TRUMP PREPARA LA GUERRA PERSIANA

Sale la tensione ad Oriente. Le compagnie aeree internazionali in via cautelativa si tengono lontane dalle rotte dello stretto dell’Oman in vista di uno scontro prossimo tra Iran e USA. Intanto, il populista Trump ha indossato la divisa da comandante in capo dell’esercito più potente del mondo e approvato un attacco punitivo nei confronti di Teheran, per poi all’ultimo secondo del countdown sospendere temporaneamente l’operazione. Il casus belli scatenante è l’abbattimento del drone a stelle e strisce (valore 130 milioni di dollari) sui cieli del Golfo Persico, da parte della contraerea iraniana. Dopo una lunga e drammatica riunione nello studio Ovale il presidente avrebbe dato il via libera ad un intervento militare destinato, con molta probabilità, a colpire obiettivi sensibili: radar e batterie missilistiche. Comunque, l’ordine supremo è stato di fatto messo in stand by.

Per mesi abbiamo descritto imprevedibile e incostante l’approccio in politica estera del presidente Donald Trump. Nei tweet presidenziali toni minacciosi e offensivi verso leader mondiali nemici si sono alternati a quelli concilianti, in una sorta di balletto, uno spettacolo dove al centro più che una strategia geopolitica sembrava esserci l’umore dell’inquilino della Casa Bianca. Ma questa volta non è una questione personale e siamo ad un passo dall’irreparabile.

Nell’escalation attuale hanno influito in modo determinante due fattori: le ripetute provocazioni iraniane e i falchi della squadra di Trump. Il segretario di stato Mike Pompeo e John R. Bolton, consigliere per la sicurezza nazionale, sono entrambi schierati apertamente per dare una risposta forte all’Iran, opzione a cui il presidente è in realtà ostile. Alla base della reticenza di Trump il fatto che in campagna elettorale aveva promesso, e in parte mantenuto, la volontà di tirar fuori dalle zone di guerra i propri soldati. Invece, “obtorto collo” è stato catapultato al fronte di una potenziale nuova guerra. Inevitabile? Forse.