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PAUSA

E venne la tregua. Concordata. Raggiunta grazie alla mediazione dall’alto. Via libera allo scambio tra ostaggi israeliani e prigionieri palestinesi. Oggi non si combatte, ma presto le ostilità riprenderanno da dove le abbiamo lasciate. Quando il conflitto israelopalestinese sarà tornato alla sua “assurda normalità”, e prima o poi accadrà, ci troveremo davanti ad un quadro ancora lontano dalla pace. Israele una volta vinta la guerra contro Hamas dovrà decidere che cosa fare di Gaza e che rapporti avere con l’Autorità nazionale palestinese. Al momento non è chiaro quale sia la soluzione “migliore” da adottare. Se da un lato la direttiva militare è incanalata a sradicare i terroristi (e il loro apparato), dall’altro è nebulosa la prospettiva di avere una controparte palestinese che amministri il territorio, un partner con cui dialogare e cooperare. Evitando in questo modo di finire impantanato in una occupazione, a tempo indeterminato, dell’intera Striscia di Gaza o di sue porzioni. Le tante, e forse troppe, idee che circolano (dalla frammentazione territoriale in stile emirati ad una forza di interposizione sul modello Libano) sono il segno dell’assenza di un progetto sostenibile, e ciò purtroppo fa gioco ad Hamas.

Alcuni paesi arabi e l’Occidente premono, da settimane, per un futuro ritorno dell’Autorità nazionale palestinese a Gaza (da cui è fuggita a gambe levate nel 2007). Una scelta che di per sé verrebbe da dire naturale, se non fosse che la Muqata di Ramallah (il palazzo presidenziale e dimora di Abu Mazen) è invisa alla maggioranza dei palestinesi, percepita come organo di una dirigenza nepotistica e corrotta. Inalterata resta invece l’immagine di Arafat, che di questa deprimente deriva fu l’artefice principale e causa. Sua la firma sulla strategia terroristica dell’ala armata di Fatah nella Seconda Intifada. In sua vece a sporcarsi le mani di sangue di civili israeliani fu Marwan Barghouti. Della figura di Barghouti il rais se ne liberò quando il suo protetto era diventato troppo ingombrante. La divergenza con la corrente di Abu Mazen (punto di riferimento della potente nomenclatura dei funzionari dell’OLP di ritorno dall’esilio in Tunisia) era sfociata in una rottura interna, insanabile. Barghouti oggi è recluso in prigione in Israele, dove sconta cinque ergastoli. Di lui si parla come potenziale leader unificante. Innegabile che goda di diffusa popolarità e carisma. Un palestinese su tre dichiara che voterebbe per lui. La sua liberazione, che non crediamo sia imminente, avrebbe come primo scopo l’epurazione della stretta cerchia di Abu Mazen. Chiamatela pure vendetta ma è quanto Barghouti ha giurato a coloro che considera i suoi traditori. Che sia una personalità in grado di comandare sono in molti a crederlo. La sua scarcerazione è una patata bollente.

L’altro candidato alternativo all’establishment della Muqata per la futura gestione di Gaza, anche lui cresciuto sotto l’ala di Arafat e fuori dalle grazie di Abu Mazen, è Mohammed Dahlan. Un passato da esponente di spicco di Fatah. Uomo forte nella città di Khan Yunis. Capo indiscusso della sicurezza a Gaza fino a quando non ha perso il controllo della Striscia per l’insorgere di Hamas. Con la barca che affondava ha tolto le tende. Ritirandosi il più lontano possibile, vive nel lusso ad Abu Dhabi. Dietro la sua nomina (su cui aleggiano dubbi non solo alla Casa Bianca) ci potrebbe essere la convergenza tra Israele, Egitto ed Emirati. Non poco geopoliticamente ma non abbastanza per impiantarlo stabilmente al potere. Lui comunque non si nasconde. Prima di muoversi chiede però solide garanzie.

Un nome su cui si rumoreggia è Mustafa Barghouti, uomo di sinistra, noto medico e convinto fautore dell’azione non violenta. Non è una novità del panorama politico palestinese. Nel 2005 con l’appoggio del Fronte Popolare ha sfidato nelle urne per le presidenziali gli eredi di Arafat, superando la soglia del 20%. Fu un successo inaspettato, falsato dalla mancata partecipazione al voto di Hamas. Alle legislative dell’anno seguente il suo movimento crolla sotto il 3%. Nel corso degli anni ha perso smalto. Le competenze, la dialettica, la storia avrebbero potuto fare di lui un vero trascinatore, così non è stato. Pensare di recuperarlo per questa missione impossibile potrebbe essere una soluzione che accontenta tutti o quasi.

Se invece si volesse rompere completamente lo schema nella ricerca del potenziale leader e andare oltre, l’unica cosa che ci viene in mente è compiere un volo pindarico. Ovvero tirare fuori dal cilindro chi viene dalle fila dei palestinesi israeliani. A questo proposito ci vengono in mente due nomi di politici pragmatici, che potrebbero svolgere una funzione attiva. Ayman Odeh, parlamentare nella Knesset, marxista e guida di Hadash. E Mansour Abbas, deputato ed esponente della forza islamica Ra’am. Il primo è ideologicamente antisionista, il secondo incline al compromesso. Parlano ebraico e arabo, sono israeliani e si sentono palestinesi, hanno indubbia “familiarità” con il contesto. Su una cosa sono chiari, la necessità della coesistenza pacifica e la fine dell’occupazione.