SUMMIT X L’AFRICA

Un nuovo patto tra Europa e Africa è il tema centrale della conferenza tra l’Italia e i 52 Stati africani. In ballo c’è una questione grave come i migranti e sicuramente un seggio permanente all’ONU, ma anche tanta nobiltà d’animo nell’azione che l’Italia, e il uso governo, ripone nella conferenza ministeriale di Roma. Al centro dei lavori la definizione di una strategia per lo sviluppo dell’Africa, una nuova agenda per l’investimento futuro. Una sfida che richiama la responsabilità di tutto l’Occidente. Emergenza povertà, condizioni climatiche avverse, siccità, desertificazione, conflitti etno-tribali e la tempesta finanziaria hanno devastato intere regioni frenando la crescita e di fatto riportando la situazione ai primi anni ’70. Il continente dove è più facile prendersi la malaria e la tubercolosi che il raffreddore, ha anche, il più alto tasso di decessi e diffusione dell’Aids. In Africa HIV significa oltre 25 milioni di casi, il 70% delle infezioni nel mondo secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità: il 30% dei bambini che contraggono l’HIV non arriva al primo anno di vita, solo una madre infetta su tre riceve le cure anti-retrovirali che prevengono il passaggio del virus ai neonati. Deficienze strutturali nella sanità africana ma anche sul piano culturale: il dramma dei bambini soldato e i sacrifici umani. Il continente delle disuguaglianze: un sistema sociale, nella quasi totalità degli Stati, compromesso dal livello della corruzione nella burocrazia e dal mal costume che imperversa nei rapporti tra politica e affari. La violazione dei diritti umani attraverso lo strumento della tortura, sintomo che sono ancora troppo impregnati dal modello dittatoriale. L’intreccio delle ingerenze geopolitiche con quelle degli investimenti post-coloniali, ha prodotto la complicità nel sostegno diretto a taluni regimi e nell’abbattimento di altri, com’è avvenuto in Egitto, Libia e Tunisia. Il dilemma di una classe di potere granitica con decenni di gestione personalistica: Musuveni in Uganda, Mugabe in Zimbabwe, Kabila nella Rep. Democratica del Congo, Biya in Camerun, Nguema in Guinea, Deby in Ciad, El-Bashir in Sudan. Stati dove vige il connubio indissolubile tra oligarchia economica e tribalismo politico. La lista dei mali africani, include, purtroppo l’avanzata del radicalismo islamico, da Boko Haram ad Al Qaeda. E infine il dramma del viaggio dei migranti, l’esodo della speranza, dalle bidonville all’Europa, attraverso savana, deserti e il mare. Schiavizzati dai trafficanti, in un cammino di morte e sofferenza. “Bisogna rendere ogni cosa il più semplice possibile, ma non più semplice di ciò che sia possibile!”. Ripeteva Einstein. Il possibile in Africa è la cooperazione internazionale. Storie di successi, come il progetto che in Uganda ha visto impegnato il Ministero degli Affari Esteri in collaborazione con l’Università di Makerere e la Sapienza di Roma. È stato un laboratorio di piccole azioni ma significative, che ha previsto lo studio e la progettazione di attrezzature per la semina, la costruzione di un sito per il compost, l’allestimento di forni artigianali per la produzione di calce, e persino lo studio dello sfruttamento dell’energia eolica per i pozzi d’acqua. Si è trattato di un programma concreto di come si possa favorire lo sviluppo con il know how, secondo un metodo sostenibile, rispettando valori e tradizioni tipiche di una cultura diversa, ancestrale e lontana. In Africa per fare bene la cooperazione c’è bisogno di partire dal basso, resettare schemi precostituiti ed impostare un percorso a ritroso nella storia della civiltà. È questo l’obiettivo dell’Italia e del suo modello di cooperazione ormai collaudato negli anni che ci permette di guardare all’Africa ed essere credibili interlocutori, d’aiuto e di sostegno, ai loro occhi. Mzungu o murungu è una parola diffusa dalla regione dei Grandi Laghi sino alle scogliere di Cape Town, vuol dire bianco. Non vi sentirete mai chiamare così, fatta eccezione per i bambini e per la loro onestà infantile, ma è così che loro ci chiamano e ci vedono. È un termine dispregiativo o almeno non proprio edificante che ci meritiamo se continuiamo ad ignorare che l’Africa e i suoi popoli sono un nostro bene comune.

SIRIA LA TREGUA IN & OUT

Siria, tregua in e out, quella entrata in vigore a Febbraio per consentire il dialogo di una trattativa delicata è stata ripetutamente violata. A livello diplomatico c’è tuttavia un cauto ottimismo, ma di fatto la guerra civile continua. Aleppo muore. È l’ennesimo appello lanciato dalle organizzazione cattoliche. “Servono soluzioni politiche. Tutto quello che è successo in questi anni ha prodotto una situazione che sarà molto difficile da ricostruire”. Ha detto il cardinale Pietro Parolin alla stampa. La battaglia di Aleppo è stata una delle più cruente di questi anni, la Gettysburg siriana. Decine di morti nei feroci scontri, strada per strada, casa per casa, tra gruppi ribelli e forze governative. Il controllo di Aleppo, la capitale del Nord della Siria è nevralgico. Per motivi economici e culturali. Chi conquista la città vince la guerra di primavera. Per raggiungere l’obiettivo ogni mezzo. Nessuna remora. E così la devastazione della battaglia ha colpito purtroppo luoghi che per definizione simboleggiano la neutralità. “Troppo spesso gli attacchi contro cliniche e personale medico non sono eventi isolati o accidentali, ma piuttosto rappresentano un obiettivo sensibile. Tutto ciò è vergognoso e ingiustificabile” ha tuonato Ban Ki-moon ai membri del Consiglio di Sicurezza nella riunione che ha adottato all’unanimità la risoluzione 2286 (2016). Nel testo la condanna agli attacchi contro le strutture sanitarie, e il principio che l’assistenza sanitaria è un bene primario, sia per chi indossa una uniforme che per i civili. Ad Aleppo culla della civiltà questo principio è stato costantemente violato dall’abominio del danno “collaterale”. Colpito l’ospedale ostetrico di Al-Dabeet. Stessa sorte era toccata alla clinica Al Marja. Chiuso l’ospedale Al- Quds nel quartiere di Sukkari dopo il raid aereo che ha sollevato lo sdegno internazionale e in cui hanno perso la vita almeno 50 persone, tra le vittime sei medici e tre bambini. Bombardamenti mirati che in pochi secondi riducono le corsie e le sale operatorie in cumuli di macerie. Nella città dei 10 ospedali operativi, che si contavano prima dell’inizio del conflitto, secondo fonti, solo cinque sarebbero attualmente in funzione con una capacità di circa 500 posti letto. La violenza barbarica è la tragica realtà di un Medioriente senza pietà. E dove per sopravvivere l’unica disperata soluzione è la fuga. Migliaia di arabi cristiani hanno in questi anni abbandonato le proprie case, intraprendendo un doloroso cammino. Lasciano l’Inferno delle persecuzioni, della profanazione dei luoghi di culto, degli stupri di massa, delle conversioni forzate e delle torture. Nella lettera che papa Francesco ha indirizzato al patriarca copto di Alessandria la denuncia: “Sono ben consapevole della vostra seria preoccupazione per la situazione in Medio Oriente, specialmente in Iraq e in Siria, dove i nostri fratelli e sorelle cristiani e altre comunità religiose devono affrontare prove quotidiane”. La linea ufficiale del Vaticano è ancora quella esplicitata durante il Concistoro del 2014 quando emerse che “un Medioriente senza cristiani sarebbe una grave perdita per tutti”. Sul piano strategico il Concistoro pose le basi per un’alleanza storica con la Chiesa ortodossa, nel nome di una comune visione tra il pontefice e i patriarchi d’oriente. Un patto per “incoraggiare i cristiani affinché restino in Medio Oriente”. Nel disegno della diplomazia della Santa Sede anche la creazione di apposite “zone di sicurezza” per i profughi e la necessità politica d’introdurre un modello di coesistenza culturale civile. La via per la pace, in Medioriente e nel mondo passa attraverso il prossimo World Humanitarian Summit che si svolgerà a Istanbul il 23 Maggio. Il rischio è di perdere altro tempo, inutilmente.

BUS NUMERO 12

Gerusalemme ancora una volta piomba in una angosciante sciagura. Alla vigilia della Pesach, la Pasqua ebraica, poco dopo le 17.30 di un lunedì pomeriggio in una calda primavera, esplode un bus di linea: 21 persone ferite, alcune in gravissime condizioni. Tra queste il presunto kamikaze palestinese. L’attacco terroristico interrompe settimane di relativa calma, se di calma si possa mai parlare in Medioriente, dopo l’escalation, nei passati mesi, dell’Intifada dei lupi solitari i giovani “martiri” palestinesi ripongono il coltello e indossano le cinture esplosive, copiando l’esempio dei loro coetanei di Bruxelles e Parigi. L’attentato a Gerusalemme segna quello che viene commentato dagli analisti come “un salto di qualità del terrorismo palestinese”, ovviamente in negativo. In realtà è il ritorno ad una strategia “vecchia” che non si vedeva da anni, dalla Seconda Intifada e le bombe nei luoghi pubblici. Bus, bar, ristoranti, pizzerie, discoteche macchiati di sangue innocente, una lunga scia di morti, di lenzuoli bianchi a coprire i cadaveri che giacevano a terra. Ieri come oggi quando Israele è attaccato a Gaza si festeggia con pasticcini e canti. Nella striscia di terra più densamente popolata al mondo regna il fondamentalismo islamico di Hamas, alleato dell’Isis in Sinai nel nome della jihad: la guerra santa globale colpisce il vagone della metropolitana alla fermata del quartiere multietnico di Maelbeek e l’autobus numero 12 a Talpiot, periferia meridionale della città Santa. Luogo di centri commerciali, meccanici e carrozzerie dove quotidianamente palestinesi ed israeliani lavorano fianco a fianco e dove dividono la fila nei supermercati. “Dopo l’esplosione non si vedeva più niente era buio, c’era fumo ovunque. Mi sono messa a cercare mia figlia, l’ho trovata sdraiata a terra aveva tutto il corpo ustionato. Tra un mese avrebbe compiuto 16 anni, ora è sedata da farmaci e attaccata ad un respiratore. Adesso prego che sopravviva”. È il ritorno ad una triste cronaca: il boato, un rumore sordo che ti entra dentro, un brivido che ti scuote. E poi un istante di silenzio innaturale, il fumo, le grida, le sirene delle ambulanze in una corsa contro il tempo, i paramedici con i lettini e le flebo, i poliziotti che transennano l’area, gli elicotteri, il caos e la paura che si diffondono ovunque. Quando finirà tutto questo? C’è chi dice quando ci sarà uno stato palestinese indipendente e c’è chi dice quando non esisterà più uno stato di Israele. È lecito pensare che non finirà mai. A meno che “qualcuno” non decida di porvi fine, a chiare lettere. Dando ascolto, per una volta, alle voci di pace, al lamento e alle lacrime della gente che soffre. “Non ho mai intenzionalmente fatto del male ad un’altra persona. Non mi è mai venuto in mente di maltrattare un altro essere umano solo perché la pensa in modo diverso”. Legge il testo del comunicato in inglese Renana Meir, 17 anni israeliana, spiegando che sua madre è stata uccisa davanti a lei, sotto i suoi occhi: brutalmente accoltellata da due minorenni palestinesi. Parla la giovane Renana, nelle stesse ore in cui a Gerusalemme ancora una volta si salta in aria, e lo fa alla platea di diplomatici del Consiglio di Sicurezza al Palazzo di Vetro. “È difficile esprimere a parole quanto sia profondo il mio dolore”. Eppure, aggiunge “Io non odio, non riesco ad odiare. Con il cuore a pezzi siamo venuti qui oggi a chiedere il vostro aiuto. Aiutateci a creare la pace attraverso l’amore e a trovare il buono che è in ciascuno di noi”.

PARTNER

“Muove nella giusta direzione” il premier incaricato Fajez Al Serraj, il giudizio del Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni bene descrive l’evolversi della situazione politica in Libia. L’indirizzo diplomatico della Farnesina, tra speranza e apprensione, è altrettanto chiaro: pieno sostegno al governo di riconciliazione sia “sul piano politico, umanitario che economico”. È un segnale d’imprimatur al “coraggio” del leader libico, sostenuto dall’ONU per riordinare il paese, che è riuscito nelle passate settimane a insediarsi e mettere insieme una maggioranza di parlamentari all’interno del Congresso. Aprendo un percorso politico che prevede lo scioglimento del Consiglio di Stato e poi, in una seconda e più complessa fase, la riunificazione con l’amministrazione di Tobruk per poter smantellare le milizie, attivare il processo elettorale e infine cacciare l’Is. Incrociando le dita la soluzione al disastro libico potrebbe aver imboccato la strada giusta. Chi sosteneva che Al Serraj avrebbe fallito prima ancora di cominciare a tessere la sua tela deve per ora aspettare e magari domani ricredersi di tanto scetticismo. Riconciliazione, stabilità e lotta al terrorismo sono le sfide di Al Serraj. La lezione che abbiamo ereditato dalla Libia è che con l’intervento militare della NATO abbiamo favorito lo scoppio di una guerra civile che ha aperto la strada al fondamentalismo islamico e destabilizzato la regione, dal Mali al Burkina Faso. I trafficanti di armi hanno svuotato e poi messo sul mercato gran parte dell’arsenale del Colonnello Gheddafi, arricchendosi. Purtroppo la qualità della vita della stragrande maggioranza della popolazione libica è peggiorata notevolmente a causa della drastica riduzione della produzione petrolifera. Oggi in molti centri, di quello che era considerato il paese con il più elevato tenore di vita tra le realtà africane, scarseggiano elettricità, generi alimentari e medicinali. «In risposta alla grave situazione umanitaria in corso in Libia ed accogliendo la richiesta di aiuto» il Ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale ha disposto un finanziamento multilaterale di emergenza di 1 Milione di € a favore del Programma Alimentare Mondiale. Intanto i C130 dell’areonautica volano in Libia con a bordo medicinali e tonnellate di cibo. Passi importanti che rischiano di essere vanificati se la rotta dei migranti per e verso l’Italia dovesse riprendere con maggiore intensità, una minaccia pronta a trasformarsi in un’arma politica contro Al Serraj: “la Libia è il futuro ground zero -epicentro- dei migranti che cercheranno di raggiungere l’Europa”. È l’analisi, poco ottimista, dell’ex comandante della NATO, l’ammiraglio statunitense James Stavridis. Dalla primavera del 2015 la marina militare italiana è alla guida della missione di pattugliamento nelle acque al largo della Libia EUNAVFOR MED, in codice operazione Sophia: oltre 11 mila salvataggi, 58 scafisti arrestati. Avvicinare la flotta internazionale in prossimità delle coste potrebbe diventare a breve una necessità umanitaria. La tratta dei migranti è un business per le organizzazioni criminali, e una fonte di sostegno alle casse dell’Is, la cifra è stimata intorno ai 300 milioni di dollari l’anno, proventi della tassazione imposta agli scafisti del Golfo della Sirte. In Libia il traffico di esseri umani rende più del petrolio. Ma il secondo è il piatto più appetitoso per le multinazionali, a partire dall’italiana Eni. Nella corsa agli idrocarburi libici e con un certo senso di colpa per aver provocato un caos totale Londra si è detta disponibile a fornire aiuti militari al neo governo. Per il presidente della commissione esteri di Westminster, Crispin Blunt, tale iniziativa dovrebbe svolgersi senza un dispiegamento di forze sul campo, “che sarebbe percepito come una invasione”, ma con l’invio di mille “formatori” militari al fianco di personale italiano e francese. L’importante è non ripetere l’irripetibile.

LA CATASTROFE UMANA

Un viaggio “triste” quello di papa Francesco nel Mar Egeo, sull’isola di Lesbo, nel luogo simbolo del dramma dei profughi: “la catastrofe umana più grande dalla Seconda Guerra Mondiale”. Un pellegrinaggio lampo per lanciare un messaggio di accusa al paradigma della politica europea. Lui che sulla questione dei migranti non ha mai smesso di pronunciare parole forti, coraggiose, sopra le righe, lanciando a ripetizione martellanti richiami, inascoltati dai potenti del mondo, “insensibili”, sino ad oggi, alla sua catechesi, alla sua rivoluzionaria visione. Significativo il tweet lanciato poco dopo il decollo: “I profughi non sono numeri, sono persone: volti, nomi, storie, e come tali vanno trattati”. Da giorni sull’isola sono in corso le operazioni di espulsione verso la Turchia dei migranti non regolari, in base ai recenti, discussi e discutibili, accordi previsti dall’Ue con Ankara. La maggior parte dei “respinti”, non in possesso di domanda di asilo politico dalla Siria, provengono dal lontanissimo Pakistan, per loro un lungo calvario che dalla “terra dei puri” li ha condotti alle acque del Mare Nostrum nella speranza di entrare in Europa, e che invece sono in attesa di essere “impacchettati come merce” per un triste viaggio a ritroso, “scambiati” con profughi di altra provenienza. La macchina burocratica dei respingimenti, paradossalmente, procede con lentezza a causa della mancanza di personale in grado di svolgere le procedure di espulsione. Mentre molti isolani da mesi compiono semplici, teneri e silenziosi atti di umana generosità. Più rumorosa la protesta degli attivisti dell’associazionismo nel tentativo di fermare le navi pronte a salpare verso la Turchia, paese terzo definito sicuro ma che non riconosce la Convenzione di Ginevra. A Lesbo e nel Continente in queste ore la civiltà europea è investita dal dilemma paura o solidarietà. La forza morale e storica della fratellanza è coltivata dal pontefice che professa il vangelo dell’accoglienza, della misericordia, “delle periferie”. Attraverso gesti di denuncia non convenzionali che trascendono le sottigliezze dei protocolli diplomatici e delle delicate relazioni interreligiose, che lo portano nella realtà del campo (hotspot) di Moria a stringere mani, ascoltare, abbracciare, asciugare le lacrime, dividere il pasto con i profughi. Giovani pakistani, siriani, iracheni, curdi e yazidi affollano le transenne e applaudono il passaggio del Santo Padre, espongono scritte che si commentano da sole: «Libertà». «Aiuto». «Per favore salvateci». E lui risponde: “Non siete soli. Porto con me il vostro dolore”. Cammina, fianco a fianco, “fraternamente” con l’arcivescovo di Atene Ieronimos II e il patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I. Oltre lo scisma e i dibattiti teologici pregano insieme per le vittime nel cimitero del Mediterraneo, condividono i flash dei fotografi, lanciano congiuntamente un appello urgente alla comunità internazionale, appongono la propria firma ad una dichiarazione ecumenica. Sullo sfondo un’intesa storica, l’unità tra le chiese cristiane nell’obiettivo di mobilitare l’opinione pubblica mondiale sulla situazione delle comunità arabo-cristiane, la minoranza invisibile del Medioriente, vittime della violenza del fondamentalismo islamico: “costruire la pace là dove la guerra ha portato distruzione e morte”. Anche l’Europa è chiamata in causa, in alcuni Stati dell’Unione prevalgono frontiere e fortezze, una mappa frastagliata di ostacoli che relegano gli accordi di Schengen a carta straccia, un elenco di muri e filo spinato: Idomeni, Ceuta, Melilla, Vyssa, lungo i confini di Bulgaria e Ungheria, provvisorie e immateriali barriere riguardano Ventimiglia e Calais. Ed infine, il caso del varco del Brennero tra Italia e Austria. In tanta divisione l’aereo di papa Bergoglio, in perfetto orario e stile, imbarca 3 famiglie di profughi siriani, destinazione Roma: “L’Europa sia patria dei diritti non respinga i migranti”.

LA CRUDA LOGICA

Il nemico può essere chiunque e ovunque. Può essere una donna dai grandi occhi neri, coperta dal velo e con un coltello nella borsa. Un ragazzo in moto che alla fermata del bus estrae una pistola. Uno studente con lo zainetto della scuola che fa esplodere una molotov. O un anziano che si lancia con la sua sgangherata vettura a tutta velocità contro un check point. Non c’è età, non c’è sesso a determinare il profilo del nemico, tranne il fatto che sicuramente è un palestinese. Questo insegnano alle reclute dell’esercito israeliano al corso d’addestramento alle tecniche di antiterrorismo. Dure settimane in cui ufficiali e sottufficiali preparano i soldati ad operare in territorio ostile. “Capire il pericolo, rimuovere l’ostacolo” viene inculcato a tutti. Un insegnamento da tenere a mente, parole che hanno un significato ben specifico: questo è il modo per riportare la pelle a casa. In guerra anche se asimmetrica un esercito dovrebbe essere chiamato a rispettare dei codici morali scritti e siglati, a prescindere dagli ordini. Possibile? Beh certamente non semplice.
Proprio in queste ore l’esercito israeliano è di fronte ad una bufera di critiche dopo l’uccisione a Hebron di un palestinese che aveva, a sua volta, accoltellato e ferito un ufficiale. È stato un giovane militare dell’esercito di Tzahal a freddare il palestinese che si trovava a terra ferito e disarmato. Il caso ha suscitato polemiche dopo la pubblicazione online del video integrale del fatto. Il tribunale militare di Jaffa ha aperto un’indagine sull’accaduto, mentre l’ufficio stampa dell’esercito ha reso noto la testimonianza di uno dei commilitoni presenti, il quale ha riportato le parole dell’indiziato prima che aprisse il fuoco: “merita di morire, ha accoltellato un mio amico”. Il ministro della Difesa Moshe Ya’alon e il Primo Ministro Benjamin Netanyahu hanno parlato di gesto immorale condannandolo apertamente. Il capo di stato maggiore dell’esercito Gadi Eisenkot ripete di essere orgoglioso dei propri soldati ma che “non esiterà a punire coloro che andranno contro i principi morali dell’esercito”. Per portare alla luce quest’ultimo scandalo è servita una telecamera, per altri crimini c’è impunità e silenzio. “In pattuglia abbiamo usato civili per arrestare altri palestinesi – procedura oggi in gergo denominata «porta un amico» – abbiamo preso i vicini di casa usandoli come scudo per proteggerci. Chiedere ad un soldato israeliano se usa i palestinesi come scudo umano è come chiedergli se per vivere respira”. Quando a Gerusalemme in uno scarno appartamento del quartiere meridionale di Talpiot incontrammo Yehuda Shaul, con la sua kippah nera in testa e la sua barba ben curata, per una lunga intervista, mai integralmente apparsa, in pochi conoscevano quel giovane paffutello, la sua storia e la sua organizzazione: Breaking the Silence. L’intenzione di Shaul e dei suoi amici era rompere il silenzio che copre le violenze, gli abusi, quello che Shaul definisce “l’immoralità dell’occupazione”: svelare pubblicandolo materiale raccolto dagli stessi soldati durante il loro servizio di leva nei Territori Palestinesi. Quell’idea ha portato alla pubblicazione di un libro «La nostra cruda logica» edito in Italia da Donzelli, decine di testimonianze di veterani, racconti d’ordinaria quotidianità, un progetto che ha suscitato la reazione della destra israeliana, e le accuse di “tradimento” a Breaking the Silence. “Dappertutto t’insegnano ad accertare un’uccisione. La si accerta sempre, gli spari un’altra pallottola in testa anche se il tipo è morto”. Non hanno un volto e un nome le parole degli ex soldati, al lettore viene fornito solo l’anno e il reggimento di appartenenza. Frammenti di ricordi indelebili, “cartoline” dal fronte: “Picchiavamo di continuo gli arabi, niente di speciale. Giusto per passare il tempo”. Poi scorri le pagine del libro e trovi la memoria di un soldato di fanteria a Betlemme: “l’espressione accusatoria nello sguardo di una donna di novant’anni, che certamente non ha fatto niente di male, è qualcosa che ti resta dentro”. Il giudizio nel racconto del paracadutista: “Sentire di essere superiore a loro è irrilevante, sei già superiore a loro”. Mentre il soldato dei corpi blindati ricorda: “Li mettevamo in ginocchio, li tenevamo a seccare”. Parla il poliziotto di frontiera: “piangevano, ovviamente, venivano umiliati”. Dal canto loro le gerarchie dell’esercito hanno preso le difese dell’operato delle proprie unità. “Il nostro spirito è nella moralità, combattiamo con regole molto chiare, nel rispetto della dignità umana, con una netta separazione tra nemici e innocenti” sono le parole del tenente colonnello Nati Keren, trentenne comandante del battaglione Duchifat, è l’elite dell’esercito con la stella di Davide, l’arma migliore dello Stato di Israele, da sempre. Senza il proprio esercito Israele non esisterebbe. Breaking the Silence, che piaccia o meno, è un contributo alla vita democratica “verso se stesso ma anche verso l’altro”.

TOGLIERE LA MASCHERA ALL’ISIS

Sul nostro pianeta c’è qualcuno che è di troppo. E non stiamo parlando di prospettive demografiche o economiche bensì di modelli di vita e ideologie. Dopo l’ennesimo attentato ad una capitale europea ci siamo ricordati, più o meno tutti, che la guerra è globale e alla fine ci sarà un solo vincitore o l’Europa o l’Isis. Non può essere diversamente in un mondo che è troppo stretto per averci entrambi. Preso atto degli infruttuosi tentativi di trovare soluzioni rapide ed efficaci a contrastare il terrorismo, è quanto mai urgente rimodulare la politica mondiale. La superiorità della forza militare dei paesi occidentali sul Daesh è schiacciante, se i due eserciti si affrontassero apertamente in un campo di battaglia le sorti sarebbero scritte. Quando però la minaccia nasce nei quartieri delle nostre città, nel cuore dell’Europa, allora la capacità di prevenzione è minore, l’esito meno scontato. Il «terrorismo molecolare» messo in atto dai seguaci del Califfato è una strategia difficilmente arrestabile, basta vedere, con le dovute differenze del caso, la seconda e in particolare la “terza” Intifada palestinese in Israele, quella dei lupi solitari. Aumentare il livello di sicurezza è un passaggio logico, come prendere consapevolezza che la lotta al caos riguarda direttamente la collettività, il popolo europeo e l’umanità. Per questo sradicare il pensiero fondamentalista islamico alle radici è indispensabile. Fermare il proselitismo è il primo passo per vincere la partita. Interrompere l’interazione dei terroristi con il web e l’attrattiva mediatica del movimento terroristico sui giovani “occidentalizzati”. Uno dei network di propaganda dimostratosi più attivo nel reclutamento in questi anni è Sharia4, ne fanno parte gruppi che utilizzano un nome con variabile geografica e filiali ovunque: Sharia4Belgium, Sharia4UK, Sharia4France, Sharia4Italy e così via. Il Belgio è stato il primo paese a prendere delle misure contro questa organizzazione “anfibia”. Nel Maggio 2015 i magistrati di Bruxelles hanno portato a processo il maggior numero di presunti militanti jihadisti che si sia mai visto in Europa, infliggendo pene severe. Non è bastato ad evitare la strage di Bruxelles, ma sicuramente è servito. Prima di tutto perché ha dimostrato all’opinione pubblica la pericolosità di questa organizzazione. Ha fallito sostanzialmente per il fatto che molti degli imputati e condannati sono tutt’ora latitanti. Tra le tante “primule rosse” anche Yassine Lachiri condannato in contumacia, arrestato lo scorso anno in Turchia mentre attraversava il confine con la Siria e poi scambiato dal governo di Ankara con ostaggi dell’Isis. Invece di essere estradato in Belgio dove avrebbe dovuto scontare una pena di 20 anni. Difficile non ipotizzare un suo ruolo negli attentati di Bruxelles.
La delocalizzazione e prolificazione in mezza Europa delle organizzazioni terroristiche è una formula, purtroppo di successo, del franchising del marchio jihadista: un sistema che ha il “core business aziendale” in Medioriente, in regioni dove regna la frantumazione sociale e infiammate da guerre civili devastanti. Siria, Yemen e Iraq ospitano scuole d’indottrinamento per futuri kamikaze. Nel vuoto politico libico si diffonde la bandiera nera dello Stato Islamico. Nel Sinai e a Gaza, tra dune e tunnel, Hamas “fraternizza” con gli uomini del Califfo. Anche tra le mura della Città Vecchia di Gerusalemme spuntano le prime cellule affiliate al Daesh. Africa e Medioriente sono nascondigli sicuri, basi logistiche per foreign fighters dove oltre alle armi, alle tecniche di guerra e alle lezioni di sharia islamica girano ingenti somme di denaro necessario per finanziare una struttura che altrimenti collasserebbe in poco tempo. Senza ombra di dubbio un sistema economico alimentato da un intricato groviglio di canali con diramazioni e giochi di potere internazionali. E questo ultimo aspetto resta ad oggi quello più spinoso: riuscire a tagliare i fondi al terrorismo e smascherare chi si nasconde dietro il Califfato. Dando una volta per tutte un volto ai responsabili di questo demone.

PASQUA A GERUSALEMME

Gerusalemme. Città Vecchia, città dentro la città, centro del mondo. Nel quartiere cristiano in tranquillità si stanno svolgendo le celebrazioni per la Passione, morte e resurrezione di Gesù, in quello ebraico si è conclusa la gioiosa festa del Purim e volge al termine lo Shabbat. Nel quartiere musulmano blitz e arresti. Le strette stradine che conducono al Santo Sepolcro accolgono turisti e fedeli di mezzo mondo. Non sono né eroi né crociati ma semplici viaggiatori, pellegrini che hanno l’opportunità di visitare uno dei luoghi “più magnetici, più problematici e più affascinanti al mondo”. Ma privo per “volere della storia” di armonia, pace e tranquillità. Contesa perennemente, Gerusalemme è il luogo dove tutti amici e nemici, nel bene e nel male, sono costretti ad incrociarsi, sporadicamente confrontandosi violentemente, spesso senza nemmeno guardarsi, altre volte relazionandosi amichevolmente, in una convivenza complicata ma non impossibile.
Nel Venerdì Santo la via Crucis con le 14 stazioni sparse lungo la via Dolorosa ha rappresentato il culmine delle celebrazioni, in una mescolanza di lingue, suoni, odori e colori. Preghiere e meditazioni guidate dal Custode di Terra Santa il francescano Pierbattista Pizzaballa. Il giorno precedente durante l’affollata processione del Giovedì Santo, che partita dalla chiesa di San Salvatore ha attraversato la porta di Sion fino al Cenacolo, il Custode di Terra Santa aveva ricordato come: “Lavare i piedi oggi significa ricordarsi dei poveri, degli ultimi. Ricordarsi che tutti siamo nati liberi e nessuno è schiavo”. Ma nelle “prigioni” di Gaza e della West Bank, sigillata in questi giorni di festa, la vita dei palestinesi è sempre più incerta. “Moderni schiavi” stretti nella morsa del regime di Hamas e dell’occupazione. Dove il rischio di una deriva generazionale, di una nuova “fabbrica” dell’ideologia fondamentalista di matrice Isis, è incombente. In queste ore quattro ventenni palestinesi di Gerusalemme Est sono stati accusati di appartenere ad un gruppo affiliato al Daesh, avrebbero tentato di recarsi in Turchia per poi unirsi alle milizie del Califfato. Nei quasi sei mesi di Intifada 2.0 hanno perso la vita 29 israeliani, 4 cittadini stranieri e quasi 200 palestinesi. Nell’omelia della messa alla Basilica della Redenzione il Patriarca di Gerusalemme Fouad Twal ha invitato i fedeli “a camminare con il Signore” per avere “più pace, più serenità”. E di pace in Terra Santa e nel mondo in questo particolare momento c’è un forte bisogno: “Il Medio Oriente senza i cristiani diventerebbe un altro Medio Oriente. Si trasformerebbe in un Medio Oriente di rovine, di pietre, di musei e non di pietre vive che danno testimonianza proprio nel luogo dove tutti gli eventi della salvezza si sono realizzati”. Sono le parole pronunciate dal Cardinale Sandri, Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, al rituale della “Colletta per la Terra Santa”, la raccolta di offerte da devolvere alle congregazioni che, oltre alla custodia e mantenimento dei santuari, permettono di sostenere attività socio-educative in favore della popolazione in Terra Santa. In una regione così martoriata dalla violenza il concetto, non solo cristiano, di carità è una speranza. Iniziative umanitarie, piccole e grandi, che abbattono ponti, muri e fili spinati. Oltre 2 mila siriani hanno ricevuto, dal dicembre 2013 ad oggi, assistenza sanitaria in ospedali israeliani, molti sono donne e bambini. Dei 600 “nemici”, trattati nell’ospedale di Safed, l’80% presentava gravi traumi ortopedici. Grazie alle cure riportate e all’installazione di protesi la maggior parte dei degenti è in grado di camminare di nuovo. Gesti di carità umana che allietano questa Pasqua macchiata di sangue e sotto l’incubo del terrorismo.

RESPONSABILITA’ O UMILIAZIONE?

“No all’indifferenza” non si stanca di ripetere Papa Francesco ai fedeli. Questa volta però le parole d’accusa pronunciate dal pontefice durante la Messa nella domenica delle Palme hanno come destinatari le istituzioni europee: “ penso a tanta gente, a tanti emarginati, a tanti profughi, a tanti rifugiati dei quali tanti non vogliono assumersi la responsabilità del loro destino”. Parole pronunciate a braccio che segnano uno scollamento tra la Santa Sede e l’Ue. Piazza San Pietro non è le stanze di Bruxelles e sul sagrato non si plaude al nuovo piano sui migranti, al contrario la Chiesa di Roma alza la voce, la protesta. Ci aveva già pensato il segretario di stato cardinale Parolin, visitando un campo profughi in Macedonia, a tuonare contro l’accordo Europa-Turchia: “dovremmo sentire umiliante dover chiudere le porte, quasi che il diritto umanitario, conquista faticosa della nostra Europa, non trovi più posto”.

Ragioni e implicazioni invitavano a valutare attentamente le richieste turche. Alla fine tra i 28 leaders europei ha prevalso la linea di Berlino anche sull’accelerazione dei negoziati per l’adesione della Turchia all’Ue. Pesanti critiche sono state espresse, in queste ore, da parte di molte Ong che invocano a gran voce maggiore solidarietà e rispetto dei diritti umani: ad alimentare il dibattito l’opzione stilisticamente “burocratica” di Bruxelles del baratto “uno per uno” e un piano che realisticamente deve essere messo alla prova. Così come l’affidabilità e la maturità della Turchia di Erdogan. Intanto dalla Grecia arriva la notizia di altri sbarchi e soprattutto che Atene non è assolutamente pronta a rinviare in Turchia i migranti. Partenza con il piede sbagliato che evidenzia, ad ora, l’impossibilità europea ad offrire una soluzione umanitaria all’emergenza.

In cinque anni di guerra civile la Siria ha originato una massa di rifugiati impressionante, oltre quattro milioni sparsi lungo tutto i confini dei paesi del Mediterraneo. Un flusso continuo che si è riversato, in gran parte, negli stati confinanti: Turchia, Libano e Giordania. Circa il 4% dei rifugiati siriani invece ha intrapreso il viaggio verso l’Europa. Molti sono oggi accampati nelle tendopoli dei campi profughi, il resto ha scelto le periferie delle città del Medioriente, da Amman a Beirut. Dove illegalmente e pagati poco trovano lavoro come bassa manovalanza nel settore manifatturiero, privati di assistenza e senza l’aiuto internazionale. Marginalizzati e sfruttati. In contesti socio-abitativi insostenibili. La richiesta più volte espressa dall’ONU di fare il possibile per integrare i rifugiati nella società turca, libanese e giordana non ha ottenuto esito favorevole. Respinta da parte dei tre governi che hanno obiettato forti resistenze, esprimendo un giudizio caustico: i rifugiati sono un elemento di pericolosità per essere assorbiti, in contesti particolarmente fragili alle turbolenze etniche. Secondo le ultime stime sono 60 milioni nel mondo gli sfollati, uno su sei è siriano. Tra loro una larga presenza di giovani, istruiti e con specifiche competenze tecniche, una generazione intera. Non una minaccia alla sicurezza internazionale ma un nuovo potenziale mercato del lavoro in grado di generare opportunità e positive ricadute economiche, come accadde per i migranti europei alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Per l’Unione Europea la crisi di Damasco è un bruciante fallimento su tutti i fronti, dalla gestione dei rifugiati alla stabilizzazione della regione. Il volume di persone che il persistere ancora per anni della crisi siriana potenzialmente potrebbe “sparpagliare” fuori dai suoi confini, indirizzandoli verso il Vecchio Continente, è considerevole. Il “panico e la paura” di veder arrivare una marea umana hanno convinto gli stati europei ad approvare il pacchetto di misure fortemente voluto da Erdogan, nell’ottica che la Turchia possa tamponare l’esodo dei migranti. Peccato che potrebbe, invece, continuare a bombardare i curdi.

ALLA VIGILIA DI UNA GUERRA BARBARESCA

Il dibattito sull’intervento in Libia continua ad essere molto acceso, tra Stati pronti ad intervenire ed altri più prudenti. Caduta la speranza di un esecutivo di unità nazionale a guida Al Sarraj, per l’ostruzione del governo di salvezza di Tripoli, il ruolo che sarà chiamata a svolgere l’Italia sarà sicuramente di primo piano, sono molti i nostri interessi anche economici e troppo vicine le coste libiche per restare “indifferenti”. Ecco perché dobbiamo saper leggere e bene le parole che il presidente egiziano Al Sisi ha rilasciato in queste ore dalle pagine di La Repubblica: “Se le istituzioni vengono distrutte, per ricostruirle occorre molto tempo e sforzi significativi. Questa è l’origine delle nostre grandi paure riguardo alla Libia: più tardi agiamo, più rischi si generano. Dobbiamo agire in fretta e difendere la stabilità di tutti i paesi che non sono ancora caduti nel caos, per questo ci vuole una strategia globale che non riguardi solo la Libia ma affronti i problemi presenti in tutta la regione. Problemi che poi possono trasformarsi in minacce alla sicurezza pure in Europa.” Un messaggio al nostro paese ma sopratutto un monito alla strategia che vorrebbe mettere in campo il Pentagono: “è molto importante che ogni iniziativa italiana, europea o internazionale avvenga su richiesta libica e sotto il mandato delle Nazioni Unite e della Lega Araba”. In questo quadro geopolitico è opportuno ricordare quello che accadde nel 1803 quando, uno squadrone navale della marina degli Stati Uniti, al comando del Commodoro Edward Preble, prese il largo da Boston alla volta di Malta. Era la prima volta che vascelli militari americani portavano la guerra lontano dalle coste atlantiche, nel cuore del Mediterraneo. La missione, imposta dal presidente Thomas Jefferson, prevedeva una “punizione” all’arroganza degli stati barbareschi. Le ragioni del conflitto erano puramente economiche: l’America rifiutava di pagare il tributo per il passaggio delle merci ai locali pascià, come era uso fare. Per l’ex colonia il volume di affari con gli stati meridionali europei era andato incrementandosi negli anni, ma le navi mercantili battenti bandiera a stelle e strisce avevano perso la protezione britannica prima e poi quella francese, trovandosi inermi alle scorrerie dei pirati e con pesanti perdite negli investimenti. I nemici, in quel caso, non erano solo le navi della tirannica Londra ma anche quelle delle città di Algeri, Tripoli e Tunisi. Le tre signorie barbaresche nei cui porti ormeggiavano le potenti flotte corsare che imperversavano per il “Mare Nostrum”. La prima guerra tra i pirati musulmani e gli yankees protestanti proseguì a fasi alterne. Nel maggio del 1805 il conflitto ebbe un appendice sulla terra ferma con la conquista della città di Derna da parte di un manipolo di uomini del corpo dei marines, qualche centinaio di mercenari greci e alcune tribù della Cirenaica in rivolta contro il potere del pascià di Tripoli. Il piccolo e variegato esercito, compì una marcia epica attraversando il deserto del Sahara sino alle mura della città portuale libica. Quella fortunata campagna terrestre condizionò l’esito del conflitto, convincendo le autorità di Tripoli ad accettare un repentino cessate il fuoco. Oggi Derna è sotto il controllo dell’esercito del Califfato e la Libia è nel caos di una guerra civile senza fine, con scenari in continua evoluzione, sollecitati da interferenze internazionali (USA, Francia e GB) e regionali: Turchia, Egitto, Qatar, Algeria, Niger e Marocco, ciascuno con i propri interessi, completano lo scacchiere. La Libia in fondo è una invenzione geografica del colonialismo italiano, uno stato costituito da tre realtà molto, troppo, diverse e contrastanti per trovare un equilibrio duraturo: Tripolitania, Cirenaica e Fezzan corrono su binari divergenti culturalmente, politicamente e anche militarmente. La nazione libica al momento non esiste più, per ricomporre la cartina smembrata di questo paese serve altro che una guerra barbaresca. Ci vuole prima di tutto una bandiera, quella dell’ONU. E poi tanta fortuna.