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L’OROLOGIO DELLA RIVOLTA TUNISINA

La Tunisia è a rischio di deragliare. La collera dei giovani per il carovita da giorni infiamma le piazze delle periferie, sprigionando violenza e saccheggi. E lo stato risponde con l’esercito per reprimere, e contenere, la protesta. La scintilla che ha fatto esplodere la rivolta è stata l’introduzione di una finanziaria di sangue e dolore: imposte alzate per i beni di prima necessità, dalla benzina ai generi alimentari. Austerità che colpisce anche telefoni e internet. E c’è chi pensa che l’unica alternativa è imbarcarsi per l’Italia.
Da quando è stata “romanticamente” rovesciata la dittatura sette anni fa, la Tunisia ha attraversato un periodo travagliato e drammatico con l’acutizzarsi del terrorismo. I progressi compiuti sul piano dei diritti, introdotti sull’onda del “successo” della Rivoluzione dei Gelsomini, si sono arenati, la fase di transizione non ha scardinato il nepotismo, il sistema di corruzione e l’apparato burocratico del vecchio regime ha mantenuto saldamente il controllo del potere. Mentre, il persistere della crisi economica che attanaglia le famiglie ha minato la fiducia nell’esecutivo di Youssef Chahed, la cui popolarità è ai minimi.
Disoccupazione intorno al 15%. Un terzo dei giovani non ha sbocchi di lavoro. Per coloro che hanno un posto il problema è il basso livello del salario, la media è 150€ al mese. Il quadro macroeconomico è altrettanto debole. Inflazione che supera il 5%. Il dinaro la valuta locale in picchiata. Crescita deludente, con il deficit commerciale che sfiora i 6 miliardi di dollari. L’industria del turismo, una volta il pilastro dell’economia del Paese, a causa degli attentati è a terra e non riesce a sollevarsi.
Usa, Francia, Italia insieme a molti altri stati europei e non hanno nel corso di questi anni messo a disposizione del governo di Tunisi piani d’assistenza considerevoli, con centinaia di milioni di dollari in crediti, vendita di armi, condivisione dell’intelligence e programmi di cooperazione in vari settori chiave. Azioni insufficienti a curare una situazione endemica.
Un anno dopo la fine della dittatura di Ben Ali i sondaggi indicavano che il 70% della popolazione avrebbe preferito una democrazia ancora instabile e imperfetta piuttosto che un governo autoritario. Gli ultimi rilevamenti ribaltano completamente l’opinione della gente, la maggioranza assoluta è oggi convinta che la democrazia è un lusso che non vale la candela: più pane meno libertà, lo slogan demoralizzante che accompagna il dissenso.
Un secolo prima dell’anno zero, il grande impero di Cartagine nel Maghreb era alla vigilia della sua caduta e distruzione per mano di Roma. Un crollo che minaccia di ripetersi dopo duemila anni, con l’attuale governo assediato non dalle legioni dei centurioni romani ma da: tassi di prestiti internazionali, terrorismo, crisi economica e disfunzione politica. Se la Tunisia, in collaborazione con la Comunità Internazionale, non riuscisse a trovare una soluzione – a frammentazione e disuguaglianze sociali – il primo effetto che ci dobbiamo aspettare è una ondata di rifugiati e migranti. La destabilizzazione della Tunisia provocherebbe di riflesso un vuoto anche nell’ideologia araba. Segnando la fine della credibilità del sogno di un possibile modello di democrazia esportabile nel Medioriente, dilaniato da interminabili conflitti e orrende guerre civili. Altro caos nelle sollecitate regioni della sponda meridionale del mar Mediterraneo andrebbe inoltre, ad alimentare il diffondersi della metastasi jihadista nelle aree più povere, dove cellule terroristiche trovano terreno fertile, protezione e base organizzativa.
Le elezioni legislative e presidenziali previste per l’anno prossimo sono cruciali per verificare l’assetto democratico. Arrivare a quella data fatale senza riforme salariali e sviluppo occupazionale, con l’esercito a presidiare le strade, non è il modo migliore per mostrare che nel mondo arabo la “primavera” può ancora fiorire.

LE TOMBE DI ZARZIS

Le spiagge della Tunisia sono diventate un magnete per migranti e trafficanti. Nelle acque di Zarzis i cadaveri di sventurati clandestini galleggiano alla deriva da giorni, come drammaticamente ha svelato un reportage del quotidiano britannico the Guardian. Rifugiati e migranti che ha ammonito papa Francesco durante l’udienza con la federazione internazionale delle Università Cattoliche: “hanno il diritto a non essere costrette ad emigrare”. In questi mesi gli sforzi internazionali, italiani in primis, in Libia hanno prodotto lo spostamento a sud di Tunisi della rotta principale del traffico di esseri umani. Mentre lo sguardo era rivolto al Sahel libico, poco distante, la tratta trovava un nuovo punto d’imbarco. Il flusso per l’Italia dalla Libia, interrotto durante l’estate, è ripreso con intensità dalla Tunisia. Il “tappo libico” è stato un risultato attribuibile a vari fattori: i rapporti di cooperazione con alcune municipalità della Tripolitania, il maggiore impegno della guardia costiera libica che avrebbe fermato il 60% dei gommoni, una parziale intesa con il generale Haftar, un accordo indiretto con la milizia filogovernativa che controlla il porto e il contrabbando a Sabratha. In un contesto dove spadroneggiano gruppi criminali che hanno potere assoluto di vita e morte, agendo nella più totale impunità. Proprio il ruolo del clan Dabbashi a Sabratha è stato al centro di critiche, sopite dal fatto che il suo esercito privato è stato, in passato, un prezioso alleato di al-Serraj e del suo esecutivo, unico governo riconosciuto dalle Nazioni Unite. Gli uomini di Dabbashi hanno attivamente partecipato alla caduta di Gheddafi, instaurando nella regione una potente e combattiva milizia. Per mantenere ed espandere la propria posizione di forza i Dabbashi hanno dovuto scontrarsi con i rivali di al-Wabi, che costituiscono la cellula più importante dell’Isis nella zona. Storie di ordinaria guerra tra famiglie mafiose all’ombra del terrorismo islamico. Lotte intestine destinate a mettere in campo nuovi soggetti e allargare la violenza nel Paese. Peggiorando la situazione di migliaia di migranti a rischio di morte e schiavitù, che da settimane si ammassano lungo il confine tra i due stati del Maghreb, intrappolati in condizioni disumane. Complessa e caotica è anche la situazione nella ex colonia francese, dove la tensione è tornata ad essere palpabile: bassi salari, forti disuguaglianze e corruzione. In Tunisia un terzo dei giovani laureati è disoccupato. L’industria turistica stenta a decollare. Nelle zone montane più isolate è particolarmente diffusa la povertà e la presenza di terroristi. Interi villaggi sono senza protezione della polizia: rifugi sicuri per il transito di gruppi jihadisti. Non meno complicata la situazione politica. Il Presidente della Repubblica ha firmato la legge che accorda l’amnistia a tutti i funzionari che hanno avuto un coinvolgimento nel sistema di corruzione del regime. Facendo insorgere l’opposizione e le organizzazioni non governative per i diritti civili. Una serie di episodi che danno il senso del revanscismo in corso, la fine del cambiamento da molti auspicato. E l’inizio per molti di un nuovo sogno, all’estero. La presenza massiccia di maghrebini nei barconi diretti in Sicilia e Sardegna lo dimostra. Giovani algerini, tunisini e libici sono una presenza costante nei viaggi. Molti di loro non arriveranno a destinazione. Come testimoniano i volontari della Mezzaluna Rossa che operano a Zarzis, dove giornalmente seppelliscono i corpi di migranti restituiti dal mare. Un ultimo gesto di pietà, dare una tomba a chi non ha nemmeno un nome. In un piccolo appezzamento di terreno fuori dalla città, ai bordi di un’oliveto avviene la sepoltura, in modo informale. Una fossa nel terreno. Il cimitero di Zarzis è composto da tanti cumuli di sabbia. Impedire che altre buche vengano scavate ancora è un’emergenza che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite deve affrontare, per il mese di novembre la presidenza è all’Italia.