RIVINCITA TALEBANA

Caduta Kabul, i talebani sono tornati al potere in Afghanistan. Chiuso il capitolo del governo filo-occidentale di Ashraf Ghani, scappato dal Paese. Sconfitta amara per Washington & alleati, impegnati da due decadi in una difficile guerra, combattuta con successo dal cielo ma non altrettanto sul suolo. Il frettoloso rimpatrio degli ultimi stranieri rimasti, il caos della fuga di migliaia di persone, il panico nei volti della gente attestano il fallimento completo della missione di esportare democrazia e libertà in quel remoto angolo del pianeta. Il sogno di Osama bin Laden di cacciare gli “infedeli” a stelle e strisce dalle terre dell’islam aleggia come un fantasma, tanto nelle strade di Kandahar quanto negli sperduti villaggi. Nel 2011 dopo la sua morte al Qaeda venne rapidamente eclissata dall’insorgere della “stella” nera dell’Isis. La strategia del terrorismo nell’ombra profetizzata da bin Laden pareva essere stata offuscata dalla nascita, e dalla propaganda, dello stato islamico del califfo Abu Bakr al-Baghdadi. La storia dell’Isis si dimostrerà di corto respiro e in uno spazio geografico circoscritto a Siria ed Iraq, dove governano con violenza brutale e inumana. Il vaso è già pieno a Settembre 2014, quando l’amministrazione Obama chiama alla crociata, alla coalizione aderiscono 83 stati, l’obiettivo è cancellare il califfato dalla mappa del Medioriente. Dal 2016 è chiaro a tutti l’esito dello scontro. Il collasso dell’Isis è alle porte. Ad Ottobre 2019 l’evento conclusivo, al-Baghdadi braccato dalle forze speciali statunitensi si toglie la vita, facendosi saltare in aria. L’impero del fondamentalismo nel mondo perde un’area di riferimento, ed un prolifico ufficio di reclutamento. Nel preciso istante in cui veniva assaporato il successo contro un regime pericoloso e distorto “inavvertitamente” è tolto lo sguardo, e l’attenzione, da un altro palcoscenico. Dove tutte le sigle del franchising del terrorismo jihadista hanno presenza fissa e una sicura tana, le montagne dell’Afghanistan. La voglia di disimpegno USA dalla regione è confermata nel 2020. A Doha le prime prove di riavvicinamento. Nel negoziato il segretario di stato Mike Pompeo e la controparte il mullah Baradar raggiungono un accordo bilaterale di pace. La promessa in cambio del ritiro delle truppe alleate è che i vecchi padroni una volta tornati non daranno mai più riparo ai proseliti di bin Laden. In pratica la trattativa ruota intorno ad un doppio tradimento, da una parte viene abbandonato il governo di Ghani, dall’altra è al Qaeda ad essere scaricata. In fondo, come in un suk arabo dopo una estenuante trattativa entrambi sono stati venduti al miglior offerente. È ovvio che sulla bilancia pesa l’11 Settembre e le imminenti elezioni presidenziali americane che Trump perderà. Con Biden però la musica non cambia: si torna a casa. L’incognita ora è se veramente i talebani rispetteranno la parola data prima che le forze statunitensi sloggiassero, lasciando un vuoto che oggi troppi rimpiangono.

I CEDRI APPASSITI

Quella che un tempo, nemmeno troppo lontano, era considerata la Svizzera del Medioriente attraversa oggi una crisi economica e sociale senza precedenti. Continui i black out elettrici, scarseggiano i carburanti, carenza di medicinali. Furti e violenze. E i razzi lanciati verso Israele, che risponde con massicci bombardamenti, sono solo una provocazione.
Quasi l’80% delle famiglie non è in grado di sopperire ai costi alimentari, con la lira libanese che negli ultimi due anni ha visto precipitare il suo valore del 90%. E’ crack finanziario. Introdotto il limite di acquisto di benzina giornaliera, 30 litri, e il prelievo settimanale bancario imposto a 100 $, per non svuotare le riserve di valuta.
L’effetto della pandemia ha contagiato anche il flusso di aiuti economici da parte della diaspora libanese nel mondo (stimata tra i 4 e i 14 milioni di persone), cospicue rimesse di denaro che garantivano sostentamento a molte famiglie sono venute improvvisamente a mancare. Un concatenarsi di eventi negativi che ha frantumato il sogno di prosperità.
La ferita dell’esplosione della scorsa estate nel porto di Beirut, incidente ancora senza verità e responsabili, è l’emblema del buio calato su questo stato. Il Paese dei cedri e della settarietà etnica e religiosa, della politica “regolamentata e bilanciata”: le principali cariche istituzionali (presidente, capo del parlamento e primo ministro) sono spartite tra le tre grandi comunità, rispettivamente cristiani maroniti, musulmani sciiti e sunniti.
Indipendente dal ’43, in guerra civile dagli anni ’70 ai ’90. Già rifugio per i palestinesi, nell’ultima decade qui sono migrati i profughi siriani, fuggiti dall’orrore del conflitto e terminati in un limbo sospeso. Sono circa 1,8 milioni su una popolazione di 4,6 milioni di residenti. Il principale colpevole del disastro odierno è la classe politica, corrotta ed incapace di portare avanti le necessarie riforme. “Tutti criminali” è lo slogan urlato dai manifestanti scesi in piazza per ricordare le 200 vittime dello scorso anno. Movimento di protesta e di rabbia che si scontra con la polizia, destinato a crescere d’intensità e catalizzare il malcontento diffuso. Ma, il grande manovratore dei giochi geopolitici è l’Iran, che agisce di concerto con la sua emanazione Hezbollah.
In uno stato sempre alla ricerca di stabilità politica è tornato in auge Najib Mikati, incaricato dal presidente Aoun di formare un impossibile esecutivo, dopo che da un anno il Paese è guidato da un governo provvisorio con poteri limitati. Le dimissioni di Hassan Diab in seguito all’evento apocalittico di Beirut hanno aperto il valzer delle poltrone. Falliti i tentativi di Moustapha Adib e più recentemente quello di Saad Hariri.
Infine, il ritorno di Mikati, sunnita, politico di lungo corso e miliardario, è considerato figura dell’establishment che ha contribuito alla catastrofe libanese. Improbabile che sia lui il “salvatore”, e la personalità in grado di compiere il miracolo della “risurrezione”, come invocato da papa Francesco.