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Un tavolo di pace ancora è possibile

Roma crocevia del futuro assetto politico della sponda Sud del Mediterraneo. Il viaggio del Segretario di Stato americano John Kerry nella città eterna è stato denso di contenuti, al centro dei colloqui questioni delicate come Libia e Siria, a sottolineare l’ultimo atto o tentativo di politica internazionale dell’era Obama. “E lui ora può fare ciò che vuole” libero da vincoli di mandato, l’opinione è di Isaac Herzog, leader del centrosinistra israeliano, rilasciata durante la sua visita romana. Herzog ha presentato a Kerry, in un incontro non ufficiale, un piano strutturato per la ripresa del percorso di pace tra palestinesi ed israeliani che prevede il disimpegno militare dalla West Bank, la fine di fatto dell’occupazione: “separazione” e organizzazione di una conferenza regionale sulla sicurezza in cooperazione con i paesi arabi. “Israeliani vengono uccisi nelle strade e nel mondo vediamo sorgere iniziative surreali e boicottaggi. Il ritiro – dalla West Bank – è il cammino, l’unico, per la soluzione di due Stati.” Il leader laburista, sconfitto nelle passate elezioni da Netanyahu, non è ottimista, non elude il problema del governo di destra che governa il suo paese, a differenza del falco della politica israeliana è consapevole di avere un forte ascendente e un canale privilegiato nei rapporti con Washington. Dove gode di quella amicizia che Netanyahu letteralmente ha portato ai minimi termini, i rapporti tra il leader della Knesset e il presidente degli USA sono pessimi, non c’è fiducia tra i due storici alleati tanto da arrivare, nei passati mesi, ad aperte accuse di spionaggio. Quanto Herzog sia riuscito a convincere il capo della diplomazia della prima potenza mondiale lo capiremo a breve. Intanto c’è tornata alla memoria una vecchia intervista a Khaled abu Awwad, palestinese e pacifista: “Noi e gli israeliani viviamo nel luogo più bello al mondo, eppure non c’è normalità e umanità nel nostro agire.” Khaled ha trascorso un lungo periodo di detenzione nelle carceri israeliane per motivi politici, oggi è considerato uno delle 500 personalità arabe più influenti e in Palestina è impegnato nel promuovere la via della non violenza e del dialogo: “la scelta delle armi è sbagliata, non è con la violenza, con il terrorismo dei kamikaze che raggiungeremo la libertà. C’è un cammino da fare insieme agli israeliani ed è quello del dialogo, dobbiamo sederci e chiarirci una volta per tutte: Qual è il vostro problema? Qual è il nostro problema? Ebrei, cristiani e musulmani siamo su questa terra per costruire e non per distruggere ed uccidere. Pace è una bella parola solo se ha un valore è un contenuto.” Forse hanno ragione Herzog e Khaled una possibilità per mettersi al tavolo, ancora una volta, è possibile. Il problema, a questo punto, è chi invitare.

 

AGOSTO FEROCE

La Terra Santa sotto shock. In poche ore due crimini assurdi hanno sconvolto il mondo. Shira e Ali, la prima 17 anni e israeliana, il secondo 18 mesi e palestinese, entrambi vittime dell’intolleranza e del fondamentalismo. La giovane ragazza pugnalata da un ortodosso al gay pride di Gerusalemme. Mentre il bambino è stato arso vivo nella propria casa in un attacco di nazionalisti israeliani. Di qua e di là dal muro si piange, stesse lacrime, stesso orrore. Il Medioriente sprofonda ancora una volta in un abisso di disumanità. In Israele il governo di destra formato da Netanyahu è ad un bivio: tolleranza zero nel combattere il terrorismo interno o accettare le richieste del movimento dei coloni, piegarsi all’intransigenza della religione o mantenere la laicità dello stato. Nell’Agosto 2005 Sharon attuava il piano di disimpegno unilaterale degli israeliani da Gaza. Evacuando dalla Striscia qualche migliaia di coloni e smantellando gli insediamenti. Furono giorni di tensione. In alcuni casi l’esercito e la polizia intervennero con la forza per sgomberare i manifestanti che si erano barricati rifiutando di lasciare Gaza. Dieci anni dopo la questione dei coloni israeliani è tornata prepotentemente alla cronaca. Recenti statistiche annoverano che il numero degli israeliani che risiedono oltre la Linea Verde è intorno alle 450 mila unità. I coloni godono di fatto degli stessi diritti dei cittadini israeliani: totale libertà di movimento, di parola, partecipazione alle elezioni nazionali, sicurezza sociale, sistema sanitario etc etc. A partire dagli anni ’80 i vari governi israeliani hanno utilizzato la molla della crisi degli alloggi per favorire l’espansione delle colonie. Migliaia di giovani coppie, con basso reddito, hanno trovato casa ad un prezzo abbordabile negli insediamenti. Tuttavia solo il 40% motiva la legittimazione a vivere in quelle terre sul concetto di Eretz Israel, secondo cui quel lembo di terra sarebbe stato un dono offerto da Dio ai discendenti di Abramo e Mosè, e che quel vincolo sacro è tutt’oggi in essere. Le zone bibliche dell’antica Samaria e della Giudea coincidono oggi con i Territori Palestinesi Occupati della West Bank, dove, in base agli Accordi di Oslo, è in vigore una divisione per aree: A, B e C. Le colonie sono nelle aree denominate C, sotto il completo controllo israeliano. La questione degli insediamenti ebraici in tali aeree è oggetto di una controversia internazionale, di fatto è un elemento critico nel processo di pace. E forse il più intricato da risolvere. La Linea Verde non esiste, almeno per me. Uno stato palestinese c’è e si chiama Giordania. Quella è la terra dei palestinesi. Io non credo nel processo di pace. I politici sono persone arroganti e non comprendono i bisogni delle persone. Non vivono in mezzo a noi. Non capiscono che non dobbiamo sederci al tavolo con i Palestinesi.” Questa la testimonianza raccolta in un insediamento sulle colline alle porte di Nablus, nel cuore della Palestina. A parlare è Avraham, un colono. Israele è oggi un microcosmo fatto di tanti pianeti che muovono verso la collisione. A riguardo abbiamo ascoltato la “profezia” del rabbino Yuval Cherlow, religioso “moderato”, impegnato contro il settarismo e l’omofobia. “La società israeliana deve oggi creare o aggiungere un nuovo elemento di solidarietà; deve decidere la propria identità rispetto a tutti gli elementi che la compongono. Questo pericolo può seriamente minare la sua futura esistenza e la leadership politica, ideologica e intellettuale, educativa, deve assolutamente investire in questa ricerca così vitale per il suo futuro.