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Un viavai nel Golfo

Il segretario di stato americano Rex Tillerson, braccio destro di Trump, ha siglato con il Qatar uno storico memorandum nella lotta al terrore che prevede di tracciare e punire i finanziamenti al fondamentalismo, prima di volare a Jeddah e a Doha per intensi incontri diplomatici nel tentativo di sanare una crisi complessa e intricata tra i Paesi del Golfo. Attenuare la rivalità nella regione è lo scopo primario della Comunità internazionale. Ci ha provato nei giorni scorsi, senza ottenere risultati, il Ministro degli Esteri britannico Boris Johnson. Durante il suo viaggio l’esponente di spicco dei Tories ha stretto mani, è apparso sorridente, ma in realtà attendeva l’esito dell’Alta Corte di Londra, che doveva giudicare la regolarità della vendita di materiale bellico ai sauditi da parte dell’industria britannica, contratti fortemente voluti dallo stesso politico artefice della Brexit. Il verdetto ha dato ragione a Johnson ma è stato accolto con disapprovazione da parte di molte ONG che richiamavano e reclamavano la violazione del diritto internazionale. Il governo di Theresa May è anche accusato dall’opposizione di “nascondere” i risultati delle indagini sui rapporti tra fondamentalismo islamico e Arabia Saudita, volute dal suo predecessore Lord Cameron. Il report, stando ad indiscrezioni giornalistiche, inchioderebbe gli emiri alle loro responsabilità, accusandoli, prove alla mano, di collusione con il jihadismo globale attraverso una rete di finanziamenti ponte. Parte dei milioni di petrodollari arrivati sulle sponde del Tamigi sarebbe stata utilizzata per creare cellule radicalizzate. Più o meno la stessa denuncia che i sauditi muovono ai qatarioti in uno scontro avvallato, così si mormora, dallo stesso Trump, che per vendetta ad un mancato “aiuto” alle sue aziende di famiglia da parte qatariota, saltato all’ultimo momento, avrebbe dato il via libera alle sanzioni dei vicini. Al presidente americano, lo scorso maggio, sono bastati appena due giorni di permanenza nelle tende dorate del deserto arabo per provocare un terremoto nell’area: armando di fatto entrambi i “nemici” e facendo saltare i fragili equilibri del Medioriente. Sauditi e qatarioti hanno imboccato da tempo strategie geopolitiche dissonanti. Il Qatar avrebbe “tradito” le “promesse” siglate tra il 2013 e il 2014 con le altre monarchie arabe, inclusa quella di “ammorbidire” la propaganda mediatica di Aljazeera. Sul piano delle relazioni internazionali gli sceicchi della Medina e della Mecca hanno un saldo legame con l’Egitto del faraone Al Fattah al Sisi. Mentre gli sceicchi della piccola penisola araba sono affini, cuore e portafoglio, al sultano di Istanbul Erdogan. I primi hanno dichiarato guerra ai fratelli musulmani, i secondi invece concedono protezione e fondi alla fratellanza. Ancora più controversa è la questione in Libia, ai nostri confini e lontano dalle acque turbolente del Golfo. Nelle coste della Cirenaica e della Tripolitania la partita delle monarchie arabe è tesa. Doha appoggia il governo di Al Serraj, in linea con l’Italia. Riyad è al fianco delle armate del generale Haftar, con il quale trattiamo a fasi alterne. La natura dei rapporti e delle relazioni tra il Golfo e il Sahel Mediterraneo ovviamente non è solo economica. Il dubbio è che le armi made in USA vendute al suk da Trump possano finire, attraverso vari canali, in quello spicchio di terra a noi adiacente, come già successo in passato. Uno dei consiglieri più ascoltati a Washington RC Hammond ha dichiarato che c’è uno spiraglio di ripresa della trattativa tra i paesi del Golfo solo se il Qatar accetterà alcune concessioni in cambio di un approccio più morbido da parte degli altri stati: “siamo in una strada a doppia percorrenza”. Il giallo dei fondi per l’estremismo islamico provenienti dai Paesi arabi non ha ancora un colpevole: “Qualcuno ha le mani sporche”.

THE DONALD MEET FRANCESCO

A Roma il chiomato presidente non trova lo sfarzo abbagliante, le tende d’orate e i fiumi di petroldollari degli sceicchi, non cammina nella storia lungo la stretta via Dolorosa, tra le colonne del Santo Sepolcro o nelle stanze buie e dolorose dello Yad Vashem, avanza nei corridoi affrescati delle stanze pontificie alla volta di un incontro pesante. Prima di entrare bussa. Attende e poi stende la mano al Santo Padre. Insieme l’archetipo politico del populismo, rozzo e impulsivo, e il Vescovo di Roma, la guida spirituale illuminata, riflessiva e inclusiva. Gli opposti, l’uomo dei muri e quello dei ponti, in un faccia a faccia apparentemente disteso, “cordiale”. Un colloquio in forma privata, a porte chiuse.

L’udienza papale è l’ultima fatica della tournée di Donald Trump nel simbolismo delle fedi monoteistiche, l’unica dove non ha ricevuto adulazione e applausi, la sola dove gli affari fanno un passo indietro e il giudizio alla politica è morale. Il profeta dei tweet è stato accolto con gli onori in mezzo Medioriente, interpretando il ruolo, per lui inusuale, dello statista politicamente corretto: parole limate e pesate, rinnegando gli slogan della campagna elettorale e presentandosi come il condottiero della pace. Nei suoi interventi ha potuto sbeffeggiare la politica obamiana e ha ripetutamente invocato la “santa” alleanza contro il diavolo iraniano. Ricordando vagamente la lezione del suo predecessore Bush junior alla vigilia della crociata contro l’Iraq di Saddam Hussein. Ha stretto la mano a sunniti ed ebrei, dittatori e aspiranti rais. La “recitazione” è tuttavia apparsa in molte sue parti ricca di retorica e poco convincente, l’uomo più potente al mondo risulta non sempre credibile.

In Terra Santa, all’ombra dei muri, vecchi e nuovi, di pietra bianca e di cemento armato, di preghiera o di separazione ha rassicurato, con incoerenza, sia il movimento dei coloni israeliani che il presidente palestinese Abu Mazen. Molte affinità con Netanyahu per cambiare, a parole, il corso della storia. Il “miracoloso” piano pacifista del presidente è una road map troppo vaga e lontana dalla realtà dello scenario, smielato lo slogan: “Occasione rara per la pace”. Le idee trumpiane, anche se addolcite da allettanti promesse, non sono manna ma traballanti invenzioni sotto il cielo di Gerusalemme. Una città contesa tra ebraismo, islam e cristianità, con i palestinesi che continuano a pensare di giocare la carta demografica e gli israeliani che premono per la penetrazione fisica. Antipodi di una bussola ormai smarrita.

Ad oggi non c’è nell’aria, o sul tavolo, una soluzione per liberare la Gerusalemme terrena dalla violenza, la fine del conflitto israelopalestinese è rimandata ad altri leader, ad un mondo diverso e più consapevole dell’importanza primaria del bene comune e della necessità del rifiuto del terrorismo. Ci vorranno generazioni e politici di ben altro livello, gli orologi di israeliani e palestinesi scandiscono ore diverse. Da una parte l’insofferenza alimenta il fondamentalismo, dall’altra le paure coltivano il nazionalismo.

Trump ha provato a vendere un fantasioso sogno a cui non crede più nessuno, primi fra tutti i suoi diretti interlocutori. Avrebbe voluto una trattativa in discesa, convinto che il suo appeal sarebbe stato sufficiente per dissipare le difficoltà nel siglare “l’accordo definitivo”. Alla fine si è accontentato di prospettare una fragile tregua, tutta da costruire. Ha perso un’occasione, ha fatto un buco nell’acqua. Nel complesso comunque il viaggio di Trump è stato denso ed è trascorso senza affanni, i patemi d’animo li hanno invece avuti i suoi più stretti collaboratori, che hanno marcato stretto il loro presidente per evitare qualche stravaganza fuori luogo. Anche nelle stanze del Palazzo Apostolico il rituale del protocollo è stato seguito rigidamente. Trump ha mostrato un atteggiamento rispettoso, reverenziale nei confronti di Francesco. Dopo le passate aperte tensioni, per la prima volta, si sono guardati negli occhi. Il Santo Padre dal cuore ispanico e il presidente yankee, il teologo dell’accoglienza e il predicatore populista. Un convinto ambientalista e uno scettico ecologista.

Per quanto sappiamo, non ci sono indiscrezioni ma un succinto comunicato della sala stampa che conferma buone relazioni bilaterali, papa Bergoglio e Trump hanno avuto uno scambio di vedute da orizzonti diversi, Santa Marta e la Casa Bianca non si sono avvicinate ma nemmeno allontanate. Sembrerebbe un miracolo, ma attendiamo il prossimo tweet presidenziale per confermarlo.

Viaggio in Arabia con spettro Trumpexit

L’Air Force One decolla per il primo viaggio di Trump all’estero, che qualcuno vorrebbe già essere l’ultimo. La Casa Bianca è nella bufera per l’interferenza nell’indagine sulla collusione della Russia nella passata campagna elettorale. E’ l’ombra di uno scandalo che potrebbe trasformarsi in una futura Trumpexit: morbida con le dimissioni o forzata con la rimozione, tramite impeachment. Le turbolenze del Russiagate non si placheranno e accompagneranno, in parte condizionando, questo “pellegrinaggio” nel triangolo delle tre religioni monoteistiche. Prima tappa Arabia Saudita, poi la Terra Santa e la full immersion nel conflitto israelopalestinese. Un viaggio nella culla della fede con obiettivi che ovviamente poco hanno a che fare con la religione: sul tavolo affari e contratti per circa 200 miliardi di dollari. Nella valigia del “mercante” Trump un catalogo bellico con una vasta gamma di scintillanti armamenti, dalle novità del sistema di difesa missilistico alle più ingombranti fregate. La visita del presidente americano avviene in un momento particolarmente complesso per la penisola araba, con l’indebolimento dell’immagine della casata wahhabita dei Saud, custodi dei siti santi della Mecca e di Medina. E con un Trump “a testa bassa” all’assalto dei vertici dell’apparato di sicurezza americano, in un susseguirsi surreale di “gaffe”, “gole profonde”, smentite e rilancio di accuse, frutto tanto dell’incompetenza quanto dell’impulsività dell’incontrollabile personaggio. In Arabia, i signori delle tribù del deserto e dei pozzi di petrolio, tramandano con continuità l’oscurantismo, l’esclusione e separazione della donna, il controllo assoluto su costumi sociali e istruzione. Pregiudicano la libertà imponendo una dura privazione dei diritti umani: un tweet contro il Ministro di Giustizia è costato 8 anni di carcere a tre avvocati; il blogger Raif Badawi è stato condannato a 1000 frustate e 10 anni di prigione; il minorenne, Ali Mohammed Al-Nimr, reo di aver preso parte alle proteste di piazza della Primavera Araba, attende di essere decapitato. Il regime di Riyad inculca ancora una versione ideologica e intollerante dell’islam che di fatto alimenta il fanatismo e la sua emanazione terroristica. Il Pentagono considera vitale l’alleanza con l’unione arabo sunnita dei paesi del Golfo. Per mantenere il loro ruolo egemonico i Saud devono far fronte a due incombenze: le riforme economiche e la rivalità con l’Iran. La prima è dettata dall’esigenza di emanciparsi dal petrolio come fonte di crescita, mettere fine al petrostato modernizzando l’economia sia in termini di trasparenza che di investimenti privati. La contrapposizione tra khomeinisti e sauditi, sciiti e sunniti è destinata a durare, espandendosi in altri teatri geografici con il rischio finale di degenerare in uno scontro aperto. Le prime avvisaglie della deflagrazione sono le azioni militari nello Yemen dove le due potenze sono coinvolte su fronti contrapposti. L’Arabia Saudita è stata costretta ad accettare la crescente presenza iraniana, perdendo influenza in Iraq, Libano e Siria. L’asse strategico di Riyad con la Turchia di Erdogan è messo in discussione dall’avvicinamento del sultano allo zar di Russia, storicamente filo Ayatollah. Arretrando in Medioriente i sauditi hanno rivolto lo sguardo, e gli interessi, al nord Africa, materializzando intense sinergie con Egitto e Tunisia, prendendo posizione nel caos libico. Resta difficile il rapporto con Israele. Ad unire Netanyahu e i Saud il comune nemico iraniano e l’alleato Trump, a dividere ancora la questione palestinese. Il Trump d’Arabia, tra mille incognite, ha l’obiettivo di avviare il disgelo tra Israele e i vicini stati Arabi. Mr President vuole riportare alla “normalità” le relazioni con l’alleato saudita dopo l’intervallo obamiano, anche se tra Washington e Riyad le distanze restano profonde. Come spiegherà il chiomato presidente i suoi reiterati atteggiamenti islamofobici ad una casta che dipende interamente dall’appoggio del clero degli imam?

PALESTINA, ISRAELE E TRUMP

Il 28 marzo del 1988 in piena Prima Intifada palestinese, uno dei massimi esponenti della nascente Hamas, Mahmoud A-Zahhar, venne “invitato” ad incontrare l’allora ministro degli esteri israeliano Shimon Peres, il quale era intenzionato a risolvere rapidamente la questione della protesta palestinese. Il cofondatore dell’organizzazione terroristica e un padre della patria, un fondamentalista islamico e un sionista, due nemici sedevano allo stesso tavolo di scambio, confrontandosi per la prima volta. Il palestinese offriva la pace in cambio di: fine dell’occupazione, ritiro da Gaza e West Bank, libere elezioni. Peres rispose in modo secco accettando l’azzardo: ci possiamo ritirare da Gaza subito, ci servono sei mesi per lasciare la West Bank e su Gerusalemme rinviamo la questione. A quel punto A-Zahhar avrebbe rifiutato l’ordine cronologico dei punti incalzando con “Jerusalem should be first”: Gerusalemme al primo posto. E ovviamente quel timido tentativo d’incontro, la prima “apertura” islamista ad Israele o viceversa fallì. Dopo poco Peres e Yitzhak Rabin apriranno un credito ad Arafat, si costruirono gli accordi di Oslo. Poi arrivò la seconda Intifada e tornò la guerra.

Tre decenni dopo quell’incontro “obbligato” il capo politico dell’organizzazione terroristica palestinese Khaled Mesh’al (tra i pochi ad essere sfuggito alla caccia del Mossad) annuncia, con enfasi e ampia copertura mediatica, una nuova storica pagina per il movimento prima di passare il testimone a Ismail Haniye. Dichiarando che Hamas non è il braccio operativo palestinese dei Fratelli musulmani, smarcandosi clamorosamente dalla casa madre e stendendo il tappeto al faraone al-Sisi. Annuncia inoltre che la Carta fondante del 1988 è superata: il Mithaq non è il Corano. E che i confini dello stato palestinese sono quelli del ’67, prima della guerra dei sei giorni. Una smentita parziale, una policy volutamente ambigua nei rapporti con Israele e l’Occidente, ma anche un messaggio agli USA su eventuali segrete trattative da compiere nei prossimi mesi all’ombra delle piramidi. Nel documento “programmatico” si spiega che la lotta continua, che non è una guerra di religione tra ebraismo e islam. Manca tuttavia il “tassello” del riconoscimento di Israele. “Fumo negli occhi” tagliano corto da Gerusalemme. Botta e risposta nel siparietto mediorientale che ha anticipato, e in parte condizionato, il vertice della Casa Bianca, di qualche giorno fa tra Trump e Abu Mazen: tra un presidente imprevedibile, talvolta impresentabile e ed un rais logorato, criticato e delegittimato. Un faccia a faccia poco proficuo e dai contorni vaghi. L’inquilino presbiteriano della Casa Bianca è “sentimentalmente” vicino a Netanyahu e appare totalmente indifferente al fatto che dall’eterno conflitto israelopalestinese emerga uno stato binazionale o due stati. Il progetto a breve termine di Trump è scattare la foto con i due inossidabili leader che si danno la mano, in un gesto di apparente distensione. Strette di mano a parte l’imminente “pellegrinaggio” del neo presidente in Terra Santa potrebbe a catena avere effetti sulla maggioranza di governo di Netanyahu, risicata numericamente e condizionata da pulsioni nazionaliste. Mentre il reggente della Muqata ha uno spazio d’azione ridotto persino all’interno di Fatah (stretto tra le fazioni dell’esiliato Dahalan e quella di Marwan Barghouti, ancora chiuso, dopo le plurime condanne all’ergastolo, in un carcere israeliano). Abu Mazen frettolosamente ha firmato una cambiale in bianco a Trump, per limitare l’azzardo, in queste ore, ha cercato, e ottenuto, garanzia dallo zar Putin. Intanto, da una parte del muro e dall’altra, c’è già chi, in attesa di un suo tweet, elogia il chiomato magnate come un nuovo messia.

LETTURA DEL VOTO TURCO

Il sultano Erdogan avrebbe voluto un plebiscito per cambiare la costituzione e introdurre il presidenzialismo invece, si è salvato per il rotto della cuffia grazie al voto dei turchi all’estero e sopratutto, come denunciato da più parti, a possibili brogli con migliaia di schede elettorali manipolate. Voleva vincere facile, con i media sotto controllo, al punto che la campagna referendaria è stata definita dagli osservatori internazionali “ineguale”. Tutto ciò premesso alla fine il divario di tre punti tra il SI e il NO non è un dato asfittico, ma è un elemento da prendere in seria considerazione. Matematicamente il Paese è profondamente spaccato. Mentre la lettura geografica mostra che Istanbul ha voltato le spalle al suo “capace e onesto” (era il 1994) ex sindaco. Smirne ha confermato la vocazione kemalista. La capitale Ankara ha “tradito” il palazzo del potere. Politicamente il rais non può crogiolarsi sugli allori di questa mezza vittoria. Erdogan ha reagito affrettandosi a rinnovare lo stato d’emergenza, negando ancora una volta ogni soluzione conciliante con l’opposizione, sino a promettere un nuovo referendum per riportare la pena di morte. Insomma se la corte del sultano pensava che il referendum potesse avallare gli eccessi di questi mesi qualcosa gli è andato storto. Il leader turco ha peccato di superbia nei confronti di quell’elettorato molto pragmatico che in questi anni è stata la base del suo successo. Nel segreto dell’urna la fedeltà al rais è venuta meno. Una fetta abbondante della popolazione ha fatto capire che è in atto una lunga e diffusa resilienza al regime erdoganista. Hanno preso le distanze da un indirizzo politico che apertamente spinge per ridurre la libertà e la laicità, chiedendo di rimanere nei confini del riformismo dettati da Ataturk un secolo prima. Mostrando che la credibilità del leader ha un limite pesante che nemmeno la propaganda di regime può mistificare. I risultati del voto in questo senso ridimensionano l’Akp (un tempo in Italia definita “una DC islamica”) e il suo capo, responsabilizzando sempre di più il governo di Ankara. Sul piano internazionale lo spettro di un confronto aperto con l’Europa sulla questione migranti non può essere scorporato da un rapporto economico privilegiato per l’economia turca: accordo di unione dogale per i prodotti turchi ancora in vigore; migliaia di aziende europee presenti nel territorio; i fondi Ue per lo sviluppo piovuti a pioggia; il maxigasdotto diretto in Italia, gli investimenti massicci per l’industria e il turismo. Se Erdogan decidesse di tirare la corda andrebbe prima di tutto contro gli interessi nazionali, e in molti casi anche quelli stessi della cerchia finanziaria che lo sostiene. Con i suoi interventi a gamba tesa l’ex calciatore (che per studiare rifiutò un’offerta del Fenerbahce) si è preso un cartellino giallo dall’arbitro di Bruxelles. In passato altre strigliate gli erano giunte da Obama. Nell’era di Barack i rapporti tra i due leader erano freddi. Allora però poteva contare sull’appoggio della Merkel. Ma le fila degli amici europei del sultano si sono rapidamente assottigliate. E se un amico si vede nel momento del bisogno, Trump non si è fatto smentire e ha chiamato, congratulandosi, il presidente turco. Una telefonata con lo scopo di mandare un messaggio all’Europa: il populismo di Erdogan è apprezzato dalla Casa Bianca. Anche se viene imposto con metodi antidemocratici. Inoltre Trump, e la sua famiglia, hanno interessi commerciali in Turchia mai negati. Nel colloquio del presidente americano quindi passione per l’emulo d’Oriente e un occhio al portafoglio degli affari. Analisti internazionali spiegano che il fervore trumpiano per il sultano in realtà nasconde obiettivi strettamente militari: il ruolo di Ankara è cruciale nella battaglia contro il Califfato, nel frenare l’Iran e per l’esistenza della Nato. Un alleato vitale a cui perdonare tutto, o quasi, in uno scenario di guerra permanente. E Trump per convincere Erdogan a rimanere dalla sua parte potrebbe offrirgli una sponda contro l’Europa e forse la testa dell’acerrimo nemico Gulen. Il sultano è convinto di aver vinto la sua partita, peccato per lui che ci siano i supplementari da giocare e gli avversari sono ancora in campo.

Da Roma a Roma, per una nuova Europa

Nel 1957 con i trattati di Roma prendeva forma un nuovo modello di relazioni internazionali tra gli stati europei incentrato sull’integrazione. La voglia di chiudere il capitolo delle guerre apriva le porte ad una futura Europa. L’idea di essere uniti offriva un antidoto al totalitarismo e alle sue emanazioni. Questo approccio, tra mille sollecitazioni, ha portato nel corso degli anni ad espandere i confini europei ben oltre le naturali frontiere geografiche del Vecchio Continente. Una volta innescato il processo di allargamento è sembrato irreversibile, facendo credere che non potesse essere arrestato. La Brexit e il populismo antieuropeista hanno dimostrato il contrario. L’eurozona oggi non gode di buona salute. Nel frattempo la Turchia, che avrebbe dovuto aderire all’Europa, ha lentamente ma inesorabilmente sancito un nuovo confine per l’Europa. Lo spirito europeo è naufragato nel Bosforo, affondato dalla leadership turca. Bruxelles, spinta da Berlino, si era completamente messa nelle mani di Erdogan, il quale si è dimostrato del tutto inaffidabile. E oggi vediamo e viviamo le conseguenze di questo tragico errore di giudizio, che tuttavia parte da lontano. Nel 2003 giunto al potere venne coccolato da gran parte dei capi di stato, di destra e di sinistra. Quando il partito di Erdogan nel 2015 uscì ridimensionato dalla tornata elettorale, perdendo la maggioranza nel parlamento, nessuno mise in discussione la credibilità democratica di Erdogan. La sconfitta dell’Akp si tramutò ben presto però in una dura repressione della minoranza curda e dei suoi esponenti politici. Ma Bruxelles, sollecitata non solo dalla Merkel, preferì chiudere un occhio pur di arrivare ad un accordo sulla questione dei migranti con Ankara. Detto fatto, esattamente un anno fa veniva siglato un abominio diplomatico, che piegava l’Europa alle volontà (economiche) del Sultano. Il quale, ovviamente, ha liberamente continuato nella sua violenta politica contro il popolo curdo. Ha “sfruttato” il fallito golpe per eliminare gli avversari e imbavagliare la stampa. Cinicamente ha utilizzato e manipolato la propaganda sostenendo che lui solo e il suo partito potessero salvare la Turchia dai “terroristi” e dai cospiratori stranieri. Gli stati europei e i partiti d’opposizione sono stati accusati di essere nemici: simpatizzanti del terrorismo o addirittura dei nazisti. “Con noi o contro di noi” è diventato il grido di battaglia dell’aspirante sultano nella sua folle corsa verso l’instaurazione di una quasi dittatura. Cosa che potrebbe accadere il prossimo 17 aprile, il giorno dopo il referendum indetto per cambiare la costituzione e introdurre il presidenzialismo. L’unico ostacolo alle tattiche di Erdogan è l’urna. Se il popolo turco accetterà l’uomo forte come salvatore della Repubblica il nazionalismo islamico prenderà il sopravvento e l’Europa dovrà trarne le dovute conseguenze. Pur di vincere Erdogan non esita a brandire la “carta religiosa” e l’odio verso l’Europa “cristiana”. Facendo uso della retorica più gretta e becera, volendo così dimostrare che la Turchia non ha bisogno dell’Europa e che la rabbia del popolo turco è un fiume in piena che non può essere arginato. Con la minaccia, invoca una netta contrapposizione che sfocerà, a suo dire, con l’abbandono dei negoziati e con zero tolleranza. Schiaffeggia mezza Europa e abbraccia Mosca. Erdogan senza nessun scrupolo getta il sale sulla ferita provocata dall’avvento di Trump. Cerca in tutti i modi un confronto con l’Europa, non esita a sfidare e provocare. 60 anni fa l’élite politica presente in Campidoglio dimostrava tanto realismo e una spinta propulsiva ottimista. Ecco se a Roma nascerà, non solo a parole, una nuova Europa dovrà farlo rispolverando praticità e coraggio. Altrimenti rischiamo di essere vittime, oggi di Erdogan e domani di Trump.

L’IGNORANZA TRUMPIANA SU ISRAELE E PALESTINA

Quando nel 2010 Benjamin Netanyahu si presentò a colloquio alla Casa Bianca il padrone di casa non degnò, il primo ministro israeliano, del picchetto di onore e lo fece entrare da una porta secondaria. In quell’incontro che non lasciò notizia, quasi non fosse mai avvenuto, lo scontro tra i due leader ebbe toni pesanti, così raccontano i ben informati. Nessuna stretta di mano immortalata da foto di rito, nemmeno la classica amichevole conferenza stampa congiunta. I dissidi tra Obama e Netanyahu hanno avuto picchi di tensione altissima, ciò tuttavia non ha alterato lo stretto legame tra i due paesi, al contrario l’impegno americano in favore di Israele non è mai venuto meno, anche se il premier israeliano scaltramente, ha sempre lasciato passare il messaggio opposto al fine di screditare Obama e la sua visione. Sulla questione della Terra Santa l’ex presidente afroamericano aveva un’idea apertamente contraddittoria con l’indirizzo politico espresso dal governo di Netanyahu: possiamo accettare, praticamente, tutto, tranne il prolificare degli insediamenti israeliani in territorio palestinese. Ovviamente durante tutto il ciclo obamiano “il falco” della Knesset si adoperò per autorizzare altre colonie, facendo orecchie da mercante ai richiami di Washington. In realtà l’approccio di Obama all’eterno conflitto mediorientale non aveva nulla di nuovo, era in linea con quello dei suoi predecessori, a partire da Carter e sintetizzabile nel motto: porre le basi per la creazione di uno stato palestinese e assicurare la sicurezza di Israele. Clinton e Bush junior rafforzarono questo assioma, lavorando alacremente al processo di pace e organizzando una serie di incontri trilaterali dalle tante, troppe, aspettative. L’agenda della diplomazia statunitense, a prescindere dal partito di appartenenza del presidente e dai risultati raggiunti, era scritta in calce. Uno spartito passato di mano in mano agli inquilini della Casa Bianca. Per buttare al vento decadi di diplomazia internazionale in Medioriente è bastata una frase banale di Trump durante una conferenza stampa, nei giorni scorsi, al fianco dell’amico sodale Netanyahu: uno o due stati per me non fa differenza. Aggiungendo: decidano loro. L’ignoranza trumpiana, perchè di questo si tratta, lascia sgomenti. Com’è possibile trattare con tanta leggerezza una questione così intrigata e complessa? E che alla fine alimenta solo violenza. Il magnate newyorkese in pochi secondi ha smantellato l’impalcatura che reggeva il sogno di poter aver, un giorno, uno stato di Palestina in pace e limitrofo con Israele. Due popoli per due stati non è più una priorità delle trattative, non è più il faro nel mezzo di una tempesta implacabile. La soluzione dei due stati non è solo una voglia del momento o un castello di sabbia, è una lunga e tortuosa strada che nasce da un consensus internazionale su di una formula strategica per porre le condizioni di una pace futura: la Terra Santa è di entrambi, palestinesi ed israeliani, così come Gerusalemme. E se si vuole spingere per riconoscere Gerusalemme quale capitale di Israele, allo stesso tempo si dovrebbe almeno concedere che la parte est della città Santa diventi la capitale dello stato palestinese. O no? Trump, al solito, naviga nella vaghezza, scimmiotta, è sconcertante: al momento si è impuntato per spostare l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme, sfidando l’ONU. Una chiave di lettura delle affinità e influenze della destra israeliana su Trump è certamente da cercare nei consigli del genero Jared Kushner, un pontiere tra Gerusalemme e Washington, è stato lui ad aprire la linea di credito di Netanyahu sul suocero. L’obiettivo immediato di Netanyahu è definire una stretta alleanza con il mondo arabo “moderato”: Egitto, Giordania e stati del Golfo. Più o meno dittature al pari del vero nemico di tutti, l’Iran. Il mondo arabo ora dovrà scegliere se abbandonare al loro destino i palestinesi per frenare l’espansionismo persiano nella regione. E c’è da credere che Trump giocherà un ruolo centrale.  

 

TRUMP E LA SIRIA

Trump tratta la politica estera come lo stereotipo del giocatore di poker che con sigaro in bocca e bicchiere di whisky in mano rallegra il tavolo da gioco con battute demenziali e scadenti, quanto stia in realtà bleffando, in questo periodo di transizione, lo scopriremo ben presto. Indubbiamente il protrarsi di toni bellicosi nelle concitate settimane che hanno seguito l’esito elettorale non sono di buon augurio, ma la troppa vaghezza e le sintomatiche contraddizioni sul Medioriente potrebbero alla fine spingerlo a più ragionevoli consigli, ovviamente se ci saranno delle colombe e non dei falchi a suggerirgli all’orecchio cosa dire e fare. Delle simpatie del successore di Obama per taluni discutibili leader mondiali già sappiamo abbastanza, personaggi politici che se in Europa non fanno rabbrividire almeno diciamo che non lasciano sogni tranquilli a metà delle capitali del Vecchio Continente. Come non citare ovviamente la quasi referenziale ossessione di Trump per Putin. Vigilia di amichevoli incontri in qualche dacia nelle sperdute tundre caucasiche o in un ranch nel far west, tra abbracci, colbacchi e cappelli da cowboy, fucili da caccia e cartine geografiche da ridisegnare con nuovi confini. USA e Russia restano, ad oggi, le uniche forze in grado di imporre un piano di stabilizzazione per il Medioriente o almeno di risultarne in modo determinante l’ago della bilancia. La sintonia tra la retorica populista del neo presidente della più grande potenza al mondo e la visione imperiale dello zar del Cremlino sono una metamorfosi geopolitica verso la creazione di un nuovo ordine mondiale. Dove la futura collaborazione tra Donald e Vladimir aprirebbe, per ricaduta, uno spiraglio di sopravvivenza al regime di Bashar al-Assad in Siria, a quel punto uomo forte e presentabile alla comunità internazionale come male minore rispetto al caos dilagante e alla presenza dell’Isis nell’area. Eppure più che grande statista amato e adorato dal suo popolo Bashar è un tiranno che massacra e affama la sua gente, tortura gli avversari, rade al suolo interi villaggi. Un leader impresentabile che ha provocato immani sofferenze. L’assedio di Aleppo è il simbolo di un ignobile capitolo della disumanità che si protrae giorno dopo giorno in Siria. Una guerra civile che non risparmia nessuno, dove non c’è tregua o bandiera bianca che venga rispettata: scuole, asili e ospedali sono un bersaglio quotidiano. In Siria c’è una guerra resa ancor più schifosa dall’indifferenza internazionale. In quella regione martoriata l’integralismo islamico ha trovato linfa vitale e creato il suo falso mito, elevandolo a fine supremo. Anche se le milizie del califfato sono in ritirata su quasi tutti i fronti, lasciando dietro di loro una scia di sangue, la battaglia finale è lontana. E nessuno oggi è in grado di predire cosa sorgerà dalle ceneri di questo scontro, non siamo nell’Olimpo greco o nel Valhalla vichingo, siamo nel mondo terreno attraversato da distruzione e dall’incubo di ideologie aberranti. Credere che Trump possa essere la soluzione di tutti i mali non è una fiaba ma una barzelletta di pessimo gusto. Forse però non è nemmeno ciò che da lui pretendono i suoi elettori americani e i suoi sostenitori fuori dai confini statunitensi, in fondo a lui chiedono tutt’altro, qualcosa di assai semplice, appariscente e pacchiano: erigere un muro che impedisca di vedere altrove, porre un velo su quanto avviene oltre il loro piccolo recinto quotidiano. Allora è lecito ancora una volta domandarsi cosa effettivamente farà Trump una volta insediatosi nell’ufficio ovale per risolvere la catastrofe siriana? Agli occhi degli analisti scettici l’indirizzo dell’era trumpiana in Medioriente si preannuncia come benzina sul fuoco di un contesto già altamente esplosivo, oggi purtroppo partiamo da qui.