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	<title>Il Medioriente &#187; strage Dacca</title>
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	<description>Fauda e Balagan. Un blog di Alfredo De Girolamo ed Enrico Catassi</description>
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		<title>IL PROBLEMA DA RISOLVERE</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Jul 2016 17:16:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Le tenebre del terrore hanno avvolto Dacca, tingendola di sangue. Nella notte di un week end di paura, prima lo scontro a fuoco, poi il blitz dei reparti speciali nel ristorante frequentato da internazionali, la scoperta sconvolgente dei cadaveri, tra le vittime numerosi nostri connazionali: un gruppo di amici riuniti a cena. L&#8217;ennesima strage terroristica, una mattanza dai macabri rituali. Ostaggi inermi giustiziati crudelmente da un manipolo di giovani invasati islamici. A tirare le fila di questo attentato ancora una volta la sigla scarna dell&#8217;Isis, la multinazionale del terrore che recluta adepti in tutti gli angoli del pianeta per una guerra senza quartiere, senza sosta. Non c&#8217;è tempo nemmeno per piangere le vittime dell&#8217;aeroporto internazionale Kemal Ataturk di Istanbul. È di nuovo lutto in questo interminabile mese del Ramadan. Mentre l&#8217;attenzione mediatica e finanziaria era rivolta alla Brexit il brusco risveglio. Il Bangladesh con i suoi milioni di poveri e il Medioriente con i suoi eterni conflitti, cronache di una cruda realtà, un&#8217;amara verità: l&#8217;aver sottovalutato il nemico, la sua natura e strategia. L&#8217;esercito dell&#8217;Isis è cresciuto sino a diventare un Califfato, ha conquistato intere regioni e imposto con la violenza il proprio credo di morte. Il mondo è rimasto impassibile e inorridito mentre le sue truppe invadevano e distruggevano le città dell&#8217;antica Mesopotamia. Bruciando, decapitando, torturando, violentando. Radendo al suolo i simboli della storia e delle religioni, sfregiando il patrimonio artistico e architettonico universale. A colpi di mazze, con bombe, trattori, le milizie dei nazi-jihadisti si sono scagliati contro la civiltà. Nel nome della loro personale guerra santa alla “decadenza e immoralità contemporanea” hanno massacrato civili inermi, rei di professare altri culti, come quello cristiano o di appartenere a etnie come quella curda. Hanno issato i loro vessilli neri ed esportato il panico nel cuore dell&#8217;Europa, in Africa, nella laica Tunisi, nella lontana America di Obama, nel Bosforo del Sultano Erdogan, in Sinai e in Medioriente, nel Golfo del Bengala e nella metropoli asiatica Bangkok. Aeroporti, stazioni ferroviarie, stadi. Teatri, musei, ristoranti, discoteche. Sinagoghe, chiese, templi, sedi di giornali. Atei, ebrei, cristiani, buddisti, induisti, musulmani, comunità gay e turisti. È la lista degli obiettivi sensibili. Contro tutti e tutto. Una organizzazione che agisce localmente ma pensa globalmente, introiti da milioni di dollari come fosse una multinazionale, in grado di giocare spietatamente sugli assetti geopolitici internazionali. Muove indisturbati i suoi assassini tra le dune del deserto o nelle banlieue delle periferie, recluta i kamikaze tra il proletariato delle fabbriche tessili asiatiche o nelle prigioni cecene. Spostando repentinamente il luogo dell&#8217;azione, anticipando le misure di difesa, è una macchina criminale che costituisce una minaccia costante. Dimostrando che la linea del fronte con i due eserciti contrapposti è un concetto militare superato. Persino la nozione di trincea è cambiata radicalmente, da luogo fisico a spazio ipertestuale nella rete. Molti analisti ritengono che l&#8217;esercito dei miliziani dell&#8217;Isis in Siria, Iraq e Libia potrebbe essere spazzato via con una semplice operazione di fanteria o con una campagna di bombardamenti massicci. Probabile. Ma non sufficiente a risolvere il problema nella sua interezza, nella sua dimensione non più circoscrivibile ad una area geografica. L&#8217;Isis si è dimostrato un virus resistente che si propaga contagiando la vita quotidiana di tutti, fermiamolo evitando di cadere preda della psicosi collettiva.</p>
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