IL FARAONE SENZA AVVERSARI

In Egitto è iniziato lo spoglio delle schede, l’ufficialità del risultato la prossima settimana, ma l’esito del voto è scontato: vince Abdel Fattah al-Sisi. Dopo che una serie di “defezioni” a catena hanno azzerato la rosa degli avversari e trasformato le elezioni presidenziali in una sorta di referendum.
Avrebbe potuto rappresentare una minaccia all’attuale leadership Sami Anan, in passato esponente di spicco del Consiglio Supremo delle forze armate egiziane: annunciata la sua candidatura è stato arrestato. Stessa sorte hanno subito l’avvocato per i diritti umani Khaled Ali e l’ex primo ministro Ahmed Shafik, che in seguito alla sconfitta nel ballottaggio per la successione a Hosni Mubarak aveva preferito un lungo esilio negli Emirati Arabi. Entrambi avevano pubblicamente dato disponibilità a sfidare il Feldmaresciallo. Fuori gioco anche il colonnello Ahmed Konsowa, che aveva espresso l’intenzione di correre, è finito in carcere, con l’accusa di violare il codice militare.
Ritiratosi, infine, Anwar Sadat, discendente della casata del presidente egiziano ucciso nel 1981, inviso da tempo alla cerchia di al-Sisi, espulso dal Parlamento egiziano con l’accusa di avere divulgato informazioni sensibili alle cancellerie occidentali.
Insomma, uno stillicidio che ha ridotto la lista dei pretendenti faraoni. Alla fine, l’unico antagonista ad al-Sisi è stato Mousa Mustafa Mousa, politico di secondo piano della scena egiziana. A capo di una formazione liberale, il partito Ghad, apertamente filogovernativo e favorevole, sino a poche settimane fa, alla rielezione di al-Sisi. Per l’opposizione Mousa è un candidato di facciata: “un pupazzo in una elezione farsa”.
Il clima d’intimidazione e repressione da parte del regime ha colpito anche la stampa indipendente. A partire dallo scorso dicembre, con la campagna elettorale alle porte, 20 giornalisti sono finiti dietro le sbarre. Nella classifica annuale sulla libertà del giornalismo nel mondo, redatta da Reporters Senza Frontiere, l’Egitto è nelle ultime posizioni. Organizzazioni non governative hanno espresso dure accuse all’uso sistematico della tortura nelle carceri e durante gli interrogatori.
Nel gennaio 2012 aperte le urne per la composizione del parlamento il braccio politico dei Fratelli musulmani, Libertà e Giustizia, raccoglieva il 47% delle preferenze. La seconda compagine nell’Assemblea del popolo era risultata il partito salafita Al Nour, 120 rappresentanti eletti tra proporzionale e uninominale. In totale le forze islamiche radicali avevano raccolto oltre il 70% dei voti, staccando nettamente il blocco di area laica. La successiva incoronazione di Mohammed Morsi allo scranno presidenziale fu una pura formalità. La parentesi di governo della Fratellanza che ne seguì ebbe vita breve. Per sbarazzarsi di Morsi l’esercito mise in atto il golpe che portò al-Sisi al potere. Ascesa culminata con il voto bulgaro del 2014.
L’Egitto è oggi un monolite, con una popolazione che sfiora i 100milioni. Il 90% del bilancio dello stato copre le spese di un apparato mastodontico, dove prevale la corruzione. In un Paese stretto nella morsa della svalutazione monetaria e della povertà, attraversato dalla paura del terrorismo. Con un modello autoritario che calpesta, impunemente, i diritti.
Per l’Italia la riconferma di al-Sisi è un segnale di luci e ombre. l’Egitto è un attore protagonista nella regione, in Libia è schierato al fianco del generale Haftar, che controlla la parte est del Paese. E che ha dimostrato un rapporto alterno, spesso poco amichevole, nei confronti dell’Italia.
Dal punto di vista economico invece i rapporti tra Roma e il Cairo sono idilliaci, un network di interessi lega saldamente i due stati. L’Egitto è stata la prima grande avventura estera di Enrico Mattei, e oggi Eni è partner del progetto di Zohr, il più grande giacimento di gas nel Mediterraneo.
Mentre, la questione più dolorosa è la ferita aperta dall’omicidio di Giulio Regeni. L’Italia chiede verità, al-Sisi risponde con un muro di gomma.

LA POLTRONA DI ARAFAT

Mentre, la notizia del ritiro dalla politica del presidente palestinese Abu Mazen prende consistenza a Gaza il Primo Ministro Rami Hamdallah scampava, illeso, a un attentato. Hamas che controlla la Striscia ha negato veementemente ogni coinvolgimento nell’episodio. Che potrebbe invece significare l’innalzamento delle lotta interna al campo palestinese, con le frange più radicali del jihadismo intenzionate a compromettere il difficile colloquio di conciliazione tra i due principali partiti palestinesi, Fatah e Hamas. Processo di unità nazionale impantanato in un clima di sospetto reciproco e scambio di pesanti accuse. Infuocata, anche la campagna per la successione alla poltrona che fu di Arafat. Mr Palestina, l’uomo dalle sette vite si spense in Francia l’11 novembre 2004. Da mesi viveva confinato nel palazzo presidenziale della Muqata, nell’ala del complesso che l’esercito israeliano non aveva raso al suolo con i bombardamenti. Invecchiato, ambiguo, megalomane e molto sospettoso, forse a ragione. La parabola di Arafat volgeva al termine, ormai, era internazionalmente isolato e il mito dell’eroe nazionale offuscato, dagli errori politici e dai segreti finanziari. Dopo i funerali il partito di Fatah passò di fatto in mano a Mahmud Abbas, meglio noto con il nome di Abu Mazen, che iniziò la scalata al potere culminata con l’elezione a Presidente nel 2005. Prima di allora aveva ricoperto vari incarichi, da Segretario Generale dell’OLP a capo delegazione durante i colloqui di pace con Israele. Per un breve periodo era stato Primo Ministro, dimettendosi dopo la rottura dei rapporti con lo stesso Arafat. Meno pittoresco e carismatico del suo predecessore è da sempre considerato una figura moderata all’interno del movimento per la liberazione della Palestina. Ha saputo intrecciare ottime e solide relazioni con la Casa Bianca, confermate sino all’avvento di Trump. Abu Mazen ha rappresentato per l’Occidente il referente politico e garante della causa palestinese, fiducia e credito mai venute meno da parte di Bruxelles. Sopratutto dopo l’affermarsi di Hamas nelle urne e l’instaurarsi del regime islamista a Gaza. Attualmente le trattative di riconciliazione nazionale, più volte evaporate, reggono grazie alla delicata mediazione egiziana e al sostegno economico promesso dai sauditi. Se l’accordo dovesse tenere il capo di stato palestinese è disponibile ad indire nuove elezioni legislative per il 2018, sulle quali però non avrebbe modo di incidere. È la vigilia del capitolo finale della sua lunga carriera, il livello di popolarità è assai ridotto rispetto al plebiscito della sua nomina e il sistema di corruzione nel suo partito è dilagante. Oggi alla soglia degli 83 anni e con 13 anni consecutivi di presidenza Abu Mazen è malato, secondo fonti di stampa le condizioni sarebbero peggiorate negli ultimi mesi, al punto che le dimissioni parrebbero imminenti. Aprendo la via ad una nuova era politica, tra mille incognite. Il contesto è critico: gli USA di Trump hanno rotto l’argine del contrappeso diplomatico con la scelta di riconoscere Gerusalemme capitale di Israele e di tagliare i finanziamenti all’Agenzia delle Nazioni Unite UNRWA; gli accordi di Oslo sono morti e i diritti dei palestinesi ancora negati; nei sondaggi Hamas è la prima forza e l’espansione degli insediamenti dei coloni in Cisgiordania è irrefrenabile; livello di disoccupazione giovanile è ai massimi storici e la situazione umanitaria a Gaza è gravissima. La possibilità di una nuova escalation di violenza tra la Striscia di Gaza e Israele è una spada di Damocle implacabile. In questo quadro, l’uscita di scena di Abbas potrebbe favorire la corsa di un suo nemico giurato Mohammed Dahlan, politico palestinese in esilio e molto considerato a Tel Aviv. Prende forza nelle ultime ore la possibile candidatura del nipote di Arafat, Nasser al Qudwa, già ambasciatore al Palazzo di Vetro. La resa dei conti è alle porte, l’ultima parola però spetta al carcerato Marwan Barghuthi, il più temuto e rispettato in Palestina.