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	<title>Il Medioriente &#187; Breaking the silence</title>
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	<description>Fauda e Balagan. Un blog di Alfredo De Girolamo ed Enrico Catassi</description>
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		<title>LA CRUDA LOGICA</title>
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		<pubDate>Sun, 10 Apr 2016 07:48:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Il nemico può essere chiunque e ovunque. Può essere una donna dai grandi occhi neri, coperta dal velo e con un coltello nella borsa. Un ragazzo in moto che alla fermata del bus estrae una pistola. Uno studente con lo zainetto della scuola che fa esplodere una molotov. O un anziano che si lancia con la sua sgangherata vettura a tutta velocità contro un check point. Non c&#8217;è età, non c&#8217;è sesso a determinare il profilo del nemico, tranne il fatto che sicuramente è un palestinese. Questo insegnano alle reclute dell&#8217;esercito israeliano al corso d&#8217;addestramento alle tecniche di antiterrorismo. Dure settimane in cui ufficiali e sottufficiali preparano i soldati ad operare in territorio ostile. &#8220;Capire il pericolo, rimuovere l&#8217;ostacolo&#8221; viene inculcato a tutti. Un insegnamento da tenere a mente, parole che hanno un significato ben specifico: questo è il modo per riportare la pelle a casa. In guerra anche se asimmetrica un esercito dovrebbe essere chiamato a rispettare dei codici morali scritti e siglati, a prescindere dagli ordini. Possibile? Beh certamente non semplice.<br />
Proprio in queste ore l&#8217;esercito israeliano è di fronte ad una bufera di critiche dopo l&#8217;uccisione a Hebron di un palestinese che aveva, a sua volta, accoltellato e ferito un ufficiale. È stato un giovane militare dell&#8217;esercito di Tzahal a freddare il palestinese che si trovava a terra ferito e disarmato. Il caso ha suscitato polemiche dopo la pubblicazione online del video integrale del fatto. Il tribunale militare di Jaffa ha aperto un&#8217;indagine sull&#8217;accaduto, mentre l&#8217;ufficio stampa dell&#8217;esercito ha reso noto la testimonianza di uno dei commilitoni presenti, il quale ha riportato le parole dell&#8217;indiziato prima che aprisse il fuoco: “merita di morire, ha accoltellato un mio amico”. Il ministro della Difesa Moshe Ya&#8217;alon e il Primo Ministro Benjamin Netanyahu hanno parlato di gesto immorale condannandolo apertamente. Il capo di stato maggiore dell&#8217;esercito Gadi Eisenkot ripete di essere orgoglioso dei propri soldati ma che “non esiterà a punire coloro che andranno contro i principi morali dell&#8217;esercito”. Per portare alla luce quest&#8217;ultimo scandalo è servita una telecamera, per altri crimini c&#8217;è impunità e silenzio. “In pattuglia abbiamo usato civili per arrestare altri palestinesi &#8211; procedura oggi in gergo denominata «porta un amico» &#8211; abbiamo preso i vicini di casa usandoli come scudo per proteggerci. Chiedere ad un soldato israeliano se usa i palestinesi come scudo umano è come chiedergli se per vivere respira”. Quando a Gerusalemme in uno scarno appartamento del quartiere meridionale di Talpiot incontrammo Yehuda Shaul, con la sua kippah nera in testa e la sua barba ben curata, per una lunga intervista, mai integralmente apparsa, in pochi conoscevano quel giovane paffutello, la sua storia e la sua organizzazione: Breaking the Silence. L&#8217;intenzione di Shaul e dei suoi amici era rompere il silenzio che copre le violenze, gli abusi, quello che Shaul definisce “l&#8217;immoralità dell&#8217;occupazione”: svelare pubblicandolo materiale raccolto dagli stessi soldati durante il loro servizio di leva nei Territori Palestinesi. Quell&#8217;idea ha portato alla pubblicazione di un libro «La nostra cruda logica» edito in Italia da Donzelli, decine di testimonianze di veterani, racconti d&#8217;ordinaria quotidianità, un progetto che ha suscitato la reazione della destra israeliana, e le accuse di “tradimento” a Breaking the Silence. “Dappertutto t&#8217;insegnano ad accertare un&#8217;uccisione. La si accerta sempre, gli spari un&#8217;altra pallottola in testa anche se il tipo è morto”. Non hanno un volto e un nome le parole degli ex soldati, al lettore viene fornito solo l&#8217;anno e il reggimento di appartenenza. Frammenti di ricordi indelebili, “cartoline” dal fronte: “Picchiavamo di continuo gli arabi, niente di speciale. Giusto per passare il tempo”. Poi scorri le pagine del libro e trovi la memoria di un soldato di fanteria a Betlemme: “l&#8217;espressione accusatoria nello sguardo di una donna di novant&#8217;anni, che certamente non ha fatto niente di male, è qualcosa che ti resta dentro”. Il giudizio nel racconto del paracadutista: “Sentire di essere superiore a loro è irrilevante, sei già superiore a loro”. Mentre il soldato dei corpi blindati ricorda: “Li mettevamo in ginocchio, li tenevamo a seccare”. Parla il poliziotto di frontiera: “piangevano, ovviamente, venivano umiliati”. Dal canto loro le gerarchie dell&#8217;esercito hanno preso le difese dell&#8217;operato delle proprie unità. &#8220;Il nostro spirito è nella moralità, combattiamo con regole molto chiare, nel rispetto della dignità umana, con una netta separazione tra nemici e innocenti&#8221; sono le parole del tenente colonnello Nati Keren, trentenne comandante del battaglione Duchifat, è l&#8217;elite dell&#8217;esercito con la stella di Davide, l&#8217;arma migliore dello Stato di Israele, da sempre. Senza il proprio esercito Israele non esisterebbe. Breaking the Silence, che piaccia o meno, è un contributo alla vita democratica “verso se stesso ma anche verso l&#8217;altro”.</p>
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