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	<title>Il Medioriente &#187; Viktor Orbàn</title>
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	<description>Fauda e Balagan. Un blog di Alfredo De Girolamo ed Enrico Catassi</description>
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		<title>IL VASSALLO DI PUTIN</title>
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		<pubDate>Thu, 07 Apr 2022 05:26:03 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;esito del voto in Ungheria rischia di condizionare le future risposte dell&#8217;Unione alla Russia. La riconferma di Viktor Orbán, alla quarta vittoria consecutiva nelle urne, è uno schiaffo a Bruxelles, calpestata dalle politiche, e dalla propaganda, del leader magiaro. Ma è anche, purtroppo, il pericoloso segnale del successo di Putin nel fare breccia nel cuore dell&#8217;Europa, nel momento più complesso delle relazioni. Nonostante, alla vigilia i sondaggi avessero previsto una corsa serrata così non è stato, e per il partito del primo ministro Fidesz è stata invece una comoda passeggiata. Cocente l&#8217;umiliazione per lo sfidante Peter Marki-Zay, moderato, espressione della larga e variegata coalizione di opposizione, che non è riuscito nemmeno ad imporsi nel suo distretto, dove era stato sindaco. Il clima elettorale è stato dominato dagli echi della vicina guerra in Ucraina. Orbán ha promesso di rimanere fuori dal conflitto, ad ogni costo. A concesso meno del minimo sindacale in materia di sanzioni a Mosca. Non ha rinnegato i legami con il Cremlino e non ha teso la mano della solidarietà all&#8217;Ucraina, tantomeno a Zelensky. Indicativo a riguardo il commento rilasciato a caldo: “Abbiamo conquistato il potere contro tutti&#8230; perfino contro il presidente ucraino Zelensky”.</p>
<p>L&#8217;uomo forte di Budapest (tra le pochissime città ad avergli voltato le spalle in questa tornata), è stato chiamato a quello che tutti hanno giustamente interpretato come un referendum sulla sua persona. E lui ha dato prova di aver plasmato una nazione e di non essere pronto a lasciare il potere agli avversari. Orbán è un personaggio scomodo, non solo perché autoritario e amico personale di Putin. Con cui ha siglato nell&#8217;arco degli anni un forte sodalizio, saldato da 12 incontri durante la passata campagna elettorale, se mai ci dovesse essere stato qualche dubbio sulla sua equidistanza nel conflitto ucraino. Infatti, è principalmente sul piano internazionale che la figura di Orbán crea oramai pesante imbarazzo. L&#8217;ostentato pacifismo di maniera in realtà nasconde altri interessi. In primis la dipendenza energetica dell&#8217;Ungheria da Mosca, che fornisce circa il 90% del gas e il 65% del petrolio. Nel caso di un eventuale taglio di forniture si stimano ricadute potenzialmente devastanti per l&#8217;intera economia ungherese. La sfacciata posizione di “neutralità” ha tuttavia un costo, l&#8217;isolamento. La prima crepa della rete diplomatica di Orbán è la diffusa freddezza mostrata da storici partner. L&#8217;invasione dell&#8217;Ucraina ha fatto cambiare approccio alla Polonia e ad altri “soci” del gruppo di Visegrád, patto di cui proprio Orbán è stato architetto e promotore. E che ora rischia di implodere malamente.</p>
<p>In conclusione. Il risultato elettorale è stata indubbiamente una grande dimostrazione di forza interna dell&#8217;ideologo della nuova destra europea, nazional-populista e religiosa, confermata dal controllo dei 2/3 del parlamento. Mentre, esternamente ha perso importanti pezzi. Quanto le distanze tra l&#8217;Occidente e l&#8217;Ungheria siano un reale problema già lo sapevamo. </p>
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		<title>L&#8217;ASTENSIONE FRENA I MURI DI ORBAN</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Oct 2016 09:20:09 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Il vento dell&#8217;illusione populista soffia sulla crisi internazionale ma con meno intensità, anche se le isterie xenofobe evidenziano il doloroso vuoto dell&#8217;azione degli stati membri dell&#8217;Ue nell&#8217;affrontare l&#8217;emergenza migranti: ancora una volta gli interessi dei singoli prevalgono sulle scelte d&#8217;indirizzo comunitario, sul diritto umano e la solidarietà. In un quadro politico disgregato e febbricitante i valori che hanno portato alla costruzione della casa comune si sfaldano difronte a piccoli numeri: le quote dei migranti da distribuire tra i paesi diventano strumentalmente oggetto di una diatriba apparentemente irrisolvibile. L&#8217;Ungheria per “fermare” il piano di accoglienza di Bruxelles ha scelto il passaggio referendario, chiedendo ad oltre 8milioni di elettori di esprimersi: “Vuoi che l&#8217;Unione europea possa prescrivere l&#8217;insediamento obbligatorio di cittadini non ungheresi anche senza il consenso del Parlamento?”. Promotore del NO il governo di matrice nazionalista guidato da Viktor Orbàn. L&#8217;opposizione ha preferito, invece di appoggiare il SI, invitare gli elettori a disertare le urne per non raggiungere il quorum. Giocando la partita, per invalidarlo, della soglia d&#8217;affluenza inferiore al 50%. I dati, poco sopra il 43%, hanno punito Orbàn e il risultato finale ha ribaltato l&#8217;esito scontato iniziale. Tuttavia, il referendum nasceva con un doppio vizio di forma: la possibilità per ciascun stato di ritagliarsi uno spazio esterno rispetto alle decisioni di Bruxelles e la facoltà arbitraria di lasciare alla porta chi chiede aiuto. In Ungheria, i contrari alla convocazione popolare hanno sostenuto la tesi che si è trattato di una mossa politica del governo per “distrarre” l&#8217;opinione pubblica dai fallimenti e dal perdurare della crisi economica. La schiacciante vittoria, seppur non plebiscitaria, del fronte del NO pone Viktor Orbàn come punto di riferimento nel campo dell&#8217;estrema destra europea ma lo ridimensiona agli occhi della sua gente. Il primo ministro ungherese a differenza del britannico Nigel Farage non ha nessuna intenzione di uscire dall&#8217;UE o cavalcare l&#8217;ondata secessionista, gode di maggiore popolarità del collega e, al contrario del fondatore dell&#8217;Ukip, mira a rafforzare il suo peso negli assetti del Vecchio Continente. Orbàn propone la costruzione di una nuova Europa salvando i simboli peggiori della vecchia, propaganda l&#8217;alternativa illusoria dell&#8217;isolamento, aspira a sostituire la democrazia liberale di Roma, Atene, Parigi e Berlino con la politica reazionaria di Budapest. Teorizza un rigido e antistorico processo di “controrivoluzione culturale” del continente, introducendo un modello che prediliga l&#8217;avvento dell&#8217;uomo forte al potere. Segue l&#8217;esempio della deriva antidemocratica di Vladimir Putin in Russia e di Recep Tayyip Erdoğan in Turchia. E ovviamente ammira Donald Trump, icona di un futuro attraversato da deprimenti muri in stile Legoland con l&#8217;aggiunta di filo spinato e sorveglianza armata. «La politica estera sostenuta dal candidato repubblicano Trump è un bene per l&#8217;Europa e vitale per l&#8217;Ungheria». Quella di Orbàn è la più classica, e scontata, recrudescenza populista: “i migranti sono un veleno di cui non abbiamo bisogno”. Purtroppo un sentimento razzista illogico che in questi tempi si diffonde rapidamente e trasversalmente nei paesi sviluppati e democratici, infuocando le campagne elettorali. La destra europea più estrema si innamora, inebriata dalla retorica antica e dalle politiche visionarie, di questo leader autoproclamatosi “custode delle frontiere” della cristianità. Fautore di una disciplina organica per il respingimento dei flussi migratori, distruttore della sinistra e catalizzatore della destra. Una luce effimera che non ha, per fortuna, raggiunto il quorum. I cittadini ungheresi si sono svegliati dal torpore ed hanno fermato una deriva dannosa, accendendo il semaforo rosso per i Trump di mezzo mondo.</p>
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