, lontano da posizioni radicali, vicino al populismo: il suo manifesto era retorica anticorruzione e neutralità nelle relazioni internazionali, in apparenza. La sua elezione era stata applaudita come una potenziale chiave di svolta, e lo stesso partito Ennahada colto forse di sorpresa da questa candidatura “atipica” non fece molto per frenarla. Soprannominato Robocop per la cadenza nel parlare, a differenza di gran parte dei politici non ha inflessioni dialettali, un aspetto non indifferente di questo personaggio. La mossa di liberarsi della fazione islamica ora rischia di far imboccare alla Tunisia la strada della deriva autoritaria. L’articolo 80 della costituzione invocato consente al presidente di adottare “misure eccezionali in caso di pericolo imminente”, ma tale applicazione nel rispetto del diritto avrebbe dovuto avvenire di concerto con i rappresentanti del governo e del parlamento, e soprattutto non avrebbe dovuto implicare la revoca dell’immunità ai parlamentari. Saied ha dalla sua parte l’esercito e gode di larga popolarità. Dietro di lui c’è ovviamente l’Egitto di Al- Sisi. Mentre, a questo punto entra in aperto conflitto con Erdogan, principe e difensore della Fratellanza musulmana a cui è ispirato il movimento Ennahada. Giochi di potere, guerre che investono il Medioriente e l’Africa, riconducibili alle divisioni tra sunniti qatarini ed emirati. Nella lunga estate tunisina non c’è il turismo, principale industria di un Paese allo sconquasso, ad alleviare la povertà. Con questo ultimo terremoto politico c’è solo da aspettarsi nuove migrazioni nel Mediterraneo.

SABOTAGGIO SAUDAFRICA

Da giorni il Sudafrica è attraversato da proteste e saccheggi. Un picco di violenza e sangue che non veniva riscontrato dai tempi dell’apartheid. Arterie stradali, ferrovie e porti sono stati bloccati. Negozi, centri commerciali e uffici devastati. Il bestiame depredato, fabbriche e cliniche assaltate. Esercito e riservisti dislocati a presidiare e contenere le barbarie. Le stime dei danni sono altissime. 
Nel Paese africano, il più colpito del continente dalla pandemia (due milioni di casi e oltre 60mila decessi) e ora nel pieno della terza ondata di contagi, ad accendere la miccia dei disordini è stato l’arresto dell’ex presidente Jacob Zuma, che deve scontare una pena di 15 mesi in carcere per oltraggio alla corte. Per nove anni consecutivi Zuma ha rivestito la massima carica tra scandali ed eccessi, prima di essere letteralmente licenziato con il voto del parlamento e sostituito nel 2018 da Cyril Ramaphosa, che oggi parla di sabotaggio alla democrazia. 
Zuma è stato una figura di primo piano dell’African National Congress di Mandela, impegnandosi nella lotta contro il regime segregazionista dei bianchi. A lungo imprigionato e poi in esilio. Molto popolare nelle township e nelle aree rurali del Paese, meno nel Gauteng, il distretto che comprende le due capitali Johannesburg e Pretoria, dove si concentra la classe media e l’élite nera. Zuma, con l’uscita di scena di Mandela, ha contribuito a trasformare l’ANC da movimento di liberazione a partito stato, connotandolo di pratica clientelare ed incline alla corruzione. L’eredità lasciata da questo “maldestro” politico è stata pesante per le casse pubbliche: spese dissennate, svalutazione della moneta, il rand, e crollo del PIL. La condanna inflittagli ha simboleggiato per molti una vittoria dello stato di diritto sugli abusi e la diffusa illegalità impunemente perpetrati in questi anni. Il populista Zuma invece si considera una vittima di una caccia alle streghe ordita nei suoi confronti. 
La narrativa propagandistica che ha fatto particolarmente breccia nella comunità zulu, tribù a cui appartiene lo stesso Zuma. E al cui spirito etnico ha fatto appello in sua difesa. Il nazionalismo zulu è una delle componenti delle tante identità tribali del Sudafrica (Mandela ad esempio era di origine xhosa), e rappresenta una evidente minaccia alla tenuta della stabilità sociale se veicolato verso l’estremismo sciovinista. Una miscela che diventa ancora più esplosiva se concatenata ad altri fattori: virus, inflazione, disoccupazione, sistema sanitario vicino al collasso, criminalità, povertà e fame. 
Secondo l’ultimo rapporto dell’organizzazione IPC dallo scorso Gennaio, a Marzo 2021 in Sudafrica sono diventate 11,8 milioni (su un’intera popolazione di circa 60 milioni di abitanti) le persone classificate in situazione di allarme alimentare. Disuguaglianze che la pandemia ha finito per acutizzare e Zuma per manipolare. La rinascita africana e la riconciliazione pacifica sognata da Mandela sembrano davvero un lontano ricordo.

BIDEN IN TOUR

Il viaggio in Europa del presidente Joe Biden segna il ritorno prepotente degli USA sullo scacchiere internazionale. Tre le tappe significative. Il G7 in Cornovaglia è stato forse il momento più rilassante per il presidente statunitense, tra vecchi amici e le rituali foto di gruppo. Molta allegria e tanta convergenza, almeno nel puntare il dito contro il grande pericolo che incombe: “il rafforzamento militare della Cina, la sua crescente influenza e il suo comportamento coercitivo pongono sfide alla nostra sicurezza”.
Il problema dell’impero del Dragone è stato posto senza sotterfugi al centro della discussione tra i capi di stato. In conclusione si è tracciata una marcata linea rossa per Pechino. Poi la risposta a questo nuovo confronto Biden l’ha delineata al summit NATO di Bruxelles, nel cuore dell’eurocentrismo, strigliando con tatto e diplomazia qualche “discolo” alleato, che ultimamente aveva dato segnali non proprio conformi allineamento del blocco atlantico: pace fatta, almeno così sembra, tra il sultano Erdogan e la Casa Bianca.
Con un patto che prevede il supporto logistico turco al ritiro statunitense dall’Afghanistan. E infine l’incontro a Ginevra con Putin, il faccia a faccia con il nemico numero due e un potenziale futuro partner. A differenza di quanto accadde nel 2018 a Trump, a Helsinki, Biden ha evitato di fare la figura del pupazzo manovrato dallo zar di Mosca. Uscendo indenne da un delicato confronto.
Nel complesso, questi tre eventi concatenati hanno certificato come proprio l’era Trump sia un capitolo chiuso della gestione della geopolitica internazionale. Fine delle pagliacciate, gli USA di Biden hanno rispetto per gli alleati. C’è tuttavia bisogno di ricomporre alleanze e imporre nuove strategie collettive. Il successo della NATO sull’Unione sovietica ha messo in evidenza la capacità dell’organizzazione di adattarsi su larga scala ai mutevoli cambiamenti che si sono susseguiti da Yalta ad oggi.
Fin dall’inizio la NATO è stata molto di più di una semplice alleanza militare, ha rappresentato uno spazio comune con una sua identità politica. E una forza in grado di operare in tutti i continenti. Il Medioriente, resta però il teatro più complesso. Il non intervento in Siria ha spalancato la porta alla Russia nella regione. Lo scontro tra Turchia ed Egitto è motivo di particolare allarme, perché ha assunto un livello che va ben oltre il controllo del suolo libico. Equilibri del mondo arabo che direttamente mettono in causa altri due attori cari a Washington, Arabia Saudita e Qatar.
Mentre, la questione israelo-palestinese è ancora un labirinto inestricabile. Infine, il dilemma Iran, la strada imboccata in questo caso è la riapertura delle trattative. L’esito, scontato nel risultato, delle elezioni presidenziali, pur segnando la vittoria dell’ultraconservatore Raisi, lascia un filo di speranza al processo di dialogo con gli Stati Uniti per il rilancio dell’accordo internazionale sul nucleare iraniano, che ha il sostegno della Guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei. Un dossier caldo sul tavolo di Biden.

CAMBIARE IN ISRAELE FORSE E’ POSSIBILE

In Israele è ora di cambiamenti, scelto il successore di Reuven Rivlin alla presidenza ed imboccata la strada di un nuovo esecutivo. Grandi manovre in parlamento, alla Knesset. Isaac Herzog, classe 1960, è stato eletto con plebiscito undicesimo capo di stato. In contemporanea, si sono trovate le fatidiche 61 firme per dar vita al primo governo anti-Netanyahu della storia. Operazione che sulla carta ha messo insieme 8 schieramenti, una mappa che copre destra, centro e sinistra. Dai nazionalisti israeliani agli islamici, estremismi inclusi. Un ventaglio con due figure apicali, il liberale Yair Lapid e il nazionalista Naftali Bennett, intenzionate a voler rivoluzionare l’arco politico, mettendo fine all’era Netanyahu. Intanto, non è andata bene a Miriam Peretz, che non è diventata la prima donna presidente. La Peretz, conosciuta come “Mamma Coraggio” (ha perso due figli in guerra), era la portatrice di un messaggio che mescolava patriottismo e solidarietà, punto di forza della sua candidatura. Soprattutto in epoca di pandemia e con il parlamento spostato a destra. A prevalere è stato l’abile Herzog. Discendente di quella che viene considerata la nobile aristocrazia sionista. Appartiene alla dinastia che ha rivestito i massimi vertici istituzionali e religiosi del giovane stato di Israele: il nonno HaLevi è stato primo capo rabbino di rito ashkenazita. Il padre Chaim ambasciatore all’ONU e poi sesto presidente della repubblica. Lo zio Abba Eban ascoltato ministro degli esteri di Golda Meir, a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, tempi di guerra e delicata diplomazia. La tradizione politica è scritta a caratteri cubitali nel DNA di Herzog, anche se l’esperienza nelle file del partito laburista non è stata un successo. Alle elezioni del 2015 affronta Bibi Netanyahu. Sconfitto, cade ed è relegato in secondo piano. Nel 2018 la nomina a capo dell’Agenzia ebraica e la risalita. Da allora si tiene prudentemente fuori dalla scena politica dominata da Netanyahu. Preferisce apparire “imparziale”. Caratteristica che gli verrà utile quando i partiti non presentano un proprio candidato di bandiera, lasciando libertà di coscienza. In Israele il presidente della repubblica è una carica di garanzia, con due prerogative non indifferenti. Offre l’incarico del mandato esplorativo nella formazione di governo. E concede la grazia. Potere quest’ultimo che potrebbe tornare comodo all’attuale premier, in caso i suoi problemi con la giustizia dovessero complicarsi. Il tempo a disposizione di Netanyahu comunque stringe. Non gli resterà che un’unica labile chance di sopravvivenza, organizzare un’imboscata tra i banchi del parlamento proprio sul voto di fiducia al nascente esecutivo. Lapid e Bennett, hanno oramai giocato tutte le carte in loro possesso, adesso non hanno altra strategia da mettere in campo che trincerarsi e resistere all’attacco di Netanyahu. Se tutti, proprio tutti, mantengono la parola potrebbe bastare a fermarlo.

HERZOG, IL PRESCELTO

In Israele è ora di cambiamenti, scelto il successore di Reuven Rivlin alla presidenza ed imboccata la strada di un nuovo esecutivo. Grandi manovre in parlamento, alla Knesset. Isaac Herzog, classe 1960, è stato eletto con plebiscito undicesimo capo di stato. In contemporanea, si sono trovate le fatidiche 61 firme per dar vita al primo governo anti-Netanyahu della storia. Operazione che sulla carta ha messo insieme 8 schieramenti, una mappa che copre destra, centro e sinistra. Dai nazionalisti israeliani agli islamici, estremismi inclusi. Un ventaglio con due figure apicali, il liberale Yair Lapid e il nazionalista Naftali Bennett, intenzionate a voler rivoluzionare l’arco politico, mettendo fine all’era Netanyahu. Intanto, non è andata bene a Miriam Peretz, che non è diventata la prima donna presidente. La Peretz, conosciuta come “Mamma Coraggio” (ha perso due figli in guerra), era la portatrice di un messaggio che mescolava patriottismo e solidarietà, punto di forza della sua candidatura. Soprattutto in epoca di pandemia e con il parlamento spostato a destra. A prevalere è stato l’abile Herzog. Discendente di quella che viene considerata la nobile aristocrazia sionista. Appartiene alla dinastia che ha rivestito i massimi vertici istituzionali e religiosi del giovane stato di Israele: il nonno HaLevi è stato primo capo rabbino di rito ashkenazita. Il padre Chaim ambasciatore all’ONU e poi sesto presidente della repubblica. Lo zio Abba Eban ascoltato ministro degli esteri di Golda Meir, a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, tempi di guerra e delicata diplomazia. La tradizione politica è scritta a caratteri cubitali nel DNA di Herzog, anche se l’esperienza nelle file del partito laburista non è stata un successo. Alle elezioni del 2015 affronta Bibi Netanyahu. Sconfitto, cade ed è relegato in secondo piano. Nel 2018 la nomina a capo dell’Agenzia ebraica e la risalita. Da allora si tiene prudentemente fuori dalla scena politica dominata da Netanyahu. Preferisce apparire “imparziale”. Caratteristica che gli verrà utile quando i partiti non presentano un proprio candidato di bandiera, lasciando libertà di coscienza. In Israele il presidente della repubblica è una carica di garanzia, con due prerogative non indifferenti. Offre l’incarico del mandato esplorativo nella formazione di governo. E concede la grazia. Potere quest’ultimo che potrebbe tornare comodo all’attuale premier, in caso i suoi problemi con la giustizia dovessero complicarsi. Il tempo a disposizione di Netanyahu comunque stringe. Se riuscirà alla Grande coalizione la sostituzione dello speaker della Knesset, fedelissimo di Bibi, non gli resterà che un’unica labile chance di sopravvivenza, organizzare un’imboscata tra i banchi del parlamento proprio sul voto di fiducia. Lapid e Bennett, hanno oramai giocato tutte le carte in loro possesso, adesso non hanno altra strategia da mettere in campo che trincerarsi e resistere all’attacco di Netanyahu. Se tutti, proprio tutti, mantengono la parola potrebbe bastare a fermarlo.

IN SIRIA LE ELEZIONI FACILI, TROPPO FACILI

Le immagini del dittatore siriano Bashar al-Assad mentre, sorridente davanti alle telecamere, ripone la scheda elettorale nell’urna, è la rappresentazione della farsa tragicomica andata in scena in Siria. Non stupisce che a fare da sfondo alla sua apparizione pubblica, come nella migliore tradizione dei regimi, il presidente abbia trovato una folla festante che lo ha accolto all’arrivo al seggio, dove si è recato guidando la sua auto privata. Nel tentativo di mostrarsi come un cittadino qualunque, un politico amato dal suo popolo e non un uomo cinico, che in questa ultima decade ha ordinato bombardamenti, arresti, torture e uccisioni.

Se queste elezioni – caldamente sconsigliate dalle Nazioni Unite ma “monitorate” da stati che non brillano certo per libertà, democrazia e diritti – dovevano mostrare il ritorno alla normalità beh scordiamocelo. La Siria è di fatto un paese diviso in tre zone: un’area, la più estesa, sotto il governo di Damasco, una enclave nel nord in mano ai ribelli e infine una porzione controllata dai curdi. Il recente processo elettorale ha ovviamente riguardato i lealisti a Damasco. E alla fine il risultato, non accettato da Europa e USA, è stato emblematico ed esaustivo: Assad ottiene il 95% dei voti scrutinati (nelle precedenti aveva preso “solo” l’88,7%). Un plebiscito, bulgaro. Alla cerchia di potere alawita, che non vuole perdere la propria rendita, piace vincere facile, e per sfidanti si sono scelti due figure minori, che non impensierissero troppo il partito Baath del presidente. Il candidato Abdullah Salloum Abdullah aveva già ricoperto ruoli ministeriali in passato e la sua formazione socialista è nella coalizione di governo. Abdullah ha ottenuto una manciata di voti, 1,5%. Poco meglio ha fatto l’altro sfidante Mahmoud Mar’i, raccogliendo il 3,3% delle schede a suo favore. L’avvocato Mar’i, membro dell’opposizione interna ad Assad, è delegato alla Commissione costituzionale per la Siria di Ginevra. Secondo quando annunciato ufficialmente l’affluenza è stata del 78% e i partecipanti 14 milioni. Numeri dubbi, per un voto che di giusto non ha niente.

Assad inizia così il suo quarto continuativo mandato e un nuovo settennato, con una guerra civile lunga e dolorosa non ancora completamente alle spalle. Si stima i deceduti dal 2011 ad oggi siano più di mezzo milione. 11 milioni sono gli sfollati, la metà rifugiata in Turchia, centinaia di migliaia un po’ in tutto il mondo. L’altra metà di coloro che hanno abbandonato la propria casa continua a vivere in territorio siriano, un terzo sono bambini. Quasi il 90% della popolazione è in condizioni di povertà cronica. Le speranze di ripresa economica per il 2021 non sono rosee, le sanzioni statunitensi e gli effetti della crisi finanziaria del Libano potrebbero incidere pesantemente. Inoltre, la pandemia ha colpito le rimesse dei siriani all’estero, e l’invio di aiuti si è ridotto. Assad avrà vinto le elezioni confezionate su misura per lui, ora però ci sono due creditori che aspettano alla porta, Russia ed Iran.

Fauda e Balagan. Un blog di Alfredo De Girolamo ed Enrico Catassi