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48 ORE

Israele si prepara al voto, martedì è giorno di elezioni per la seconda volta in meno di un anno, non era mai accaduto nella storia di questo stato. Gli ultimi sondaggi predicono una situazione di stallo politico: la destra a trazione Netanyahu non riesce a raggiungere la soglia dei 61 parlamentari, che garantisce la maggioranza. Il leader del Likud e i suoi alleati oscillerebbero tra i 57 e 60 seggi nella futura Knesset. L’indomabile falco e il suo avversario più quotato, il generale Gantz leader della lista centrista Kachol Lavan, sarebbero testa a testa. Comunque, se fosse l’ex capo di stato maggiore dell’esercito a tagliare il traguardo per primo come da prassi istituzionale riceverebbe dalle mani del presidente Reuven Rivlin l’incarico esplorativo, aprendo la strada ad uno scenario che è il peggior incubo di Netanyahu, ovviamente assieme ai processi per corruzione che incombono. Fattori negativi che sommati rischiano di compromettere definitivamente la sua longeva carriera politica. Nella precedente tornata ad aprile ha fallito l’obiettivo del quinto mandato a causa della rottura con il nazionalista russofono Lieberman. Questa volta in cerca di nuovi alleati è costretto a fare spazio nella coalizione parlamentare alla piccola forza dell’estrema destra razzista Otzma, rinunciando a qualche voto. In virtù del sistema proporzionale puro che prevede una barriera al 3,25%. Tuttavia vedremo se Netanyahu è veramente interessato a mantenere questo patto “mortale” fino in fondo, caratterizzando il prossimo esecutivo marcatamente a destra, oppure che con una strambata finisca per optare, all’ultimo minuto, per la sua tattica preferita, la cannibalizzazione dei partiti che gravitano intorno a lui. Intanto, il frammentato e bastonato centro-sinistra può solo fare meglio delle ultime elezioni, in attesa di tempi migliori e di un “Messia” che ricomponga i cocci di una cultura oggi sfilacciata e franata nei consensi. Sinistra affossata da un decennio di pensiero dominante di Netanyahu, che per la prima volta è entrato in dirittura d’arrivo ad una campagna elettorale rompendo il passo. La ripetizione stantia di cliché già sfruttati, gli asfissianti canoni della propaganda sovranista, hanno incontrato qualche inciampo di troppo. I proclami di allarme per il nucleare iraniano, l’annessione della Cisgiordania – non tutta ma una porzione, a ridosso del Giordano e del Mar Morto –, l’esibire le potenti amicizie, da Trump a Putin, il gridare al complotto che lo perseguita (ordito da arabi, sinistra, stampa e magistratura) sono tutti anatemi abusati abbondantemente dalla retorica narrativa di Netanyahu e dalla destra populista. Le certezze invece sono che Trump pensa ad un incontro storico con la controparte iraniana, dopo aver silurato dal suo staff il consigliere John Bolton, preziosissimo a Netanyahu e alla sua visione geopolitica del Medioriente. E che Putin ha bocciato seccamente l’idea di annessione parziale di Territori palestinesi occupati.

NETANYAHU SCALDA I MOTORI

Tra meno di un mese Israele torna alle urne, per la seconda volta in un anno, evento mai verificatosi nella storia di questo stato. Dopo la dura lezione impartita a Netanyahu per la fallita formazione della maggioranza di governo, in seguito alle passate elezioni di aprile, di nuovo l’elettorato israeliano si trova difronte ad un dilemma: schierarsi pro o contro il longevo statista e attuale premier, catalizzatore del panorama politico. Il falco della destra israeliana affronta la campagna elettorale, l’ennesima della sua lunga carriera di successi, con la sicurezza di poter contare sulla collaborazione dei partiti religiosi e dell’estrema destra.

Il leader del Likud è tuttavia consapevole di essere assediato dai nemici: al centro il principale rivale è l’ex capo di stato maggiore Benny Gantz in tandem con il noto giornalista Yair Lapid, fondatori del movimento Blu e Bianco (colori nazionali). A sinistra il fronte anti-Netanyahu è variegato e disunito, coprono lo spettro: la lista araba unita (insieme dopo il recente fiasco di essersi presentati divisi) e i due partiti del socialismo sionista, Meretz e Avodà, contrapposti da dualismo perpetuo: Ehud Barak ha tessuto le fila dell’accordo tra il Meretz e pezzi dei fuoriusciti laburisti contribuendo a formare un campo democratico, mentre l’Avodà si è fusa con il partito moderato Gesher.

A destra invece, è interessante la sfida lanciata da Avigdor Lieberman, che con un colpo di coda inaspettato ha impedito in primavera la nascita del quinto esecutivo consecutivo di re Netanyahu, ed ora si propone al pubblico come ponte nella futura nascita di un governo di unità nazionale, tendenzialmente laico, liberal-conservatore e nazionalista. Dove molto difficilmente potrebbe avere spazio Netanayhu, il quale dal canto suo è impegnato in una corsa forsennata per raccogliere i numeri, e i voti, sufficienti che gli consentirebbero di restare sul trono, e affrontare da posizione favorevole i guai giudiziari che incombono sul suo destino.

ISRAELE E LA LUNGA ESTATE PRIMA DEL VOTO

In Israele è tensione sociale, a manifestare è la comunità etiope, i Beta Israel o falasha (questa parola nelle sue varie accezioni ha anche il significato di “straniero”). Appartengono alla famiglia dell’ebraismo in quanto rivendicano la tradizione di essere i discendenti del connubio tra re Salomone e la regina di Saba. In 45 mila migrarono grazie and un ponte aereo in Israele dall’Africa nel decennio 1980-1991. Attualmente rappresentano circa il 2% della popolazione. L’episodio che ha provocato decine di arresti e feriti è l’uccisione di un giovane ragazzo da parte di un poliziotto fuori servizio. Il poliziotto dopo aver pagato una cauzione di 1400$ è stato posto agli arresti domiciliari, provocando la rabbia degli israeliani etiopi.

Intanto la macchina politica in vista delle elezioni anticipate a settembre è in moto. Indette in seguito al fallimento di Netanyahu di dare vita ad una maggioranza di governo dopo il voto di aprile. Allora, andò in scena il dramma collettivo del centrosinistra con i laburisti dell’Avodà che ottenevano il peggior risultato di sempre, relegati al 4,02% dei consensi e ad una compagine di 6 parlamentari. Deludente fu anche la performance dell’altro partito socialista, il Meretz, che ottenne solo 4 seggi nei banchi della Knesset. Tre mesi dopo e il campo del centrosinistra è in piena sollecitazione, cambio di vertici. Nel Meretz il giornalista Nitzan Horowitz ha preso il posto di Tamar Zandberg. Mentre, dalle animate e partecipate primarie (65mila iscritti) dei laburisti è uscito il nome dell’ex sindacalista Amir Peretz, esponente della vecchia guardia del partito dei padri fondatori della nazione ed entrato tra i banchi della Knesset nel “lontano” 1988. Peretz già sindaco di Sderot era stato leader dell’Avodà nel 2006 ed ha rivestito, senza non poche critiche, il ruolo di ministro della Difesa dal 2006 al 2007. Quando venne sostituito e spodestato da Ehud Barak. Oggi, ha ripreso le redini del partito avendo avuto la meglio nei confronti dell’ala dei trentenni che ispirò le proteste di massa del 2011, tra cui spiccano due figure di riferimento il “glaciale” Itzik Shmuli e la “focosa” Stav Shaffir. Non unendo le forze hanno lasciato spazio libero ad una facile affermazione di Peretz (47% delle preferenze), intenzionato pare ad aprire all’idea di un’alleanza con il Meretz.

In Israele il quadro politico attuale è di due grandi poli attrattivi: quello di destra che ruota intorno al Likud di Netanyahu (35 parlamentari) e quello centrista della lista Blu e Bianco (35 parlamentari) capitanata dall’ex capo di stato maggiore dell’esercito Benny Gantz. L’obiettivo più plausibile per una “rinascita” del centrosinistra è la nascita di un blocco unico, stessa sorte per i partiti arabi destinati a chiudere il capitolo della faziosa divisione. Il vero dilemma è come riusciranno a fare sintesi l’anima del Meretz guidato dal “rosso” Horowitz, quella dei laburisti di Peretz e infine la neo formazione, di cui non si conosce il nome, lanciata dal militare più decorato di Israele Ehud Barak, ritornato in politica dopo una parentesi dedicata al business della cannabis. E deciso anche lui a sfidare Netanyahu.

TRUMP PREPARA LA GUERRA PERSIANA

Sale la tensione ad Oriente. Le compagnie aeree internazionali in via cautelativa si tengono lontane dalle rotte dello stretto dell’Oman in vista di uno scontro prossimo tra Iran e USA. Intanto, il populista Trump ha indossato la divisa da comandante in capo dell’esercito più potente del mondo e approvato un attacco punitivo nei confronti di Teheran, per poi all’ultimo secondo del countdown sospendere temporaneamente l’operazione. Il casus belli scatenante è l’abbattimento del drone a stelle e strisce (valore 130 milioni di dollari) sui cieli del Golfo Persico, da parte della contraerea iraniana. Dopo una lunga e drammatica riunione nello studio Ovale il presidente avrebbe dato il via libera ad un intervento militare destinato, con molta probabilità, a colpire obiettivi sensibili: radar e batterie missilistiche. Comunque, l’ordine supremo è stato di fatto messo in stand by.

Per mesi abbiamo descritto imprevedibile e incostante l’approccio in politica estera del presidente Donald Trump. Nei tweet presidenziali toni minacciosi e offensivi verso leader mondiali nemici si sono alternati a quelli concilianti, in una sorta di balletto, uno spettacolo dove al centro più che una strategia geopolitica sembrava esserci l’umore dell’inquilino della Casa Bianca. Ma questa volta non è una questione personale e siamo ad un passo dall’irreparabile.

Nell’escalation attuale hanno influito in modo determinante due fattori: le ripetute provocazioni iraniane e i falchi della squadra di Trump. Il segretario di stato Mike Pompeo e John R. Bolton, consigliere per la sicurezza nazionale, sono entrambi schierati apertamente per dare una risposta forte all’Iran, opzione a cui il presidente è in realtà ostile. Alla base della reticenza di Trump il fatto che in campagna elettorale aveva promesso, e in parte mantenuto, la volontà di tirar fuori dalle zone di guerra i propri soldati. Invece, “obtorto collo” è stato catapultato al fronte di una potenziale nuova guerra. Inevitabile? Forse.

RE BIBI SENZA TRONO

Israele torna al voto. Sciolto il parlamento insediatosi dopo il risultato delle elezioni del 9 aprile scorso. Tempo scaduto per Netanyahu che aveva mietuto l’ennesimo parziale successo elettorale, 35 seggi conquistati su 120. Alla pari con l’antagonista ed ex capo di stato maggiore Benny Gantz, ma a differenza del suo avversario con la possibilità di imbastire una larga coalizione includendo l’estrema destra e i partiti religiosi. Per questo motivo aveva ricevuto come da consuetudine il mandato esplorativo, la strada era spianata e quella che sembrava una pura formalità è degenerata complicandosi in poche settimane. Le consultazioni post elettorali si sono trasformate in un tormento per il premier. La causa del fallimento diplomatico del falco della politica israeliana è il frutto di un teso confronto ideologico all’interno della destra sulla laicità dello stato. Veleni che sono riemersi nello scontro sull’approvazione della legge per la coscrizione obbligatoria degli studenti delle scuole religiose promossa da Avigdor Liberman (già ministro della difesa del precedente governo) e contestata dai partiti religiosi: Shas e UTJ. Movimenti politici che rappresentano le principali famiglie dell’ortodossia ebraica, contano ciascuno 8 seggi in parlamento e sono l’indispensabile ago della bilancia delle geometrie di Netanyahu. Il rifiuto all’apparentamento di un inamovibile Avigdor Liberman, leader del partito nazionalista e russofono Yisrael Beytenu (5 seggi nella XXI Knesset), è un’amara presa di coscienza per il premier israeliano: quadratura del cerchio da rifare. Sfumato, per ora, il sogno di insediarsi per la quarta vola consecutiva sul trono di Israele. E allora, il leader populista del Likud pur di non lasciare campo di manovra al presidente Rivlin, consentendo una chance a Gantz per verificare un eventuale governo di responsabilità nazionale dalle larghe intese, ha voluto con un corsa contro il tempo che il parlamento votasse per la sua dissoluzione, terminando questa legislatura lampo, nata sotto una cattiva stella.

MAY-END

In Gran Bretagna il risultato delle elezioni europee che, scherzo del destino, non avrebbero dovuto svolgersi, saranno resi noti solo nella serata di domenica. Intanto, si è consumato l’atto conclusivo del melodramma politico di Theresa May. La premier in lacrime, dopo aver comunicato alla Regina la sua decisione, ha annunciato pubblicamente le dimissioni, a decorrere dal prossimo 7 giugno. Una parabola, quella della ormai ex primo ministro, segnata da congiure, fantasmi e giullari. Con il ritorno in scena di Nigel Farage, il cantore del divorzio del secolo, saltimbanco populista, fondatore del partito Ukip e tornato in corsa con una nuova forza politica da lui inventata: Brexit party. Nome semplice. Favorito nei sondaggi che lo danno come primo partito del Regno Unito. La sua campagna elettorale è stata contrassegnata dalla protesta dei frullati, milkshake, che gli hanno lanciato contro i contestatori nelle varie piazze del suo tour elettorale. La sua travolgente cavalcata al successo è la dimostrazione che i britannici sono talmente esasperati, dall’incapacità fallimentare della classe politica di trovare un accordo con l’UE, da affidarsi al primo demagogo e personaggio ambiguo di turno. Nell’esito dalle tinte grigie di questo voto dalle tante polemiche aleggia poi lo spettro di Jeremy Corbyn, leader laburista che ha smesso di brillare, perdendo popolarità e consensi (per gli exit poll è al 15%). Se non vuole diventare l’ennesimo fantasma mancato della sinistra deve cercare di riprendere gli elettori in fuga verso i liberali filo Bruxelles (stimati al 20%). Infine, lei Theresa May, il primo ministro sbagliato al momento sbagliato, durante il suo mandato ha perso la bussola ed è finita nel labirinto, colpita e affondata più volte a Westminster, con un governo che gli è si ribellato contro ed ha complottato per spodestarla. Isolata, derisa e pugnalata alla schiena. Emblema di resistenza estrema, eroina della resilienza, alla fine ha ammesso di non essere in grado di andare avanti. Ce ne eravamo accorti da tempo. Ora nelle file dei conservatori è bagarre tra le varie correnti, la lista dei pretendenti per insediarsi al numero 10 di Downing street è ampia, per la May è iniziato il tempo del trasloco.

TREGUA

Medioriente. Storie di normalità paradossale. Dalla Striscia di Gaza piovono su Israele centinaia di razzi, provocando il panico tra la popolazione della regione mediorientale del Paese. L’esercito con la stella di Davide risponde con i caccia dell’aviazione, colpendo le strutture militari di Hamas, coinvolti nei bombardamenti anche i civili. Ore di tensione e spirale di violenza. Morti da entrambi gli schieramenti. Le Nazioni Unite invitano alla calma, il presidente Turco Erdogan accusa apertamente di terrorismo Israele, Trump al contrario lo difende schierandosi al suo fianco al 100%. Tregua. Pare. Sospensione delle ostilità siglata grazie al lavoro svolto sul campo dalla Mukhabarat, i servizi segreti del Cairo. È una nuova pagina dell’eterno conflitto tra i due popoli, asimmetrico o meno negli ultimi dieci anni si sono svolte tre guerre (2009, 2012 e 2014) e un numero impressionante di “schermaglie”. La guerra, l’ennesima, è dietro l’angolo. La pace, se di pace si possa mai parlare, è appesa ad un filo. Tenue. In gioco troppe varianti: Israele è alla vigilia della ricorrenza della sua nascita (che coincide con la nakba, l’inizio della catastrofica disavventura palestinese) e nel bel mezzo della formazione del prossimo governo, la maggioranza uscita dalle elezioni del 9 aprile ha dato mandato, riconfermandolo, a Netanyahu per la formazione dell’esecutivo. Per dar vita ad un governo solido (con più di 61 dei 120 seggi) il falco della destra necessita tuttavia dell’appoggio del partito nazionalista Yisrael Beitenu di Avigdor Lieberman, ministro della difesa dimissionario per divergenze con il premier proprio sulla questione della gestione della crisi di Gaza lo scorso novembre. Il grattacapo di Netanyahu, in queste ore, è se fare un passo indietro e offrirgli nuovamente quel dicastero, in una fase così altamente delicata. L’altra variabile è dal lato palestinese la jihad islamica, organizzazione terroristica responsabile del massiccio lancio di missili, longa manus dell’Iran e ai ferri corti con Hamas, per la spartizione dei fondi promessi dal Qatar. Sono una scheggia impazzita, e pericolosa, in un contesto già caldo.

SERGIO MINERBI (1929-2019)

Gerusalemme. Sabato 9 ottobre 2010, sera. Il cellulare suona. Una voce chiara e squillante pronuncia la parola di rito: shalom. Rispondere con shalom Shabbat è d’obbligo, forse bastava anche solo un semplice e cordiale shalom, ma un certo imbarazzo e riverenza nei confronti del nostro interlocutore ci lascia spiazzati e goffi, almeno durante questa prima telefonata. Dal cellulare posizionato sul vivavoce arrivano chiare le indicazioni: “Dunque, proseguite sulla Sha’arel Yerushalayim, fate attenzione al limite di velocità, ci sono gli autovelox. Quindi, arrivati all’altezza del ponte di Calatrava dovreste trovarvi sotto il tunnel e state per sbucare nella Sderot Menahem Begin, la strada diventa a tre corsie, tenetevi sulla destra, moderate la velocità se non volete prendere una multa salatissima. Seguite i cartelli per Ramat Beit Hakerem, lasciata la Begin proseguite sulla Shmuel Beyth, svol- tate a destra in Avizoha all’altezza del centro medico e ancora a destra in Moshe Kol. Non vi impressionate, non vi ho dato la mappa per uscire da un labirinto ma solo la via più facile e breve per arrivare a casa mia. Secondo i miei calcoli e visto il traffico di post shabbat ci vorranno 16 minuti, se ci mettete di più vuol dire che vi siete persi, allora chiamatemi”.
Il quartiere e tra i più moderni di Gerusalemme ovest, a metà strada tra la Knesset e il museo dello Yad Vashem, pulito e poco rumoroso, palazzine di recente costruzione, confortevoli abitazioni ad uso delle classi più agiate e meno ortodosse. Ad attenderci Sergio Minerbi, nato a Roma nel 1929, a 18 anni emigrato in Israele. Diplomatico, scrittore e giornalista, collaboratore del quotidiano Haaretz, è stato inviato della Rai e del Sole 24 Ore. Eravamo molto curiosi ed intimoriti di conoscerlo anche perché sapevamo della sua famosa verve polemica. Sergio Minerbi e sua moglie Hanna ci accolgono nella loro casa mentre stanno consumando una parca cena, sediamo dinanzi a loro a tavola con la telecamera ed il taccuino pronti, un po’ emozionati, raccogliamo la storia della loro vita.
“Presi la decisione di venire in Israele giovanissimo. Eravamo appena usciti dalla Seconda guerra mondiale, i gipponi degli americani con la grande stella bianca sui fianchi, attraversavano una Roma deserta e devastata dai bombardamenti. In una Roma senza trasporti, senza acqua e senza servizi essenziali, ho ospitato nella grande casa dei miei genitori in via Ravenna molti soldati ebrei, con i quali avevo delle lunghe conversazioni. In quel periodo frequentavo la Sinagoga di via Balbo, dove c’era un centro per giovani sionisti. Aderì all’organizzazione Halutz. E così sono arrivato in Israele, la Palestina di allora, con l’idea, già predeterminata di andare in un kibbutz e non in uno a caso, ma in uno della Hashomer Hatzair. Per fortuna avevo dei parenti a Gerusalemme dove alloggiavo, altrimenti la situazione sarebbe stata piuttosto difficile. Nessuno mi diceva in quale kibbutz andare e rimandavo la decisione di settimana in settimana. Ero solo e questo rallentava la mia collocazione. Nei kibbutzim (plurale di kibbutz) erano abituati a ricevere solo gruppi. In quegli anni era così, le autorità del kibbutz predisponevano l’ingresso di gruppi per lo più omogenei che andavano ad integrare i nuclei già presenti nel kibbutz, non il singolo. Alla fine mi hanno mandato al kibbutz Eilon, al confine con il Libano, dove ho incontrato mia moglie. Era il 1947. Finalmente appartenevo ad un gruppo, questo agognato gruppo.
Un mese dopo ci siamo trasferiti nel kibbutz di Ruhama, dove all’inizio eravamo alloggiati presso gli anziani. Notai subito che c’era una radio ad onde corte, stava lì inutilizzata. Il 29 novembre del ‘47 mi sintonizzai per seguire la trasmissione sul voto alle Nazioni Unite, scrissi i risultati su una busta che ancora conservo, contando dieci no, trentatré sì e alcuni astenuti, sono stato io a dare l’annuncio che finalmente nasceva il nostro Stato, Israele. Ricordo che dalla mezzanotte all’una abbiamo danzato, ma poco prima di andare a letto hanno distribuito i fucili, spiegandoci come inserire le pallottole e ci hanno mandato a perlustrare la zona. Per noi iniziava la guerra. E così siamo andati avanti per quei primi mesi.

Il kibbutz era il sogno della vita. Ci sono andato perché mi sembrava, soprattutto nel ‘47, che in quel momento il kibbutz avesse molti compiti da eseguire. Non solo era la realizzazione dell’ideale pionieristico di lavorare la terra, ma dal punto di vista della difesa nazionale era di strategica importanza. Se abbiamo vinto la guerra nel ‘48 è, per molti aspetti, grazie ai kibbutzim, dove le reclute sono state formate, dove c’era una dedizione assoluta alla causa. Gli ordini erano eseguiti senza che ci fossero gradi e senza che ci fossero gli orpelli del militarismo, e questo era consono ai miei gusti. Il kibbutz dal ’47 al ‘49, era un avamposto militare di primissima categoria e la mappa dei kibbutzim è stata poi quella che ha determinato in parte i confini dello Stato di Israele. Penso che il kibbutz avesse la sua raison d’être nel costituire uno Stato ante litteram, cioè un’entità israeliana, prima che esistesse un governo, perché rispondeva a una necessità immediata, assoluta, occupare il territorio. Tutte queste considerazioni oggi le devo riesumare dai miei ricordi, all’epoca erano evidenti, lapalissiane. Le peculiarità del kibbutz iniziano ad esaurirsi direi nel ‘49, con la firma degli accordi armistiziali, l’esercito si organizza come un’entità strutturata, si cristallizza. E il Palmach (forze di combattimento regolare degli insediamenti ebraici) viene sciolto. Il kibbutz sostenendolo ha permesso al Palmach di crearsi, di vivere e di svilupparsi, ne consegue che il giorno in cui il Palmach non fosse stato più la mano destra dei governanti, anche chi lo sosteneva non aveva più la stessa funzione.
Intanto nel 1949, vengo mandato in Italia, restandoci un anno. Un anno esaltante, di intenso lavoro di spionaggio: la mia missione era impedire il traffico di armi per gli stati vicini. Trovarle in tempo e giustamente eliminarle. Ci ho messo del mio e in vari episodi le armi non arrivarono mai a destinazione.
Lasciammo il kibbutz di Ruhama subito dopo la guerra del Sinai, nel ‘56. Cominciai a fare tutti i mestieri possibili e immaginabili, senza scartarne alcuno. Mi adoperavo nelle traduzioni per opuscoli turistici in italiano, poi qualcuno mi fece le scarpe e cominciò a farli lui, ma intanto io ero sopravvissuto ed era già molto. Siccome nel kibbutz avevo messo su un piccolo museo archeologico, e quindi mi sentivo ferrato in archeologia, sono andato subito a dare l’esame di guida turistica, portando a spasso parecchia gente. Allora, ho avuto l’opportunità di iniziare a scrivere su dei giornali italiani diventando dopo poco corrispondente della Rai.
La mia grande sfida è il ‘57 con la firma del trattato di Roma. A Gerusalemme, con una moglie, una figlia, e forse dieci lire in tasca, decido che sarò Mr. Common Market di Israele. Così su due piedi. Fu una decisione un po’ azzardata, oserei dire, ma lungimirante. Mi iscrissi all’università, studiavo Economia e Relazioni Internazionali. Preparai una tesi sull’esportazione degli agrumi verso il Mercato comune europeo e sulle possibili difficoltà delle nostre esportazioni. La tesi era buona. Venne pubblicata, e questo mi ha dato l’occasione di farla arrivare all’attenzione di alcuni funzionari del Ministero degli Esteri che vollero che io entrassi per un anno a collaborare con loro al Ministero. Vinco, l’anno dopo, un concorso interno. Ciò mi ha permesso di bruciare le tappe e di andare due anni dopo come numero due alla missione di Israele a Bruxelles. Tornato in Israele, ho frequentato la scuola per diplomatici, nel frattempo ho costituito presso il ministero un nuovo dipartimento sul mercato comune. Nel ‘78 vengo nominato ambasciatore, assegnato al Mercato Comune in Belgio e in Lussemburgo. Semplice no! Obiettivo centrato.

Parliamoci chiaro. La società di oggi non apprezza più il pioniere, colui che dà alla patria perché è convinto che sia giusto che ognuno contribuisca. In questa epoca si esalta il tycoon che fa i miliardi. E a me non piace. D’altra parte dove sono i veri paesi socialisti?”

IL SULTANO COMPRA I MISSILI DI PUTIN

Trump lancia l’ultimatum ad Erdogan nel tentativo di fermare l’acquisto dei missili russi S-400. La decisione del Sultano di Istanbul di dotarsi della sofisticata tecnologia militare del Cremlino rischia di provocare serie conseguenze internazionali. La Turchia è membro della Nato e ha sempre rivestito un ruolo strategico nella regione, l’avvicinamento a Mosca è percepito quindi come molto pericoloso dal Pentagono, che non vede di buon occhio nemmeno il confronto con i curdi siriani. Il lento sfilacciarsi del Bosforo dal Trattato Atlantico è destinato a cambiare completamente gli assetti del Medioriente. Per questa ragione Washington sceglie di schierare il suo moderno sistema di difesa balistico a medio raggio in Israele. È la prima di una lunga serie di ritorsioni nei confronti di Ankara che vengono paventate: le minacce vanno dal blocco della vendita dei caccia F-35 a quello degli elicotteri Black Hawk. Ma la misura che più preoccupa l’ex impero ottomano è l’annuncio di Washington di alzare i dazi al 17% dell’export, un vero e proprio colpo all’industria turca che aveva goduto di regimi privilegiati nel commercio con gli Usa.
A poche settimane dalle amministrative il presidente turco è impegnato in una delicata campagna elettorale. Per la prestigiosa poltrona di sindaco di Istanbul ha puntato su l’ex premier Binali Yildirim, sostenitore e devoto al Sultano. Con una lunga carriera da ministro dei trasporti. Una sua sconfitta peserebbe direttamente su Erdogan, dato in calo di popolarità. E che per risalire nei consensi ha promesso di costruire un grande tunnel a tre piani che tagli la città di cui è stato sindaco. Un’opera mastodontica mentre l’economia del Paese è in piena recessione, e i diritti latitano. Recentemente ad alcuni giornalisti europei è stato negato l’accesso alla conferenza stampa della cerimonia per la sovvenzione dell’UE al progetto della linea ferroviaria tra la Bulgaria e Istanbul. A gennaio erano partiti gli ordini di arresto per un centinaio di soldati e studenti, accusati di far parte della rete legata Fethullah Gulen. Dal giorno del fallito golpe le purghe che si sono susseguite hanno visto incarcerare oltre 77mila persone e 150mila sono state sospese dal lavoro. Vendetta tinteggiata di populismo.

LA BREXIT CHE PENALIZZA I POVERI

Al numero 10 di Downing street l’inquilina Theresa May è al lavoro per comporre una delicata maggioranza in parlamento, se fallisce non è escluso che scelga di dare le dimissioni. È rientrata dal vertice di Bruxelles con le valigie vuote ma l’umore “rallegrato” dall’apertura ventilata dai laburisti. Se accetta la mano tesa da Corbyn dovrà affrontare la resa dei conti nell’aula di Westminster con l’ala oltranzista del suo partito, capeggiata da Boris Johnson. L’erede della Tatcher ha margini di manovra che si assottigliano più si avvicina la fatidica data della Brexit, e in caso di mancato accordo l’unico obbiettivo a cui deve sperare, come lei stessa ha promesso, è che il confine con i “cugini” irlandesi resterà invisibile, sopratutto per evitare il riacutizzarsi del conflitto. Carta con cui spera di impietosire Juncker e l’Europa. Intanto è costretta, come la volpe durante la caccia, a sfuggire alla muta dei cani che la inseguono. Oltre ai latrati, sempre più vicini, la premier britannica deve fare i conti con una serie di fattori economici avversi, l’incertezza dello scenario postBrexit è, in gran parte, responsabile dell’ulteriore calo di crescita del Paese. I prezzi del mattone hanno avuto una battuta d’arresto e il timore è che nel corso dell’anno potrebbero entrare in una fase decrescente, portando la soglia dei costi delle case a perdere anche il 5% di valore.

Chi invece potrebbe pagare un conto salato a causa delle potenziali ricadute del divorzio tra Londra e Bruxelles sono i Paesi in via di sviluppo, già fragili economie di stati con indice di povertà diffusa. Secondo alcune simulazioni c’è il rischio che il divorzio comporti un aumento delle condizioni di estrema povertà per circa 2milioni di persone. La Cambogia con il 7,7% di esportazioni verso il Regno Unito risulterebbe il più colpito. Con un calo del PIL che potrebbe sfiorare l’1,4% in meno. Quadro a tinte scure anche per l’Etiopia, con la prospettiva di un aumento del grado di povertà stimato in +1,12. Nel caso dell’ex colonia italiana gli effetti della Brexit andrebbero, molto probabilmente, ad inficiare direttamente sui prezzi dei generi alimentari. Contraccolpi negativi in generale su tutti gli stati aderenti alle tariffe commerciali EBA, che includono i 49 paesi classificati dalle Nazioni Unite come più bisognosi. A risentirne saranno principalmente quelli impegnati nell’esportazione del tessile verso le sponde del Tamigi.

Alla fine la realtà per i paesi meno sviluppati del mondo potrebbe essere peggiore degli studi di settore. L’impatto globale dello scollamento della Gran Bretagna dal Vecchio Continente è un labirinto d’incognite, tra tante incertezze non è da escludere che la contrazione degli aiuti internazionali induca nuove ondate migratorie. Intanto, i primi a scappare sono le grandi multinazionali giapponesi che, in fretta e furia, abbandonano l’isola al suo triste destino.