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Primo giorno alla Knesset

Oggi è stata inaugurata la XX Knesset. Primo giorno di scuola per la classe politica israeliana. I 120 parlamentari, emozionati e rigorosamente quasi tutti accompagnati da parenti, hanno preso posto nei rispettivi scranni. Invece della cartella e del grembiule indossavano vestiti firmati e portavano in mano cellulare o tablet. Nel 2015 le matricole che per la prima volta varcavano da “onorevoli” le porte del palazzo legislativo sono 49. Un vento di novità per il parlamento di Gerusalemme. Mentre le donne elette salgono a 28. La Knesset è un parlamento dove la destra è maggioranza e la sinistra opposizione insieme alla lista araba. Il discorso di apertura è toccato al presidente della repubblica Reuven Rivlin che ha ricordato: “siete emissari del pubblico.” E poi ha puntualizzato: “I cittadini sono importanti non voi”. È un chiaro invito ai parlamentari di non montarsi troppo la testa e restare con i piedi per terra. Sulla stessa linea l’intervento del portavoce del parlamento il laburista Amir Peretz: “le parole sono come una freccia scoccata da un arco, non possiamo riportarla indietro e nemmeno cancellarne l’effetto.” Baffone Peretz, storico sindacalista ed ex candidato premier della sinistra, ha lanciato una stoccata al vincitore delle elezioni. Netanyahu dal canto suo è l’uomo politico che possiede una faretra piena di frecce che scaglia contro palestinesi, arabi e iraniani, non solo durante le campagne elettorali. Comunque in attesa del 34° governo della storia d’Israele prediamo atto che il nuovo parlamento si è insediato.

Molte nubi sul governo di Israele

Israele al voto. In una giornata serena e primaverile gli elettori in coda ai seggi per eleggere i 120 deputati che siederanno alla Knesset, il Parlamento. È la ventesima elezione dal 1948 ad oggi (in Italia ne abbiamo avute 17) per lo Stato d’Israele. Il meteo politico all’apertura dei seggi prevede nubi sparse sul futuro governo. Il dato elettorale chiarirà meglio gli assetti e i meccanismi della coalizione che nascerà, tenendo conto che sono 25 le liste al voto (un quadro complesso in Israele che ci fa ricordare la nostra prima Repubblica) e che in un sistema elettorale proporzionale solo alcuni di questi, 11 o 12 liste, supereranno lo sbarramento del 3,25%: partiti religiosi, laici, liberali, nazionalisti, sinistra e lista araba sono tutti potenzialmente papabili partner per il governo. Parlarne ora è pura fantascienza, tenendo conto che al momento le principali liste sono accreditate di 23/25 seggi ciascuno e che gli indecisi sono circa il 15% dei 6 milioni di votanti. Intanto il neo presidente d’Israele Rivlin incoraggia, ma non forza la mano, per raggiungere la formazione di un governo di unità nazionale. Alla luce degli ultimi sondaggi la sfida tra Netanyahu e Herzog andrebbe al secondo, in vantaggio con una forbice di 3-8 punti. Il centrosinistra si presenta al voto con una lista dove la ex ministra della giustizia estromessa da Netanyahu, Livni è co-leader con Herzog della lista Unione Sionista, tra i due, infatti, c’è un accordo che prevede la rotazione alla guida del Paese in caso di vittoria. Herzog, il politico israeliano che parla inglese con accento democratico, raccoglie consensi nell’arena politica dove è giudicato e stimato quale persona molto concreta. Intelligentemente, il giovane politico cresciuto nelle file del partito laburista, ha impostato l’ultima parte della campagna elettorale spostando al centro del dibattito non tanto l’introduzione di nuove politiche economiche ma bensì paventando il pericolo della riconferma di Netanyahu. Che questo voto rappresenti un giudizio sull’operato dell’ex premier è cosa nota. Che lo stesso Netanyahu abbia tentato l’azzardo del colpo grosso sciogliendo a dicembre il Parlamento e indicendo nuove elezioni con lo scopo di rafforzare la sua posizione è un dato di fatto. Che la sua scommessa preveda un cambio “costituzionale” per il Paese e una politica estera aggressiva nei confronti dell’Iran sono dati oggettivamente riscontrabili. Che non abbia la benché minima idea di risolvere la questione israelo-palestinese è inoppugnabile. Tutto ciò premesso, Netanyahu è consapevole di attraversare un momento negativo di popolarità e credibilità. Ha tentato di provocare gli avversari interni ed esterni sui temi della sicurezza e del sionismo, ma non è servito a molto: secondo molti analisti il punto debole del Likud è proprio l’arroganza del suo candidato premier. Auto proclamatosi re del popolo israelita nella speranza di risalire la china e ribaltare i sondaggi ha dovuto fronteggiare la reazione e l’opposizione dei vertici militari, a partire dai servizi segreti, si è inimicato mezza Europa e tutta l’amministrazione del presidente Obama. E così il suo sogno da monarca, e forse la sua carriera politica, sono ad un passo dal baratro. Nella lunga notte di martedì sapremo se Netanyahu è capace ancora di volare, padroneggiando il cielo d’Israele oppure se il “razionale” Herzog ha definitivamente abbattuto il ”falco”. Nelle prossime ore, dunque, si decide la storia d’Israele, proprio come ci ha ricordato, Etgar Keret, celebre scrittore israeliano, il suo futuro è un’incognita: “Le prossime elezioni in Israele sono solo la variabile più immediata da cui dipenderà la compagine politica che guiderà il paese nei prossimi anni, ma gli sviluppi geopolitici nell’area non hanno certo meno influenza e significato.” In Israele la speranza per un cambiamento è forte, almeno alla vigilia del voto, almeno nelle parole di Keret: “Posso solo esprimere la fondata speranza che la leadership israeliana che verrà eletta nelle prossime elezioni, sia in grado di trarre le giuste conclusioni dalla guerra avvenuta nella scorsa estate e di porre al centro della propria responsabilità la vita dei propri cittadini ma anche dei civili dell’altra parte, che dia ancor più peso ai diritti delle minoranze e del diverso e alla libertà di espressione, rafforzandosi come democrazia. Nonostante tutte le difficoltà, la democrazia è nei geni di questa nazione.”

Voto israeliano 2015: traguardo volante

Il voto israeliano del 2015 passerà alla storia per aver dato vita, almeno durante la campagna elettorale, alla creazione di grandi coalizioni e aver prodotto non trascurabili rotture interne ai principali partiti. Per la prima volta avversari storici hanno deciso di convogliare a nozze, mescolando i propri candidati in liste congiunte. In ordine cronologico i primi a siglare un accordo sono stati i laburisti dell’Avodà e i centristi di Hatnua. I due partiti insieme rappresentano nei sondaggi la più forte forza politica del paese. Il sodalizio tra laburisti e centristi è scaturito dalla ricerca di erigere un fronte comune alla candidatura di Netanyahu. La popolarità del Primo Ministro è ancora molto alta in Israele. Tuttavia il suo partito il Likud scricchiola. Messo sotto pressione dalle varie costole fuoriuscite in questi anni: a destra dall’ascesa dei nazionalisti di HaBayit HaYehudi, movimento guidato da Naftali Bennet giovane cresciuto politicamente nelle file del Likud, e a sinistra dalla recente scissione e conseguente formazione del partito Kulanu, espressione di Moshe Kahlon già ministro delle comunicazioni e del sociale per il Likud. Entrambi gli schieramenti andranno a pescare nel bacino di voti di Netanyahu. E sarà quindi interessante capire quali danni questa lenta erosione potrà causare alla struttura del partito del premier. Chi non pescherà tra i voti dei delusi del Likud è certamente l’altra unione originata in queste ore. Lo sfaccettato mondo dei partiti arabi, meglio dire dei partitini vista l’esigua entità numerica, ha scelto la via della coalizione. Partiti che storicamente sono stati in perenne lotta tra di loro, che si sono scontrati per una manciata di voti necessari a passare lo sbarramento, per una volta, hanno deciso di unirsi. Il neo listone o listino coagula i comunisti di Hadash, i riformisti di Ta’al, i panarabi di Balad e gli islamici del Ra’am. Atei, laici e religiosi con l’obiettivo di diventare il terzo blocco nella Knesset. Uniti sotto la bandiera dell’anti-sionismo i leader della nuova organizzazione politica hanno dato inizio alla campagna elettorale con una conferenza stampa a Nazareth: “Non riconosciamo l’approccio arabi contro ebrei o ebrei contro arabi. La nostra lista che include sia arabi che ebrei non è contro la società israeliana, ma lotta per la società israeliana.”