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	<title>Il Medioriente &#187; curdi</title>
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	<description>Fauda e Balagan. Un blog di Alfredo De Girolamo ed Enrico Catassi</description>
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		<title>ERDOGAN E L&#8217;OCCUPAZIONE SIRIANA</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Oct 2019 13:06:25 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Il sultano di Istanbul ha ammassato ingenti truppe lungo il confine nel nord della Siria, pronto a lanciare i suoi giannizzeri all&#8217;assalto delle roccaforti curde. Il presidente Erdogan ha strappato dopo una telefonata la luce verde da Trump sul via libera all&#8217;operazione militare in territorio siriano, per poi ricevere qualche ora dopo quella rossa dai vertici del Pentagono. L&#8217;ennesimo corto circuito di un&#8217;amministrazione dove il capo agisce istintivamente senza coordinarsi con consiglieri, esperti e subalterni, un caso di bipolarismo istituzionale che ha contrassegnato più volte il cammino di questo mandato dell&#8217;inquilino della Casa Bianca, poco avvezzo alle dinamiche della macchina statale, di cui dimostra di non fidarsi, infischiandosene liberamente.</p>
<p>Dal 2016 le forze armate turche hanno sconfinato nel vicino stato per ben due volte, con incursioni pianificate e vigilate attentamente dagli statunitensi, che hanno tracciato l&#8217;area d&#8217;intervento delle forze di Ankara e di fatto messo in protezione il grosso delle conquiste degli alleati curdi. Questa volta l&#8217;obiettivo di Erdogan è di spingersi molto all&#8217;interno, sprigionando una vera e propria invasione, destinata a destabilizzare nuovamente la regione. Rimettendo in gioco gli assetti geopolitici, delineando una nuova cartina per uno stato ormai definitivamente compromesso, in balia delle tensioni interne e di quelle esterne. Dove tutti gli attori assumono un proprio ruolo e significato: ideologico, politico, religioso, tra interessi economici, terrore e guerra. L&#8217;implosione di Damasco, la frammentazione della Siria sono un&#8217;evidente realtà lontana dal trovare una soluzione.</p>
<p>Mentre, le implicazioni dirette di una campagna turca nel nord della Siria sono: cambiamento demografico a scapito della minoranza curda, scacciata e sostituita da profughi siriani di tradizione arabo-sunnita; il rischio di risorgere del Califfato o il prolificare delle sue affiliazioni; due potenziali conflitti di lunga durata, uno contro la resistenza curda e l&#8217;altro contro i fedeli di Assad; la Russia che rafforza la sua posizione da “notaio” internazionale, gli USA che dimostrano inaffidabilità, l&#8217;Europa vittima di un doppio dilemma: quello dei migranti che Erdogan potrebbe riversare sulle coste della Grecia e quella di un popolo lasciato solo a difendere i propri diritti. </p>
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		<title>UN REFERENDUM PER IL KURDISTAN</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Sep 2017 07:45:00 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Il Kurdistan ai seggi per la storia. Tra guerra all&#8217;Isis e aspirazioni separatiste dall&#8217;Iraq, a Erbil si sogna l&#8217;indipendenza. Il risultato dello scrutinio si saprà nelle prossime ore, ad urne ancora aperte, si è scatenata una reazione tesissima sul piano internazionale. Anche se il referendum democratico non ha carattere giuridicamente vincolante, l&#8217;alta partecipazione popolare alla richiesta di creazione di uno stato, di cui non sono chiari i confini, ha posto la leadership curda in una posizione critica. Lo spazio aereo della regione è stato praticamente sigillato. Truppe irachene e turche si stanno ammassando ai confini. A contestare il voto non solo Turchia, Iran e Iraq. Gli Stati Uniti, la Russia, l&#8217;ONU e l&#8217;UE esprimono dubbi sulla modalità, per l&#8217;assenza di negoziati diretti con la controparte. L&#8217;unica voce fuori dal coro è quella di Israele. Le bandiere con la stella di Davide hanno spesso sventolato, al fianco di quelle curde, durante le manifestazioni nelle città liberate dalle milizie nere dell&#8217;Isis. E Benjamin Netanyahu non ha mancato di far sentire il proprio sostegno agli “sforzi legittimi del popolo curdo per raggiungere il proprio stato”. Un&#8217;alleanza strategica per Gerusalemme in chiave anti-iraniana. Un alleato prezioso da elevare al rango di stato autonomo nel caotico scacchiere Mediorientale. Il nazionalismo curdo non ha radici storiche antiche, è fatto risalire al XVII secolo, ma è sul finire del XIX che il movimento per la creazione di una nazione indipendente prende forma e coscienza. La questione curda nel corso degli anni è andata caratterizzandosi come movimento transnazionale, trasformandosi in un problema regionale con effetti globali. Per questa ragione gli stati confinanti ritengono la secessione inammissibile: un sogno da reprimere con tutti i mezzi, inclusa la forza. Il crescente “pericolo curdo” è alla base del riavvicinamento geopolitico tra il regime degli ayatollah e il sultano Erdogan, avvenuto negli ultimi mesi. Il plebiscito popolare, quindi, non porterà acque tranquille in una regione pervasa dalla violenza atavica, dall&#8217;odio tra etnie e clan. La disgregazione di una nazione, quella irachena, è il preludio a nuove instabilità. Con una cartina geografica che quasi nessuno vuole modificare, almeno per ora.La guerra contro l&#8217;Isis ha visto giovani, uomini e donne, imbracciare il fucile e combattere per difendere le proprie case. Le vittorie sul campo, grazie al diretto contributo e all&#8217;assistenza straniera, hanno permesso ai curdi di ampliare la sfera di controllo su una vasta fetta di territorio a cavallo tra Siria e Iraq. La conquista di Mosul, seppure ha rappresentato il culmine del conflitto contro il Califfato, è stato il motivo che ha affievolito il supporto e l&#8217;attenzione internazionale. Il ribaltamento della situazione militare sul campo ha persino convinto il Pentagono a ridurre gradualmente la presenza nella regione dei propri soldati. La exit strategy della Casa Bianca è dovuta principalmente alle pressioni di Turchia e Iraq. Anche se Baghdad è molto più dialogante di Ankara con i separatisti. Comunque, pur in un quadro in continuo cambiamento il referendum presenta delle certezze: il Kurdistan staccandosi ridurrebbe il peso e il potere del governo centrale di Baghdad. Ma, soprattutto, espandendosi nella provincia di Kirkuk avrebbe il controllo sul 40% circa delle fonti di petrolio iracheno. Tuttavia, molte sono le incertezze, a partire dal futuro delle minoranze che risiedono in quelle terre: arabi, turkmeni e cristiani. Per finire con la visione, più o meno concreta, di annettere al futuro stato le zone del nord della Siria finite in mano ai miliziani curdi.La diatriba sorta all&#8217;indomani della bandiera curda issata sul municipio di Kirkuk, al posto di quella irachena, era solo l&#8217;inizio di una disputa destinata ad esplodere, con il passaggio referendario siamo alla vigilia di qualcosa che potrebbe sfociare in nuovi conflitti.</p>
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		<title>LO SCHIAFFO DI ERDOGAN</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Mar 2016 09:11:34 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Nel vertice di Bruxelles l&#8217;Unione Europea e la Turchia hanno trovato un accordo generale, ma solo nei principi, sul piano per alleviare la crisi dei migranti. Forti perplessità sono state espresse dall&#8217;Unhcr (l&#8217;Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati), che ravvede violazioni al diritto internazionale, e la decisione finale è stata posticipata al 17 marzo a causa dei nuovi diktat presentati da Ankara. Il governo presieduto da Ahmet Davutoglu ha alzato l&#8217;asticella delle richieste, una prova di forza: costi per il rientro dei migranti irregolari in suolo turco a spese degli europei, per ogni siriano riammesso un&#8217;altro profugo smistato in un paese dell&#8217;Unione. Inoltre l&#8217;Europa dovrà erogare altri 3 miliardi oltre ai 3 stanziati per il fondo rifugiati. Libera circolazione per i cittadini turchi, sollevando l&#8217;obbligo di visto e accelerare i negoziati per l&#8217;ingresso della Turchia in Europa. L&#8217;ultimo punto, uno schiaffo all&#8217;Europa, è il più difficile da digerire per le ripetute inadempienze sui diritti umani e la libertà di stampa. In ultimo il caso del giornale Zamana la cui linea editoriale è stata “ammorbidita” con l&#8217;uso della polizia. La Turchia, a lungo fedele alleato degli Stati Uniti e membro strategico della NATO, ha svolto un ruolo fondamentale e delicato nella difesa dell&#8217;Europa e del Medio Oriente sin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Teatro del conflitto della Guerra Fredda con l&#8217;Unione Sovietica ieri e della guerra civile siriana con l&#8217;ingerenza Russa oggi. Una potenza con carattere deterrente in grado di frenare qualsiasi mira espansionistica in Medioriente. La presenza della Turchia nella NATO è fondata su un principio di reciprocità: la Turchia mette a disposizione le strutture logistiche nel suo territorio, mentre il blocco degli alleati occidentali fornisce tecnologie e assistenza militare ed economica. Il patto di ferro è andato scricchiolando con l&#8217;aggravarsi dello scenario siriano e per l&#8217;impegno bellico di Ankara in Siria: attualmente l&#8217;esercito turco ha aperti due fronti di guerra. Ha trasformato le città curde nel sud-est della Turchia in zone militarizzate, nello sforzo di rimuovere i militanti indipendentisti curdi presenti in quella regione. E ha lanciato attacchi con intensivi bombardamenti contro le forze curde nel nord della Siria. La lotta all&#8217;eterno nemico curdo ha convinto Ankara ad intavolare segrete, nemmeno troppo, alleanze con gruppi fondamentalisti islamici. È di pochi giorni fa la pubblicazione di un documento ufficiale, la cui autenticità non è ancora stata tuttavia riscontrata, che dimostra il sostegno della Turchia al transito dei foreign fighter. Il ministero degli interni avrebbe fornito le disposizioni per l’appoggio logistico ai jihadisti ceceni e tunisini di Jabhat al-Nusra, da utilizzare in chiave anti curda in territorio siriano. La denuncia dei legami con l&#8217;Isis ha provocato in questi mesi non poche grane al governo turco che ha risposto alle critiche internazionali con censure alla stampa interna: il direttore Can Dundar e il caporedattore Erdem Gul del quotidiano Cumhuriyet sono sotto processo per aver pubblicato fotografie di convogli mentre trasportano, probabilmente, armi dalla Turchia ai jihadisti. I due giornalisti rischiano la pena dell&#8217;ergastolo. Nella “classifica” sulla libertà di stampa, stilata da reporter senza frontiere nel 2015 in 180 paesi, la Turchia è al 149° posto. Le organizzazioni non governative denunciano che più di 30 giornalisti sono attualmente detenuti in cella, giornalisti terroristi l&#8217;accusa. Nelle elezioni del 2002 molti analisti plaudirono alla pluralità partitica presente nello scenario turco, espressione, si pensava, di una transizione democratica. L&#8217;ascesa di Erdogan e del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo Islamico-conservatore (AKP) chiudeva il lungo periodo kemalista. L&#8217;AKP smantellò il sistema di controllo del potere dell&#8217;esercito, introducendo normative atte a ridimensionare l&#8217;influenza politica della gerarchia militare. Ebbene, quello che pareva un processo di democratizzazione e civiltà oggi merita attenta riflessione prima di tutto di quella Europa che deve decidere l&#8217;ingresso della Turchia nella sua Comunità.</p>
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