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DEM O REP, LO SHOW DELLE CONVETION

Pochi giorni fa alla convention democratica 2020 uno dei commenti amareggiati era rivolto al fatto che nella chiusura mancava il classico lancio di palloncini in aria a salutare la sfida di Joe Biden. Donald Trump, invece, ha fortemente voluto una coreografia solenne e la standing ovation della folla (largamente senza mascherina) per la sua incoronazione. Lo show della politica a stelle e strisce ha dovuto adeguarsi alla pandemia, rinunciando ad alcuni tradizionali cliché. In un paese che oltre all’esponenziale contagio da Covid19 è infettato dal razzismo, attraversato da violente tensioni sociali, spazzato ripetutamente da devastanti uragani. Tra il sipario abbassato all’evento democratico di Milwaukee e la serata finale della nomination repubblicana, decentrata per protagonismo ed effetto televisivo nei giardini della Casa Bianca, è trascorsa una settimana. Se la kermesse di Biden ha avuto come filo conduttore l’incapacità di Trump, il presidente ha contrattaccato con lo spauracchio del voto postale truccato ed il pericolo socialista. Ai principi di giustizia e uguaglianza invocati dalla Harris, che affianca Biden, ha replicato il vicepresidente Pence richiamando i valori di legge e ordine. In uno scontro dove la retorica della sanità pubblica obamiana e lo slogan del taglio alle tasse reaganiano sono oramai riconosciuti brand di fabbrica delle due forze politiche. Ciascuna con un proprio linguaggio: la sottile satira dell’attrice democratica Julia Louis-Dreyfus contrapposta alle urla incendiarie di Kimberly Guilfoyle, ex presentatrice di Fox News e partner di Trump junior. Immancabili le luci sulle due first lady, Jill che parla tra i banchi vuoti della scuola di Wilmington, Melania tra le rose della residenza presidenziale. Due format distinti nell’immagine proiettata al pubblico, quella sobria che ruota intorno all’unità nel partito e quella più appariscente che esalta il capofamiglia della dinastia. Nel 2016 il tycoon, reduce dalla conduzione di un fortunatissimo reality, era riuscito a catalizzare anime differenti sotto la bandiera dell’elefantino statunitense: establishment conservatore, evangelici e cattolici antiabortisti, classe media e destra alternativa, coacervo di suprematisti e paranoici cospirazionisti. In questi quattro anni l’irrequieto e irascibile miliardario ha licenziato una moltitudine di consiglieri, a partire dallo stratega della vittoria elettorale Steve Bannon, bandito da corte, esiliato in Italia e recentemente arrestato per frode. Hanno “congiurato” per impedirne la rielezione un gruppo di dirigenti repubblicani, denominati Lincoln project. Ha rotto con i potentati dei Bush e dei McCain, con personalità come Colin Powell e John Kasich. Ciononostante, oggi l’immobiliarista newyorchese non è ancora fuori gioco. Se The Donald vincesse nelle urne il 3 novembre avrebbe ipotecato il dominio di un partito che non è mai stato completamente suo. Se dovesse perdere – e non abbiamo ancora capito nemmeno cosa avrebbe fatto nel caso della vittoria della Clinton – possiamo aspettarci la trumpata del secolo.

RE BIBI CONTESTATO E ASSEDIATO

In Israele l’incastro tra crisi sanitaria ed economica ha prodotto un movimento di massa antigovernativo di indecifrabile portata. Ma è sbagliato pensare che sia una protesta ideologicamente uniforme e tendenzialmente apolitica. Dentro c’è di tutto, da anarchici a elettori di destra e persino ferventi religiosi. È una rivolta dai connotati generazionali, allargata ad altre fette della società in un obiettivo comune: le immediate dimissioni del premier Netanyahu. Tre gli episodi scatenanti: il declino del centro-sinistra sionista, il Covid e i problemi giudiziari di Netanyahu. Tanto il disfacimento di un’intera area politica, quella progressista, è stato lento e logorante, quanto l’avvento e gli effetti della pandemia sono stati rapidi e dolorosi per la tenuta sociale. La frastagliata sinistra sionista ha nel corso dell’ultimo decennio subito l’influsso negativo della stella di Netanyahu. Mostrando ad ogni sconfitta le proprie debolezze: l’emorragia di voti e la troppa facilità nella scelta di cambiamento del timoniere. La lunga sequenza di nomi che si alternano ai vertici della leadership è l’evidente limite di prospettiva: da Ehud Barak fino a Peretz è un continuo avvicendamento alla guida del partito socialdemocratico Avodà, da Haim Oron a Horowitz ruotano a catena nella segreteria del socialista Meretz. Due forze che rischiano domani di veder definitivamente prosciugato il proprio bacino elettorale, a scapito di un potenziale movimento di rinnovamento, trasversale ed alternativo. Nel breve, però, i cortei del dissenso sono un terremoto politico che scuote il palazzo. A l’imprescindibile slogan dell’opposizione (“Chiunque tranne Netanyahu”) se ne aggiungono altri: solidarietà al BLM, fine dell’occupazione dei territori palestinesi, rispetto per la comunità LGBT. Nelle piazze gli studenti invocano lavoro e i commercianti indennizzi. Il filo comune che li lega è la critica alla gestione dell’epidemia messa in atto dall’attuale esecutivo. Inizialmente, la risposta di contenimento del virus era apparsa repentina e adeguata: lockdown e obbligo di indossare la mascherina, con un basso numero di contagi, concentrato in determinate zone, ad essere maggiormente colpiti ortodossi e arabi. Poi a maggio la seconda ondata. I primi focolai nelle scuole. Il picco cresce esponenzialmente di giorno in giorno. Diffusione a macchia d’olio a Gerusalemme. Sale il numero dei morti. Ritorno all’emergenza. Crepe nella maggioranza e Governo in cortocircuito. Intanto, Netanyahu oltre al Covid deve fare i conti con la magistratura in un aula di tribunale: aperta la fase processuale dei casi penali dove è incriminato per vari reati, tra questi la corruzione. Troppo anche per il longevo mago della Knesset, che perde consenso nella sua base. Mentre, l’onda “rivoluzionaria” incombe su Balfour street, residenza del primo ministro. I cancelli della “Reggia di Versailles” israeliana, simbolo della monarchia di Netanyahu, sono assediati da manifestanti che, almeno apparentemente, non si accontentano delle brioche.

L’ORIENTE E IL RITORNO DEL VIRUS

L’Asia cerca di tornare alla normalità ma il rapido diffondersi di nuovi focolai nella regione rischia di compromettere gli sforzi, adottati in questi mesi, per contenere il virus. Nella Corea del Nord del dittatore stalinista Kim Jong-un non ci sono conferme di infezioni. In quella del Sud, il livello del monitoraggio è attento, dopo gli ultimi casi di Seoul è stato reso noto che la seconda ondata prevista dai virologi per il prossimo autunno è giunta in largo anticipo nel Paese rispetto alle attese: forse innescata dalle affollate spiagge o dalla movida nei locali della sera. Le autorità sudcoreane hanno vietato gli eventi pubblici e imposto l’obbligo di indossare la mascherina. Riaperti invece i cancelli delle scuole. Termometri agli infrarossi ed ingienizzante per le mani devono essere presenti all’ingresso di grandi magazzini, ristoranti ed alberghi. Intanto, altri cluster compaiono in Cina. Fallito il tentativo di circoscrivere l’epicentro di Pechino, il virus ha superato i confini dei quartieri della capitale arrivando ad interessare la provincia di Hebei. Déjà vu di Wuhan: test e tamponi a tappeto, militari dislocati nelle strade, lockdown. Migliaia di voli cancellati. Nella lotta al Covid i vertici di governo cinesi hanno autorizzato la vaccinazione, sperimentale, all’esercito. In India, purtroppo, la crescita giornaliera delle infezioni è drammatica. A Mumbai ed a Delhi il sistema sanitario è oramai prossimo al collasso. La Germania ha esortato i connazionali presenti nel territorio a “considerare il rientro o il temporaneo spostamento in uno stato con migliori strutture sanitarie”. Nel resto dell’Estremo Oriente il quadro “clinico” è assai più ottimistico. Fanno eccezione l’Indonesia e le Filippine alle prese con un innalzamento del numero di casi. A Singapore, invece, valori stabili e non preoccupanti. Come del resto non allarmano la Malesia e il Giappone. La Thailandia, che nelle ultime settimane è retrocessa di posizione in posizione nella classifica delle statistiche degli stati con i maggior contagi mondiali, ha riaperto le saracinesche dei bar, dopo i giorni del coprifuoco notturno. A livello globale, meglio di Bangkok, solo Mongolia, Vietnam, Myanmar, Laos e Cambogia con zero decessi.

ADDIO AL VATE DELL’ANTIFASCISMO STERNHELL

“Fondamentalmente il Sionismo è nato con lo scopo di riportare il numero più alto possibile di Ebrei in terra d’Israele aspirando ad uno stato indipendente dalle caratteristiche simili a quelle di ogni stato nazionale dell’Europa, che era allora il modello dei primi sionisti. Il significato del Sionismo non è cambiato, ma la Guerra dei Sei Giorni e la conseguente occupazione del West Bank, hanno posto questa ideologia di fronte a nuove e difficili domande: è giusto, necessario e degno che lo stato nato dallo sforzo del Sionismo, domini un altro popolo? Personalmente penso che al Sionismo, nato per liberare il popolo ebraico, sia vietato di dominare un altro popolo ed è su questo punto che verte la discussione che è così viva e profonda nella società israeliana: sulla scelta fra il “Sionismo portatore di libertà” e il “Sionismo dominatore”.” Sono le parole di Zeev Sternhell, storico israeliano. Militante del movimento pacifista e insignito del premio Israele per le scienze politiche nel 2008. Mentore della sinistra, è opinionista per vari quotidiani, commentatore attento e critico alle problematiche di Israele. “Sulla questione del futuro del Sionismo, la società israeliana è divisa circa a metà e le recenti elezioni hanno ancora una volta confermato questo fatto. La vittoria di cui tanto si parla è un risultato personale di Netanyahu che è riuscito a convincere gli elettori tradizionali della destra a convogliare sul suo partito, il Likud, i voti che precedentemente erano stati distribuiti fra i vari partiti di questo raggruppamento. Anche nella sinistra il partito laburista si è rafforzato a discapito dei partiti che gli sono ideologicamente più vicini. I due raggruppamenti – quello della destra e quello della sinistra – escono da queste elezioni, ancora una volta, come entità di dimensioni simili, con un leggero vantaggio per la destra. Alla domanda su dove può portare questa polarizzazione della società israeliana, le devo rispondere purtroppo che sono sempre meno ottimista. Anche se questa maggioranza della destra ha margini minimi, rimane ancora maggioranza e permetterà al “Sionismo dominatore” di rimanere al potere, di perpetuare la situazione in cui Israele è democrazia per noi stessi ma non per i Palestinesi, di mantenere l’occupazione dei Territori e di continuare a colonizzare le terre dei Palestinesi e a tenerli in una forma di apartheid. Temo che il nuovo governo riproporrà la “Legge sulla Nazionalità”, che ha in sé il potenziale di discriminare gli Arabi israeliani, cercherà di ridurre al minimo l’influenza della Corte Suprema [che in Israele ha anche funzione di Corte Costituzionale n.d.r.] e in generale di influire sugli orientamenti educativi, culturali e mediatici sostenendo che non riflettono e anzi contraddicono il volere democraticamente espresso dal popolo nelle elezioni. A questo si sta avviando la società israeliana e la mia paura è che un numero sempre crescente di persone e in particolare di giovani, si chiederà se questo è veramente il paese in cui vogliono continuare a vivere.” Secondo lo studio della ong Peace Now il 2014 è l’anno dei record di gare d’appalto israeliane nei Territori Palestinesi Occupati della Cisgiordania e Gerusalemme. I bandi per costruire nuove unità abitative sono stati 4.485 con una crescita annuale dei coloni in territorio palestinese del 5,5%. L’espansione coloniale ha copiato per certi versi il modello di radicamento nel territorio dei pionieri kibbutnik, ma con una filosofia assai diversa. “C’è una forte somiglianza fra i due fenomeni, soprattutto per la assoluta sproporzione fra le dimensioni numeriche e la reale influenza politica. Tutte le organizzazioni cooperativistiche insieme, nel loro periodo di maggiore espansione, non hanno mai superato il 6-7% della popolazione israeliana. Le persone che vivono oggi nei territori al di là della linea verde sono circa 350.000 ma per la stragrande maggioranza di loro si tratta di una scelta economica, fatta per sfruttare le facilitazioni fiscali e i ridotti costi abitativi e dell’edilizia. I coloni “ideologici” sono poche decine di migliaia di persone che rappresentano una percentuale minima della popolazione israeliana ma che sono rappresentati nell’ambito della destra da un intero partito (Habayt Hayeudi) e dalla presenza come forza secondaria di sostenitori anche in tutti gli altri partiti della destra. E’ una forza che viene dalla propria ideologia assoluta, incrollabile, dalla certezza di essere nel giusto, senza dubbi. Tutto quello che manca da anni alla sinistra”. Nel settembre del 2008 il professore Sternhell è rimasto ferito in un attentato contro la sua persona. La matrice politica dell’azione terroristica risale alle frange dell’estrema destra israeliana. Il grave crimine non ha tuttavia smussato la passione civile di Sternhell, tutt’altro. “La legislazione influenzata e incoraggiata dalla “rivoluzione costituzionale” di Aharon Barak negli anni novanta, ancor prima che fosse scelto come Presidente della Corte Suprema, definiva Israele come stato ebraico e democratico in cui la maggioranza è ebraica e il sistema democratico assicura che tutti i cittadini godano degli stessi diritti. Quello che la Legge sulla Nazionalità farà, se verrà approvata, è stabilire l’esistenza di due comunità – una ebraica nazionale, l’altra civile più estesa, comprendente tutti gli altri, compresi gli Arabi. In caso di contraddizione o scontro fra gli interessi delle due comunità, quella nazionale ebraica godrà automaticamente della preferenza. La “nazionalità ebraica” diventerebbe una categoria giuridica alla quale la stessa Corte Suprema sarebbe sottoposta. Quello che farà la differenza nell’operato del prossimo governo sarà la omogeneità o meno su posizioni di destra. Se non ci sarà qualcuno ad arginare queste iniziative, come è stato con Lapid e la Livni negli ultimi governi, questa legislazione prenderà corpo e metterà in serio pericolo la democraticità di Israele.” Tra il 1990 e il 2000 approdarono in Israele ottocentomila cittadini dell’ex Unione Sovietica. Il primo mezzo milione si riversò nel paese nel giro di appena tre anni. Nel loro complesso determinarono un incremento demografico di circa un quinto rispetto alla popolazione israeliana di fine anni Novanta. Il direttore dell’Agenzia ebraica, l’ente che si occupa di accogliere e favorire l’integrazione in Israele degli ebrei che scelgono di fare l’aliyah (andare a vivere in Israele) ha dichiarato che dal 2010 al 2014 sono arrivati in Israele circa 100 mila nuovi immigrati, ben 245 mila negli ultimi dieci anni. Dati alla mano sempre più ebrei lasciano l’Europa dove la convivenza peggiora anche a causa del perdurare del conflitto israelopalestinese. “Non penso che l’immigrazione dall’Europa assumerà le proporzioni di un’ondata, certo non come quelle che abbiamo conosciuto dopo la fondazione dello Stato nel 1948 o con l’arrivo di oltre un milione di Russi dopo la caduta dell’Unione Sovietica. Da una parte gli Ebrei europei hanno radici molto ben piantate nei paesi in cui vivono e dall’altra l’antisemitismo in Europa non ha ancora raggiunto proporzioni che spingano gli Ebrei a fuggire frettolosamente dalle proprie case e attività. La crescente presenza e influenza islamica potrebbe fare da ulteriore catalizzatore, laddove i musulmani identificano gli Ebrei con la politica di Israele e questi diventano “le vittime” dell’odio nei confronti dello stato ebraico. Siamo insomma di fronte a un paradosso e cioè che Israele non solo non è una soluzione per questi Ebrei, ma diventa anche un problema. Credo comunque che arriveranno alcune decine di migliaia di persone, per lo più appartenenti agli strati sociali medio-bassi, molti di questi religiosi. Un pubblico già ben identificato con il centro destra, che non avrà nessun problema ad inserirsi in questa fascia politica con la cui ideologia si riconosce. E la destra ne uscirà ancora più rinforzata.”

Passo tratto da Voci da Israele, L’Espresso ebook, 2015.

Alfredo De Girolamo e Enrico Catassi

IL SULTANO SENZA MASCHERA

Il lungo sultanato di Recep Tayyip Erdogan è passato indenne al golpe, e ora è alla prova di una nuova congiura di palazzo, in atto per la sua successione. E a portare alla luce lo scontro politico è stato il Coronavirus. Le recenti frizioni nel governo sulla gestione dell’emergenza sanitaria rispecchiano le dinamiche della lotta esplosa tra le diverse correnti del partito Akp, fondato dal presidente e di fatto in mano alla sua famiglia.
La Turchia ha confermato ufficialmente il primo caso di Covid19 lo scorso 11 marzo. Quello che il ministero della sanità di Ankara riconobbe come il paziente zero era appena rientrato da un viaggio in Europa. Altre informazioni relative al contagiato non sono state rese pubbliche, per non violare la privacy del malato. Mentre, paradossalmente la libertà di stampa latita. Al vaglio del parlamento una legge che permetta il totale controllo delle app di messaggistica. Erdogan affronta un calo di consensi e popolarità. Un distacco che è andato ampliandosi con l’acutizzarsi della crisi economica e finanziaria degli ultimi anni: il crollo della lira, la galoppante inflazione, l’elevato tasso di disoccupazione e l’escalation militare in Siria contro i curdi. Trema l’industria del turismo, che con i suoi circa 50 milioni di visitatori l’anno è un asset strategico, e al contempo molto fragile. In balia di effetti negativi come il terrorismo ma anche imprevedibili come la pandemia.
Da quando è stato annunciato il coprifuoco, a Istanbul, ma un po’ ovunque nel Paese, ci sono state scene di panico generale, supermercati invasi e razziati, lunghe code nelle strade nel tentativo di scappare dai grandi centri urbani. Qualcosa è andato storto nella comunicazione governativa. Evidentemente sono stati fatti errori su errori nel fronteggiare l’epidemia. La decisione di chiudere la frontiera con l’Iran e cancellare i voli verso destinazioni con alti tassi di infezione, tra cui l’Italia, non sono state misure sufficienti a contenere Covid19. E oggi il boom dei contagi rischia di aggravare la situazione. La Mezzaluna Rossa turca, che aderisce alla Croce Rossa internazionale, e l’Organizzazione Mondiale della Sanità hanno recentemente allertato sulla possibilità che il virus possa colpire in modo catastrofico la parte più vulnerabile della popolazione. A partire dai rifugiati, 4 milioni di persone, il 90% proveniente dalla Siria, dalla guerra.
Il sistema sanitario nazionale turco, privato e pubblico, nonostante gli avvisi e gli echi dal resto del mondo non ha sviluppato un piano di scorte di materiale medico. E le strutture sono al limite. Il governo per placare le polemiche ha fatto distribuire mascherine e disinfettanti. Svuotato le carceri con una maxi-amnistia per un terzo dei detenuti, 90 mila, escludendo dal provvedimento gli oppositori politici.
In molti, intanto, si chiedono se Erdogan fosse a conoscenza della presenza del Coronavirus già da tempo. Chi critica è convinto di ciò. La stampa filo governativa ha invece serrato i ranghi contro le “speculazioni”.

IL COVID NEL MONDO, STORIE D’ASIA

A Wuhan, luogo di origine del Covid19, la gente è finalmente “libera” e può uscire di casa. Dopo 76 giorni di isolamento. In molti, come prima cosa, hanno fatto le valigie e lasciato la città trasferendosi in regioni vicine. Con il rischio per la Cina di una nuova diffusione del contagio, il temuto rebound: altri contagiati sono stati registrati al di fuori della provincia di Hubei. Dopo decine di nuove infezioni l’Impero del Dragone ha deciso di assegnare ingenti risorse economiche per prevenire la diffusione del virus. In una delle “tigri” asiatiche, a Singapore, il governo ha invitato, per mitigare la crisi dei generi alimentari, a coltivare il proprio orticello sui tetti, di casa o dei parcheggi. La città-stato produce circa il 10% del proprio fabbisogno, il resto è importato ma le restrizioni sui trasporti della grande distribuzione hanno innescato una situazione alquanto caotica, tra carenze e impennata dei prezzi nei negozi. Per evitare il panico le autorità hanno assicurato investimenti per 21 milioni di euro a sostegno della produzione di uova, verdure e pesce. Inoltre, è stato predisposto un programma per promuovere l’utilizzo di spazi agricoli alternativi come i siti industriali dismessi e, appunto, i tetti. A Singapore inoltre è stato sospeso l’utilizzo di una nota piattaforma social per video conferenze adoperata dagli insegnanti, dopo aver riscontrato evidenti violazioni della privacy. La Malesia sotto blocco parziale registra una decrescita di casi, tuttavia, le restrizioni al movimento sono state estese sino alla fine del mese. In Indonesia la curva del contagio è in aumento. In Corea del Sud, nella città di Daegu, con il più diffuso focolaio, i casi sono zero, per la prima volta da febbraio.
In Pakistan i contagiati sono in continuo aumento come il numero dei decessi. Le recenti proteste in piazza dei medici pakistani, che evidenziavano una situazione ingestibile e le “deplorevoli” condizioni in cui devono lavorare, sono state represse dalla polizia con l’uso della forza. A Islamabad, tuttavia, la misura che limita la presenza di un massimo di cinque persone contemporaneamente all’interno delle moschee è stato quasi completamente ignorato dai fedeli.
Nei regni della Cambogia e della Thailandia l’assenza dei rispettivi monarchi, uno a Pechino per visite mediche e l’altro in vacanza in Baviera, ha di fatto lasciato pieno potere ai militari. A Bangkok dall’emergenza nazionale (adottata anche dal Giappone) si è passati al coprifuoco notturno. Nella terra dei khmer invece da giorni si prospetta l’introduzione della legge marziale. Il Bangladesh ha optato per sigillare il quartiere di Cox Bazaar, dove sono ospitati oltre un milione di rifugiati Rohingya, provenienti dal vicino Myanmar.
Mentre l’India è sul baratro della catastrofe umanitaria. Nel nord ovest del Paese, nella regione del Punjab, un raro panorama si offre alla vista, grazie alla riduzione dell’inquinamento atmosferico: le imbiancate vette dell’Himalaya distanti centinaia di chilometri.

IL MEDIORIENTE E IL VIRUS

Politica, religione e il coronavirus in Medioriente. A Gerusalemme al Santo Sepolcro è permesso l’ingresso solo ai “custodi” rappresentanti delle diverse dottrine cristiane, che “mantengono” lo status quo del luogo. Saltata la tradizionale processione della domenica della palme sul Monte degli Ulivi e rinviata la messa crismale, a Pasqua le porte della Basilica,che secondo la tradizione ha ospitato le spoglie di Cristo, resteranno chiuse. Intanto, il premier israeliano Benjamin Netanyahu, è di nuovo in quarantena.
La decisione del primo ministro in carica è stata presa dopo che il ministro della Sanità, il rabbino ortodosso ed uomo di punta del partito Yahadut Ha Tora Yaakov Litzman, è risultatopositivo al virus. Israele conta 42 morti e si sfiorano 7.600 casi. I dati del ministero della Sanità parlano di 115 pazienti in condizioni gravi e di 427 israeliani guariti dopo aver contratto la Covid19. Ma i numeri continuano inesorabilmente a salire. L’isolamento del leader della destra cade proprio nel momento di frenetiche consultazione per formare un governo di unità nazionale in l’ex rivale Benny Gantz. E l’introduzione di misure di contenimento più stringenti (incluso l’impiego dei servizi segreti nel tracciamento dei contagiati) trova l’opposizione, anche violenta, della comunità degli ebrei ortodossi, restii a rinunciare alle proprie abitudini.
Nelle città e nei quartieri degli haredim, Covid19 cresce tre volte di più rispetto al resto di Israele. Intanto è stata sigillata dai militari Bnei Brak. In questa città con 200mila abitanti, poco distante da Tel Aviv, la cui stragrande maggioranza dei residenti osserva rispettosamente le leggi talmudiche, è stato riscontrato il più diffuso contagio: il 38% dei cittadini testati è risultato positivo a Covid19. Mentre, a pochi chilometri di distanza, nella Striscia di Gaza,la dittatura di Hamas impone di posticipare i matrimoni. E l’Autorità Nazionale palestinese, che governa in Cisgiordania, ha imposto la chiusura dei territori: Betlemme, culla della Natività, è sigillata da giorni.
In Medioriente il primo focolaio è esploso ai margini della regione, in Iran. L’epicentro del contagio è stata la città santa sciita di Qom, cuore della rivoluzione dell’Ayatollah Khomeyni. Probabile che il virus sia stato veicolato da addetti alla costruzione della moderna rete ferroviaria ad alta velocità, oppure tramesso da un pellegrino: il santuario di Fatimah al-Masumah attira fedeli musulmani da tutto il mondo, inclusa la Cina. Teheran ha ufficialmente confermato i primi decessi da coronavirus il 19 febbraio scorso. Una settimana dopo casi erano segnalati in 24 delle 31 province. L’onda del contagio si era estesa anche fuori dal territorio nazionale. Similmente anche in Bahrein, Oman, Kuwait, Qatar e Arabia Saudita gli infetti avevano trascorso un periodo in Iran.
Attualmente, in Giordania è esploso il caso delle mascherine non a norma. Mentre, in Iraq il personale medico protesta per la mancanza di medicinali e ventilatori. E in Libano, dove il primo paziente positivo è stata una donna appena rientrata da Qom, sono i camionisti a criticare il governo. Il Kuwait ha “richiamato” 17mila insegnanti egiziani che hanno lavorato nel Paese, in passato. L’Arabia Saudita ha posto in quarantena l’area di Qatif, dove gli sciiti sono la maggioranza. E il ministero della Sanità ha invitato coloro che si erano recati in Iran a dichiararlo alle autorità. Pur avendo violato la legge che vieta di visitare l’Iran, decine di persone hanno risposto fornendo le generalità, e di fatto autodenunciandosi.

COVID-19 E L’AFRICA

L’Africa sta iniziando a fare i conti con Covid-19. L’Organizzazione Mondiale della Sanità esprime forte preoccupazioni per il contesto più povero al mondo, con fragili sistemi sanitari e strumenti limitati. Vari governi hanno infatti chiesto di agire contro la diffusione del coronavirus attraverso la sospensione degli interessi sul debito contratto, misura caldeggiata persino dalla Banca Mondiale. Ma con l’aumento esponenziale del numero dei contagiati, che supera i 2.500 casi in 43 paesi su 54, nei confronti degli occidentali cresce la tensione. Statunitensi ed europei sono accusati di essere gli untori. Dal Kenya all’Etiopia si segnalano violenze verbali e fisiche che coinvolgono anche molti italiani. Minacce nei confronti di nostri connazionali sono state segnalate anche in Camerun, Ghana e Tanzania. Il primo stato a dichiarare la calamità e lo shutdown, è stato il Sudafrica, afflitto da centinaia di casi. Quello stesso Sudafrica, che nella sua recente storia annovera il primo trapianto al mondo di cuore eseguito dall’equipe del dottor Barnard, sul finire degli anni ’60, e una epidemia di HIV tra le più gravi di sempre, a cavallo tra i due secoli, 300mila morti. I posti letto in terapia intensiva sono circa mille, un quinto in strutture private. Covid-19 è quindi una nuova sfida in aggiunta ad altre, endemiche, che mietono vittime sopratutto nelle sterminate baraccopoli delle periferie di Città del Capo, Johannesburg e Pretoria. Malawi e Zimbabwe invece non hanno ospedali in grado di accogliere infetti da virus. In Somalia è stata istituita un’area di quarantena nell’aeroporto di Mogadiscio, diventata un’anticamera dell’Inferno. Nel Sud Sudan, devastato dalla recente lunga guerra civile, sarebbero disponibili solo 24 letti a norma. Sia l’Uganda che la Nigeria, dopo aver affrontato “l’esperienza” Ebola, hanno attivato un piano di emergenza nazionale. In Congo chiusi i parchi nazionali per proteggere dall’estinzione gli indifesi gorilla.

L’incapacità di contenere il virus, sia in Europa che negli USA, è ovviamente un messaggio negativo per i paesi in via di sviluppo. Il timore è che il Coronavirus possa accelerare la sua diffusione, moltiplicandosi con effetti devastanti sull’umanità.

L’ORA, O MEZZ’ORA, DI GANTZ

Israele tra scenari politici in evoluzione e una nuova guerra, al coronavirus. Il generale Benny Gantz è stato incaricato dal presidente Reuven Rivlin di esplorare la formazione di un governo, avrà qualche settimana a sua disposizione. Quando uscirono i primi exit poll nelle recenti elezioni l’ex capo di stato maggiore era stato dato prematuramente per sconfitto, e politicamente finito. Allo stesso modo nulla sembrava poter evitare a Benjamin Netanyahu l’udienza in tribunale per i casi di corruzione di cui è accusato, ma l’introduzione del pacchetto delle misure di emergenza alla pandemia ha automaticamente rinviato, dal 17 marzo al 24 maggio, il suo processo. L’aver riconquistato la vetta delle preferenze dei consensi nelle ultime elezioni è indubbiamente un trionfo a metà per Netanyahu, risultando uno sforzo insufficiente a garantire alla destra la maggioranza alla Knesset.

La terza elezione in meno di 12 mesi ha inesorabilmente diagnosticato un Paese debilitato dallo stallo parlamentare. Senza l’esplosione del coronavirus anche in quell’angolo di Medioriente, sponda meridionale del Mediterraneo, avremmo molto probabilmente sentito già ipotizzare la data di una quarta biblica tornata elettorale. Sarebbe stato quasi inevitabile, ma la storia può prendere strade impensabili e imprevedibili. Comunque vada le acque della palude si sono smosse non per il timore di Hamas, Hezbollah, Iran o terrorismo ma agitate da un nemico invisibile, e ancora difficilmente isolabile.

Nella nazione, eccellenza delle start-up, la ricerca per limitare l’epidemia prosegue spedita e l’uso delle moderne tecnologie fa discutere. Rimbalzava da giorni la possibilità di un esecutivo guidato da Gantz, con Kahol Lavan, ed appoggiato da tutta la Lista araba (15 seggi, determinati), terza forza del Paese. Una coalizione alquanto inusuale, sostenuta anche dal leader del centro-sinistra, del Labor-Bridge-Meretz, Amir Peretz e dai nazionalisti di Avigdor Liberman. I numeri sulla carta non difettano. Ma amalgamare così differenti anime resta un’impresa epica se non mistica. Risulta quindi sempre “credibile” l’opzione che Netanyahu, un politico con la spiccata abilità nel costruire e riparare maggioranze, alla fine riesca ad inventare qualcosa per restare nella residenza di Balfour street.

Nel caso in cui l’operazione di Gantz non raggiungesse risultati concreti, allora Netanyahu potrebbe racimolare un manipolo di parlamentari “responsabili”, necessari per arrivare ad avere la maggioranza alla Knesset. Una mossa che sicuramente non troverebbe il consenso del presidente Rivlin, che dal giorno dopo il voto è un tessitore indomito di un patto tra il Likud e Kahol Lavan, e della rotazione al vertice. Intanto, appena ricevuto il mandato,Benny Gantz ha promesso di rendere il processo di formazione il più rapido e inclusivo possibile. Il generale si è impegnato a dare ad Israele “un governo il più ampio e patriottico possibile” e a “guarire la società dal coronavirus, così come dai virus della divisione dell’odio”.

NETANYAHU E’ PRIMO

Israele e la vittoria di Netanyahu, passata dai 10.631 seggi elettorali sparsi in tutto il Paese. Alle 22 di sera, le 21 in Italia, si sono chiuse le urne per il rinnovo del parlamento. In uno stato che è dovuto tornare a votare, dopo che ad aprile e settembre del 2019 non è riuscito a trovare una maggioranza chiara, quasi “italianizzatosi” alla retorica del ritorno al voto spasmodico. Tre elezioni consecutive e l’ennesimo responso: c’è un problema nel definire la maggioranza nella Knesset. E ovviamente stabilire un governo, trovare un leader, dare stabilità. I sondaggi della vigilia avevano previsto un testa a testa, con un leggero vantaggio del Likud di Netanyahu sullo sfidante Gantz e il partito “Blu e Bianco”, i colori della nazione. Stando agli exit poll è il longevo primo ministro ad imporsi e la coalizione che l’appoggia ad un passo dalla maggioranza assoluta. Alta l’affluenza. Per una campagna dai toni moderati, rispetto alle due precedenti. Lo stesso presidente Rivlin non ha mancato di lanciare qualche stoccata alla politica: “Questo è normalmente un giorno di festa, ma la verità è che non ho voglia di festeggiare. Meritiamo un governo che lavori per noi”. Ed ha lanciato un forte appello contro l’astensionismo. “Vi chiedo: andate a votare. Ogni voto è quello giusto. Ogni voto è la vostra voce. Andate e fatela sentire”. Un appello forte che è stato raccolto e che ha fatto registrare una partecipazione al voto come non si vedeva dal 2015. Il popolo d’Israele si è recato alle urne per dare una svolta, evitare un altro risultato ambiguo e il prolungamento dello stallo politico.

L’allungo finale della corsa dell’attuale premier e signore assoluto della destra israeliana è arrivato dopo aver corteggiato assiduamente la comunità etiope, quella favorevole a legalizzare le droghe leggere, il movimento dei coloni e persino la categoria dei tassisti. Il messaggio propagandistico conclusivo era stato dedicato all’elettorato religioso. Una ricerca di consensi in un’area che rappresenta una novità per Netanyahu, politico laico e di estrazione liberale. In fondo su quel lato è sempre stato ben coperto da potenti alleati, i due partiti religiosi ortodossi. Quello di tradizione sefardita, lo Shas, e quello di “famiglia” ashkenazita, lo Yahadut HaTorah. Ma il falco di Gerusalemme aveva la necessità di ottenere un voto in più dell’avversario, e quando deve cannibalizzare voti è un razziatore feroce: che non mostra pietà per nessuno, nemmeno per gli amici. Ha polarizzato nuovamente l’opinione pubblica, e ha saputo imporsi anche in questa battaglia. Distogliendo l’attenzione dagli scandali giudiziari che lo riguardano. Parziale successo per l’unione delle forze arabe. Risultato deludente invece per il centrosinistra sionista unito e allargato, sommando i seggi il totale nel precedente parlamento erano 11 seggi. Ora in blocco si fermano a 6, segno di un’inarrestabile declino. I nazionalisti di Yisrael Beytenu guidati da Avigdor Liberman restano l’ago della bilancia.