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L’ESTATE DEL BIBIGATE

In Israele il governo guidato dal primo ministro Benjamin Netanyahu annuncia di voler oscurare l’emittente televisiva Al Jazeera, perchè fiancheggerebbe il terrorismo. Ma la decisione presa dal ministro delle Comunicazioni di Gerusalemme presenta talmente tante anomalie da risultare pressochè inefficace e quasi certamente fallimentare. Infatti, prassi vuole che la revoca delle credenziali ai giornalisti esteri deve essere motivata, e comprovata, con una informativa delle agenzie di sicurezza. Inoltre, per spegnere la CNN araba occorre il sostegno delle compagnie che mettono sul mercato i pacchetti televisivi via cavo o satellitari, anche in quel caso il provvedimento non avrebbe nessun effetto per il semplice dato che gli arabi israeliani seguono il canale qatariota avvalendosi di antenne paraboliche. Infine, la serrata delle sedi locali dell’emittente di Doha è materia del parlamento (Knesset). E ciò può avvenire solo dopo aver seguito l’iter burocratico: passaggio della  mozione nel gabinetto dei ministri, verifica di costituzionalità dell’atto da parte dell’avvocatura di stato e poi ritorno alla Knesset per il voto finale. Insomma, Al Jazeera resta accesa. Dietrologia vuole che con questa manovra il governo israeliano abbia voluto banalmente mandare un messaggio “distensivo” al blocco dei paesi del Golfo non allineati con il Qatar, emiri sauditi in primis. Intanto, un vero e proprio terremoto politico rischia di demolire la popolarità e definitivamente la carriera di Benjamin Netanyahu. Uno scandalo a catena che riguarderebbe presunti illeciti del primo ministro in questi anni. Lui, che non è digiuno a scalpori e gossip, dalle vociferate relazioni extraconiugali alle critiche per le vacanze lussuose spesate da noti imprenditori, risponde che è vittima di un linciaggio mediatico. Differente lettura danno i magistrati che lo “braccano” oramai da mesi su vari fronti. Prima l’apertura di due fascicoli denominati 1000 e 2000: uno per i regali alla moglie Sara che nasconderebbero tangenti, l’altro per le pressioni ad un editore per “ammorbidire” la linea. E poi, ad inguaiare il leader del Likud il filone d’inchiesta 3000, una presunta frode nella commessa di sottomarini acquistati dal gruppo tedesco ThyssenKrupp. Ad arricchire le ricerche del procuratore generale Avichai Mandelblit c’è la testimonianza dell’ex capo di gabinetto di Netanyahu, Ari Harow. Devoto “servitore”, Harow accusato di molteplici reati, ha preferito aprire una trattativa sulla sua testimonianza con gli inquirenti e ricevere così una pena ridotta, evitando il carcere. Eppure, anche difronte ad un maremoto di questa portata non è da escludere la possibilità che Netanyahu ne esca “brillantemente” pulito. Al momento nel tentativo di sedare dolorose faide interne al suo partito ha scavato una trincea intorno all’esecutivo. Stiamo parlando del più longevo politico israeliano, dopo il padre della nazione David Ben Gurion, che ha dimostrato di essere inossidabile e intramontabile, ma forse oggi è più vulnerabile. Ha estremizzato la sua posizione nel corso delle stagioni e polarizzato l’attenzione pubblica sulle sue “verità”: “con i palestinesi non c’è dialogo e l’Iran è il male”. Convinto antiobamiano e antieuropeista. Amico di Putin. Nemico di Abu Mazen, “confinato” in queste ore a Ramallah nella Muqata, dopo le violenze esplose in Terra Santa nelle passate settimane. Netanyahu ha cavalcato il trumpismo, e come l’inquilino della Casa Bianca attraversa un periodo nero. Populista carismatico, scafato e diffidente, rispettato e odiato. La retorica del re nudo bene descrive la discesa lenta ed inesorabile di questo statista, che ha saputo incarnare i vizi di Israele. Se le prove di Harow dovessero incastrarlo la favola volgerà al termine. Attendiamo nuove sorprese sotto il sole di Gerusalemme: Dimissioni? Crisi di governo? Nuove elezioni? Comunque, la saga del “falco” sembra aver imboccato, una volta per tutte, la lunga strada dell’aula di un tribunale.

Nel Golfo è guerra tra tv

Il Golfo è in una spirale senza precedenti. La rottura delle relazioni tra gli Stati, che si è aggrovigliata su se stessa, non permette, almeno per il momento, che qualcuno faccia il fatidico passo indietro. L’ultimatum “inviato” al Qatar dal blocco composto da Arabia Saudita, Emirati Arabi, Bahrein ed Egitto, non è negoziabile. Questa è la linea che gli ambasciatori sauditi hanno espresso alle cancellerie di mezzo mondo, allarmando ulteriormente la Comunità Internazionale. La conditio sine qua non per “raffreddare” l’escalation e ristabilire la situazione delle relazioni preesistenti è scritta in calce nelle 13 richieste che Doha deve soddisfare, tra le quali: la chiusura dell’emittente televisivo Al-Jazerra e l’espulsione di personaggi “scomodi”, la riduzione dei rapporti con l’Iran e la “scomunica” dei Fratelli Musulmani. Il limite di tempo imposto per provvedere all’ingiunzione è stretto. Allo scadere il piccolo Stato del Golfo dovrà aspettarsi altre rappresaglie a catena, a partire dalla probabile espulsione del Qatar dal Consiglio di cooperazione del Golfo (CCG), opzione sollevata da Riyad. Ovviamente da parte qatariota le richieste dei vicini sono ritenute inaccettabili: “un atto illegale finalizzato a limitare la sovranità, nazionale ed estera, del Qatar”. 

La disputa del Golfo non è solo “una questione familiare” come qualcuno a Washington vuole far credere. In gioco c’è: la supremazia culturale e politica sul mondo arabo, il controllo del Medioriente negli anni a venire. Un conflitto, in tutto e per tutto, che lascerà sul campo di battaglia un vincente e un perdente. Vuoi che sia il blocco composto dai sauditi, Emirati Arabi, Bahrein ed Egitto o vuoi quello ancora in fase embrionale, almeno sulla carta, che ipoteticamente potrebbe coagulare Qatar, Turchia e Iran. L’ipotesi di uno scontro tra sunniti e sciiti, maggioranza e minoranza dell’islam, passa quindi ad un livello più allargato e trasversale, globale. Una situazione dove, ancora una volta nella storia sfortunata del Medioriente, è la gente a rischiare di pagare le dirette conseguenze. La mossa di isolare commercialmente il Qatar non ha avuto l’effetto sperato e dopo lo shock iniziale, con l’assalto ai supermercati per accaparrarsi generi alimentari di prima necessità, nella piccola penisola araba è tornata una parvenza di tranquillità. E sugli scaffali sono comparsi tonnellate di prodotti turchi e iraniani. 

Mentre il caso Al Jezeera montava diventando un fragoroso classico esempio di casus belli. La “BBC di Doha” era da tempo nel mirino di molti Stati arabi che ne vietano la trasmissione. Accusandola di essere il megafono del moderno jihadismo, fiancheggiatori del terrorismo, quinta colonna dell’Is. La notizia che nella lista nera del CCG ci fosse Al Jazeera e che si imponesse la sua immediata chiusura ha fatto insorgere le associazioni per i diritti alla libertà di stampa: “una pretesa mostruosa”. Silenziare, censurare e sopprimere un organo di stampa è un grave atto ai diritti dell’uomo, anche in una regione dove la parola diritto non ha radici. Al Jazeera ha da poco festeggiato i vent’anni di attività con qualche problema, oltre alle “serrande” srotolate in alcuni Paesi con giornalisti incarcerati o espulsi, il colosso ha anche registrato un notevole calo negli ascolti. Al Jazeera trasmette nel globo in inglese e in arabo. Nella versione araba, con un taglio editoriale molto diverso da quello in onda sul canale in lingua inglese, trovano spazio protagonisti alquanto discutibili. Predicatori di scuola e appartenenza fondamentalista. Figure che non hanno mancato di strumentalizzare le apparizioni in video, criticando l’Occidente ed esaltando il martirio jihadista. 

La libertà, compresa quella della stampa, non è gratis. Nella guerra degli ascolti dietro ad Al Jazeera ci sono le più influenti famiglie qatariote e gli avversari di Al Arabiya sono sovvenzionati dai ricchi sauditi. Spegnere una televisione, comunque voce plurale, non è combattere il terrorismo. In democrazia basterebbe cambiare canale.