Archivi tag: elezioni 2021

IN SIRIA LE ELEZIONI FACILI, TROPPO FACILI

Le immagini del dittatore siriano Bashar al-Assad mentre, sorridente davanti alle telecamere, ripone la scheda elettorale nell’urna, è la rappresentazione della farsa tragicomica andata in scena in Siria. Non stupisce che a fare da sfondo alla sua apparizione pubblica, come nella migliore tradizione dei regimi, il presidente abbia trovato una folla festante che lo ha accolto all’arrivo al seggio, dove si è recato guidando la sua auto privata. Nel tentativo di mostrarsi come un cittadino qualunque, un politico amato dal suo popolo e non un uomo cinico, che in questa ultima decade ha ordinato bombardamenti, arresti, torture e uccisioni.

Se queste elezioni – caldamente sconsigliate dalle Nazioni Unite ma “monitorate” da stati che non brillano certo per libertà, democrazia e diritti – dovevano mostrare il ritorno alla normalità beh scordiamocelo. La Siria è di fatto un paese diviso in tre zone: un’area, la più estesa, sotto il governo di Damasco, una enclave nel nord in mano ai ribelli e infine una porzione controllata dai curdi. Il recente processo elettorale ha ovviamente riguardato i lealisti a Damasco. E alla fine il risultato, non accettato da Europa e USA, è stato emblematico ed esaustivo: Assad ottiene il 95% dei voti scrutinati (nelle precedenti aveva preso “solo” l’88,7%). Un plebiscito, bulgaro. Alla cerchia di potere alawita, che non vuole perdere la propria rendita, piace vincere facile, e per sfidanti si sono scelti due figure minori, che non impensierissero troppo il partito Baath del presidente. Il candidato Abdullah Salloum Abdullah aveva già ricoperto ruoli ministeriali in passato e la sua formazione socialista è nella coalizione di governo. Abdullah ha ottenuto una manciata di voti, 1,5%. Poco meglio ha fatto l’altro sfidante Mahmoud Mar’i, raccogliendo il 3,3% delle schede a suo favore. L’avvocato Mar’i, membro dell’opposizione interna ad Assad, è delegato alla Commissione costituzionale per la Siria di Ginevra. Secondo quando annunciato ufficialmente l’affluenza è stata del 78% e i partecipanti 14 milioni. Numeri dubbi, per un voto che di giusto non ha niente.

Assad inizia così il suo quarto continuativo mandato e un nuovo settennato, con una guerra civile lunga e dolorosa non ancora completamente alle spalle. Si stima i deceduti dal 2011 ad oggi siano più di mezzo milione. 11 milioni sono gli sfollati, la metà rifugiata in Turchia, centinaia di migliaia un po’ in tutto il mondo. L’altra metà di coloro che hanno abbandonato la propria casa continua a vivere in territorio siriano, un terzo sono bambini. Quasi il 90% della popolazione è in condizioni di povertà cronica. Le speranze di ripresa economica per il 2021 non sono rosee, le sanzioni statunitensi e gli effetti della crisi finanziaria del Libano potrebbero incidere pesantemente. Inoltre, la pandemia ha colpito le rimesse dei siriani all’estero, e l’invio di aiuti si è ridotto. Assad avrà vinto le elezioni confezionate su misura per lui, ora però ci sono due creditori che aspettano alla porta, Russia ed Iran.

ISRAELE, STELLA A DESTRA QUESTO E’ IL CAMMINO

Israele curva decisamente a destra. Sono arrivati i risultati finali delle elezioni israeliane, che si sono tenute martedì 23 marzo e che ha visto oltre il 67% degli elettori recarsi a votare in piena pandemia (erano stati il 71% alle precedenti), e nulla è sostanzialmente cambiato.
Il quadro elettorale appare però più chiaro per Benjamin Netanyahu e burrascoso per l’armata Brancaleone degli avversari, dal liberale Yair Lapid alla laburista Merav Michaeli, dal centrista Benny Gantz alla sinistra di Nitzan Horowitz. Disastroso, rispetto al 2020, il risultato delle disunite liste arabe. A differenza delle precedenti elezioni esce dalle urne uno spazio maggiore di movimento per Netanyahu, in una situazione dove per governare serve costruire alleanze e incasellare almeno 61 seggi. Difficilmente il premier in carica però dialogherà ancora con l’ex amico Lieberman o l’ex delfino Sa’ar.
Per il nazionalista Bennett sedersi al tavolo è invece un atto dovuto. Soprattutto dopo che è stato tradito dai sondaggi e ha visto erodere il suo elettorato dall’estrema destra del Religious Zionism party, guidato da Bezalel Smotrich, con il suo movimento omofobo e populista. Il giovane politico, leader di Yamina, si può ovviamente consolare per il fatto che senza di lui nessuno va da nessuna parte. Onnipresente al fianco di Netanyahu è il blocco degli storici partiti religiosi haredim, Shas e UTJ. Aggiungete un paio di parlamentari “responsabili” ed il Netanyahu VI è servito.
Insomma, che il falco della destra sarebbe stato il predestinato a governare a lungo è stato chiaro a molti già nel 2009. C’era stata la parentesi del 1996 quando, archiviato il cordoglio per la perdita di Yitzhak Rabin, il leader del Likud ottenne la cattedra di primo ministro, quella prova si dimostrò costellata di troppi errori e tanta impreparazione. Con il nuovo millennio giunge a completare la maturità politica, sfoggia abilità nel saper fondere anime diverse per dar vita a governi impensabili. In questi anni ha risucchiato il centro-sinistra, si è aggregato ai russofoni, ha consolidato la maggioranza grazie ai religiosi ortodossi. In un crescendo di spasmodica ricerca di alleati ha offerto la mano agli arabi islamici. Per finire strizzando l’occhio all’estrema destra israeliana.
Queste sono le diverse stagioni dell’era Netanyahu. E sotto sotto c’è il sospetto o presentimento che le mire alla presidenza dello Stato (a giugno scade il mandato di Rivlin) siano un’opzione attentamente calcolata, mai scartata completamente. Tuttavia, in questo arco temporale è cresciuto parallelamente nel paese un dissenso diffuso nei suoi confronti.
Ad attenderlo domani tre incognite: la piazza che invoca le sue dimissioni, l’approvazione della legge di bilancio e l’ostacolo dei processi a carico in tribunale. Dove indosserà i panni dell’imputato, e non il costume da supereroe che preferisce, Mr Vaccino. A cui ha legato indissolubilmente la sua immagine, e propaganda, durante la campagna elettorale, non commettendo l’errore di Trump. Un successo indubbio, ripagato nell’urna. Adesso è solo questione di risolvere piccole banalità fra amici o ex amici, una pura formalità viene da pensare. Se così non fosse c’è la quinta elezione alla porta.