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	<title>Il Medioriente &#187; Amiram Ben Uliel</title>
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	<description>Fauda e Balagan. Un blog di Alfredo De Girolamo ed Enrico Catassi</description>
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		<title>CULTURA SBAGLIATA</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Sep 2023 07:10:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Abu Mazen]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Nel conflitto israelopalestinese sono dibattute questioni “sociali” che, alimentate dalla politica e dall&#8217;ideologia, assumono aspetti culturali eticamente distorti. Uno dei tanti esempi è il Fondo dei Martiri dell&#8217;Autorità nazionale palestinese, il programma di sostegno economico ai palestinesi imprigionati, feriti o uccisi da Israele e destinato alle loro famiglie: stimato in 350 milioni di dollari l&#8217;anno. Ufficialmente introdotto dal governo di Ramallah nel 2004, in piena Seconda Intifada, questa tipologia di finanziamento era già in uso nei campi profughi del Libano tra i combattenti di Fatah, a partire dagli anni &#8217;70. E poi successivamente riproposto nelle campagne politiche di assistenzialismo gestite da Hamas, nel nome della beneficenza islamica. E proprio su questo banco di prova con gli avversari politici che prima Arafat e dopo i suoi successori hanno deciso di alzare il piatto della bilancia della propaganda.<br />
Con un provvedimento del 2013 il sistema di welfare palestinese garantisce ai prigionieri (attualmente nelle carceri israeliane sono quasi 5mila) l&#8217;automatico impiego negli apparati istituzionali al loro rilascio. Inoltre, l&#8217;Autorità palestinese stabilisce un sistema “proporzionato” di compenso, dove i prigionieri ricevono maggiori finanziamenti in base alla durata del periodo di detenzione, e quindi parallelamente alla gravità del crimine commesso. Più vittime fai e più soldi ricevi (l’accusa). Dal punto di vista palestinese tale misura viene legittimata, e motivata, nel dare pieno sostegno “alla lotta contro l&#8217;occupazione e l&#8217;ingiustizia israeliana”. In un contesto dove è noto che l&#8217;esercito israeliano effettua arresti arbitrari di palestinesi (non ultimo ed eclatante l&#8217;episodio dell&#8217;italopalestinese Khaled El Qaisi, da giorni recluso in cella), che sono soggetti alla legge militare israeliana e privati dei diritti garantiti da quella civile di Israele. Il contraltare palestinese è lo schema di sussidi previsto per i terroristi. I quali, pur macchiandosi di crimini contro civili inermi, possono beneficiare dell&#8217;assistenza sociale. Questo elemento, non di poco conto, si porta dietro il soprannome dato al programma: “pay-for-slay”. Ovvero, un incentivo, secondo i critici, ad ammazzare gli israeliani.<br />
&#8220;Indipendentemente dal suo vero scopo, non è esatto caratterizzare il Fondo dei Martiri esclusivamente come un mezzo per incoraggiare il terrorismo contro Israele. Contrariamente a quanto potrebbe affermare il primo ministro Netanyahu, non tutti i beneficiari degli aiuti del Fondo dei Martiri sono terroristi&#8221;. Alex Lederman in un articolo pubblicato da Israel Policy Forum, sottolinea che: &#8220;Non tutti i palestinesi nelle carceri israeliane hanno o intendono avere le mani sporche di sangue israeliano&#8221;. Restano comunque i gravi errori commessi ripetutamente dall&#8217;Autorità palestinese e dal suo presidente. Non dimentichiamo che il budget del cosiddetto Fondo Martiri proviene oltre che dai regimi arabi anche dai poco informati e talvolta distratti contribuenti occidentali.<br />
Sono invece qualche migliaia e molto convinti coloro che hanno donato oltre 1,2 milioni di shekel alla campagna di crowdfunding lanciata per chiedere la liberazione di Amiram Ben Uliel, estremista di destra e colono israeliano giudicato colpevole di aver compiuto nel 2015 un attentato terroristico incendiario nel villaggio di Duma, a sud della città di Nablus, costato la vita a tre palestinesi membri della famiglia Dawabsha (madre, padre e figlio di 18 mesi). Recentemente 14 parlamentari della maggioranza di governo, per lo più aderenti ai partiti Likud e Otzma, hanno fatto appello al capo dello Shin Bet Ronen Bar per far allentare le sue condizioni di detenzione all&#8217;ergastolo (per diritto di cronaca Ben Uliel si professa innocente e dichiara di aver confessato sotto tortura). In occasione delle festività di Rosh haShanah è stato approvato il temporaneo trasferimento di Ben Uliel dall&#8217;isolamento all&#8217;ala dedicata ai religiosi (Torah wing). Un piccolo trattamento di favore, che vista la composizione dell&#8217;attuale governo di Netanyahu potrebbe non essere l&#8217;unico.<br />
Crowdfunding per un pericoloso eversivo israeliano o fondo per i martiri della jihad palestinese, non sono un bel segnale di pace. Del resto se Abu Mazen e Bibi Netanyahu, partecipando ai lavori dell&#8217;assemblea plenaria delle Nazioni Unite, hanno parlato dallo stesso microfono scambiandosi reciproche accuse, si sono seduti nella stessa aula e non si sono stretti la mano, quasi sfiorati e prudentemente evitati. È chiaro che sul tavolo non c&#8217;è nessuna reale intenzione di dialogo.</p>
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