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TRUMP PROVA A COMPRARE I PALESTINESI

Trump e una nuova ossessione, i palestinesi. Ad infastidire il chiomato presidente della prima potenza mondiale sono pochi milioni di palestinesi, la maggior parte dei quali vive sotto occupazione israeliana o in campi profughi sparsi per il Medioriente. L’inquilino della Casa Bianca non ha digerito il rifiuto ad accettare la sua proposta per Gerusalemme capitale di Israele ed è passato alle minacce via tweet. Dimostrando di essere un capo di stato tutt’altro che banale e innocuo. È un prepotente che aspira a edificare un ordine geopolitico irrazionale perchè centrato su contrapposizione ed esclusione. Trump nel tentativo di convincere la riluttanza, e resistenza, palestinese a sottomettersi al suo programma, ha giocato la carta bieca del ricatto dei dollari. Scoprendo che la Palestina non è in vendita e non si piega servilmente a diktat.
Un recente studio della Banca Mondiale “profetizza” un boom record per l’economia palestinese nei prossimi dieci anni, con un tasso di crescita del 6%, stimando 50mila nuovi posti di lavoro nella Cisgiordania e 60mila a Gaza. A fronte di un’attuale percentuale di disoccupazione che oscilla intorno al 30, e raggiunge punte superiori al 40% in alcune aree della Striscia di Gaza. Nel rapporto della Banca Mondiale è evidenziato come il potenziale sviluppo economico andrebbe a colmare le odierne lacune: scarsi investimenti nella formazione professionale, assenza di un catasto, carenza di riforme fiscali, incapacità di uniformare la riscossione delle imposte, insufficiente qualità dei servizi al cittadino e un maestoso esercito di statali da razionalizzare. A medio termine il quadro della Palestina presenterebbe promettenti possibilità per una crescita sostenibile, naturalmente siamo nell’ambito delle ipotesi, lontani dalla realtà. Due fattori condizionano e determinano il futuro dei palestinesi: il conflitto israelopalestinese e gli aiuti internazionali. Secondo l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OECD), negli ultimi 25 anni sono stati investiti in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza oltre 35 miliardi di dollari in aiuti. Per una media di 560 dollari pro capite all’anno. Cifra che pone il popolo palestinese tra i primi beneficiari di fondi non militari al mondo. Washington nel 2016 avrebbe erogato 616 milioni dollari a Ramallah, circa la metà convogliati nel programma dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso ai rifugiati palestinesi (UNRWA). I principali stati mondiali impegnati nelle donazioni (ufficiali) ai palestinesi sono: USA, Unione Europea, Arabia Saudita, Norvegia, Germania e Gran Bretagna. È quindi evidente come l’eventuale blocco dei contributi americani avrà una pesante ricaduta, che induce a riflettere sul funzionamento del sistema di donazioni frutto dell’impalcatura degli accordi di Oslo del 1993 e giunto sino ai giorni nostri, un metodo fatto di enormi flussi di denaro che non è riuscito ad impedire lo sgretolamento del quadro politico che l’aveva generato. I miliardi riversati nelle casse dell’Autorità Nazionale Palestinese, e nei conti privati di Arafat, non hanno accelerato la nascita di uno stato indipendente e sovrano, al contrario hanno parallelamente finito per convivere con il paradigma dell’occupazione e dell’espansione delle colonie illegali israeliane. Producendo una distorsione nel progresso dei diritti dei palestinesi. Inducendo una sorta di dipendenza da donazioni internazionali, aiuti che non sono stati in grado di portare positivi cambiamenti al livello di vita palestinese, in taluni casi hanno persino aggravato la situazione di settori chiave: sanità pubblica, agricoltura ed export. In Palestina la solidarietà internazionale ha raggiunto dimensioni industriali, senza perseguire gli obiettivi strategici fissati. Un fallimento che però non può assolutamente giustificare l’approccio dell’amministrazione Trump, dove si teorizza il riconoscimento “giuridico” all’occupazione e la negazione di un popolo.

TRUMP E I SIONISMI

L’anno appena concluso ha visto Trump ordire la sua vendetta contro l’Onu, tagliandogli i fondi per aver boicottato e condannato la sua decisione di riconoscere Gerusalemme capitale di Israele. Nella città Santa il 2018 si apre con il partito di destra del premier Netanyahu che spinge pubblicamente per annettere gli illegali insediamenti israeliani in Palestina. Il conflitto israelopalestinese è per sua natura alimentato da ideologie religiose e pretese politiche, e viceversa da pretese religiose e ideologie politiche, che inaspriscono la contrapposizione fomentando la violenza senza fine.
“Io continuo ad essere fiducioso nel raggiungimento di una pace basata sul principio due popoli – due Stati, sebbene la colonizzazione che Israele ha portato avanti negli ultimi decenni in Cisgiordania metta sempre più a rischio la possibilità che sorga uno Stato palestinese indipendente dotato di una minima contiguità territoriale. Proprio perché penso che questa sia la strada da perseguire, auspico un impegno forte della comunità internazionale in tal senso. Vista la posizione dell’amministrazione Trump, ripongo ovviamente le mie speranze nell’Unione Europea, a patto che Bruxelles abbia la consapevolezza che il tempo rimasto per la creazione di uno Stato palestinese degno di questo nome è molto poco e agisca con coerenza e rapidità”. A parlare è Arturo Marzano docente di Storia del Medio Oriente e Storia del conflitto arabo-israeliano all’università di Pisa, autore del volume Storia dei sionismi. Lo stato degli ebrei da Herzl a oggi (Carocci, 2017).
Professor Marzano quanto l’idea di Gerusalemme capitale è presente nel pensiero sionista?
“Da quando il movimento sionista, nel 1905, decise di scegliere la Palestina, allora parte dell’Impero Ottomano, come il luogo della realizzazione della propria rinascita nazionale, Gerusalemme ha avuto un ruolo centrale. Non è un caso che proprio a Gerusalemme sia stata fondata nel 1918 l’Università ebraica e che subito dopo la Guerra del 1948 Gerusalemme ovest – la parte orientale era passata sotto controllo giordano – sia stata scelta come capitale del neonato Stato. Con la Guerra dei Sei Giorni e la conseguente conquista della città vecchia – dove si trova il Muro occidentale (Kotel), il luogo più sacro per l’ebraismo – poi, Gerusalemme ha assunto un ruolo ancora più rilevante dal punto di vista identitario”.
L’annuncio di Trump ha scatenato il caos, perchè una mossa così avventata?
“Il riconoscimento da parte di Trump di Gerusalemme come capitale di Israele è dovuto, da un lato, a fattori di politica interna – mobilitare ulteriormente i propri elettori riconducibili alla destra evangelica filo-israeliana – e, dall’altro, a elementi di politica internazionale, vale a dire segnare la discontinuità con la prevedente amministrazione Obama rispetto al processo di pace israelo-palestinese e riaccendere lo scontro con l’Iran con l’obiettivo di smantellare l’accordo sul nucleare”.
Il pacifismo israeliano è una realtà radicata nella società, la politica di Netanyahu è vincente da due decadi nelle urne: è questa la grande spaccatura di Israele?
“Sono tante le divisioni all’interno della complessa e multiforme società israeliana. A mio avviso, la più rilevante frattura è attualmente quella tra due visioni di Israele. Da un lato, quella che si identifica con l’espressione Medinat Israel (Stato di Israele), che considera fondamentale l’esistenza di uno Stato ebraico indipendentemente dai suoi confini ed è, dunque, disposta ad un compromesso territoriale con i palestinesi. Dall’altra, la visione che si identica con Eretz Israel (Terra di Israele) e che ritiene essenziale il mantenimento del controllo su Giudea e Samaria (cioè la Cisgiordania), occupate nel 1967. Mentre per la prima tendenza rinunciare ai Territori palestinesi occupati significherebbe il proseguimento del sogno sionista, per la seconda il ritiro da quei territori significherebbe al contrario la fine stessa del sionismo”.
Nazionalismo palestinese e nazionalismo israeliano troveranno mai un punto d’incontro o rappresenteranno l’eterna contrapposizione di due mondi, e due popoli, inconciliabili?
“Non userei espressioni come “eterna contrapposizione”. Nonostante il conflitto sia chiaramente la realtà prevalente, sono esistiti in passato ed esistono tuttora numerosi esempi di collaborazione tra israeliani e palestinesi. Le organizzazioni non governative congiunte come “Combattenti per la pace”, tra le tante, lo confermano”.
La contesa di Gerusalemme è un libro aperto, pagine drammatiche di un conflitto secolare, dove le strategie imperialiste britanniche in passato e la visione trumpiana oggi continuano a giocare un ruolo inopportuno.

IL CORO NATALIZIO DEL PALAZZO DI VETRO LE CANTA A TRUMP

L’ONU bacchetta sonoramente la politica estera di Donald Trump. La Comunità internazionale, o almeno la sua quasi totalità, ribadisce che lo status di Gerusalemme è immodificabile e materia di negoziati tra palestinesi ed israeliani, qualsiasi atto unilaterale è illegale e nullo. Nonostante le minacce dell’ambasciatrice statunitense all’ONU Nikki Haley, a chi avesse tentato di condannare la decisione di Trump su Gerusalemme capitale di Israele, l’Assemblea del Palazzo di Vetro ha passato in modo schiacciante una risoluzione contro lo strappo del presidente americano. Parole, quelle di Trump, che avevano immediatamente scatenato tensioni tra esercito israeliano e giovani palestinesi, varcando i confini della Terra Santa ed espandendo la protesta nel mondo islamico. L’esito al Palazzo di Vetro arriva dopo che il più grande blocco di stati musulmani riunitisi a Istanbul, pochi giorni fa, aveva dichiarato in risposta al presidente americano, la parte di Gerusalemme est come capitale di un futuro stato palestinese. In quella sede il sultano Recep Tayyip Erdogan aveva tuonato contro Israele con toni durissimi, segnando una linea rossa. Erdogan sventolando la bandiera palestinese ha unito, almeno formalmente, tutto il mondo arabo. Il presidente turco ha dato vita ad una “alleanza” trasversale e destinata a non durare, tuttavia, è riuscito in un’impresa impossibile sul piano del contesto geopolitico mediorientale. Per la prima volta la Turchia si è posta come alternativa alle decisioni, e alle strategie, degli USA nella regione. La bomba di Trump ha generato, e non poteva non essere così, una reazione a catena che solo l’ONU poteva disinnescare, ma a questo punto contenerne gli effetti pare complicato. L’Europa si smarca dalla Casa Bianca in modo chiaro, rompendo un asse storico. Trump ha provocato le ire persino di papa Francesco, toccando un nodo, quello di Gerusalemme, molto delicato per il Vaticano. Mentre la Russia si avvantaggia allargando le influenze nell’area più “calda” al mondo. Mosca è interessata a mantenere il dominio sulla Siria, in modo da verificare sul terreno la validità della cooperazione con la Turchia. L’obiettivo principale della strategia russa è registrare il consenso internazionale per mantenere l’unità territoriale siriana, e salvare il regime di Assad. Un’approccio che porterà in secondo piano la causa del popolo curdo, rafforzando però l’asse tra Ankara e Damasco. La Russia è stata storicamente un forte alleato delle milizie curde in Iraq e Siria, e da sempre il Cremlino è stato favorevole all’indipendenza curda. Nel soqquadro creato da Trump i curdi perdono pezzi importanti di sostegno, non solo militare. Putin inoltre, si è dimostrato un credibile mediatore degli interessi dell’Iran e allo stesso tempo ha lavorato per raggiungere un equilibrio con Israele, ovvero le due principali potenze militari della regione assieme alla Turchia. Grazie alle pressioni dell’intelligence ex sovietica i miliziani sciiti, addestrati e armati da Teheran, presenti in Siria non sarebbero stati collocati nelle zone del Golan, evitando il rischio di contatto e scontri con l’esercito israeliano. Il Medioriente è in mano a nuovi player, palestinesi ed israeliani dovranno scegliere bene con chi schierarsi, gli “amici” talvolta possono dimostrarsi dannosi.

La contesa della città del Muro del Pianto, della Spianata e del Santo Sepolcro è strettamente connessa con il futuro della Palestina e del suo popolo. Sulla questione della criticità e delle sofferenze della comunità cristiana palestinese sotto occupazione israeliana già nel 2009 i Patriarchi e i massimi esponenti delle Chiese di Gerusalemme si erano espressi con un documento congiunto, il Kairos Palestina: “La nostra connessione a questa terra è un diritto naturale. Non è solo una questione ideologica o teologica. E’ una questione di vita o di morte”. Negare lo stato di Israele non è meno pericoloso di negare ai palestinesi uno stato, ed una capitale, condivisa pacificamente.

TRUMP E IL NODO GERUSALEMME

Donald Trump è pronto a dichiarare Gerusalemme “capitale indivisibile ed eterna dello stato di Israele”. Una mossa non inaspettata, già slogan nella campagna elettorale, chiodo fisso della stretta cerchia dell’inquilino della Casa Bianca. Una decisione che susciterà un terremoto dagli effetti imprevedibili, forse distruttivi, come commentano fonti palestinesi. Sicuramente destinata a produrre una reazione a catena. Ma Trump non avrebbe ancora deciso se riconoscere come capitale di Israele l’intera Gerusalemme o solo la parte Ovest. Il “dettaglio” non è da poco. Da un lato c’è una forzatura delle relazioni internazionali, dall’altro un’opzione più bilanciata, che manterrebbe in vita la flebile possibilità, auspicata dallo stesso Trump durante la sua visita in Medioriente, di arrivare ad un “accordo definitivo” tra palestinesi ed israeliani. Sotto l’egida dell’Arabia Saudita e del blocco anti-sciita, che gradirebbero il riconoscimento di Gerusalemme Est come capitale di un prossimo Stato di Palestina.

Le richieste sioniste divennero questione ascoltata dalla Casa Bianca con l’insediamento di Truman, coinvolto emotivamente dalle condizioni umanitarie dei reduci dai campi di sterminio. Il suo predecessore Roosevelt aveva instaurato con il mondo arabo un patto di non ingerenza. Nel 1945 gli USA invertono l’approccio e delineano un nuovo corso per il Medioriente. Senza avere un progetto preciso da perseguire per la Terra Santa, optano per la strada delle trattative. In meno di due anni di fallimentari negoziati e con l’inasprirsi delle violenze nella regione, gli americani, insieme ai britannici, gettano la spugna e chiamano in aiuto le Nazioni Unite. I lavori della commissione d’inchiesta Unscop (United Special Committee on Palestine) producono una carta geografica che suddivide il territorio in due stati, uno arabo e l’altro ebraico. Per Gerusalemme si suggerisce l’internazionalizzazione. Il documento è votato dall’Assemblea generale il 29 novembre 1947. Approvato con 33 voti a favore. Il rifiuto arabo è immediato. Il clima è incandescente, siamo al preludio alla prima guerra araboisraeliana. Nasce Israele e dopo 11 minuti il neonato stato è “battezzato” da Washington. La Cisgiordania è invasa, e annessa, dal regno hascemita. Sino al 1967, quando il 7 giugno le truppe del generale Dayan conquistano la città Vecchia con i suoi simboli. E’ la Guerra dei Sei giorni che si concluderà il 10 giugno con una vittoria schiacciante di Israele, guastata dall’attacco alla nave americana Liberty, un errore militare che segnò i rapporti con la presidenza Johnson. A fine giugno alla Knesset passano una serie di leggi per estendere il diritto e l’amministrazione della parte Est di Gerusalemme. Il 4 luglio l’ONU condanna l’azione giuridica israeliana. La fredda vendetta di Johnson arriva a novembre, il Palazzo di Vetro partorisce la risoluzione che diventerà il fondamento di tutti i successivi processi per un accordo di pace, la 242: terra in cambio di pace, ritiro dai territori occupati, riconoscimento per Israele e soluzione al tema dei profughi palestinesi. Da allora è un pantano diplomatico, di veti incrociati e risoluzioni inapplicate, gettate al vento.

Nell’ottobre del 1995 al Congresso passa il provvedimento per spostare l’ambasciata a stelle e strisce a Gerusalemme. Clinton non pone il veto, la legge entra in vigore a novembre. E prevede che a partire dal giugno 1999 la sede diplomatica accreditata avrebbe dovuto trasferirsi da Tel Aviv a Gerusalemme. Tuttavia, la normativa lasciava un margine di movimento al presidente, che per ragioni di sicurezza nazionale, avrebbe avuto facoltà di posticipare di sei mesi in sei mesi il “trasloco”, prassi utilizzata da tutti i suoi successori ma che l’avvento dell’imprevedibile Trump, amico fraterno di Netanyahu, vuole terminare.

Il paradosso del Medioriente è il gioco geopolitico che alimenta la frammentazione. Per portare pace e stabilità in un’area lacerata dai conflitti occorrono compromessi, piccoli e grandi. Sensibilità e ascolto. Doti che Trump ignora.

6 GIORNI

Giugno 1967. La guerra per rompere l’anello imposto a Israele dagli stati arabi è iniziata da poche ore e già l’esito è scontato. Nel Sinai la disfatta dell’esercito egiziano è catastrofica, i soldati del “faraone” Gamal Abdel Nasser sono allo sbando completo. Le divisioni di fanteria e i corazzati non hanno retto l’urto contro la tecnica e tattica dei comandi di Tel Aviv. Nei giorni a seguire l’esercito di Tzahal avanzerà sul fronte meridionale verso il canale di Suez e su quello nordorientale nel Golan in direzione di Damasco, praticamente indisturbato. Gli aerei con la stella di Davide hanno assunto la supremazia in cielo, grazie ad un attacco preventivo, chirurgico. Con un blitz preparato e lungamente studiato nei mesi precedenti, messo in atto nei minimi dettagli dal ministro della difesa Moshe Dayan e dal capo di stato maggiore Yitzhak Rabin, hanno dilaniato l’aviazione avversaria.

La conquista di Gerusalemme est arriva la mattina del 7 giugno con la ritirata della Legione araba fedele al re Hussein di Giordania. L’intervallo di potere della casa Hashemita in Palestina termina disastrosamente. La bandiera di Israele sventola sulla Spianata delle Moschee, prima di venire “diplomaticamente” ammainata. Le immagini di repertorio ritraggono le emozioni dei giovani e sorridenti soldati con la divisa verde al Muro del Pianto. Baciano devotamente la pietra bianca del perimetro dell’antico Tempio, in un clima di festa e canti. Nel volto di quei militari prevale un trasporto mistico, che racchiude la sensazione dell’intromissione divina, la Shekinà, nella battaglia. Coloro che volevano, con l’aiuto di Allah, spazzare via dalla Terra il fazzoletto di Israele avevano perso di nuovo.

Dopo 6 giorni di guerra, il 10 giugno di 50 anni fa il conflitto è praticamente concluso, inizia allora per Israele una simmetria che segnerà la sua storia contemporanea. È l’espansione in Palestina, prima dettata da ragioni strategiche di difesa e sicurezza, poi trasformata in status quo ed un domani forse in annessione.

Il 22 novembre dello stesso anno il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite approva la risoluzione 242, il pilastro della “pace giusta e duratura”. Questa volta oltre agli stati arabi è anche il governo israeliano a decidere di non ascoltare. Continuando il processo di riduzione drastica dello spazio fisico dei palestinesi, disegnando militarmente e politicamente una cartina destrutturata della Palestina, un puzzle di scavi archeologici, riserve naturali, zone di tiro, avamposti militari, muri e reticolati, strade e insediamenti coloniali. E che porterà con gli Accordi di Oslo alla “ghepardizzazione” dei Territori Palestinesi Occupati: divisione in tre diverse tipologie di aree di controllo.

L’assurdità ideologica che il diritto degli uni non è conciliabile con quello degli altri ha alienato entrambi. La filosofia israeliana del limite della pazienza e quella palestinese del vittimismo hanno ampliato la frattura tra i due popoli, oggi insanabile dal dilagare del jihadismo e del populismo. Il più martirizzato dei popoli e il più costantemente umiliato condividono il destino, tra muri di separazione o di sicurezza, tra check point o kamikaze: “una terra senza uomini per uomini senza terra” o “una terra senza diritti per un diritto alla terra”? La risposta è amara quanto i possibili scenari. Il primo, è che non avvengano cambiamenti “climatici”, in quel caso per i palestinesi sarebbe la strada di un lento ed inesorabile stato “soft” di apartheid. Nel secondo, e meno probabile, gli accordi porteranno ad uno stato binazionale. Nel terzo, con negoziati di compensazione, Gerusalemme diventa la capitale di due stati confinanti. Nell’ultimo gli stati arabi riconoscono Israele e aprono ai trattati, i palestinesi entrano in una sorta di confederazione, l’Egitto torna “ufficialmente” responsabile per Gaza e alla Giordania è “affidata” la West Bank. Ma su tutto potrebbe ancora prevalere l’estremismo.

L’IGNORANZA TRUMPIANA SU ISRAELE E PALESTINA

Quando nel 2010 Benjamin Netanyahu si presentò a colloquio alla Casa Bianca il padrone di casa non degnò, il primo ministro israeliano, del picchetto di onore e lo fece entrare da una porta secondaria. In quell’incontro che non lasciò notizia, quasi non fosse mai avvenuto, lo scontro tra i due leader ebbe toni pesanti, così raccontano i ben informati. Nessuna stretta di mano immortalata da foto di rito, nemmeno la classica amichevole conferenza stampa congiunta. I dissidi tra Obama e Netanyahu hanno avuto picchi di tensione altissima, ciò tuttavia non ha alterato lo stretto legame tra i due paesi, al contrario l’impegno americano in favore di Israele non è mai venuto meno, anche se il premier israeliano scaltramente, ha sempre lasciato passare il messaggio opposto al fine di screditare Obama e la sua visione. Sulla questione della Terra Santa l’ex presidente afroamericano aveva un’idea apertamente contraddittoria con l’indirizzo politico espresso dal governo di Netanyahu: possiamo accettare, praticamente, tutto, tranne il prolificare degli insediamenti israeliani in territorio palestinese. Ovviamente durante tutto il ciclo obamiano “il falco” della Knesset si adoperò per autorizzare altre colonie, facendo orecchie da mercante ai richiami di Washington. In realtà l’approccio di Obama all’eterno conflitto mediorientale non aveva nulla di nuovo, era in linea con quello dei suoi predecessori, a partire da Carter e sintetizzabile nel motto: porre le basi per la creazione di uno stato palestinese e assicurare la sicurezza di Israele. Clinton e Bush junior rafforzarono questo assioma, lavorando alacremente al processo di pace e organizzando una serie di incontri trilaterali dalle tante, troppe, aspettative. L’agenda della diplomazia statunitense, a prescindere dal partito di appartenenza del presidente e dai risultati raggiunti, era scritta in calce. Uno spartito passato di mano in mano agli inquilini della Casa Bianca. Per buttare al vento decadi di diplomazia internazionale in Medioriente è bastata una frase banale di Trump durante una conferenza stampa, nei giorni scorsi, al fianco dell’amico sodale Netanyahu: uno o due stati per me non fa differenza. Aggiungendo: decidano loro. L’ignoranza trumpiana, perchè di questo si tratta, lascia sgomenti. Com’è possibile trattare con tanta leggerezza una questione così intrigata e complessa? E che alla fine alimenta solo violenza. Il magnate newyorkese in pochi secondi ha smantellato l’impalcatura che reggeva il sogno di poter aver, un giorno, uno stato di Palestina in pace e limitrofo con Israele. Due popoli per due stati non è più una priorità delle trattative, non è più il faro nel mezzo di una tempesta implacabile. La soluzione dei due stati non è solo una voglia del momento o un castello di sabbia, è una lunga e tortuosa strada che nasce da un consensus internazionale su di una formula strategica per porre le condizioni di una pace futura: la Terra Santa è di entrambi, palestinesi ed israeliani, così come Gerusalemme. E se si vuole spingere per riconoscere Gerusalemme quale capitale di Israele, allo stesso tempo si dovrebbe almeno concedere che la parte est della città Santa diventi la capitale dello stato palestinese. O no? Trump, al solito, naviga nella vaghezza, scimmiotta, è sconcertante: al momento si è impuntato per spostare l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme, sfidando l’ONU. Una chiave di lettura delle affinità e influenze della destra israeliana su Trump è certamente da cercare nei consigli del genero Jared Kushner, un pontiere tra Gerusalemme e Washington, è stato lui ad aprire la linea di credito di Netanyahu sul suocero. L’obiettivo immediato di Netanyahu è definire una stretta alleanza con il mondo arabo “moderato”: Egitto, Giordania e stati del Golfo. Più o meno dittature al pari del vero nemico di tutti, l’Iran. Il mondo arabo ora dovrà scegliere se abbandonare al loro destino i palestinesi per frenare l’espansionismo persiano nella regione. E c’è da credere che Trump giocherà un ruolo centrale.  

 

I TERRORISTI DEL CALIFFO ALLE PORTE DI GERUSALEMME

Nel 1947 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvava la risoluzione 181 con un piano di partizione della Terra Santa, nel tentativo di risolvere il conflitto tra arabi ed ebrei scoppiato nella regione: il mondo arabo scelse la risposta peggiore. Settant’anni dopo attendiamo ancora la nascita di uno stato palestinese: democratico, indipendente e sovrano. C’è qualcuno che crede che ciò possa avvenire nel 2017? Obiettivamente pensiamo che solo un miracolo possa appianare uno dei conflitti più lunghi della storia. La situazione politica interna alle due realtà, palestinese ed israeliana, è talmente e palesemente compromessa da non permettere spiragli positivi: la destra nazionalista israeliana al governo, le criticità di Fatah e la dittatura di Hamas a Gaza, la prospettiva del radicarsi dell’Isis, la visione di Trump.

Eli Kaufam editorialista del Jerusalem Post, recentemente ha scritto nel suo blog non un commento di fisica quantica, ma una riflessione filosofica sull’era che ci attende: «Possono causa ed effetto andare indietro nel tempo? Nella realtà delle cose può il futuro determinare il passato? …. Se il futuro fosse in grado di determinare il passato, allora con un futuro meraviglioso quello che ci attenderebbe sarebbe un presente radioso, perché abbiamo già visto il passato e non era così bello.»

Nel contesto della Terra Santa gli errori del passato, effettivamente, sono stati troppi, determinando il presente e il futuro: culturalmente ma sopratutto politicamente il mancato riconoscimento dell’altro, da entrambi le parti, è ancora un aspetto sconcertante della questione israelopalestinese. Sicurezza, diritti umani, confini definiti per due stati per due popoli sono sempre stati l’obiettivo primario della Comunità internazionale. La cartina geografica più diffusa della Terra Santa è ferma al ’67, attualmente quindi è obsoleta. A prescindere dal caso in cui si creino le condizioni per uno stato binazionale, che si opti per una sorta di stato federale o meno, ci vorranno intense trattative e lunghi trattati. Oppure ciò che ci aspetta sono barriere, occupazione e terrorismo? La matita che dovrebbe tracciare la linea di demarcazione tra palestinesi ed israeliani è oggi spuntata, e Trump è pronto a strappare i fogli su cui disegnare.

Nei prossimi giorni a lasciare un segno sul quadro mediorientale ci proverà il presidente francese Francois Hollande, lontano dalla ricandidatura ha deciso di affrontare, senza troppe pretese, il nodo gordiano del conflitto israelopalestinese, invitando a Parigi per il 15 gennaio i rappresentanti di 70 stati. L’iniziativa parigina è l’ennesimo tentativo di alimentare il percorso di due stati per due popoli. Un summit accolto favorevolmente da Abu Mazen, presidente senza consenso, ma non da Netanyahu, primo ministro in bilico. A Parigi non ci saranno strette di mano tra nemici. In realtà c’è però un certo interesse per quanto presenteranno le tre commissioni che da mesi lavorano ad una road map. Ciascuna analizzando una differente prospettiva: la struttura delle istituzioni palestinesi, il contributo economico, in particolare quello europeo, e infine la partecipazione della società civile al processo di pace. L’ultimo attentato sulla promenade di Gerusalemme, e la folla a Gaza in visibilio per il martirio dell’attentatore; le minacce alla giuria e le proteste di piazza al processo contro il soldato israeliano che freddò un prigioniero palestinese; le vignette pubblicate qualche giorno fa dal quotidiano Al-Hayat Al-Jadida che mostravano soldati dell’esercito israeliano uccidere Babbo Natale; i nuovi insediamenti israeliani. Dipingono un presente senza futuro.

Brexit e Israele

Il referendum sulla Brexit non è solo una questione esclusivamente British ma impone una attenta analisi fuori dei confini del Vecchio Continente. Il valore e il peso dell’esito di questo appuntamento hanno ricadute internazionali che vanno ben oltre la cornice europea. «L’uscita della Gran Bretagna dalla Ue sarebbe una battuta d’arresto non solo economica ma geopolitica» ha recentemente commentato il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk. L’ansia di Londra, in queste ore di voto, contagia le borse, le banche e le altre capitali europee. Anche in Medioriente il dibattito è aperto. La Brexit entra persino nella questione più intrigata di sempre: il conflitto israelo-palestinese. Non poteva essere altrimenti, la Terrasanta, come oggi la conosciamo geograficamente, è strettamente legata alle scelte politiche dell’Impero di Sua Maestà: il vulnus storico è, e rimane, il periodo del Governatorato britannico della Palestina post Prima Guerra Mondiale. Con l’inasprimento del confronto tra arabi ed ebrei, “l’uso e la strumentalizzazione” dell’odio degli uni verso gli altri, radicando nelle rispettive società e culture la paura e l’uso della violenza. Un orrore, che nasce da un errore, di cui ancor oggi paghiamo le drammatiche conseguenze. Alla vigilia del voto inglese è interessante osservare e capire come a Gerusalemme palestinesi ed israeliani riflettono su questa scadenza elettorale. La maggioranza delle persone, di qua e di là dal muro, dimostrano un approccio di fondo strettamente legato al proprio portafoglio, guardando la concretezza della cosa, gli effetti immediati sulla valutazione della moneta visto che l’Europa è il primo partner commerciale: cosa farà lo shekel, ci sarà la svalutazione del nuovo siclo israeliano in caso di Brexit? Domanda più che logica. Tuttavia, indipendentemente dagli effetti monetari, ci preme mettere in risalto anche taluni aspetti più tecnicamente “diplomatici”. Secondo Tusk l’uscita rappresenterebbe un cataclisma: «potrebbe essere l’inizio della distruzione non solo dell’Unione europea, ma di tutta la civiltà politica dell’Occidente». Gli analisti israeliani sono divisi sul significato oggettivo della Brexit. Per Israele, c’è chi ritiene che produrrà un cambiamento in negativo “è preferibile che la Gran Bretagna rimanga nella Ue dove rappresenta una voce moderata in favore di Israele. Preferiamo vedere un’Europa solida economicamente, commercialmente e fortemente unita nella sua battaglia contro il terrorismo” ha affermato una fonte autorevole israeliana. E chi invece, in maniera diametralmente opposta, assume che ci sarà un effetto positivo con la riduzione della tendenza ad appoggiare la causa palestinese e il frastagliarsi dell’Ue. Indebolendo notevolmente l’influenza europea nello scenario Mediorientale e smontando definitivamente l’iniziativa di Parigi per la riapertura del processo di dialogo tra israeliani e palestinesi, osteggiata dallo stesso Netanyahu. Per parte della destra israeliana nazionalista vale il concetto che “con l’uscita britannica l’Ue diventa più fragile e questo avrà un impatto positivo, perchè nel suo complesso le istituzioni dell’Unione sono su posizioni molto più critiche nei confronti di Israele rispetto ai singoli paesi europei”. La lettura della Brexit che fà il lato palestinese appare più distaccata, alcuni accademici ritengono infatti che, a prescindere dal risultato finale, il Regno Unito e l’Europa hanno imboccato un percorso irrefrenabile di “simpatia e vicinanza” per le sorti della Palestina: “La Gran Bretagna dentro o fuori non cambierà l’atteggiamento europeo”, ripetono da Ramallah. La controversia degli insediamenti israeliani nella West Bank è materia sentita e fatta sentire da Bruxelles, la voce europea suona stonata per Gerusalemme. E così qualcuno mormora che i mal di pancia di Netanyahu per le richieste della Mogherini si curano con la Brexit.

LA CRUDA LOGICA

Il nemico può essere chiunque e ovunque. Può essere una donna dai grandi occhi neri, coperta dal velo e con un coltello nella borsa. Un ragazzo in moto che alla fermata del bus estrae una pistola. Uno studente con lo zainetto della scuola che fa esplodere una molotov. O un anziano che si lancia con la sua sgangherata vettura a tutta velocità contro un check point. Non c’è età, non c’è sesso a determinare il profilo del nemico, tranne il fatto che sicuramente è un palestinese. Questo insegnano alle reclute dell’esercito israeliano al corso d’addestramento alle tecniche di antiterrorismo. Dure settimane in cui ufficiali e sottufficiali preparano i soldati ad operare in territorio ostile. “Capire il pericolo, rimuovere l’ostacolo” viene inculcato a tutti. Un insegnamento da tenere a mente, parole che hanno un significato ben specifico: questo è il modo per riportare la pelle a casa. In guerra anche se asimmetrica un esercito dovrebbe essere chiamato a rispettare dei codici morali scritti e siglati, a prescindere dagli ordini. Possibile? Beh certamente non semplice.
Proprio in queste ore l’esercito israeliano è di fronte ad una bufera di critiche dopo l’uccisione a Hebron di un palestinese che aveva, a sua volta, accoltellato e ferito un ufficiale. È stato un giovane militare dell’esercito di Tzahal a freddare il palestinese che si trovava a terra ferito e disarmato. Il caso ha suscitato polemiche dopo la pubblicazione online del video integrale del fatto. Il tribunale militare di Jaffa ha aperto un’indagine sull’accaduto, mentre l’ufficio stampa dell’esercito ha reso noto la testimonianza di uno dei commilitoni presenti, il quale ha riportato le parole dell’indiziato prima che aprisse il fuoco: “merita di morire, ha accoltellato un mio amico”. Il ministro della Difesa Moshe Ya’alon e il Primo Ministro Benjamin Netanyahu hanno parlato di gesto immorale condannandolo apertamente. Il capo di stato maggiore dell’esercito Gadi Eisenkot ripete di essere orgoglioso dei propri soldati ma che “non esiterà a punire coloro che andranno contro i principi morali dell’esercito”. Per portare alla luce quest’ultimo scandalo è servita una telecamera, per altri crimini c’è impunità e silenzio. “In pattuglia abbiamo usato civili per arrestare altri palestinesi – procedura oggi in gergo denominata «porta un amico» – abbiamo preso i vicini di casa usandoli come scudo per proteggerci. Chiedere ad un soldato israeliano se usa i palestinesi come scudo umano è come chiedergli se per vivere respira”. Quando a Gerusalemme in uno scarno appartamento del quartiere meridionale di Talpiot incontrammo Yehuda Shaul, con la sua kippah nera in testa e la sua barba ben curata, per una lunga intervista, mai integralmente apparsa, in pochi conoscevano quel giovane paffutello, la sua storia e la sua organizzazione: Breaking the Silence. L’intenzione di Shaul e dei suoi amici era rompere il silenzio che copre le violenze, gli abusi, quello che Shaul definisce “l’immoralità dell’occupazione”: svelare pubblicandolo materiale raccolto dagli stessi soldati durante il loro servizio di leva nei Territori Palestinesi. Quell’idea ha portato alla pubblicazione di un libro «La nostra cruda logica» edito in Italia da Donzelli, decine di testimonianze di veterani, racconti d’ordinaria quotidianità, un progetto che ha suscitato la reazione della destra israeliana, e le accuse di “tradimento” a Breaking the Silence. “Dappertutto t’insegnano ad accertare un’uccisione. La si accerta sempre, gli spari un’altra pallottola in testa anche se il tipo è morto”. Non hanno un volto e un nome le parole degli ex soldati, al lettore viene fornito solo l’anno e il reggimento di appartenenza. Frammenti di ricordi indelebili, “cartoline” dal fronte: “Picchiavamo di continuo gli arabi, niente di speciale. Giusto per passare il tempo”. Poi scorri le pagine del libro e trovi la memoria di un soldato di fanteria a Betlemme: “l’espressione accusatoria nello sguardo di una donna di novant’anni, che certamente non ha fatto niente di male, è qualcosa che ti resta dentro”. Il giudizio nel racconto del paracadutista: “Sentire di essere superiore a loro è irrilevante, sei già superiore a loro”. Mentre il soldato dei corpi blindati ricorda: “Li mettevamo in ginocchio, li tenevamo a seccare”. Parla il poliziotto di frontiera: “piangevano, ovviamente, venivano umiliati”. Dal canto loro le gerarchie dell’esercito hanno preso le difese dell’operato delle proprie unità. “Il nostro spirito è nella moralità, combattiamo con regole molto chiare, nel rispetto della dignità umana, con una netta separazione tra nemici e innocenti” sono le parole del tenente colonnello Nati Keren, trentenne comandante del battaglione Duchifat, è l’elite dell’esercito con la stella di Davide, l’arma migliore dello Stato di Israele, da sempre. Senza il proprio esercito Israele non esisterebbe. Breaking the Silence, che piaccia o meno, è un contributo alla vita democratica “verso se stesso ma anche verso l’altro”.

SETTLERS

In Israele in questi giorni è dibattito sull’occupazione. Molti intellettuali israeliani sono più volte intervenuti pubblicamente per segnalare come l’atteggiamento del governo guidato da Netanyahu abbia contribuito a peggiorare il clima politico. Israele oggi non è più lo stato laico e aperto di qualche anno fa, stanno prevalendo estremismi di tutti i generi. Nelle ultime ore è intervenuto lo scrittore Amos Oz che ha scelto di esprimere la propria opinione scrivendo una lettera ai giornali: «In considerazione delle politiche sempre più estreme del governo israeliano, chiaramente intenzionato a controllare i territori occupati espropriandoli alla popolazione locale palestinese, ho appena deciso di non partecipare più ad alcuna iniziativa in mio onore nelle ambasciate israeliane». La Comunità Internazionale riconosce che il sopruso alla Palestina è nell’occupazione militare israeliana e nella costruzione delle colonie oltre la linea Verde. Entrambe le questioni risalgono al 1967 e ininterrottamente arrivano sino ai giorni nostri. Gli insediamenti di fatto hanno provocato un’alterazione della carta geografica della regione, precludendo il diritto dei palestinesi all’autodeterminazione in uno stato autonomo. “Il colonialismo odierno ha rimescolato le carte ma la partita rimane truccata.” Inizia così la nostra intervista al professor Lorenzo Veracini, origini toscane e docente all’Università di Melbourne, uno dei massimi esperti in materia di colonialismo. Willem De Klerk, premio Nobel assieme a Mandela, ha detto: “senza una soluzione di due stati per due popoli Israele può trasformarsi in uno stato d’apartheid”. C’è chi ritiene che di fatto è già la realtà della condizione dei palestinesi. Secondo Veracini “ci sono affinità e divergenze. L’affinità principale riguarda il fatto che una comunità si arroga il diritto di controllare la mobilità dell’altra: dove si può andare, quando, con che permessi. Se sei un palestinese e passi la vita a fare la fila ai checkpoint magari la somiglianza ti salta agli occhi”. Oggi, in base agli Accordi di Oslo, la West Bank è divisa in tre tipologie di aree: A, B e C. Le colonie sorgono nelle aree denominate C, sotto il completo controllo israeliano. Dove risiedono oltre 500 mila persone, chiamati internazionalmente settlers. Per il professor Veracini “esistono varie comunità di settlers nella West Bank. Si tratta di gruppi molto diversi che alle volte hanno poco in comune. Tantissimi sono di provenienza statunitense. Quello che accomuna tutti i settlers è il senso di una sovranità politica che si attribuiscono in modo unilaterale. Non negano solo la presenza e i diritti dei palestinesi, contestano in via di principio anche le prerogative dello stato di Israele.” Nella storia di Israele un ruolo fondamentale hanno avuto i pionieri, così si definivano molti kibbutznik appartenenti al modello di vita collettiva. Oggi i coloni hanno fatto proprio il mito del pionierismo e impongono la linea al governo. Veracini sottolinea come “anche qui ci sono affinità e divergenze. La differenza principale a mio avviso è che molti dei kibbutz dopo il ’48 operavano in un contesto dove la pulizia etnica della popolazione palestinese era già avvenuta.” Il segretario di Stato americano John Kerry in un’intervista rilasciata al New Yorker magazine ha criticato il governo israeliano: “Costruire insediamenti e la demolizione di case palestinesi non è una soluzione”. Sulla questione Gerusalemme e Washington sono su posizioni divergenti. Il docente dell’Università di Melbourne commenta così: “Se ci fosse un processo di pace gli insediamenti peserebbero tantissimo. Ma un processo di pace degno di questo nome al momento non c’è. Quindi, in realtà, per il momento, il problema conta relativamente poco”. La polizia israeliana è impegnata a contrastare i price tag, crimini vandalici e terroristici compiuti da organizzazioni di fanatici coloni. “Il colonialismo produce ideologie disumanizzanti, sopratutto nei casi dove la prossimità fisica tra colonizzato e settler crea i presupposti per un processo di radicalizzazione”. È l’analisi del professor Veracini. In Europa intanto si continua a discutere di boicottaggio e misure di tracciabilità dei prodotti provenienti dagli insediamenti e il dibattito è acceso. A riguardo Veracini dice: “Non c’è una sottile linea rossa tra i due approcci. Sono due cose completamente diverse. Il primo approccio costituisce un atto politico. Il secondo sancisce un mero dato di fatto. La scelta poi passa al consumatore”. Il microcosmo dei coloni in Palestina è una materia complessa e contraddittoria. Uno dei tanti problemi irrisolti del Medioriente.