BOJO IL POCO SERIO

“La vita non può tornare alla normalità”, almeno per ora. Ha ammesso il primo ministro britannico Boris Johnson. Eccentrico ed istrionico politico anglosassone. Crociato della hard Brexit. Populista e sodale di Trump. Ha prima sconfessato la pericolosità del virus per poi convertirsi, dopo essere finito in terapia al Saints Thomas’s Hospital a Londra in condizioni cliniche realmente serie. Duro con Bruxelles e debole nel prendere decisioni nella lotta al coronavirus. Sulla cui questione ha demandato pieni poteri al segretario alla sanità Matt Hancock.
Lentezze nella definizione della strategia di contrasto alla pandemia sono valse non poche critiche all’operato di governo. Lontano il successo elettorale del 2019, dovuto indubbiamente alla sua trascinante personalità. Oggi, ha perso appeal sul pubblico. L‘esecutivo da lui presieduto ha iniziato ad oscillare pericolosamente, mettendo in bilico la sua poltrona.
Il nome insistentemente invocato per sostituirlo è quello del giovane ministro delle finanze, e cancelliere dello Scacchiere, Rishi Sunak, che, tuttavia, nega di essere il predestinato alla successione. Avere in mano in questo momento specifico il cordone della borsa, le armi per affrontare la crisi economica, è un punto, se giocato bene, a suo vantaggio per il dopo Johnson.
Intanto, in aula del parlamento a spingere per defenestrare l’attuale premier sono il laburista Sir Keir Starmer, successore dello sbiadito Corbyn e impegnato a ricostruire la credibilità del movimento, ma anche una parte del partito conservatore. Quella referente all’ala più moderata e conciliante nella trattativa da tenere con l’Unione europea sulle clausole di distacco.
La ribellione interna ai Tories è montata parallelamente al diffondersi dei contagi. L’accusa principale è di aver perso il controllo in un momento drammatico per il Paese. Sbeffeggiato dai tanti casi di “covidioti”. Screditato nei sondaggi. Stretto tra le richieste di un’azione meno confusa e dalle pretese dei ferventi libertari a non accettare l’introduzione di misure di restrizione “coercitive”, considerate assurde e troppo severe.
L’ex sindaco di Londra viene annoverato insieme ai sovranisti, Trump e Bolsonaro, tra gli scettici al virus. È stato il primo esponente della lista dei negazionisti a risultare positivo alla malattia. Ha inizialmente indicato la strada dell’immunità di gregge per uscire dall’epidemia. Per ripensarci ed affidarsi al futuro vaccino di Oxford. Potrebbe non mangiare il panettone a Downing street a Natale. Se invece calma le acque lo scoglio è spostato a primavera con le amministrative, dal quel risultato dipende il suo futuro.
D’altronde l’unico assolutamente certo della propria permanenza in carica è il presidente brasiliano. Mentre, Trump alla Casa Bianca e Johnson al Numero 10, tra voto presidenziale e maggioranza a Westminster sono ad un passo dal flop. Colpa del Covid e delle loro megalomani e strambe idee.

GUERRA NEL CAUCASO

Erdogan e Putin sono i classici due galli in un pollaio. Due leader arroganti e dispotici. Che prima o poi si troveranno a battibeccare l’uno con l’altro, contendendosi lo spazio vitale oramai entrato in aperta sovrapposizione. Hanno evitato di scontrarsi in Siria, grazie ad un accordo di collaborazione nel segno della pax di Mosca: affari a saldare le relazioni. Si sono tenuti a debita distanza di fuoco in Libia, dove sono schierati su fronti contrapposti, ciascuno con un proprio uomo: il generale Haftar per la Russia, l’architetto al Serraj per la Turchia. Ma nel Caucaso, nella guerra trentennale tra Baku e Yerevan uno dei due player internazionali è effettivamente di troppo.
In questi anni gli eccessi del Sultano sono stati sia interni, con la repressione alla libertà di stampa e l’avvio di un sistema di governo sempre più autocratico, che esterni: le invasioni militari nel Kurdistan siriano alla caccia dei “terroristi” indipendentisti. Mercenari e droni per coprire l’avanzata del governo islamico di Tripoli nel Sahel libico. Le truppe in Qatar. L’appoggio ad Hamas a Gaza. La flotta schierata nell’Egeo in assetto di guerra. Dove rivendica diritto e interessi allo sfruttamento nelle acque di Grecia e Cipro. Pattugliate in via precauzionale dalla marina greca, francese ed italiana. Parte di una larga alleanza geopolitica insieme ad Egitto ed Israele, cuscino alle mire di espansione imperialistica di Ankara nel Mediterraneo. La controversia con Atene è frutto anche di un deliberato calcolo politico di Erdogan. Il sultano di Istanbul, archiviato il golpe, appare oggi debole nei consensi, nel bel mezzo di una doppia crisi: quella finanziaria e quella della pandemia. Non potendo risolvere nessuna delle due guarda fuori dal Bosforo alla ricerca di riconoscimenti e di nuove aree di influenza. Trump gli ha lasciato mano libera nella regione avvisandolo di non esagerare troppo. Biden, in caso di vittoria, potrebbe correggere l’approccio della Casa Bianca.
Erdogan non perde occasione per proclamarsi condottiero dell’islam, arrivando persino a invocare la liberazione dei luoghi santi di Gerusalemme. Lo zar Putin invece è in campagna per legittimare la sua autorità quale difensore della chiesa ortodossa e degli slavi. La vicenda delle ostilità per la contesa della regione del Nagorno-Karabakh tra Azerbaijan e Armenia, tra musulmani e cristiani, è un punto di rottura diplomatico che rischia di incrinare l’amicizia tra Putin ed Erdogan. In un conflitto latente che il Cremlino nel nome della realpolitik ha storicamente fomentato e giostrato con astuzia. Tradizionalmente sostenendo l’Armenia, pur vendendo sotto banco armi ai suoi nemici.
Strategia a senso unico per il leader del partito turco AKP, non può avanzare nel Mediterraneo orientale senza adirare l’Europa e tantomeno può sfondare nei Balcani o nel Caucaso meridionale, dove il protettore di serbi e armeni non è un santo ma Mosca. E ora Ankara deve decidere se restare nel pollaio o tornare sotto l’ala protettiva di Washington.