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LA BREXIT CHE PENALIZZA I POVERI

Al numero 10 di Downing street l’inquilina Theresa May è al lavoro per comporre una delicata maggioranza in parlamento, se fallisce non è escluso che scelga di dare le dimissioni. È rientrata dal vertice di Bruxelles con le valigie vuote ma l’umore “rallegrato” dall’apertura ventilata dai laburisti. Se accetta la mano tesa da Corbyn dovrà affrontare la resa dei conti nell’aula di Westminster con l’ala oltranzista del suo partito, capeggiata da Boris Johnson. L’erede della Tatcher ha margini di manovra che si assottigliano più si avvicina la fatidica data della Brexit, e in caso di mancato accordo l’unico obbiettivo a cui deve sperare, come lei stessa ha promesso, è che il confine con i “cugini” irlandesi resterà invisibile, sopratutto per evitare il riacutizzarsi del conflitto. Carta con cui spera di impietosire Juncker e l’Europa. Intanto è costretta, come la volpe durante la caccia, a sfuggire alla muta dei cani che la inseguono. Oltre ai latrati, sempre più vicini, la premier britannica deve fare i conti con una serie di fattori economici avversi, l’incertezza dello scenario postBrexit è, in gran parte, responsabile dell’ulteriore calo di crescita del Paese. I prezzi del mattone hanno avuto una battuta d’arresto e il timore è che nel corso dell’anno potrebbero entrare in una fase decrescente, portando la soglia dei costi delle case a perdere anche il 5% di valore.

Chi invece potrebbe pagare un conto salato a causa delle potenziali ricadute del divorzio tra Londra e Bruxelles sono i Paesi in via di sviluppo, già fragili economie di stati con indice di povertà diffusa. Secondo alcune simulazioni c’è il rischio che il divorzio comporti un aumento delle condizioni di estrema povertà per circa 2milioni di persone. La Cambogia con il 7,7% di esportazioni verso il Regno Unito risulterebbe il più colpito. Con un calo del PIL che potrebbe sfiorare l’1,4% in meno. Quadro a tinte scure anche per l’Etiopia, con la prospettiva di un aumento del grado di povertà stimato in +1,12. Nel caso dell’ex colonia italiana gli effetti della Brexit andrebbero, molto probabilmente, ad inficiare direttamente sui prezzi dei generi alimentari. Contraccolpi negativi in generale su tutti gli stati aderenti alle tariffe commerciali EBA, che includono i 49 paesi classificati dalle Nazioni Unite come più bisognosi. A risentirne saranno principalmente quelli impegnati nell’esportazione del tessile verso le sponde del Tamigi.

Alla fine la realtà per i paesi meno sviluppati del mondo potrebbe essere peggiore degli studi di settore. L’impatto globale dello scollamento della Gran Bretagna dal Vecchio Continente è un labirinto d’incognite, tra tante incertezze non è da escludere che la contrazione degli aiuti internazionali induca nuove ondate migratorie. Intanto, i primi a scappare sono le grandi multinazionali giapponesi che, in fretta e furia, abbandonano l’isola al suo triste destino.