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Russia e Siria nella spirale del terrore

Russia e Siria ancora nella spirale del terrore. Tritolo nella stazione della metropolitana di San Pietroburgo e bombe chimiche sulla cittadina di Idlib. A mietere civili inermi nell’estremità orientale dell’Europa è stato un kamikaze di origine kirghisa mentre, nel Medioriente sono gli aerei di Damasco a disseminare morte. Il denominatore in comune ai due eventi è il presidente siriano Assad e la sua alleanza con Mosca: Putin è al fianco del dittatore nella guerra civile con armi e soldati. Il terrorista che ha colpito la città natale dello zar Putin tuttavia non è nato e cresciuto in Siria, non proviene nemmeno dalla Cecenia ma da una sperduta ex provincia dell’Unione Sovietica. Dunque l’indottrinamento dell’attentatore andrebbe imputato, con molta probabilità, alla radicalizzazione dei giovani in quella remota regione. L’ondata di terrore che ha colpito la Russia a partire dagli anni ’90 è, in particolar modo, legata alle richieste indipendentiste cecene. Negli ultimi anni altri gruppi di ispirazione jihadista hanno aderito al terrorismo nel nome di un emirato Caucaso conforme al Califfato dell’Isis. Tra le file dei foreign fighters che combattono in Siria o in Iraq per l’Isis c’è una presenza cospicua di miliziani reclutati nelle ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale. Brigate di assassini senza pietà, persone di estrazione povera, cresciuti in regimi autocratici, con trascorsi in prigionia tra torture e indottrinamento fondamentalista. Figli di un malessere generalizzato, vittime di società oppresse sia economicamente che culturalmente, giovani che sognano in qualche modo una rivincita con l’uso della forza e della bestialità. L’attentato di San Pietroburgo, gli attacchi in Turchia ed in Europa, come del resto tutti quelli di questi ultimi anni a partire dal 11 settembre 2001 pongono sistematicamente la questione di come confrontarci con l’Islam fondamentalista: la condanna è unanime mentre le soluzioni proposte sono varie e spesso contrastanti, a seconda della visione sociopolitica dei vari interlocutori e soprattutto (e questo è un guaio) degli interessi confessabili ed inconfessabili. Militarmente siamo sufficientemente “agguerriti” per far fronte e sconfiggere, sul campo, manipoli di combattenti fanatici che hanno come vero autentico culto solo la morte, lo dimostrano le varie campagne lanciate in questi mesi contro il Califfato dall’Iraq alla Libia, oppure gli esiti del conflitto ceceno e di molte altre guerre poco conosciute. Due distinti fattori, geografico e geopolitico, alimentano il persistere di questo dilemma del nostro secolo. Il teatro principale del conflitto è una striscia di terra che include Mediterraneo, Medioriente, ex repubbliche sovietiche asiatiche e nord Africa. Tutti paesi a maggioranza mussulmana privi di democrazia reale. Dove però i giochi, il controllo, l’influenza sono sostanzialmente riconducibili al blocco occidentale, alla sfera di Mosca e all’espansione turca. Nella crisi siriana questi elementi sono venuti alla luce con effetti deleteri e ripetuti. In Siria assistiamo ad un massacro giornaliero, le scuole e gli ospedali bombardati dall’aviazione siriano-russa, le violenze dei ribelli al regime di Assad, i rastrellamenti, le torture nelle carceri. Lo scontro frontale al fondamentalismo ha finito per alimentarlo e dittature destinate a crollare resistono solo grazie ad aiuti internazionali. Spesso la soluzione è più semplice di quanto si possa pensare, ma fare la cosa giusta non è così facile: esportare la democrazia ha un prezzo, invadere un altro. Il secondo assicura un serbatoio enorme di miliziani per lo Stato Islamico e per tutte le sigle jihadiste.

 

Siria, caschi bianchi da Premio Nobel

In Siria tra esplosioni, distruzione, cumuli di macerie, polvere e sangue nel buio del terrore compaiono degli spiragli di luce, sono “angeli” i volontari di varie associazioni umanitarie che aderiscono alle Forze di difesa civile (SCDF), gente comune che corre in aiuto dei propri connazionali per salvare, quando possibile, delle vite umane. I volontari del SCDF hanno in questi anni raccolto stima e gratitudine da tutte le parti in conflitto ma, allo stesso tempo, ricevuto anche la critica di parteggiare esplicitamente per i rivoltosi contro il regime e di essere sostenuti da britannici, americani e turchi. Sono disarmati e diplomaticamente neutrali, impugnano vanghe e zappe, scavano per ore per estrarre gli intrappolati tra i detriti. Non guardano la bandiera politica o l’appartenenza religiosa, soccorrono tanto i seguaci quanto i nemici del regime di Assad. Perseguendo il motto, citato nel Corano: «salvare una vita è salvare l’umanità». Cittadini qualunque: panettieri, maestri, sarti, ingegneri, operai, medici. Raggiungono le 3mila unità e sono dislocati in quasi tutto il paese per portare soccorso a rischio costante della propria sicurezza. Tra loro anche una sessantina di donne, addestrate in tecniche di pronto intervento e salvataggio, fianco a fianco con i colleghi maschi, sfidando le tradizioni: «Da sotto le macerie una società nuova sta emergendo». Hanno salvato oltre 60mila persone ma il numero è destinato a crescere in queste ore di acutizzarsi delle violenze. Non sono invulnerabili ai proiettili e lo dimostra la triste nota che decine di loro sono morti, molti hanno perso la vita durante il drammatico interminabile assedio di Aleppo, l’evento bellico che gli ha dato notorietà internazionale e le prime pagine dei giornali. Indossano un casco bianco, è il loro segno distintivo. Spesso portano una mascherina sul volto, delle cuffie e una piccola telecamera sulla visiera. L’organizzazione è da tempo impegnata a denunciare l’uso delle barrel bomb. «I siriani perdono la vita per colpa di diverse tipologie di armi da fuoco, ma quelle più letali sono le barrel bomb a causa della loro natura indiscriminata». Queste le parole pronunciate da Raed Saleh, leader dei The White Helmets, al recente Consiglio di Sicurezza del Palazzo di Vetro. Gli uomini dal casco bianco sono un embrione di protezione civile, spontanea ed emblematica. Un simbolo di speranza. Sfidano i cecchini, le mine e i bombardamenti. La candidatura dei caschi bianchi siriani è in corsa per la massima onorificenza del Premio Nobel per la Pace, sono ore di attesa e Venerdì mattina a Stoccolma sapremo se ce l’avranno fatta. In appoggio alla loro candidatura si sono mossi i più famosi attori di Hollywood, da George Clooney a Susan Sarandon e Daniel Craig. Le possibilità che i caschi bianchi possano essere insigniti sono alte. Tuttavia le indiscrezioni danno per favoriti Juan Manuel Santos, il presidente colombiano, e Rodrigo Londoño, il leader dei guerriglieri marxisti delle Farc, che pochi giorni fa hanno siglato uno storico accordo di pace per porre fine all’ultimo grande conflitto dell’America Latina, dopo 50 anni di guerra civile e decine di migliaia di vittime. In Siria, durante questi cinque anni di guerra i media hanno raccontato storie di un conflitto da altre prospettive, abbiamo assistito alla resistenza di Kobane, all’ingresso delle bandiere nere del califfo a Palmira, agli aerei russi e ai carri armati turchi. Abbiamo visto i profughi, una marea umana, in fuga per disperazione ammassarsi sui gommoni. E poi piano piano i riflettori hanno incominciato ad accendersi su di loro, “impensabile” la notizia della candidatura al Nobel e in “contemporanea” l’uscita su Netflix di un cortometraggio, dedicato a questi “eroi qualunque”. In un genocidio senza fine, “se non sono i siriani a salvare i siriani chi altro lo farà?”. I caschi bianchi contribuiscono a dare un salto di notorietà straordinario ed un’immagine nuova alla Siria, un messaggio a cui non si può essere indifferenti.

 

LE PRIGIONI SIRIANE

Abbiamo tutti visto gli occhi persi nella paura del piccolo Omran, immobile e scalzo su quel sedile arancione di un’ambulanza ad Aleppo, un pulcino fragile, incenerito e macchiato di sangue. Nella storia di quel bambino c’è il simbolo della guerra civile siriana. Poi c’è quello che non vediamo e che ci viene svelato solo in parte, è la fotografia della vita nelle prigioni: fame, senza cure mediche, confessioni estorte con la tortura. È sufficiente il sospetto di far parte dell’opposizione al regime di Damasco per aprirti le porte di un calvario. Amnesty International pochi giorni fa ha diffuso sulla Siria dati allarmanti: 17.723 i carcerati morti nelle prigioni governative dall’inizio della rivolta ad oggi. 10 persone ogni giorno hanno perso la vita tra le sbarre. Il nuovo rapporto del movimento per i diritti umani fondato negli anni ’60 dall’attivista britannico Peter Benenson porta alla luce inquietanti dettagli sulle sevizie, sull’uso sistematico delle violenze corporali ai prigionieri da parte delle guardie carcerarie: frustate, bruciature con sigarette, acqua bollente versata sul corpo, scosse elettriche. Il governo siriano ha ripetutamente negato tutte le accuse. Chi è passato per le prigioni della dittatura racconta: «Le feste di benvenuto consistevano in percosse con barre di metallo e cavi elettrici».

Celle sovraffollate, sporche. Poca aria. «Mi hanno bendato prima di consegnarmi ad un ufficiale che ha iniziato ad insultarmi, quando mi ha detto che non avrei mai più rivisto la luce del sole gli ho creduto». Decine rinchiusi nella stessa stanza. Obbligati a dormire a turno. Costretti a bere l’acqua del gabinetto. Racconti raccapriccianti di costrizioni ad abusi sessuali tra detenuti. Sotto le minacce delle pistole. Picchiati a sangue dalle aguzzine guardie per giorni. «Abbiamo visto il sangue colare fuori dalla cella. Dentro erano tutti morti». Il luogo peggiore si chiama Saydnaya, carcere militare a 25 km al Nord di Damasco. È un carcere di massima sicurezza invalicabile. Un buco nero dei diritti umani: «Riconosci le persone dal suono dei passi. Avverti che stanno distribuendo il cibo dal tintinnio delle ciotole. Le urla annunciano nuovi detenuti. Durante le punizioni cala il silenzio, qualsiasi lamento prolunga l’agonia». Nelle carceri di Assad si annienta l’essere umano nello stesso modo di quelle degli insorti: “Un Inferno senza diavoli e fiamme” la definizione del giornalista italiano Domenico Quirico rapito in Siria nel 2013. La denuncia delle organizzazioni umanitarie chiama in causa anche i rivoltosi. Le crudeltà commesse dai miliziani del Califfo sui civili sono una piaga: crocifissioni, amputazioni di arti, lapidazione e fustigazioni. Massacri di massa, individuate almeno 17 fosse comuni. Uccisioni sommarie e guerriglieri liberi di compiere efferatezze senza limiti. Un genocidio dove villaggi vengono sistematicamente ed interamente sterminati. La popolazione che vive nel terrore, persone trattenute per lunghi interrogatori solo a causa delle loro opinioni politiche o culto religioso. Nelle zone in mano ai gruppi armati di matrice fondamentalista sono state create delle istituzioni amministrative e semi-giudiziarie. Un sistema processuale parallelo, basato sull’applicazione, più o meno rigida, della legge islamica (shari’a). Giovani portati in cella perchè: trovati a fumare in pubblico, indossavano abiti troppo aderenti oppure avevano avuto la malaugurata idea di radersi la barba. «Russia e Stati Uniti dovrebbero pretendere la fine dell’uso della tortura nelle carceri. Fermiamo le sofferenze di massa, è una vergogna». Le parole di Philip Luther direttore di Amnesty per le aree del Medioriente e del Nord Africa rinnovano il dibattito e le polemiche. In Siria fa paura ciò che si vede, ma non è meno terribile di quanto non vedremo mai.

L’INFINITA BATTAGLIA DI ALEPPO

Sul piano teorico in Siria ci dovrebbe essere la tregua, ma le continue violazioni dell’accordo sono peggiorate sino alla definitiva riapertura del conflitto. Aleppo in mano ai ribelli è assediata da mesi dall’artiglieria del regime. Intrappolati oltre 250mila civili, il 60% sono donne e bambini che vivono da troppo tempo tra le bombe. Il governo di Damasco ha annunciato corridoi umanitari per i civili e coloro disposti a deporre le armi. Tuttavia la Comunità Internazionale esprime ancora scetticismo e la catastrofe umanitaria pare inevitabile. È la deriva inesorabile di questo paese. La fuga di milioni di profughi, verso i quali manca ancora umana solidarietà, è un problema organico. Nella lettura della storia attuale del Medioriente prevale disordine e discordia, la cronaca è ripetitiva e talvolta ossessiva. Il conflitto, in questa terra tre volte santa, si è radicalizzato e globalizzato a partire dall’informazione. Eppure ad Aleppo tutti annunciano di aver vinto. Anche l’esito finale della battaglia è caos per una regione che non ammette sconfitte. Subissati dalle notizie, aggiornati in tempo reale sul numero dei morti, sull’evoluzione dei combattimenti o sul macabro rituale degli attentati. Correndo il rischio di finire assuefatti alla violenza barbarica giornaliera e di assimilare come verità assolute le retoriche della propaganda. In Siria non ci sono solo due schieramenti, buoni e cattivi, i ” pro” o “contro” Assad, i “filo” e gli “anti”. È un micro sistema di situazioni – drammatiche e disastrose – che si intrecciano con le passioni – odio, rabbia e paura – e la religione nelle aberrazioni più fanatiche. Una crisi quella siriana che affonda le robuste radici nella stagione delle “primavere arabe”. Un periodo delicato e complesso, un vaso di Pandora che ha innescato rivolgimenti e poi conclusosi con l’esplosione di contraddizioni antidemocratiche per gran parte del mondo arabo investitone. Cinque anni ininterrotti di morte, eventi infausti a catena hanno partorito solo mostri. Uomini venali lanciati in una impresa spregevole: mantenere in vita un regime dittatoriale o edificare un nuovo califfato. Deporre il tiranno laico o elevare la teocrazia del fondamentalismo islamico. Per quasi tredici secoli, dalla morte di Maometto al rovesciamento dell’ultimo sovrano ottomano, il Medioriente è stato governato da un “successore” del profeta. Nel maggio 2014 Abu Bakr al Baghdadi ha proclamato ufficialmente la nascita del nuovo califfato, lanciando la guerra “santa” al mondo. Nei mesi a seguire il terrorismo colpisce l’Europa, non per caso. È guerra: il 14 Luglio a Nizza in una notte muoiono 84 persone. In Siria nello scorso mese 1590 civili hanno perso la vita. Quanto accade in queste ore nel golfo della Sirte in Libia, lungo le rive del Tigri a Mossul in Iraq, tra le dune del Sinai in Egitto è geograficamente fuori dai nostri confini ma, non può essere trascurato. Che la cittadella di Aleppo cada in mano ad Assad o vinca l’offensiva dei rivoltosi l’onda d’urto avrà in e per l’Europa un effetto negativo. I fallimenti della diplomazia internazionale per porre fine alla guerra civile, l’assenza di transizione politica, i profughi che supplicano soccorso e vengono respinti, i massacri compiuti dai fedelissimi al regime, l’azione militare russa sono tutti elementi che hanno contribuito in maniera diretta all’innalzamento del livello del conflitto, aumentando, purtroppo, in modo crescente la “popolarità” del radicalismo islamico. Sino a giungere all’impossibilità oggettiva di essere in grado di neutralizzare e prevenire devastanti ondate terroristiche. L’Isis non può essere sconfitto con un assalto al palazzo del sedicente califfo perchè deve essere prima di tutto ridimensionato il potere attrattivo che emana sia dentro che fuori il Medioriente. Occorrono reali e concreti colloqui di pace, c’è una regione da ricostruire dalle macerie, mattone dopo mattone.

LA PACE IN SIRIA PER PAPA FRANCESCO

Siria. Per fare le guerre servono tre cose: soldati, armi e denaro. Per fare la pace una sola: la volontà. “La pace è possibile!” Ripete instancabilmente Papa Francesco e inaspettatamente, in queste ore, anche Ankara apre uno spiraglio: “Stabilità in Siria”. È stata la dichiarazione rilasciata dal neo premier turco Binali Yildirim che ha aggiunto: “sono certo che arriveremo alla normalizzazione delle relazioni con la Siria.” Il governo di Erdogan, dopo il recente attentato di Istanbul, stende per la prima volta la mano a Bashar Al Assad, in un gesto di disgelo che potrebbe avere rilevanti ricadute. Intanto però nel paese dopo 5 anni di guerra non c’è tregua che regge. Esplosioni nel mercato di Idlib, bombe a Homs mentre, ad Aleppo si combatte di nuovo nei quartieri della città vecchia e lungo l’arteria principale per l’entroterra del paese. La Siria oggi, di fatto, non esiste più, quello che rimane è una cartina geografica con tante bandierine colorate che si spostano come il vento. Zone sotto il controllo delle forze governative e quelle in mano agli eserciti antigovernativi, aree che si allargano e poi si restringono nella quotidianità più totale, terre dove spadroneggiano i signori della guerra. Formazioni “rivoluzionarie buone e cattive”, partigiani e fascisti islamici: giovani ragazze curde che combattono per difendere la casa e incappucciati jihadisti con l’obiettivo di portare il mondo sul baratro. Spazio vitale del peggiore fondamentalismo di matrice terroristica: Isis e Al Qaeda. Interessi più o meno velati di mezzo mondo:. In un conflitto che da locale ha assunto il livello di uno scontro globale. In mezzo stretti in una morsa di morte milioni di profughi, ai quali la storia, come ricorda Papa Francesco, ha provocato una “indicibile sofferenza”. Vittime della catastrofe siriana “costretti per sopravvivere alla fuga verso altri Paesi”. E per loro il Vescovo di Roma ha lanciato un nuovo accorato appello, chiedendo una sensibilizzazione nelle parrocchie nella diffusione di un messaggio di unità e speranza: “sostenere i colloqui di pace verso la costruzione di un governo di unità nazionale”. L’azione diplomatica della Santa Sede è in piena attività da mesi, la Caritas internazionalis ha ufficialmente aperto una campagna umanitaria, l’operazione prevede oltre all’invio di generi di prima necessità anche rifugio e protezione alla popolazione stremata. Il pensiero di Bergoglio è per la comunità araba cristiana: vittime dell’odio e delle discriminazioni. Più volte la minoranza cristiana è stata al centro delle parole del Santo Padre che in queste ore invoca un salto di qualità, il passaggio dalle preghiere alle opere concrete: negoziati tra i principali attori di questo eccidio. “Affinché prendano sul serio gli accordi e si impegnino ad agevolare l’accesso agli aiuti umanitari”. In 50 anni di storia la Siria ha avuto due rivoluzioni: la presa del potere del partito Ba’th nel ’63 e la primavera araba nel 2011. Entrambe degenerate in due controrivoluzioni: la prima nel ’70 con l’ascesa del gruppo Alawita e l’instaurazione della dittatura, la seconda con l’attuale massacro civile. Un conflitto intestino drammatico che come crede Francesco potrà terminare solo “con una soluzione politica”, spezzando il nodo gordiano degli opportunismi. Mutuando Ernest Hemingway “in una lotta tra cani non è la stazza ma la ferocia che spesso decide le sorti della sfida”. Per placare le belve che popolano la Siria c’è da mettere molte museruole, rilanciare il ruolo della diplomazia e applicare una risoluzione Onu mai rispettata. Congelata in attesa di un dialogo realistico basato su condizioni etiche.

COSA SAREBBE SUCCESSO SE RABIN NON FOSSE STATO ASSASSINATO?

Su tutto ciò che è stato pronunciato o scritto nel ventesimo anniversario della morte di Rabin, tanti sono stati i “cosa sarebbe successo” se fosse rimasto vivo. Certo, non potremo mai saperlo, e ciascuno di noi si avvicina a questo pensiero dal proprio punto di vista o dalle sue idee politiche.

E’ vero, i sondaggi erano contro di lui. Le elezioni, previste per il novembre del ’96, erano le prime che prevedevano il voto disgiunto tra il partito politico e il candidato primo ministro. Nel faccia a faccia tra Rabin, il premier allora settantatreenne, e il giovane leader del Likud Benjamin Netanyahu, i sondaggi oscillavano tra il pareggio e il vantaggio per il candidato più giovane, diretta conseguenza di una recrudescenza della violenza palestinese. Pur non escludendo una possibile debacle elettorale, giova ricordare che Rabin aveva ancora un altro anno di governo del paese, e aveva preso misure significative per far cambiare il vento dei sondaggi.

All’inizio del mandato di Rabin come primo ministro ero il viceministro degli Esteri, mentre verso la fine ero stato nominato ministro per l’Economia e la Pianificazione. In quei due anni condussi negoziati segreti e informali con l’uomo che oggi è il presidente palestinese, Mahmoud Abbas, allora presidente del comitato esecutivo dell’OLP, per delineare una risoluzione permanente, tra cui una precisa mappa di scambi territoriali sulla base della Linea Verde (le cosiddette Linee 1967).

Sabato 30 Ottobre 1995, Abbas arrivò nel mio ufficio a Tel Aviv per una riunione con coloro che erano coinvolti nella preparazione dell’accordo (tra gli altri c’erano, per parte israeliana, Yair Hirschfeld, Ron Pundak e Nimrod Novik). Concordammo di mostrare i risultati ad Arafat e Rabin nei giorni successivi. Subito dopo, ad Amman si tenne una seconda conferenza economica regionale. Volai lì con Rabin, e durante il viaggio gli dissi che, una volta rientrato da un già pianificato viaggio negli Stati Uniti, avrei avuto bisogno di un lungo incontro con lui. Non mi chiese di cosa si trattasse, rimanemmo semplicemente che ci saremmo incontrati. L’incontro non ebbe luogo, naturalmente. Mostrai il progetto di accordo a Shimon Peres, diventato primo ministro ad interim, ma lui non era pronto a portare avanti la questione al punto necessario. Informai Abbas che non c’era bisogno di controllare tutto ciò con Arafat.

Pur essendo ben consapevole che questa è una domanda quasi infantile, ammetto che non posso fare a meno di chiedermi cosa sarebbe successo se Rabin non fosse stato assassinato. La risposta è nulla. Avrebbe potuto continuare a portare avanti l’accordo, il passaggio di tutte le città della Cisgiordania, tra cui Hebron, ai palestinesi, chiedendomi di seguire la risposta di Arafat per il cosiddetto accordo “Beilin – Abu Mazen” e, qualora fosse stata positiva, dare l’impulso a intensi negoziati basati su di esso.

E’ possibile che avrebbe portato avanti i colloqui avviati con il presidente siriano Hafez Assad, al fine di raggiungere un accordo su un impegno preso con l’allora segretario di Stato Warren Christopher, che comportava la concessione delle alture del Golan in cambio di garanzie di sicurezza. Avrebbe potuto trasformare le elezioni del novembre 1996 in un referendum su due accordi di pace – con la Palestina e la Siria – raccogliendo i favori del pubblico, vincendo le elezioni, e iniziando il suo ultimo mandato come primo ministro raccogliendo i frutti di pace e di supervisione del completamento del suo vecchio progetto di cambiamento delle priorità della società israeliana.

Anche se questo si sarebbe verificato prima del 2002, anno dell’iniziativa di pace araba, di matrice saudita, è probabile che la pace con i palestinesi e la Siria avrebbe costretto la maggior parte dei paesi arabi a instaurare relazioni diplomatiche con Israele; avrebbe anche comportato l’istituzione di un organismo regionale, dove Israele avrebbe riempito un ruolo economico importante, e un ruolo militare fondamentale quale membro di una coalizione regionale strategica; e Rabin sarebbe stato probabilmente il leader di tutto questo procedimento con l’aiuto di Peres e di altri membri del governo.

In giornate come questa, nelle quali si ricorda questo straordinario uomo – un introverso, sfacciato, pessimista e amaramente sarcastico combattente per un futuro migliore, che era in grado di parlare con grande emozione, esponendo la verità anche pur essendo i suoi discorsi scritti da altri, è doveroso per un attimo sognare ciò che sarebbe potuto essere, senza quei tre colpi di pistola alla schiena.

Yossi Beilin è presidente della società di consulenza aziendale Beilink. In passato ha lavorato come ministro in tre governi di Israele e come un membro della Knesset per Lavoro e Meretz. E’ stato uno dei pionieri degli Accordi di Oslo, dell’Iniziativa di Ginevra e di Birthright.

Il commento è reperibile nel sito del canale televisivo i24