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	<title>Il Medioriente &#187; emergenza povertà</title>
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	<description>Fauda e Balagan. Un blog di Alfredo De Girolamo ed Enrico Catassi</description>
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		<title>SUMMIT X L&#8217;AFRICA</title>
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		<pubDate>Thu, 19 May 2016 07:10:08 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Un nuovo patto tra Europa e Africa è il tema centrale della conferenza tra l&#8217;Italia e i 52 Stati africani. In ballo c&#8217;è una questione grave come i migranti e sicuramente un seggio permanente all&#8217;ONU, ma anche tanta nobiltà d&#8217;animo nell&#8217;azione che l&#8217;Italia, e il uso governo, ripone nella conferenza ministeriale di Roma. Al centro dei lavori la definizione di una strategia per lo sviluppo dell&#8217;Africa, una nuova agenda per l&#8217;investimento futuro. Una sfida che richiama la responsabilità di tutto l&#8217;Occidente. Emergenza povertà, condizioni climatiche avverse, siccità, desertificazione, conflitti etno-tribali e la tempesta finanziaria hanno devastato intere regioni frenando la crescita e di fatto riportando la situazione ai primi anni &#8217;70. Il continente dove è più facile prendersi la malaria e la tubercolosi che il raffreddore, ha anche, il più alto tasso di decessi e diffusione dell’Aids. In Africa HIV significa oltre 25 milioni di casi, il 70% delle infezioni nel mondo secondo le stime dell&#8217;Organizzazione Mondiale della Sanità: il 30% dei bambini che contraggono l&#8217;HIV non arriva al primo anno di vita, solo una madre infetta su tre riceve le cure anti-retrovirali che prevengono il passaggio del virus ai neonati. Deficienze strutturali nella sanità africana ma anche sul piano culturale: il dramma dei bambini soldato e i sacrifici umani. Il continente delle disuguaglianze: un sistema sociale, nella quasi totalità degli Stati, compromesso dal livello della corruzione nella burocrazia e dal mal costume che imperversa nei rapporti tra politica e affari. La violazione dei diritti umani attraverso lo strumento della tortura, sintomo che sono ancora troppo impregnati dal modello dittatoriale. L&#8217;intreccio delle ingerenze geopolitiche con quelle degli investimenti post-coloniali, ha prodotto la complicità nel sostegno diretto a taluni regimi e nell&#8217;abbattimento di altri, com&#8217;è avvenuto in Egitto, Libia e Tunisia. Il dilemma di una classe di potere granitica con decenni di gestione personalistica: Musuveni in Uganda, Mugabe in Zimbabwe, Kabila nella Rep. Democratica del Congo, Biya in Camerun, Nguema in Guinea, Deby in Ciad, El-Bashir in Sudan. Stati dove vige il connubio indissolubile tra oligarchia economica e tribalismo politico. La lista dei mali africani, include, purtroppo l&#8217;avanzata del radicalismo islamico, da Boko Haram ad Al Qaeda. E infine il dramma del viaggio dei migranti, l&#8217;esodo della speranza, dalle bidonville all&#8217;Europa, attraverso savana, deserti e il mare. Schiavizzati dai trafficanti, in un cammino di morte e sofferenza. “Bisogna rendere ogni cosa il più semplice possibile, ma non più semplice di ciò che sia possibile!”. Ripeteva Einstein. Il possibile in Africa è la cooperazione internazionale. Storie di successi, come il progetto che in Uganda ha visto impegnato il Ministero degli Affari Esteri in collaborazione con l’Università di Makerere e la Sapienza di Roma. È stato un laboratorio di piccole azioni ma significative, che ha previsto lo studio e la progettazione di attrezzature per la semina, la costruzione di un sito per il compost, l’allestimento di forni artigianali per la produzione di calce, e persino lo studio dello sfruttamento dell’energia eolica per i pozzi d’acqua. Si è trattato di un programma concreto di come si possa favorire lo sviluppo con il know how, secondo un metodo sostenibile, rispettando valori e tradizioni tipiche di una cultura diversa, ancestrale e lontana. In Africa per fare bene la cooperazione c’è bisogno di partire dal basso, resettare schemi precostituiti ed impostare un percorso a ritroso nella storia della civiltà. È questo l&#8217;obiettivo dell&#8217;Italia e del suo modello di cooperazione ormai collaudato negli anni che ci permette di guardare all&#8217;Africa ed essere credibili interlocutori, d&#8217;aiuto e di sostegno, ai loro occhi. Mzungu o murungu è una parola diffusa dalla regione dei Grandi Laghi sino alle scogliere di Cape Town, vuol dire bianco. Non vi sentirete mai chiamare così, fatta eccezione per i bambini e per la loro onestà infantile, ma è così che loro ci chiamano e ci vedono. È un termine dispregiativo o almeno non proprio edificante che ci meritiamo se continuiamo ad ignorare che l&#8217;Africa e i suoi popoli sono un nostro bene comune.</p>
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