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FRITTATA FATTA!

L’intrigo internazionale di Roma, sui colloqui diplomatici tra Libia e Israele, invece di una nuova pagina di storia si è rivelata una frittata all’italiana. La notizia, che avrebbe dovuto essere mantenuta segreta, dell’incontro tra i rappresentati degli esteri israeliano e libico, avvenuto durante un vertice alla Farnesina, ha prodotto una valanga di reazioni, contrarie. Investendo la Libia, attraversata da violente manifestazioni di protesta. Scoppiato il caos la prima poltrona a saltare è stata quella della ministra degli esteri Najla al-Mangoush, sospesa e costretta a lasciare, per motivi di sicurezza, il paese. La Mangoush considerata una delle personalità più accreditate dell’esecutivo presieduto da Abdul Hamid Dbeibah, governo riconosciuto dall’Italia e appoggiato militarmente dalla Turchia, è finita triturata dall’episodio che l’ha vista protagonista assieme all’omologo israeliano Eli Cohen. A poco è servita la difesa dell’ex ministra, che ha parlato di una riunione del tutto casuale, ribadendo l’assoluto rifiuto alla normalizzazione dei rapporti con Israele. Come prevede la legge libica.

La posizione della Mangoush è sembrata compromessa da subito, con il premier Dbeibah che l’ha abbandonata al suo destino, prendendo le distanze, mentre montava l’accusa di tradimento, oggetto di una indagine in corso. Le ragioni del patatrac sono state le esternazioni pubbliche del ministro Cohen, che ha spifferato: “abbiamo parlato del grande potenziale delle relazioni tra Israele e Libia”. Nel raccontare alla stampa, quello che teoricamente era confidenziale, l’esponente del Likud (molto vicino a Netanyahu) è sceso nei particolari. Confermando al centro della discussione (durata un paio di ore) vari punti: la questione umanitaria, l’agricoltura, la gestione delle risorse idriche e l’importanza di preservare il patrimonio ebraico in Libia, compresa la ristrutturazione di sinagoghe e cimiteri. Apriti cielo. Nel tentativo di mettere una toppa e salvare l’immagine del primo ministro libico è stata sacrificata la Mangoush, che paga indubbiamente il fatto di essere donna. Per quanto sia lei che Cohen non abbiano commesso nulla di ignobile, anzi. È infatti cosa stranota che ci sono stati contatti tra i due paesi del Mediterraneo sin dai tempi, gli ultimi, del regime di Gheddafi. A novembre del 2021 in ritorno da Dubai Saddam Haftar, figlio del signore della guerra Khalifa, ha fatto sosta a Tel Aviv. L’anno successivo il jet privato di Haftar si è trattenuto per oltre un’ora nella pista del Ben Gurion Airport, prima di decollare per Cipro. Non c’è conferma che a bordo ci fosse il generale cirenaico. Comunque, in entrambi i casi i voli portavano un chiaro messaggio di richiesta di assistenza “militare e diplomatica”, in cambio di un impegno a normalizzare le relazioni con lo stato ebraico. Formalmente Israele, fino ad oggi, ha evitato di prendere una posizione sulla guerra civile libica. Prudenza a parte Israele è considerato molto vicino all’Egitto e quindi, pro-Haftar. Ciononostante, si parla con insistenza, e alta probabilità, di un abboccamento ad Amman tra Dbeibah, che nega, e il capo del Mossad David Barnea, che non commenta.

In questa vicenda, che ha screditato solo la Mangoush, non hanno fatto una bella figura sia Dbeibah che Cohen. Il danno provocato dall’attuale capo della diplomazia del peggior governo di sempre di Israele, quello dell’alleanza tra Netanyahu e l’estrema destra, è quanto mai palese. Dai banchi dell’opposizione Yair Lapid non usa mezzi termini: “dilettantismo irresponsabile” e “vergogna nazionale”. Merav Michaeli leader dell’Avodà invoca le dimissioni. L’ex capo di stato maggiore e fondatore di “Blu e Bianco”, Benny Gantz parla di negligenza fallimentare del governo di Netanyahu. Dalla maggioranza della Knesset, almeno questa volta, nessuna voce. Per quanto riguarda Dbeibah ha dato prova di essere debole e poco affidabile. Quando a gennaio scorso il direttore della CIA William Burns gli ha posto vis-à-vis la questione dell’apertura ad Israele si è astenuto. E del resto appare del tutto improbabile che il premier libico non fosse a conoscenza di quanto bolliva in pentola. È facile presumere che abbia autorizzato, e coordinato, la missione romana. Per poi tirarsi fuori a frittata fatta.

CAOS LIBIA, UN POZZO SENZA FINE

Dietro alla battaglia che si sta scatenando nelle strade di Tripoli c’è una questione tutta interna alle lotte di potere dei signori della guerra di Misurata. Nel paese africano, dalle forti turbolenze politiche e militari, è diventato impossibile trovare una via pacifica di conciliazione tra le fazioni, impensabile, al momento, tentare l’unificazione di uno stato frantumato dal tribalismo e dai giochi della geopolitica internazionale.
A scatenare il recente corto circuito, che bolliva in pentola da mesi, è stata la nomina del parlamento di Tobruk di Fathi Bashagha a primo ministro. Messaggio chiaro per l’attuale premier Abdul Hamid Dbeibah (foto), che si è rifiutato di farsi da parte, non riconoscendo la decisione e affermando che non è disposto a cedere il posto fino alle elezioni. Dopo che quelle previste per lo scorso 24 Dicembre dal piano di pace delle Nazioni Unite sono state sospese per motivi di sicurezza. Rimandate alla prossima estate, molto più probabilmente al 2023 o a data da destinarsi.
Il termine del mandato dell’incarico a Dbeibah avrebbe dovuto concludersi proprio in concomitanza con il voto. Su di lui, personaggio discusso, ripongono, ancora, le speranze sia l’ONU che Francia ed Italia. Mentre, la fiducia di Erdogan per l’alleato potrebbe essere venuta meno. Scaricato forse per Bashagha, ex ufficiale di aviazione, che ha dimostrato di essere un camaleonte di trasformismo politico. Considerato espressione della fratellanza musulmana e quindi facente riferimento all’area d’influenza di Ankara, gode di ottime entrature a Washington e a Parigi.
Nel 2019 ha partecipato attivamente a frenare la campagna bellica del generale Haftar. Nel corso del 2021 Bashagha ha allargato la sfera diplomatica, stringendo relazioni sia con l’Egitto, che la Russia e gli Emirati Arabi. Arrivando a costruire un patto di ferro con lo stesso nemico Haftar, il quale ha sostenuto la sua elezione a capo del governo. E sembrerebbe, almeno per ora, puntare su Bashagha come candidato alle future presidenziali.
La partita dell’ex ministro degli interni ha dei buchi neri e presenta rischi oggettivi. Il primo è che l’appoggio di Erdogan non è così scontato, dipende ovviamente da come l’uomo di Misurata si saprà muovere in un così intrigato scacchiere. Allo stesso tempo, il sultano non può permettersi che il suo protetto diventi troppo sensibile alle richieste del Cairo. Nel momento in cui la Turchia appare intenzionata ad un’apertura verso gli sceicchi del Golfo, ad oggi apertamente ostili al neo imperialismo bizantino.
Per una trattativa dove la Libia diventa oggetto di scambio. Se al momento l’abilità di Bashagha nel tenere il piede in due staffe può risultare quindi determinante per essere accreditato, non è detto che l’equilibrismo politico non diventi a sua volta fonte di problemi, e un’arma a doppio taglio. L’ascesa di Bashagha, comunque, complica non poco i disegni di Roma nel Sahel. In un tavolo dove il mazziere prende le carte da Erdogan e Putin.