Archivi tag: Libano

LE BOMBE DI BEIRUT

Per comprendere quello che molti hanno chiamato “11 settembre del Libano”, dobbiamo far scorrere le lancette dell’orologio alla mattina del 23 ottobre 1983, quando un boato squarciava il cielo di Beirut. Un’autobomba era esplosa nel compound del contingente dei marines statunitensi, provocando la morte di centinaia di militari. Per l’attentato i terroristi di Hezbollah usarono un quantitativo di esplosivo che l’FBI descrisse come “il più potente esplosivo non-nucleare mai creato”. La forza d’urto dell’esplosione “fece saltare come un fuscello le porte blindate dell’edificio più vicino, che si trovava a 78 metri di distanza; gli alberi distanti 112 metri vennero sradicati e completamente defoliati”. Dopo quella scia di sangue sarebbe stato chiaro a tutti che Hezbollah, sotto la guida spirituale di Hassan Nasrallah, aveva assunto un ruolo centrale nel futuro del piccolo stato mediorientale. Washington si affrettò a ritirare le proprie truppe dal caos della guerra civile libanese.

Il 14 febbraio 2005 sul lungomare di Beirut davanti all’hotel St. George veniva ucciso l’ex premier Rafik Hariri, all’epoca referente di spicco per USA, Francia e Arabia Saudita, inviso ovviamente a Siria e Iran. Ancora una volta, già era accaduto per il leader falangista Bashir Gemayyel, l’arma usata fu l’esplosivo. Si ripetè l’orribile scena: imponente cratere, detriti, carcasse d’auto, vetri dei palazzi in frantumi, superstiti che cercano soccorso. L’omicidio di Hariri innescò la protesta popolare contro la Siria, accusata di essere il mandante. Damasco dovette prontamente fare un passo indietro, per non creare imbarazzo all’alleato Hezbollah, mettendo fine all’invasione militare.

Nel biennio 2014-2015 il partito sciita filoiraniano, all’apice del potere, diventerà a sua volta obiettivo di ritorsioni, per mano di al Qaida: il 19 febbraio 2014 una bomba esplode al centro culturale iraniano e un anno dopo un doppio attacco kamikaze nella periferia meridionale di Beirut. La matrice è jihadista, sono gli effetti diretti della vicina guerra siriana. L’estate del 2015 è anche quella delle manifestazioni che mettono sotto processo l’intera classe politica, il movimento sceso in piazza per chiedere di risolvere l’emergenza rifiuti si trasforma in un vero e proprio manifesto d’accusa al generalizzato sistema di corruzione.

L’onda lunga di protesta nei confronti della cleptocrazia si riacutizza nell’autunno dello scorso anno con la crisi economica e finanziaria, ma nel febbraio 2020 la paura per il Covid-19 attenuerà la piazza. La pandemia tuttavia è il punto di non ritorno, la sanità è al collasso, il deficit insostenibile. La nuvola che dal porto avvolge la città ha come detonatore prima di tutto la dilagante negligenza e corruzione delle istituzioni: metodi criminali e noncuranza sono alla base dell’Inferno odierno di Beirut. Dove manca luce e acqua potabile. L’aria è inquinata. Non c’è un posto letto libero in ospedale. E il tasso di povertà potrebbe arrivare all’80% della popolazione.

10 ANNI

In Turchia vige la legge marziale. Lo “sguaiato” golpe militare è finito e la punizione dei cospiratori assume la forma, o il pretesto, della feroce umiliante rivincita. È una vera e propria epurazione, una caccia alle streghe in ogni angolo del paese, trasversalmente nel mirino finiscono: soldati, impiegati statali, sindacalisti, docenti e giudici. Erdogan, che era sul punto di essere deposto, ha perso il senso della realtà, della giustizia e del perdono. Mentre sulle rive del Bosforo si assiste con clamore all’eclisse totale della democrazia anche il destino di milioni di profughi che si sono riversati nel paese dalla vicina Siria, nel corso degli ultimi cinque anni, è un limbo oscuro. La Turchia ospita 2,7 milioni di rifugiati, la maggior parte dei quali vivono in campi sovraffollati. Molti hanno cercato di lasciare le coste dell’Anatolia per l’Europa, in troppi hanno perso la vita. La tecnoburocrazia di Bruxelles come risposta alla crisi produsse un impegno formale con la Turchia. A Marzo dopo mesi, in cui il presidente Erdogan e il suo governo hanno ricattato le capitali europee con la scusante del caos dei rifugiati, arrivò il vertice fatidico. Al tavolo delle lunghe e spinose trattative, condizionato dalle “pressioni” filo turche di Berlino, abbiamo perso la dignità, arrivando persino a monetizzare la vita dei profughi. Stipulando un discutibile accordo “commerciale” sulla gestione dei migranti, salendo su un treno che non avremmo mai dovuto prendere. Un’intesa politica che lasciò l’amaro in bocca: “Viola il diritto internazionale e quello dell’Unione europea”. Ammoniva Elisa Bacciotti direttrice delle campagne di Oxfam Italia. “Dopo il blocco della rotta balcanica, l’accordo è un ulteriore passo verso l’abisso della disumanità, peraltro mascherato, con raggelante ipocrisia, da strumento per smantellare il business dei trafficanti. Il costo del controllo dei confini europei non può essere pagato con vite umane”. Quattro mesi dopo, fallito un golpe e lanciata una campagna inquisitoria che non si arresta, quel “trattato” non è ancora carta straccia ma non è più un arma carica puntata all’Europa: la fantomatica invasione dei profughi non esiste. La menzogna giocata da Erdogan, ma non solo, è finalmente stata svelata. Come rivela il rapporto divulgato in queste ore proprio da Oxfam: i dati reali dell’accoglienza nei sei paesi più ricchi del mondo – Stati Uniti, Cina, Giappone, Germania, Francia e Regno Unito – sono un numero “misero” ad una sola cifra, 9%. Mentre circa 12 milioni, pari al 50% del totale dei richiedenti asilo di tutto il mondo, hanno “invaso” stati che nel loro insieme non rappresentano nemmeno il 2% dell’economia globale: Giordania, Turchia, Libano, Sud Africa, Pakistan e Territori Palestinesi. La maggior parte di questi paesi, pur assumendosi gravi responsabilità, sono carenti nel difendere i diritti degli ospiti e persino dei propri cittadini. Per quanto riguarda l’Italia, pur impegnata in prima linea con 134mila persone ospitate (0.6%), è lontanissima dalla Germania che ne ha accolto 736mila, aumentando il proprio numero di rifugiati. È evidente che i paesi ricchi, numeri alla mano, non fanno abbastanza. La sfida è complessa e richiede una risposta coordinata, scevra da egoismi e che abiuri la prassi dell’esternalizzazione, come nel caso turco, del controllo delle frontiere ad altri. Il prossimo vertice di New York del 19 e 20 settembre sarà determinate per una netta inversione di tendenza e per dare una risposta che sia all’altezza. Le organizzazioni non governative propongono soluzioni efficaci: corridoi sicuri per i migranti, rispetto delle quote d’accoglienza, favorire i ricongiungimenti familiari, concedere visti umanitari e promuovere il reinsediamento dei più vulnerabili in un paese terzo. Alla vigilia del colpo di stato Erdogan aveva annunciato una proposta “audace” e “controversa”, offrire la cittadinanza ai rifugiati siriani. Un segno tangibile di solidarietà o un recondito disegno del Sultano di Istanbul?