Archivi tag: Macron

LA RETE DIPLOMATICA PUTINIANA

La Madre Russia non è mai stata così influente in Europa. E, c’è chi ritiene, come il finanziere Soros, che l’Italia rischia di essere la testa di ponte del piano putiniano: edificare la cattedrale d’oriente sulle rovine del condominio di Bruxelles. Putin ha saputo avvantaggiarsi internazionalmente grazie al periodo obamiano delle politiche di disimpegno dai contesti caldi, rafforzando poi la sua posizione con la nomina del capriccioso e inaffidabile Trump. Sul piano diplomatico Putin ha messo in campo strategie che hanno cambiato gli assetti di intere regioni: dalla troika con Erdogan e Rouhani per il controllo della Siria, all’appoggio insieme al faraone al-Sisi al generale Haftar per la conquista della Libia. Nuovi e vecchi teatri su cui muoversi in quasi totale libertà. Da un lato la Russia postsovietica continua ad avere un peso specifico rilevante sulla questione dei Balcani, in difesa dei fratelli serbi, dall’altro Putin non ha abbandonato qualche velleità nei confronti dei Paesi Baltici. Con la Polonia invece le distanze sono culturali e le affinità politiche. L’ex agente del KGB poggia gran parte del successo estero su propaganda e lobbismo. Ha assecondato Chirac, Sarkozy, Hollande e ora fa lo stesso con Macron. Con la Merkel non c’è amicizia ma affari, e a Berlino va bene così. Fronte complesso quello con l’Ucraina, una guerra nemmeno troppo silente, tra spionaggio e attentati, veri come l’abbattimento del volo civile MH17 con un missile Buk in dotazione all’esercito russo o presunti come l’assassinio del giornalista russo Arkadij Babcenko, dato per morto e poi ricomparso “resuscitato”, lasciando tutti interdetti tranne il controspionaggio ucraino. In Italia, l’erede di Stalin, può contare su un variegato parterre. La simpatia per Berlusconi, l’endorsement a Salvini e l’elogio per il neo governo di Conte. Ottime relazioni con la Cina dell’imperatore Xi Jinping, l’asse tra il comunismo maoista e quello stalinista continua ad avere una corsia preferenziale, addirittura migliore che in passato quando l’ideologia dell’ortodossia marxista non era sufficiente ad appianare aperte “divergenze” d’indirizzo geopolitico, dal Vietnam all’Albania. Nel Vicino Oriente sicuramente Putin non lascerà degenerare la crisi politica in cui è scivolata l’Armenia. Mantenendo allo stesso tempo un legame speciale con Ilham Aliyev, signore dell’Azerbaigian. Sostiene, in linea con l’Europa, l’accordo iraniano di denuclearizzazione. Mentre, concede a Netanyahu sconfinamenti in suolo siriano, basta che venga informato preventivamente e non sia messa in pericolo la vita dei suoi uomini dislocati in appoggio ad Assad. Netanyahu non tira troppo la corda, manifestando prudenza, e soggezione, nei confronti dello zar di Pietroburgo. Il quale oltre alla superiorità militare può contare su un fattore sociale, molto convincente: un sesto della popolazione israeliana, con diritto di voto, è di origine russa. Ha tifato, spudoratamente, Brexit. Oggi però paga tensioni crescenti tra le sponde del Tamigi e del Volga. Dal governo della May pesano le accuse che la lunga mano di Putin abbia ordinato l’avvelenamento dell’agente segreto moscovita Sergej Skripal, passato al servizio di Sua Maestà e miracolosamente vivo dopo l’attentato subito. Un caso in stile James Bond con 007 doppiogiochisti e una catena di eventi che ci ha riportato agli anni della Guerra Fredda. Infine, il rapporto tra Putin e Trump, ondivago e difficile da interpretare. Tra i due non c’è dualismo e ostilità, al contrario, ma in USA non solo il Pentagono chiede distanza e maggiore trasparenza. I vertici statunitensi vorrebbero evitare che Trump finisca per diventare un topolino nelle grinfie del gatto siberiano. Il crollo dei regimi comunisti ha portato la Casa Bianca a togliere quel cordone di sicurezza che presidiava i confini adiacenti alla Cortina di Ferro, incluso il nostro. Zone d’interesse strategico che sono diventate prede “appetibili”, in un nuovo spazio dove vale sempre di più il principio di “cane mangia cane”.

VARIABILE LIBICA

Nel vertice con Francia, Spagna e Germania, l’Italia ha raccolto plausi e consensi: cooperazione decentrata con gli enti locali libici e lotta ai trafficanti. Non sono mancate pacche sulle spalle e vigorose strette di mano. Tuttavia, il sentore è che non c’è un reale interesse ad operare in perfetta e piena sinergia per risolvere il caos libico. Nei fatti Macron pensa ad aprire hotspot (centri di accoglienza e detenzione) in giro per l’Africa, peccato ne esistano già e siano dei lager. La cancelliera tedesca è intenzionata a rivedere gli accordi di Dublino, e stravincere così le imminenti elezioni. Mentre, l’Italia vorrebbe evitare di restare isolata.
Comunque, per affrontare la questione libica nella sua interezza c’è prima da risolvere la variabile Khalifa Haftar. In questi mesi il generale libico ha ripreso la lunga marcia di conquista, occupando o liberando città e villaggi della costa. Ha scatenato quella che è la più grande campagna militare nel nord Africa dai tempi della Seconda Guerra Mondiale, l’Operazione Dignità. Una lotta spietata e durissima purtroppo non solamente contro il terrorismo. Fonti delle organizzazione per i diritti umani presenti sul territorio accusano gli uomini di Haftar di compiere metodicamente uccisioni di massa e di essere responsabili di “crimini contro l’umanità”: il tribunale dell’Ajia ha spiccato un mandato di cattura internazionale nei confronti di Mahommud Al-Werfali, fedelissimo di Haftar, carnefice nell’assedio di Bengasi.
Il capo di stato maggiore della Cirenaica, tra propaganda e ostilità nei confronti di Roma, in un paese attraversato e devastato da odi tribali promette di mettere fine all’anarchia con l’uso della repressione. Gheddafiano pentito e collaboratore stimato della CIA, pretende dall’Europa un credito, economico e logistico, illimitato per schierare la sua milizia lungo la frontiera meridionale: respingendo i profughi, disarmati e alla fame, che vi transitano. Elucubrazioni dell’uomo oggi più potente in Libia.
Nel contesto della guerra civile libica contano, comunque, le alleanze internazionali. Haftar è legato da doppio filo al presidente egiziano Al-Sisi. Esercito e servizi segreti egiziani sono un fattore determinante dell’ascesa del generale libico. Ufficialmente il Cairo appoggia entrambi i governi: Tripoli e Tobruk. Una strategia di comodo per dimostrare alla comunità internazionale che ogni tipo di soluzione deve passare dalle rive del Nilo oppure è destinata a fallire: è il diritto di prelazione sul futuro assetto geopolitico della regione a prescindere da dove si sposterà l’ago della bilancia. Sul campo di battaglia Al-Sisi è spalla a spalla con l’Esercito nazionale libico (LNA) di Tobruk e di Haftar. Nell’emiciclo di New York parla la stessa voce del Governo di Unità nazionale (GNA) di Tripoli e di al-Serraj. Ambivalente? No, scaltro e freddo calcolatore. La partita nel Maghreb è talmente complessa che il rischio di esserne fagocitato è alto. Al-Sisi ha sfruttato le ambizioni napoleoniche di Macron tessendo, in parte segretamente, la rete che ha portato al vertice di Parigi del 25 luglio dove al-Serraj e Haftar hanno siglato la tregua di La Celle Saint Cloud. Un accordo precario che difficilmente verrà rispettato dalle parti, ma che se dovesse palesarsi disastroso e inconcludente avrebbe come unico capo espiatorio il giovane inquilino dell’Eliseo, e non il nascosto manovratore egiziano.
Intrighi e intrecci all’ombra dei quali si compie il dramma dei migranti. Sfruttati, torturati e schiavizzati, costretti in condizioni disumane a sopravvivere sulle dune del Sahel, nella speranza di un imbarco. Tappare l’imbuto della Libia alla migrazione può alla fine risultare proficuo, remunerativamente, a chi oggi gode d’impunità. La Turchia del sultano Erdogan, pagata profumatamente per bloccarli in un’altra sponda del Mediterraneo, insegna. Eppure, tutti vorrebbero aiutarli, a parole.