Una telefonata lunga 42 giorni

Per governare non basta vincere le elezioni, occorre avere la maggioranza. E raggiungere il 50 + 1 con un sistema elettorale proporzionale non è semplice. Amalgamare una coalizione di governo può creare dei problemi. Trovare degli alleati leali nel gioco della politica significa ripartire il potere, distribuire anche le poltrone e, soprattutto, condividere un programma. In modo da accontentare tutti o almeno non scontentare troppo qualcuno rispetto ad altri. Ma le variabili in politica sono tante e il risultato finale talvolta non è prevedibile, nemmeno se si usa il pratico manuale Cencelli. Prendiamo ad esempio il caso di Israele. La Knesset, il Parlamento di Gerusalemme, è composto da 120 deputati. In Israele quindi bastano 61 seggi per governare. Ovviamente è una soglia minima che non assicura stabilità, con quei numeri persino un banale raffreddore potrebbe far cambiare le sorti all’esecutivo. Questo è il dilemma che si deve essere posto spesso Benjamin Netanyahu in queste settimane che sono seguite al 17 marzo scorso, la giornata nella quale gli israeliani gli hanno ridato fiducia premiandolo con un voto che ha colto di sorpresa tutti, sia in patria che all’estero. Al leader della destra, sfumati i tentativi di istituire un governo d’unità nazionale, non restava che scegliere tra rinunciare, ammettendo il fallimento, o la formazione di un governo fragile nel tentativo di prendere tempo. Netanyahu ha scelto la seconda via, ci ha pensato a lungo prima di dare vita al suo ennesimo governo e diventare il Primo Ministro più longevo della storia di Israele, persino dello stesso padre fondatore David Ben Gurion. Tuttavia, questa volta il falco della politica israeliana è riuscito a trovare la quadra per il rotto della cuffia, con una maggioranza risicata e a tempo quasi scaduto. Per chiudere la partita ha dovuto accontentare tutti. Con il risultato finale che il numero dei ministri e’ altissimo, il più alto da quando la legge impone di non superare i 18 dicasteri. L’espansione delle poltrone si rifletterà anche sul piano dei costi, elevando anche quelli. È chiaro a questo punto che il nuovo governo è il frutto di un parto lungo e doloroso per Netanyahu. Il travagliato negoziato è costato la rottura di una storica “amicizia”, quella tra il premier e il suo fedele ex ministro degli esteri Avigdor Lieberman. I sei seggi raccolti dal partito Yisrael Beiteinu avrebbero garantito una maggiore solidità e durata a Netanyahu. E non avrebbero di fatto cambiato la natura di un governo apertamente spostato a destra. In mano ai partiti religiosi che chiedono a gran voce nuove politiche di esenzione fiscale per le fasce più povere della popolazione e impongono come condizione di: “alzare il salario minimo”. Un Gabinetto di Governo dove si dovranno ascoltare le richieste della nuova formazione di centrodestra Kulanu, partito guidato dall’ex Likud Moshe Kahlon e futuro Ministro delle Finanze: “Non c’è un partner palestinese per la pace”. Un esecutivo sotto scacco dell’estrema destra nazionalista di Naftali Bennet: “Non vedo in un prossimo futuro la possibilità di arrivare alla pace con i palestinesi”. Qualcuno ricorderà, ad urne appena chiuse, dal palco della convention del Likud in festa per i risultati dei primi sondaggi, Netanyahu aver esclamato: “La prima telefonata che farò nel momento che avrò i dati ufficiali sarà a Bennet”. Viene da pensare che è stata una delle telefonate più lunghe della storia, è durata 42 giorni e forse non sarà l’ultima, se il “falco” vorrà governare davvero in Israele.

Ariel, ebreo-etiope a Tel Aviv: una storia nelle sue parole

In Israele come a Baltimora c’è tensione sociale. La minoranza di colore di origine eritrea ed etiope protesta e accusa la polizia di razzismo. La protesta prosegue da giorni. Teatro delle manifestazioni sono le città di Gerusalemme e Tel Aviv. Centinaia di persone in strada con cariche della polizia, granate assordanti e lacrimogeni. Arresti e feriti. Per capire meglio questa comunità ebraica di origine africana, chiamati Falasha, e il loro contesto in Israele vi proponiamo un’intervista di grande attualità del 2013 a Ariel, ebreo-etiope di 34 anni. Ci incontriamo a Rishon LeZion alle porte di Tel Aviv. Nel suo piccolo ufficio al secondo piano di un centro commerciale squallido e buio. All’ingresso la sicurezza con metal detector e pistola. Controllano e frugano nelle borse di chiunque. In lontananza si scorge l’azzurro mare Mediterraneo. È una giornata di sole e caldo. Ariel ci accoglie alzandosi dalla poltrona nera in cui è sprofondato, è sorridente. Statura media e fisico palestrato. Indossa una camicia Oxford, un pullover nero, jeans e scarpa di cuoio. È giunto in Israele dall’Africa nel 1984: L’inizio è stato duro, io e i miei fratelli non parlavamo ebraico. Guardavamo la televisione per ore, affascinati dal quel miracolo. Una piccola scatola con tutte quelle persone dentro! Ricordo che ci volle del tempo prima di prendere le proporzioni con tutte quelle novità. La tristezza prende il sopravvento ricordando quei giorni. La drammatica fuga durante la quale perse la madre. Nella storia d’Israele spesso la strada dell’aliyah, intrapresa dagli ebrei per raggiungere la Terra Santa, è un viaggio arduo da portare a termine. Ariel ha lasciato tutto quello che aveva da bambino nel suo villaggio in Etiopia, ha nascosto la sua identità ebraica per settimane. A 5 anni è salito su di un aereo del Mossad in Sudan per scendere in Israele: Gerusalemme è diventata la mia vita. È cresciuto in Galilea, in un kibbutz. Scuola e lavoro nei campi. Ha indossato la divisa dell’esercito con la stella di Davide per sette anni. Raggiungendo il grado di ufficiale, cosa di cui è visibilmente orgoglioso: Una scimmia che avrebbe dovuto vivere sugli alberi invece, era diventata ufficiale. Come? Perchè? Per gli altri commilitoni era difficile d’accettare. E se non me lo dicevano in faccia, si leggeva nei loro occhi che proprio non gli andava giù. L’ironia di Ariel spiazza, è tagliente contro il razzismo dilagante a Occidente e Oriente: I gradi e la guerra mi hanno trasformato in un israeliano come gli altri. Altrimenti sarei rimasto un escluso ed emarginato. Amos Oz nel suo libro “Tra amici” fa dire al personaggio immaginario del “compagno” Zvi una grande verità: “Chiudere gli occhi di fronte alle crudeltà della vita, secondo la mia opinione è tanto stupido quanto colpevole. Possiamo fare ben poco. Allora, quantomeno è un dovere dirle”. Ariel è stato ferito in una operazione militare nei Territori Palestinesi: Avevo 40 uomini ai miei ordini. Durante uno scontro a fuoco sono stato colpito da due proiettili. Ho perso due miei uomini in quel conflitto sulle colline di Betlemme. Allora decisi di lasciare le armi. Ariel ha viaggiato molto all’estero, in particolare in Asia. È tornato sui banchi a studiare. Praticantato presso il Ministero di Giustizia, è avvocato. Oggi è a disposizione come riservista dell’esercito. Sposato con due figli è impegnato nella causa dei diritti degli ebrei-etiopi israeliani: la gente della mia comunità è quella che nella società israeliana svolge i lavori più umili. Lavano i piatti nei ristoranti, puliscono le strade, gli aeroporti, i centri commerciali e non sono protetti dalla legge. Io mi adopero contro queste discriminazioni nei confronti degli etiopi. Lavoro per cambiare le legislazioni che impediscono di avere tutti uguali diritti. La comunità etiope in Israele non supera il 2% della popolazione. Vengono abitualmente chiamati Falasha: Non mi piace essere chiamato Falasha. È l’appellativo che ci hanno affibbiato in Etiopia i cristiani per dire che eravamo diversi, stranieri. Io sono israeliano e la mia identità culturale e religiosa è di ebreo etiope. Politicamente la comunità etiope è sempre stata un bacino di voti sicuri per il Likud, il partito di Bibi Netanyau e nelle case degli etiopi alle pareti non mancano mai le foto di Begin o Shamir. È sotto i loro governi che noi siamo arrivati in questa terra. Votare per il Likud è una forma di riconoscenza per la mia gente. Oggi questo “obbligo morale” di voto è ad una svolta. Ariel è il rappresentante di una nuova generazione, borghese e progressista. Chiede meno tasse, una educazione ed un futuro migliore per i suoi figli. L’area politica di riferimento è quella della classe media israeliana, dei partiti centristi e liberali come Yesh Atid.

UN ITALIANO ROMANTICO E UN INGLESE POCO LEALE, STORIE DI GUERRA

Africa meridionale. Stato del Transvaal. La guerra anglo-boera incombe. Da una parte l’esercito più potente al mondo, formato da truppe scelte di gallesi e inglesi, dall’altra contadini di origine olandese e tedesca. In disparte le tribù Bantu, gli Zulu. Spettatori di una guerra tutta europea che avrebbe purtroppo cambiato anche la loro vita.

In quei giorni il nazionalismo boero ancora una volta sfidava il potere di Londra: la periferia dell’impero era in rivolta e l’internazionale socialista cavalcava la protesta. Volontari lasciavano il vecchio continente per andare a combattere una guerra persa in partenza. Erano anarchici, repubblicani e socialisti. Ex ufficiali di cavalleria prussiana o piemontese, borghesi, artigiani, contadini e operai provenivano dall’Italia, Grecia, Austria, Francia, Irlanda. Formavano i reparti internazionali dei combattenti per la causa boera. Legionari senza un esercito, un pugno di scout, male armati, senza divisa o bandiera, solo il fedele cavallo e coraggio da vendere. Guerrieri dimenticati dalla storia. Colpevoli di aver scelto di lottare in favore delle vittime dell’oppressione colonialista senza comprendere che quelle stesse vittime si sarebbero trasformati in principi dell’ideologia razzista.

Allora il sogno d’indipendenza attraversava gli oceani, i deserti e la savana. Buoni o cattivi. Libertà o capitalismo. Monarchia o repubblica. Oro o campi di grano. Per uccidere o morire c’è sempre una buona ragione vuoi che sia politica, economica o morale. La guerra anglo-boera le racchiudeva tutte anche quelle più personali e talvolta straordinarie. Tra queste l’avventura di Camillo Ricchiardi. Nato nel cuore delle Langhe nel 1865, cresciuto tra lunghi filari di vigneti e affilate spade. La vita di Camillo Ricchiardi è quella di un viaggiatore del tutto particolare. Soldato, avventuriero, scrittore. Descritto come eroe romantico dai giornali del tempo. Aderì agli ideali dell’indipendentismo boero dopo aver viaggiato e combattuto in Cina, Eritrea, Siam e Filippine. Aveva impugnato le armi contro etiopi, spagnoli e americani. E poi si era lanciato in una guerra personale dall’esito scontato: “Io non ho nulla contro gli inglesi, la mia antipatia è per il loro governo e per l’egoismo politico di voler possedere tutto. È per questa ragione che ho deciso di lottare per la causa Boera.” Per Ricchiardi alla vigilia di un nuovo secolo era giunto il momento di incrociare, ancora una volta, il proprio destino con quello del mondo.

Anno 1899. Dicembre. Nei pressi di Estcourt lungo le rive del fiume Boesmans. Nell’accampamento militare i fuochi sono accesi e le lampade ad olio appese alle tende. Il lungo pennone ospita nella sommità la bandiera dell’impero britannico, la Union Jack sventola sopra le teste di migliaia di soldati. Intorno ad un tavolo un gruppo di ufficiali di Sua Maestà ascolta un giovane aristocratico dell’Oxfordshire. Oratore minuzioso e fantasioso, incanta il suo pubblico con il racconto della sua cattura e la rocambolesca fuga dalla prigionia. Ha accuratamente e volutamente evitato di menzionare alcuni dettagli, nemmeno troppo banali, di quella pazzesca storia, ma in fondo è pur sempre uno scriba di nobile lignaggio con una carriera politica da intraprendere e un impero da governare. Nella lunga notte africana racconta ai compatrioti di essere stato catturato da una guarnigione boera comandata dal generale Louis Botha in persona. È una bugia. Poi narra di come fortunatamente è riuscito a fuggire dalla prigione di Pretoria. Mezza verità. Non parla di essere caduto in una imboscata organizzata da guerriglieri irregolari. Non dice che il carcere in realtà era una scuola adibita a centro di reclusione per gli ufficiali nemici e le condizioni erano tutt’altro che dure. Elude il fatto che tutti i prigionieri avevano dato la propria parola che non avrebbero tentato la fuga e che il controllo della struttura era ridotto ad un numero irrisorio di secondini. Racconta però che saltare il muro di cinta per poi sottrarsi alle guardie fu un gioco da ragazzi.

La vera storia di quell’episodio che potremmo definire marginale nella guerra anglo-boera inizia poche settimane prima, il 15 novembre. È mattina. In cielo le nuvole corrono via lasciando spazio al caldo sole. Il giovane aristocratico inglese corrispondente di guerra per il quotidiano conservatore Morning Post ha preso posto a sedere sul treno blindato che deve percorrere la tratta per Ladysmith. Sul treno i fucilieri del reggimento Dublin e la fanteria del Durban. Lo scopo della missione è verificare la presenza di truppe nemiche nella zona. Il giornalista è salito sul treno con la speranza di raccogliere materiale da inviare alla redazione del giornale e magari riuscire a provare qualche forte emozione in uno scontro armato contro le forze boere. Non indossa abiti borghesi, ma un piccolo berretto verde e l’uniforme del reggimento di cavalleria del South African Light Horse. La pistola Mauser è riposta nella fondina, carica. Una manciata di proiettili nella tasca dei calzoni. Intanto il treno muove rapido sulle rotaie nella più totale tranquillità dei suoi passeggeri, ma alla fine non sarà una passeggiata di piacere. Alla stazione di Chieveley la sosta per inviare un messaggio telegrafico, la linea è sgombra. Il treno riparte, pochi chilometri e giunge il fischio prolungato, azionato dal macchinista, e la brusca frenata seguita da un boato, è la prima forte esplosione. Le carrozze di coda deragliano scomposte. A bordo del convoglio è il panico. Le lamiere accartocciate avvolgono i corpi dei soldati. Strazianti urla di dolore risuonano all’interno del treno. Fuori le colline brulle prendono vita, decine di uomini a cavallo spronano i propri ronzini all’attacco. Spari, proiettili che tagliano l’aria in diverse direzioni. Soldati con l’uniforme rossa gettano il fucile e l’elmetto mettendosi in fuga. Altri tentano inutilmente di sganciare i vagoni. La locomotiva è libera e corre lontano ma in pochi hanno trovato una via d’uscita a quel breve scontro. I volontari gridano “Evviva! Vittoria! Viva la Repubblica!”. Il reparto dei legionari italiani è piombato come un falco sulla preda e ha portato a segno un’assalto letale: il treno blindato reso inutilizzabile, perdite solo tra le file nemiche e una sessantina di prigionieri. Ad alzare le braccia al cielo di fronte al vincitore e condottiero Camillo Ricchiardi anche il poco noto giornalista del Morning Post di nome Winston Churchill.

All’alba di quel giorno le vedette di Ricchiardi erano già appostate lungo la strada ferrata per Ladysmith in attesa del treno con a bordo Churchill. Gli uomini della brigata italiana avevano nascosto i cavalli al riparo, sotto l’ombra degli alberi di amarula. I segnali con il comando scambiati con giochi di specchi erano costanti. Il plotone degli scout italiani muniti di dinamite aveva strisciato lungo i binari, l’erba alta e gialla proteggeva la trappola che sarebbe scattata a breve. Il conflitto a fuoco si risolse in pochi minuti. Al termine dello scontro i guerriglieri mediterranei vistosamente euforici ammassano i prigionieri in cerchio. Winston Churchill a differenza degli altri non ha tentato di fuggire ma di nascondere quello che aveva addosso. La pistola è andata persa sul treno. Il problema che assillava il futuro statista erano i proiettili che aveva nelle tasche. Quelle pallottole erano un biglietto di sola andata per il plotone d’esecuzione. L’aristocratico inglese possedeva dei caricatori con proiettili dum-dum, banditi dalla conferenza dell’Aia per la loro micidiale capacità distruttiva. Odiati dai soldati, illegali, non certo una bella cosa da mostrare al vincitore e di cui andare fiero. Churchill compresa la gravità della situazione e in evidente stato di agitazione cercava di liberarsi delle prove compromettenti, nascondendole nella folta vegetazione di felci, il goffo tentativo destò tuttavia la curiosità dell’ufficiale piemontese. Camillo Ricchiardi baffi e barba nero pece, in testa un cappellone di feltro a tesa larga color sabbia, alti stivali infangati, pantaloni e camicia kaki, il cinturone al collo e la spada nella faretra legata alla sella, seguiva attentamente le mosse del giovane inglese. Ricchiardi aveva pianificato e comandato l’assalto al treno. L’ex ufficiale di casa Savoia era riuscito in ciò che mezzo secolo dopo Hitler avrebbe, per nostra fortuna, solo sognato: avere in pugno Churchill. Il soldato venuto dalle colline dove si produce nettare d’uva delizioso smontò da cavallo puntando la pistola in direzione di Churchill: “Che cosa avete in mano? Fatemi vedere!” L’accento italiano nella perfetta pronuncia inglese era lieve. Il richiamo era invece perentorio, un’ordine che non viene ripetuto due volte. Il cronista inglese cercò di giustificarsi indietreggiando un paio di passi: “Non lo so, l’ho appena raccattato nell’erba”. La mano di Churchill si aprì lentamente lasciando cadere a terra i diabolici dum-dum. I due nemici restarono in silenzio uno di fronte all’altro. Un soldato boero aveva inquadrato il giornalista inglese e correva minacciosamente verso di lui. Non c’era più tempo. Ricchiardi doveva scegliere tra proteggere il prigioniero o lasciarlo giustiziare: “Vi credo. Gettate tutti i proiettili subito e alzate le braccia, presto.” E così il futuro grande statista e stratega, il bulldog che sconfisse il nazismo venne catturato da un elegante romantico piemontese, salvato da un gentiluomo di provincia italiano.

#SAVEYARMOUK

Siria. Periferia di Damasco. Quartieri proletari della capitale. Nel campo profughi di Yarmouk, cuore della comunità palestinese in Siria che contava 150 mila presenze. “Mancano le condizioni minime per poter fornire assistenza umanitaria in una situazione d’emergenza totale.” Sono state le parole con le quali il portavoce dell’agenzia delle Nazioni Unite Chris Gunness ha fotografato la realtà, aggiungendo: “Questa situazione mette a serio rischio la vita di 18 mila persone, donne e bambini palestinesi e siriani.” Ma vediamola meglio questa realtà dove migliaia di palestinesi sono intrappolati nel campo profughi, vittime del conflitto e delle barbarie dell’ISIS.
In Medioriente in questo mese di aprile la primavera tarda ad arrivare e le condizioni climatiche come quelle umanitarie girano al peggio: cibo, acqua sono razionati da giorni. Per scaldarsi e cucinare vengono bruciati mobili e vestiario, c’è chi ha dovuto dar fuoco al letto, alla porta di casa, alle finestre, sedie e quant’altro possa alimentare le fiamme. L’acqua scarseggia, il freddo inverno con temperature sotto lo zero ha fatto esplodere le tubature, al momento in media per famiglia sono disponibili 20 litri di acqua ogni cinque giorni. Interi edifici sono stati danneggiati gravemente nei bombardamenti. Mancano i medicinali di prima necessità. L’allarme viene dall’agenzia per le nazioni unite UNWRA, che ha lanciato una campagna sui social network, #SaveYarmouk chiedendo urgentemente l’apertura di un corridoio umanitario. La comunità internazionale ancora una volta tarda ad intervenire e la situazione è insostenibile: siamo al limite di una catastrofe umanitaria. Dal 28 marzo, infatti, gli operatori delle Nazioni Unite non sono in grado di distribuire generi di prima necessità nell’area di Yarmouk. Il campo profughi è tagliato fuori dal mondo, assediato dalle forze dell’ISIS, a nulla è valso il recente appello ad interrompere le ostilità e rispettare gli obblighi di garantire la protezione dei civili. La guerra del Califfato non prevede il rispetto del genere umano, purtroppo l’abbiamo scoperto noi europei anche a nostre spese e al momento un intervento internazionale pare l’unica soluzione per proteggere i civili.
Agenzie d’informazione internazionali in queste ore hanno annunciato che le principali fazioni palestinesi presenti in Siria hanno raggiunto un accordo e concordato di operare congiuntamente con l’esercito governativo siriano contro l’esercito dell’ISIS. Mentre da Ramallah l’OLP ha rifiutato di prendere parte in un’azione armata di qualsiasi tipo. Intanto guerriglieri palestinesi, per proteggere i propri civili, sono impegnati in una resistenza strenua, casa per casa, strada per strada. “Abbiamo deciso di avere una cooperazione permanente con il governo siriano.” Ha detto Ahmed Majdalani inviato speciale del presidente palestinese Abu Mazen a Damasco che poi ha aggiunto: “lavoreremo con la Siria per ripulire il campo profughi dai terroristi”. La smentita è giunta da Ramallah poco dopo le dichiarazioni di Majdalani, confermando una spaccatura netta all’interno del fronte palestinese, vedremo nelle prossime ore quanto la posizione presa dall’OLP verrà accettata dai palestinesi che vivono in Siria. Sin dall’inizio del conflitto le fazioni palestinesi avevano optato per tenere una posizione di neutralità. Non è servito a nulla. La guerra non risparmia nessuno in questa regione, in particolare chi chiede di essere lasciato vivere in pace. Secondo le prime stime sarebbero almeno 200 i morti per malnutrizione e mancanza di medicinali a Yarmouk. Una cinquantina invece i guerriglieri palestinesi uccisi in combattimento dalle forze dell’ISIS in questi giorni. “Gente innocente è utilizzata come scudi umani dalle parti in conflitto” ha affermato Federica Mogherini, Alto rappresentante per gli Affari Esteri dell’Unione Europea. Mentre e non va sottovalutato, nella Striscia di Gaza avvenivano le prime manifestazioni di solidarietà ai fratelli palestinesi di Yarmouk.

PESCE D’APRILE PALESTINESE

Pesce d’Aprile 2015. C’è stata la bufala della Torre di Pisa che sarebbe diventata/trasformata in un albergo di lusso. Carina e innocente beffa stagionale. E poi quella che è rimbalzata sui media di mezzo mondo e ha visto protagonista un palestinese di Gaza, Rabieh Hamduna. Rabieh è un trentenne sfollato, la sua abitazione è stata completamente rasa al suolo nel conflitto della scorsa estate. L’unica cosa indenne di tutto l’edificio è stata la porta di casa, rimasta miracolosamente in piedi in mezzo alle macerie. Ebbene quella porta scarna è divenuta un opera d’arte dal valore inestimabile, realizzata dall’artista inglese Banksy che ha deciso di rappresentarvi la divinità greca Niobe che piange la morte dei figli. Banksy si è “intrufolato” nella Striscia passando dai tunnel di Rafah. Nella sua visita a Gaza post guerra ha voluto portare la solidarietà al popolo palestinese disseminando in vari luoghi le sue creazioni, tra queste la dea Niobe. Le foto del telaio della porta di Rabieh hanno fatto così il giro del mondo. Tuttavia il legittimo proprietario ignaro del valore reale del graffito di Banksy, pochi giorni fa, ha venduto per la modica cifra di 700 Shekels, circa 180 dollari, la porta ad un giornalista. Bilal Khaled, freelance palestinese, è legalmente il nuovo proprietario della Niobe di Banksy. Sul momento a Rabieh deve essere apparso un affare d’oro, rifilare una porta sgangherata e imbrattata da un writer con una dea pagana per un mucchietto di contanti. Poi qualcuno, che certo non era un famoso critico d’arte ma una persona un po’ più informata dell’inconsapevole Rabieh, gli ha spiegato che il guadagno in realtà l’aveva fatto Khaled. A quel punto Rabieh ha pubblicamente dichiarato alle televisioni di essere stato truffato e di volere indietro la sua amata porta di casa: “Sono stato ingannato”. Su internet è iniziata una caccia al giornalista estimatore di Banksy. Rintracciato dai colleghi della stampa internazionale ha voluto rimarcare che il suo gesto, altruistico, era finalizzato alla salvaguardia dell’opera e che è disponibile a mostrarla solo se non verrà pubblicato il luogo dove è nascosta. Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio.

Un’altra Pasqua senza pace

Alla vigilia della ricorrenza della Pasqua le comunità cristiane del Medioriente affrontano uno dei periodi più difficili e drammatici, tra speranza è sofferenza, della loro storia. Vittime del terrorismo e del fanatismo in migliaia sono in fuga da quelle terre da mesi. È una fuga per la sopravvivenza. È una civiltà millenaria in balia dell’orrore dell’ISIS. Un secolo fa la percentuale dei cristiani mediorientali era del 14,8% rispetto alla popolazione oggi siamo al 4,7%. Sono oltre 100 mila gli sfollati da Mosul e dalla Piana di Ninive che si sono spostati verso Erbil nel Kurdistan. Oltre 300mila i battezzati che hanno dovuto abbandonare le loro case e fuggire dalla Siria solo negli ultimi 4 anni di guerra in Iraq. Questi numeri qualche giorno fa insieme al grido della minoranza religiosa araba sono entrati al Palazzo di Vetro di New York. A parlare è stato il Patriarca caldeo di Baghdad, Louis Raphael I Sako: “la cosiddetta Primavera araba ha avuto un effetto negativo per noi. Se solo avessimo potuto lavorare in armonia con il mosaico di religioni e gruppi etnici che compongono la nostra regione, avremmo visto svilupparsi una forza in grado di guidare la regione verso la pace, la stabilità e il progresso.” La voce dell’autorità religiosa è risuonata impietosa nei confronti della politica, contro l’impunità concessa sino ad oggi alle barbarie del fondamentalismo ha chiesto: “pieno sostegno al governo centrale e al governo regionale curdo nella liberazione di tutte le città irachene.” Un intervento accorato, una richiesta d’aiuto per fermare un crimine contro l’umanità che è sotto gli occhi di tutti: “La pace e la stabilità non possono essere raggiunte solo per mezzo di interventi militari; da soli, infatti, essi non possono sradicare questo modo totalizzante di pensare.” Ed infine il Patriarca Soki ha indicato il cammino per un intervento internazionale che tarda a prendere forma e forza: “Approvare una legge che punisca nazioni e singoli individui che sostengono gruppi terroristi a livello finanziario, intellettuale o con le armi; renderli perseguibili e considerare i loro gesti come crimini contro la pace sociale.” Se le richieste della guida spirituale caldea sono state realmente ascoltate dalla platea dei plenipotenziari mondiali lo sapremo nei prossimi mesi. Intanto la Lega Araba si è riunita a Sharm El Sheikh, confermando la linea dura intrapresa nelle ultime settimane da Egitto e Arabia Saudita. L’altro dato rilevante emerso dal summit è l’istituzione di una forza militare unita dei paesi arabi che intervenga in caso di necessità, non accadeva dal 1967, dalla guerra dei Sei Giorni, il nemico allora era Israele. Dalla famosa località turistica del Mar Rosso è stato il presidente egiziano Al Sisi a trarre le conclusioni del vertice: “Preso atto della grande responsabilità che le nazioni arabe hanno di fronte ai nuovi cambiamenti i leader arabi hanno congiuntamente deciso di formalizzare un esercito arabo unito.” 40 mila soldati da dispiegare nelle aree di crisi, ma non in tutte. “L’operazione ‘Decisive Storm’ continuerà finché lo Yemen non recupererà la propria stabilità e sicurezza.” Mentre per quanto riguarda la crisi in Libia Al Sisi ha lanciato un appello alla comunità internazionale: “Chiediamo di aiutare il governo legittimo a difendersi e a lottare contro il terrorismo.” Diplomazia e politica si intrecciano in questi giorni di vigilia di Pasqua. A Gerusalemme domenica scorsa per la domenica delle palme una lunga processione di fedeli ha attraversato la città vecchia per arrivare al giardino del Getsemani. Imponenti le misure di sicurezza dispiegate per una celebrazione gioiosa e festosa. Poche ore prima, nel sud della Palestina, poco lontano dalla città dei patriarchi (Hebron), sulle colline di un piccolo villaggio palestinese coloni israeliani sradicavano decine di piante d’ulivo. Un altra Pasqua senza passi avanti nella soluzione del conflitto in Medioriente, ma la pace come ci ha detto Monsignor Luciano Giovanetti, presidente della Fondazione Giovanni Paolo II per la pace in  Medioriente deve restare l’obiettivo di tutti: “La domenica delle palme porta con se il mistero del Signore: gloria, pace e misericordia. Il Signore entra in Gerusalemme per celebrare la sua passione, ecco questo gesto non  dobbiamo dimenticarlo mai quando volgiamo gli occhi a queste terre in eterno conflitto. Anzi questo ci deve spingere a non perdere la speranza perché molto è nelle nostre mani e nelle mani dei governi, che devono impegnarsi come costruttori di pace nella quotidianità della vita”.

Voci da Israele: l’ebook con l’Espresso

In Israele si vota ogni quattro anni (spesso molto meno). Dal 2001 ad oggi ha sempre vinto la destra variamente modulata. L’ultima, quella incarnata da Netanyahu, grazie a posizioni estreme su temi cruciali come sicurezza, nucleare iraniano. Soprattutto sull’indisponibilità, almeno nell’immediato, alla soluzione “due popoli due Stati” per porre fine al conflitto coi palestinesi. Ma il voto, seppur importante, è cronaca. Mentre lo Stato ebraico, per sua stessa natura, ha bisogno di confrontarsi con la Storia. Per questo, al di là della conta di vincitori e perdenti, ci sono riflessioni che vanno oltre il dato delle urne e riguardano tutti gli schieramenti.

Questioni cruciali che chiamano in causa la sopravvivenza stessa del Paese, la sua natura profonda (Stato degli ebrei o di tutti coloro che lo abitano con eguali diritti?), la sua estensione, il suo grado di democraticità. Il rapporto con i bellicosi vicini più prossimi. Senza contare i nuovi scenari che si aprono con la comparsa nella regione del sedicente Stato Islamico e l’eventuale bomba atomica iraniana.

L’ebook di Alfredo De Girolamo e Enrico Catassi ha l’ambizione di volgere uno sguardo alle radici profonde del conflitto. Si incrociano, nel volume, varie testimonianze su quale potrà essere il futuro di una terra troppo “santa” e perciò troppo contesa. Testimonianze di protagonisti della vita politica, economica, intellettuale, militare di quello che è un avamposto di Occidente nel cuore dello spicchio di pianeta più turbolento. E così vicino a noi che ci chiama direttamente in causa.

L’ebook è scaricabile a 2.99€ dal sito de l’Espresso, ed è inoltre disponibile su Amazon, Bookrepublic e tutti i portali di download ebook.

 

Primo giorno alla Knesset

Oggi è stata inaugurata la XX Knesset. Primo giorno di scuola per la classe politica israeliana. I 120 parlamentari, emozionati e rigorosamente quasi tutti accompagnati da parenti, hanno preso posto nei rispettivi scranni. Invece della cartella e del grembiule indossavano vestiti firmati e portavano in mano cellulare o tablet. Nel 2015 le matricole che per la prima volta varcavano da “onorevoli” le porte del palazzo legislativo sono 49. Un vento di novità per il parlamento di Gerusalemme. Mentre le donne elette salgono a 28. La Knesset è un parlamento dove la destra è maggioranza e la sinistra opposizione insieme alla lista araba. Il discorso di apertura è toccato al presidente della repubblica Reuven Rivlin che ha ricordato: “siete emissari del pubblico.” E poi ha puntualizzato: “I cittadini sono importanti non voi”. È un chiaro invito ai parlamentari di non montarsi troppo la testa e restare con i piedi per terra. Sulla stessa linea l’intervento del portavoce del parlamento il laburista Amir Peretz: “le parole sono come una freccia scoccata da un arco, non possiamo riportarla indietro e nemmeno cancellarne l’effetto.” Baffone Peretz, storico sindacalista ed ex candidato premier della sinistra, ha lanciato una stoccata al vincitore delle elezioni. Netanyahu dal canto suo è l’uomo politico che possiede una faretra piena di frecce che scaglia contro palestinesi, arabi e iraniani, non solo durante le campagne elettorali. Comunque in attesa del 34° governo della storia d’Israele prediamo atto che il nuovo parlamento si è insediato.

IL PAPERINO ISRAELIANO

Le elezioni israeliane della scorsa settimana hanno un vincitore, è sempre il solito inossidabile Bibi Netanyahu: il politico più fortunato di tutto Israele e dell’intero pianeta. L’uomo che non perde mai, o quasi. Nella ricerca di qualcuno da paragonare al falco israeliano abbiamo scomodato il personaggio immaginario dei fumetti Gastone Paperone, il fortunatissimo. La storia insegna che per ogni Gastone c’è sempre un Paperino a fare da contraltare. Il nostro Paperino si chiama Mossi Raz, è un politico israeliano ed è noto per essere particolarmente sfortunato. È il primo degli esclusi del partito Meretz in queste elezioni. Mossi è un ufficiale riservista alla soglia dei cinquantanni. La peculiarità della carriera politica di Mossi è di essere eternamente perdente, escluso, trombato dalle urne. Per quanto impegno ci possa mettere riesce solo ad arrivare ad un passo dall’entrare in Parlamento e poi, all’ultimo secondo, vede sfumare il suo sogno. È successo nel 1999 quando il partito gli aveva assegnato l’undicesima posizione nella lista e il Meretz ottenne 10 seggi. È accaduto nelle elezioni del 2003 quando il suo partito raggiunse la quota di sei parlamentari eletti, lui era il settimo e non passò. Ci riprovò nelle elezioni del 2009, questa volta con un ticket praticamente sicuro, blindato, gli avevano assegnato il quinto posto nella lista che però ne ottenne solo quattro. Lo sfortunato Mossi non si arrese e decise di riprovarci ancora, ma anche questa volta identico risultato: il Meretz esce sconfitto dal voto e con una risicato numero di parlamentari eletti, ben sei. Ebbene il simpatico Mossi, forse non c’è nemmeno bisogno di dirlo, era settimo. E se vorrà entrare alla Knesset lo dovrà fare da turista. Comunque, la tenacia di Mossi, prima o poi, sarà ripagata, almeno questo è il nostro sentito augurio a questo Paperino della politica e alla sua prossima candidatura.