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LA CIVILTA’ DI FRANCESCO

Nell’Egitto del faraone al-Sisi, tra moschee e imam, chiese copte e patriarchi, litanie in greco, preghiere in latino e canti in arabo, Francesco ha pronunciato la sua pastorale alla politica: “Si assiste con sconcerto all’insorgere di populismi demagogici.” E nei quattro angoli della Terra a molti leader hanno fischiato le orecchie. Non fa nomi e cognomi il papa gesuita ma l’indice è puntato: “ogni azione unilaterale che non avvii processi costruttivi e condivisi è in realtà un regalo ai fautori dei radicalismi e della violenza”. Nel mentre Francesco è in cattedra nell’Università islamica di al-Azhar, il segretario di stato americano Rex Tillerson a New York, al Palazzo di Vetro, avvisa il mondo: “Tutte le opzioni a future provocazioni – Nord coreane – sono ancora sul tavolo”. As-Salamu Aleikum. Che la pace sia con voi. Ripete in arabo il papa argentino durante i due giorni del suo viaggio egiziano: “Siamo tenuti a denunciare le violazioni contro la dignità umana e contro i diritti umani, a portare alla luce i tentativi di giustificare ogni forma di odio in nome della religione e a condannarli come falsificazione idolatrica”. Replicando il concetto che viviamo giornalmente in una “guerra mondiale a pezzi”, ma che questo conflitto non è una guerra di civiltà, di religione: “La violenza, infatti, è la negazione di ogni autentica religiosità”. Francesco lavora diplomaticamente e instancabilmente nel tentativo di ricostruire una regione che oggi non esiste, il Medioriente è un habitat da dove fuggire.

In tempi difficili, di smarrimento morale, di declino politico, di mistificazione della religione è importante parlare al cuore e alla testa della gente, senza distinzione di appartenenza religiosa, con spirito conciliativo e nel rispetto delle differenze: “Tre orientamenti fondamentali, se ben coniugati, possono aiutare il dialogo: il dovere dell’identità, il coraggio dell’alterità e la sincerità delle intenzioni.” Francesco spiana ogni dubbio sui rapporti tra islam e cristianità: “la religione non è un problema ma è parte della soluzione.”

Parallelismi storici, il 4 giugno del 2009 dallo stesso scranno Obama annunciava: “L’Islam non è parte del problema nella lotta all’estremismo violento, ma una componente importante nella promozione della pace”. Insorgeva la primavera araba, dopo le parole di Obama: “Abbiamo il potere di plasmare il mondo che cerchiamo”. Il movimento di cambiamento profetizzato dal primo presidente afroamericano falliva, sopraffatto dal conservatorismo, dal fondamentalismo, dalla radicalità della globalizzazione. In Medioriente l’onda della democrazia riformista obamiana si è infranta contro scogli culturali e sociali, politici e religiosi. Per poi proseguire il suo moto in profondità in attesa di tornare a galla: “La cooperazione è necessaria perché tutti i popoli possano avere giustizia e prosperità”. Cooperazione ed educazione, la ricchezza della diversità tanto per il politico democratico quanto per la guida spirituale cattolica è la risposta alla misura del rifiuto dell’altro. Molte similitudini tra Obama e Francesco, ma nel pensiero e nell’apostolato del vescovo di Roma c’è maggiore consapevolezza del castigo populista: “Per prevenire i conflitti ed edificare la pace è fondamentale adoperarsi per rimuovere le situazioni di povertà e di sfruttamento”. Pane e libertà le priorità di Francesco, l’evangelizzatore laico, il rivoluzionario contemplativo, il fervido pacifista: “l’unica alternativa alla civiltà dell’incontro è l’inciviltà dello scontro”. Un nuovo patto per abbattere l’estremismo e l’egoismo: Inshallah, se Dio vuole, direbbero gli arabi.

L’URLO DEL SILENZIO E DEL TERRORE

Il silenzio di Francesco ad Auschwitz è un grido muto e assordante contro la crudeltà umana a poche ore dalla profanazione di Rouen. Ennesimo atto di questa lunga e tormentata estate in cui i terroristi ci stanno portando ad una nuova guerra mondiale. Ma non chiamatela guerra di religione. È quanto chiede Papa Francesco, ostinato promotore del dialogo interreligioso, della diplomazia che spiana diffidenze e attenua il peso degli scismi, guida spirituale dell’Occidente che apre all’Oriente. Francesco è un “rivoluzionario” che parla dei problemi del mondo, che invoca giustizia economica e sociale. Nella consapevolezza che la storia, talvolta, si ripete, riproponendo perfette identità: carnefice e vittima. Fanatici ed indifesi. Oggi il nemico è una milizia votata alla distruzione, perfettamente inquadrata, con schemi e obiettivi preparati minuziosamente o, talvolta, repentinamente improvvisati. Agiscono singolarmente o in gruppo. Il jihadismo nelle sue varie ramificazioni è la più potente, e pericolosa, organizzazione terroristica al mondo. La sigla che domina il mercato globale è quella dell’Is. Ogni attentato, fallito o riuscito, che faccia notizia è per l’Is una vittoria di propaganda. Da rivendicare “a prescindere” dall’effettivo coinvolgimento. La tattica militare è banalissima, colpite dove volete e come potete. L’importante è imprimere il “marchio di fabbrica” sulle peggiori nefandezze. La strategia comunicativa è diffondere paura, panico. Creare il caos e fare nuove reclute, allargando le file del proprio esercito di invasati. Non per lanciare un’invasione ma bensì per provocare l’implosione della democrazia e della libertà. Seminando morte e spazzando al vento i petali dell’umanità: Nizza, Orlando, Istanbul, Dacca, Ansbach, Kabul. Somalia, Siria, Baviera, Iraq e Normandia. Città e piccole periferie di provincia. Un elenco senza confini in questa lunga estate. Una sequenza strutturale di attacchi terroristici, la ripetizione della narrazione nelle drammatiche e angoscianti testimonianze dei sopravvissuti. Al promenade di Nizza: “Il camion sembrava che barcollasse, ma lo faceva per colpire quanta più gente poteva. Dopo il suo passaggio ho visto per terra un bimbo morto accanto al padre disperato che lo accarezzava mentre con l’altra mano reggeva una carrozzina, una signora senza una gamba, un uomo senza un piede, sentivo grida, urla, disperazione. Sono rimasto impietrito, immobile, poi a un certo punto è stato come se il silenzio mi avvolgesse”. Nel ristorante di Dacca: “Ho sentito urla e spari e mentre provavo a uscire ho visto un ragazzo con un’arma automatica che si avvicinava al tavolo degli italiani”. Al concerto ad Ansbach: “Eravamo a cena fuori. Abbiamo sentito una detonazione, e siamo rimasti pietrificati. Poi molte persone hanno cominciato a correre. Alcuni pensavano di essere stati colpiti perché cadevano mattoni dal tetto”. All’aeroporto di Istanbul: “C’era sangue sul pavimento e tutto attorno a me era in pezzi”. Nelle strade di Kabul: “Stavo partecipando ad una pacifica manifestazione quando ho sentito un botto e poi ognuno ha iniziato a scappare e urlare”. Nella discoteca di Orlando: “Per favore, per favore, per favore non sparare! Per favore non farlo. Fermati!”. A Mogadiscio: “Ho sentito l’esplosione, devo aver perso conoscenza per qualche attimo, poi ho iniziato a correre, sparavano a tutto quello che vedevano.” Nella chiesa di Rouen: “Sono entrati bruscamente, parlavano in arabo, ho visto un coltello. Io sono uscita quando hanno cominciato ad aggredire padre Jacques”. Voci di chi ha visto la morte in faccia e senza volerlo si è trovato nella prima linea di una sporca guerra.

LA CATASTROFE UMANA

Un viaggio “triste” quello di papa Francesco nel Mar Egeo, sull’isola di Lesbo, nel luogo simbolo del dramma dei profughi: “la catastrofe umana più grande dalla Seconda Guerra Mondiale”. Un pellegrinaggio lampo per lanciare un messaggio di accusa al paradigma della politica europea. Lui che sulla questione dei migranti non ha mai smesso di pronunciare parole forti, coraggiose, sopra le righe, lanciando a ripetizione martellanti richiami, inascoltati dai potenti del mondo, “insensibili”, sino ad oggi, alla sua catechesi, alla sua rivoluzionaria visione. Significativo il tweet lanciato poco dopo il decollo: “I profughi non sono numeri, sono persone: volti, nomi, storie, e come tali vanno trattati”. Da giorni sull’isola sono in corso le operazioni di espulsione verso la Turchia dei migranti non regolari, in base ai recenti, discussi e discutibili, accordi previsti dall’Ue con Ankara. La maggior parte dei “respinti”, non in possesso di domanda di asilo politico dalla Siria, provengono dal lontanissimo Pakistan, per loro un lungo calvario che dalla “terra dei puri” li ha condotti alle acque del Mare Nostrum nella speranza di entrare in Europa, e che invece sono in attesa di essere “impacchettati come merce” per un triste viaggio a ritroso, “scambiati” con profughi di altra provenienza. La macchina burocratica dei respingimenti, paradossalmente, procede con lentezza a causa della mancanza di personale in grado di svolgere le procedure di espulsione. Mentre molti isolani da mesi compiono semplici, teneri e silenziosi atti di umana generosità. Più rumorosa la protesta degli attivisti dell’associazionismo nel tentativo di fermare le navi pronte a salpare verso la Turchia, paese terzo definito sicuro ma che non riconosce la Convenzione di Ginevra. A Lesbo e nel Continente in queste ore la civiltà europea è investita dal dilemma paura o solidarietà. La forza morale e storica della fratellanza è coltivata dal pontefice che professa il vangelo dell’accoglienza, della misericordia, “delle periferie”. Attraverso gesti di denuncia non convenzionali che trascendono le sottigliezze dei protocolli diplomatici e delle delicate relazioni interreligiose, che lo portano nella realtà del campo (hotspot) di Moria a stringere mani, ascoltare, abbracciare, asciugare le lacrime, dividere il pasto con i profughi. Giovani pakistani, siriani, iracheni, curdi e yazidi affollano le transenne e applaudono il passaggio del Santo Padre, espongono scritte che si commentano da sole: «Libertà». «Aiuto». «Per favore salvateci». E lui risponde: “Non siete soli. Porto con me il vostro dolore”. Cammina, fianco a fianco, “fraternamente” con l’arcivescovo di Atene Ieronimos II e il patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I. Oltre lo scisma e i dibattiti teologici pregano insieme per le vittime nel cimitero del Mediterraneo, condividono i flash dei fotografi, lanciano congiuntamente un appello urgente alla comunità internazionale, appongono la propria firma ad una dichiarazione ecumenica. Sullo sfondo un’intesa storica, l’unità tra le chiese cristiane nell’obiettivo di mobilitare l’opinione pubblica mondiale sulla situazione delle comunità arabo-cristiane, la minoranza invisibile del Medioriente, vittime della violenza del fondamentalismo islamico: “costruire la pace là dove la guerra ha portato distruzione e morte”. Anche l’Europa è chiamata in causa, in alcuni Stati dell’Unione prevalgono frontiere e fortezze, una mappa frastagliata di ostacoli che relegano gli accordi di Schengen a carta straccia, un elenco di muri e filo spinato: Idomeni, Ceuta, Melilla, Vyssa, lungo i confini di Bulgaria e Ungheria, provvisorie e immateriali barriere riguardano Ventimiglia e Calais. Ed infine, il caso del varco del Brennero tra Italia e Austria. In tanta divisione l’aereo di papa Bergoglio, in perfetto orario e stile, imbarca 3 famiglie di profughi siriani, destinazione Roma: “L’Europa sia patria dei diritti non respinga i migranti”.

Metti un giorno Francesco e Kirill a Cuba

L’argine che ha separato per secoli i fiumi del cattolicesimo d’Oriente e d’Occidente è crollato. La chiesa di Roma e quella di Mosca si avviano a ricomporre uno scisma millenario, dopo due anni di trattative nascoste, nelle ultime settimane l’accelerazione e la svolta con l’annuncio dell’incontro tra Francesco e Kirill. Cuba il luogo preposto ad accogliere questo passaggio della storia, nessuna sede diplomatica o palazzo di potere ad ospitare l’evento, semplicemente, in perfetto stile Bergoglio, un luogo comune, un aeroporto, quello dell’Avana. Cuba isola ponte come la definì il Papa nel suo recente viaggio, tra nord e sud, est e ovest del mondo, terreno neutro. Cuba anche per Kirill è un luogo neutrale, è parte del nuovo mondo, lontano dalle critiche dell’ortodossia oltranzista che non vede di buon occhio questo incontro. Il colloquio in forma privata durerà due ore, parleranno in spagnolo e russo, affrontando la problematica situazione della persecuzione dei cristiani in Medioriente. Alla fine una dichiarazione congiunta e lo scambio dei doni alla presenza del presidente cubano Raoul Castro. Uno stato comunista e un leader rivoluzionario offrono “asilo” alla religione e alle sue controversie. Basterebbe questo a spiegare che il mondo è cambiato molto e rapidamente. “Sono felicissimo” il commento stringato ma naturale e preciso di Papa Francesco alla notizia. La rottura tra Oriente ed Occidente aveva alla base una discussione puramente teologica sulla natura dello Spirito Santo mentre, la riconciliazione ha una ragione ben più pragmatica: la sicurezza dei cristiani in Medioriente, in particolare modo in Siria. “Auspico, che con generosa solidarietà, si presti l’aiuto necessario per assicurare loro sopravvivenza e dignità …. Solo una soluzione politica del conflitto sarà capace di garantire un futuro di riconciliazione e di pace a quel caro e martoriato Paese” ha avuto modo di dire più volte il Santo Padre. I cristiani arabi sono una minoranza dal futuro oramai troppo incerto, vittime della violenza del terrorismo e della guerra. Il fondamentalismo islamico mette a serio rischio la tradizionale presenza cristiana nella regione. Il faccia a faccia tra il Patriarca e il Papa è un passaggio della storia delle religioni lungamente atteso e ricercato, segue le orme dell’incontro tra Paolo VI ed il Patriarca di Costantinopoli Atenagora a Gerusalemme 51 anni fa, di fatto l’inizio di un nuovo percorso nei rapporti tra cattolici e ortodossi. Fino al 1 Dicembre 1989 quando Gobarciov incontrando Papa Giovanni Paolo II in Vaticano aprì alla libertà religiosa in URSS mentre l’impero sovietico si sgretolava. Queste due tappe cruciali della storia ci permettono di capire quanto lungo è stato il percorso che conduceva a questo evento. Nell’anno giubilare della Misericordia non a caso Francesco sceglie il dialogo e la riconciliazione tra le fedi. Tuttavia, è difficile pensare che l’abbraccio fraterno tra Francesco e Kirill non abbia ricevuto l’imprimatur di Putin, nella speranza del premier di allentare l’attuale isolamento internazionale della Russia. Sulla vicenda Ucraina  Papa Francesco è stato un interlocutore di Putin e del Patriarcato di Mosca, senza svolgere un ruolo di parte, ha mediato restando in disparte, cosa molto apprezzata. Infine apertamente ha preso posizione nella vicenda siriana, contrastando l’intervento militare occidentale. La diplomazia vaticana voluta da Francesco è allo stesso tempo poliedrica e multipolare, attenta a non privilegiare taluni contro gli altri e  questo rappresenta la dimensione profetica del papato di Francesco. Per il Patriarca di Mosca i nuovi rapporti con Roma avvengono alla vigilia del sinodo Panortodosso, che avrebbe dovuto tenersi a Istanbul ma che l’escalation di tensione tra Mosca e Ankara hanno “diplomaticamente” spostato a Creta. Dove le chiese nazionali ortodosse, le cosiddette chiese autocefale, con quella di Costantinopoli guidata da Bartolomeo cercheranno una nuova, non sempre semplice, mediazione ad un conflitto tutt’ora esistente. Invece, al suo interno la chiesa ortodossa post sovietica affronta le stesse sfide di Francesco: recuperare la fiducia dei fedeli, aprendo la chiesa al nuovo millennio. Anche con l’utilizzo dello strumento mediatico. Per questo durante l’incontro, quasi sicuramente, le due massime autorità religiose mostreranno amicizia e serenità, evitando di affrontare un argomento delicato come la questione delle chiese ucraine devote a Roma. In fondo quello di Cuba è solo “uno scalo tecnico” del lungo viaggio di Bergoglio.

FRANCESCO NELLA GERUSALEMME DELL’EST

Appunti di un viaggio in modalità Bergoglio. Papa Francesco nei Balcani. In Bosnia ed Erzegovina, nella Gerusalemme dell’Est. Un viaggio veloce, tecnicamente, solcando un cielo vicino. Nei primi anni novanta troppo vicino per comprendere cosa sia successo per quattro lunghi anni, senza che nessuno si alzasse davvero e urlasse al tradimento di tante verità. Pagate col sangue, da gente spesso innocente. Sarajevo apparirà bellissima a Francesco, come è sempre stata. Multietnica e multireligiosa. Ricca e segreta. Ricostruita e ora al lavoro per riaffermarsi. Il prezzo pagato da tutti merita un adeguato ritorno alla completa dignità. Per tutte le genti che abitano queste terre. Un viaggio comunque importante quello di Bergoglio perchè a pensarci con onestà intellettuale, l’Inferno di Sarajevo pare lontano nel tempo. Eppure sono passati solo venti anni dalle fine dell’ultimo conflitto che ha avuto luogo in Europa, in queste terre di confine. Dove identità e diversità sono condizioni culturali e non geografica. E la convivenza tra cristianesimo e islam è storia di un modello di coesistenza “armonico” spesso calpestato. In questo suolo, ora estremo oriente, ora cuore dell’occidente e ora al “centro del nulla” ha avuto luogo un esempio di inciviltà e assurda barbarie. Cristiani contro musulmani. Cattolici contro ortodossi. Ebrei in fuga. La federazione slava implosa nel sangue. Nel nome della vendetta, della razza, dell’etnia e della religione venivano compiuti immani carneficine, mattanze. Anziani e bambini uccisi, donne stuprate. Il simbolo della drammatica guerra che spazzerà via dalle cartine geografiche la Jugoslavia è l’assedio di Sarajevo. Quattro anni di terrore assoluto per i suoi cittadini. È il più lungo assedio della storia contemporanea. 12 mila morti. Decine di migliaia di feriti e invalidi di guerra. Vittime ignorate per troppo tempo dal resto del mondo. Sarajevo ha rischiato di scomparire sotto i bombardamenti. Ostaggio dei cecchini e dei criminali di guerra. In quei tragici giorni il terrorismo dei singoli e degli stati, l’ideologia nazionalista e la post ideologia comunista, costruiva, tra le montagne e nella conca di questa capitale europea, il nido dell’integralismo moderno. La fine era ad un passo. Ma poi Sarajevo si è salvata, è tornata a vivere con la speranza di vedere, finalmente, una Europa multiculturale, cosmopolita. Al di là di ogni differenza, tutti in una sola cosa. Il significato del viaggio apostolico di Papa Francesco è nelle parole inviate con un video messaggio alla comunità cattolica di Bosnia, circa mezzo milione di fedeli: “Vengo tra di voi per sostenere il dialogo ecumenico e interreligioso. Per incoraggiare la convivenza pacifica.” Unità degli esseri umani, contro la divisione, per realizzare la pax universale nel segno della dottrina internazionale di Papa Francesco. Il Pontefice della mediazione, colui che vuole edificare i pilastri di un ponte duraturo tra Oriente e Occidente. Aggirando i protocolli diplomatici e sbalordendo l’opinione pubblica con gesti inusuali alla sua carica, Francesco avvicina le diversità. Evita il paradigma dell’incomunicabilità con la pratica comune a tutte le religioni, la preghiera: così come avveniva un anno fa nei giardini del Vaticano durante lo storico incontro tra il leader palestinese Abu Mazen e quello israeliano Shimon Peres. Concludendo con successo il percorso iniziato giorni prima con il pellegrinaggio in Terra Santa. I segreti della strategia di Francesco sono la semplicità del messaggio e il valore dell’amicizia. Il raccoglimento congiunto e appello a Dio. Nel rispetto dell’altro e delle sue tradizioni. Per sciogliere il nodo gordiano della contrapposizione, della diffidenza e dell’incomprensione eterna. “Operate per una società che cammini verso la pace, nella convivialità e nella collaborazione reciproca” l’invito di Francesco prima di partire per questo delicato viaggio. In una terra dove sventolano le bandiere nere dello stato islamico e dove la jihad trova terreno fertile per reclutare le sue milizie del terrore.

Francesco in Terra Santa, un anno dopo

È trascorso un anno da quando, il 25 maggio 2014, Francesco, Papa della Chiesa Cattolica e Vescovo di Roma, giungeva a Gerusalemme. Il primo passo sul Monte degli Ulivi, scendendo dall’elicottero militare con la bandiera di Davide che l’aveva imbarcato a Tel Aviv. La visita della città Santa era la parte conclusiva del suo pellegrinaggio: intenso e storico. Il giorno precedente aveva fatto tappa in Giordania: la messa nello stadio di Amman, la preghiera sulle rive del fiume Giordano e l’incontro con le comunità arabe cristiane a Betania. Nella mattina del 25 è in Palestina a Betlemme, celebra messa nella Piazza della Mangiatoia e poi, lontano dalle telecamere, scende nella grotta della Natività. Quello stesso giorno, nel tardo pomeriggio, l’incontro storico con il Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I. In serata è al Santo Sepolcro. Il mattino seguente invece cammina nella Spianata delle Moschee. Depone una busta nella fessura delle pietre al Muro del Pianto. Abbraccia in segno d’amicizia il rabbino Skorka e il Mufti Abboud. Incontra in sinagoga il Gran Rabbinato di Israele. E infine celebra la messa nel Cenacolo, prima d’intraprendere il viaggio di ritorno a Roma. “L’ecumenismo è stato il cuore della visita del Papa”, ha commentato Marie-Armelle Beaulieu, redattrice del magazine Terre Sainte nel suo ultimo editoriale, nel quale prosegue: “Ogni fatto e gesto del Papa in Terra Santa è stato interpretato come politico. Anche quando il Papa ha insistito sul carattere strettamente religioso del suo pellegrinaggio”. Marie-Armelle è una cara amica che molto ci ha aiutato nella realizzazione del nostro instant book “Francesco in Terra Santa”. Marie-Armelle, che abbiamo sentito in questi giorni per rivivere quei giorni intensi di un anno fa, ha fatto parte della Commissione per la comunicazione del pellegrinaggio pontificio. Seguendolo passo dopo passo, gesto dopo gesto: “Il Papa ha invitato a costruire la pace come un progetto spirituale”. I gesti di Francesco non sono casuali, sia che rientrino nell’ambito religioso che in quello più strettamente “politico”. Ciascun atto compiuto in Terra Santa è stato un chiaro messaggio a fedeli e non fedeli. In Giordania ha lodato la monarchia Hashemita che offre accoglienza a milioni di rifugiati. In Palestina ha parlato a lungo di dialogo con il presidente palestinese. A Betlemme si è fermato in preghiera al Muro di separazione tra palestinesi ed israeliani. Ha incontrato i giovani dei campi profughi palestinesi. Sul Monte Herzl ha reso omaggio al memoriale delle vittime del terrorismo. Nella sala della Rimembranza ha rinvigorito la fiamma della memoria delle vittime della Shoa. Ha zappato e piantato un ulivo nella residenza del presidente israeliano Shimon Peres. E un altro albero “romano” ha posto anche nell’orto del Getsemani. Pochi giorni dopo nei giardini Vaticani ha compiuto lo stesso gesto insieme a Peres e Abu Mazen, ancora ulivi della pace, della speranza di pace: “Se il Papa ha piantato degli olivi questo non è perché il Santo Padre ama il giardinaggio. Ma perché l’olivo è un simbolo di pace, longevità e di “lentezza”. Prima di gustare il frutto di questo albero, bisogna avere pazienza. Francesco ha piantato in Terra Santa qualcosa nel cuore di ciascun cristiano. E la maturità di questo frutto arriverà a suo tempo. Intanto bisognerà dare molte cure a questo albero affinché ci dia i suoi prodotti migliori. Respingendo le minacce che già ci sono. Infatti, dopo le ripetute invocazioni alla pace abbiamo assistito ad un ritorno di violenza cieca e intollerabile. Ora è più urgente che mai comprendere quella conversione a cui il Pontefice ci invita”. Abraham Yehoshua, il famoso scrittore israeliano, proprio lo scorso anno, alla vigilia dell’arrivo di Francesco in Terra Santa, da noi intervistato disse: “Il suo comportamento popolare, informale, sembra proprio quello che ci vuole per riavvicinare il mondo cattolico alla propria Chiesa.” Il viaggio di Francesco in Terra Santa dal  24 al 26 maggio 2014 è stato un pellegrinaggio “ordinario”, in perfetta modalità Bergoglio.

VATICANO E OLP ACCORDO GLOBALE

La mattina del 25 maggio 2014 Papa Francesco concludeva l’incontro ufficiale con il presidente palestinese Abu Mazen, Betlemme era in festa per il pellegrinaggio del Santo Padre in Terra Santa. La vettura con a bordo Francesco muoveva in direzione della piazza della Mangiatoia dove erano ad attenderlo migliaia di fedeli. Durante il tragitto inaspettatamente Francesco fece fermare la sua auto, scese dalla vettura e a piedi raggiunse il muro di separazione tra israeliani e palestinesi. Toccò il blocco di cemento della barriera dove compariva una scritta rossa inneggiante alla Palestina libera, appoggiò la testa e pregò in silenzio per alcuni minuti. Il mondo incredulo assistette ad un gesto significativo. Un anno dopo a Roma Francesco suggella un altro passaggio storico, l’accordo globale del Vaticano con l’OLP. Un trattato riguardante libertà religiosa, giurisdizione, luoghi di culto, attività sociale e caritativa, questione fiscale. Sono norme e principi che regolamenteranno i rapporti tra il Vaticano e lo Stato della Palestina nei prossimi anni. Fonti governative israeliane e alcune personalità italiane esprimono delusione per il riconoscimento da parte del Vaticano dell’esistenza dello Stato palestinese, che il trattato de iure implica, ma questo è un atto, come espresso dalla Santa Sede, formalmente dovuto dopo la risoluzione adottata nel 2012 dall’Assemblea Generale dell’ONU per il riconoscimento della Palestina quale Stato Osservatore. Tutto questo avviene, e non è un caso, mentre in Palestina si ricorda la Nakba (grande catastrofe in arabo), quando nel 1948 l’esercito israeliano espulse gran parte dei palestinesi dai propri villaggi e dalle loro case. La Nakba è un episodio come scrisse una volta l’attivista pacifista Amaya Galil che “non è solo la memoria e la storia della Palestina, ma è un evento che fa parte della mia memoria ed identità collettiva ed individuale in quanto israeliana”. Lo scorso anno Francesco durante l’incontro con i giovani del campo profughi di Dheisheh a Betlemme, discendenti degli esuli del ’48, aveva pronunciato queste parole: “Non lasciate mai che il passato vi condizioni la vita. Guardate avanti!” Nakba e riconoscimento della Palestina sono due questioni aperte, irrisolte: la prima non ha portato alla seconda, la seconda, se e quando avverrà, dovrà accettare la prima come un capitolo chiuso. Oltre alla rinuncia palestinese di eventuali pretese pesa su tutto il veto di Israele, apertamente critico sul riconoscimento unilaterale della Palestina da parte di molti Paesi. In tal senso in Europa si sono già espressi Gran Bretagna, Francia e Spagna per citarne solo alcuni. La Germania è contraria, mentre l’Italia tentenna. Il nostro Parlamento ha approvato pochi mesi fa una doppia risoluzione sul riconoscimento della Palestina, sancendo con due voti discordanti e ambivalenti il “riconoscimento con preclusione”. Un modo tutto italiano per confermare che la soluzione “due stati due popoli” e’ sempre attuale. Casualità o meno nei giorni della Nakba il presidente “dimezzato” del popolo palestinese in visita a Roma dall’amico Francesco ha sentito sicuramente ripetere che “ci vuole coraggio per dire sì all’incontro e no allo scontro; sì al dialogo e no alla violenza; sì al negoziato e no alle ostilità; sì al rispetto dei patti e no alle provocazioni.”