LA TOSCANA IN FAVORE DELL’UNHCR

Un concerto a Firenze Sabato 20 giugno 2015 per sostenere l’Agenzia delle Nazioni Unite per i profughi e i rifugiati. Un grande evento per sostenere i diritti umani di milioni di persone nel mondo. Lo richiede, da anni, la storia quotidiana. In Siria si calcola che ogni giorno ci siano 9.500 rifugiati in più. Sono uomini, donne, bambini e anziani costretti ad abbandonare la propria casa. In questo caso il dramma siriano è riconducibile ad una guerra civile, con ricadute sul Medioriente e fuori dai confini regionali. Al mondo, attualmente, ci sono 50 milioni di persone costrette a fuggire a causa di cataclismi, violenze e violazioni dei diritti umani. Eppure, quando l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati nasce, all’indomani della Seconda Guerra Mondiale, le previsioni sono ottimistiche per i rifugiati europei. Il 14 dicembre 1950 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite istituisce l’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) con un mandato di tre anni per portare a termine il proprio compito e destinato successivamente a sciogliersi. Ebbene, come tutti sappiamo da allora non è stato mai chiuso e chiunque può, rendersi conto di quanto sia un “ufficio” indispensabile. Dal 1951 viene adottata la Convenzione delle Nazioni Unite relativa allo status dei rifugiati, base giuridica dell’assistenza ai rifugiati e statuto guida dell’attività dell’UNHCR. Al capitolo IV del documento che l’Italia ratifica nel 1954 si affronta il tema del Benessere sociale del rifugiato. Ovvero quella parte dello statuto, entrato in vigore dal 1955 nel nostro paese, dove si indicano le condizioni da offrire al rifugiato in termini di cibo, alloggio, salute e sicurezza sociale. Quattro articoli che spesso, troppo, negli ultimi mesi vengono, in Europa e in Italia in particolar modo, politicamente strumentalizzati o peggio ancora dimenticati. Articoli che non possono essere stracciati. In questo senso occorre promuovere una corretta informazione, evitando il rischio di dare adito a fraintendimenti. A riguardo l’Italia nel 2008 ha adottato un codice deontologico, la Carta di Roma, allo scopo di fornire ai giornalisti delle linee guida che facilitino un’informazione equilibrata ed esaustiva su richiedenti asilo, rifugiati, vittime della tratta e migranti. In questi anni l’UNHCR ha formato vari team con una vasta gamma di competenze chiave, pronti ad essere dispiegati e immediatamente operativi in tutto il mondo. L’UNHCR ha la capacità “di mobilitare in risposta ad una situazione critica più di 300 operatori qualificati per soccorrere 600.000 persone entro 72 ore, in ogni angolo del mondo”. L’organizzazione internazionale ha inoltre sviluppato meccanismi di mobilitazione immediata di risorse finanziarie per fare si che la risposta all’emergenza arrivi tempestivamente. Publiacqua e Water Right Foundation, con il sostegno della Regione Toscana e di Unicoop Firenze hanno risposto a questo appello aderendo al World Refugee Day Live, organizzando un grande evento per sensibilizzare l’opinione pubblica della regione. Ecco, allora, il grande evento: sabato 20 giugno 2015 all’Ippodromo del Visarno a Firenze si svolgerà il concerto, con la presenza di famosi artisti italiani, per la raccolta fondi. Il biglietto d’ingresso, sarà di 10 euro con i quali l’UNHCR, garantirà un mese di acqua potabile a un rifugiato che vive in condizioni di emergenza umanitaria e l’incasso sarà totalmente devoluto a UNHCR. Gli esempi concreti dell’operato di questa agenzia sono nei dati. In Nepal a causa del recente sisma gli aiuti d’emergenza dell’UNHCR hanno consentito nelle prime ore di dare “aiuti a 40 mila sopravvissuti”. Un altro esempio dell’impegno dell’UNHCR è in Siria dove soltanto negli ultimi dodici mesi sono stati distribuiti kit a quasi tre milioni di siriani. I kit comprendono: “3 materassi, 5 coperte normali o termiche nei mesi invernali, 3 materassini, 1 set comprendente gli utensili per cucinare, 1 bidone per l’acqua, 1 lampada solare, un telo di plastica e un ventilatore per i mesi estivi. In aggiunta ad oggetti fondamentali per l’igiene della famiglia, tra cui pannolini, assorbenti igienici.” Piccoli aiuti necessari a chi ha perso la casa e a cui resta solo la speranza.

VIAGGIO A HOLOT

Milano, Roma nelle principali stazioni di transito italiane qualche centinaia di immigrati in cerca di una destinazione. Poche persone confrontate con il flusso di viaggiatori, pendolari e turisti in transito ma sufficienti a mostrare un problema, una situazione emergenziale che nasce non in Italia ma sulle sponde sud del Mediterraneo, in Medioriente, nell’Africa subsahariana. Guerre, carestie e disastri, arrivano da queste terre molti dei 50 milioni di rifugiati nel mondo secondo l’agenzia delle Nazione Unite, i dati sono dell’ufficio UNHCR. Rifugiati, “protetti” da convenzioni internazionali, in fuga e a rischio della vita, arrivano lungo le nostre coste, sono richiedenti asilo, vittime della tratta e migranti. Come gestirne il flusso? Alcuni stati introducono nuovi approcci e aprono la discussione, politica e morale. Sono risposte sufficienti? Oppure semplici palliativi? Nel Medioriente dei conflitti in Israele si sta discutendo su come affrontare il destino dei 50mila immigrati clandestini entrati nel paese, prima che nel 2013 venisse “srotolato” lungo il confine con l’Egitto la barriera che oggi impedisce l’ingresso. Lo scorso anno 7mila sono stati rimpatriati, mentre solo 1.500 hanno deciso volontariamente di lasciare Israele per un paese terzo. Trasferire in massa gli immigrati in un paese africano, diverso da quello di provenienza, è la misura in discussione in questo momento a Gerusalemme. Secondo quanto riportato dai media il precedente governo era pronto a finalizzare un accordo multimilionario con alcuni paesi africani, Rwanda e Uganda, dove espellere gli immigrati che avessero volontariamente deciso di lasciare Israele. Questioni politiche, umanitarie, morali ed economiche in questi giorni si intrecciano. Nel frattempo, a Holot nel centro di detenzione più importante di Israele vivono circa 1500 immigrati in attesa di conoscere il proprio futuro. Per arrivare ad Holot da Gerusalemme ci vogliono quasi tre ore di viaggio. Passando le verdi colline dei vigneti di Latrun. Lasciando in lontananza le città di Ashdod, Gaza ed infine Beer Sheva si attraversa il deserto del Neghev con le dune di sabbia rossastra. Lungo la strada n. 40 il paesaggio è movimentato dai villaggi beduini, dai verdi kibbutzim e dalle tende da campo dei soldati in addestramento. Imboccata la numero 211 i carri armati in manovra sulle dune alzano nuvole di sabbia. Il lungo reticolato perimetrale di Holot è a pochi metri da quello della prigione di Saharonim. Al suo interno ben visibili blocchi numerati, edifici ad un solo piano, la biancheria al sole. L’ingresso all’interno del centro è vietato alla stampa. Intervistiamo Nicole Englander, portavoce del governo, ci dice che “ogni modulo abitativo con aria condizionata può ospitare fino ad un massimo di 10 persone, nel centro ci sono negozi e cliniche mediche, biblioteca e caffetteria”. Ma Holot visto da fuori non è un villaggio turistico, tutt’altro: è una “prigione aperta” per soli uomini. L’ingresso principale è una grande volta sopra un cancello, a lato un piccolo edificio con due porte, tra queste un distributore di bevande, in alto la bandiera d’Israele. I tornelli ruotano in continuazione, al passaggio degli immigrati. Alla vicina fermata del bus la pensilina con il cartello indica solo tre destinazioni, la più vicina è il villaggio di Nizzan, la più lontana la città di Beer Sheva. Il personale che ha terminato il turno di servizio è in coda per salire sul bus numero 44. Alla vista della macchina fotografica alcuni immigrati preferiscono non farsi riprendere, altri non vogliono parlare. Sono di provenienza eritrea o sudanese. Come Adam e Faisal, vengono dal Darfur, 39 anni il primo e 32 il secondo, salutano in ebraico per poi parlare in perfetto inglese, sono arrivati nel centro a marzo del 2013. Raccontano la loro storia, il tentativo di giungere in Italia dalla Libia, dove hanno soggiornato a lungo, fermati dalla paura del mare e dalle tariffe elevate degli scafisti. Allora, hanno intrapreso la via delle carovane della morte, pagando mille dollari per raggiungere la Terra Santa. Sono sfiduciati, nel campo si annoiano e l’unico svago è praticare sport, nei loro volti rassegnati c’è dignità. Nel piazzale antistante l’ingresso rottami, auto dismesse, bottiglie accatastate sono sparse ovunque. Tende e ombrelloni colorano l’ambiente. Alcuni giovani africani preparano i narghilè mentre altri sbucciano frutta o tagliano verdure. E’ il convivio dei migranti, un suk polveroso e scarno. “A Holot ciascun immigrato riceve un sussidio giornaliero di 16 shekels, meno di 4 €, servono per le spese personali” come tiene a precisare Nicole. Mohamed non vuole essere fotografato, racconta che a Tripoli non ha avuto il coraggio d’imbarcarsi, cosa che invece ha fatto il suo amico fraterno ora in Italia. Oggi è pentito, però non è disposto ad accettare, in cambio di denaro e visto, la destinazione per un paese africano. Scuote la testa e aggiunge: “Io resterò, altrimenti tornerò a casa, se proprio devo morire voglio farlo nella mia terra”. Israele nella sua storia ha dato asilo a gente proveniente da tanti paesi, persino dal Vietnam e più recentemente dal Nepal. Oggi si chiede cosa fare dei migranti africani: se regolarizzarli diventando così forza lavoro e chiudendo luoghi come Holot, oppure procedere con le espulsioni. L’Italia come l’Europa deve avere il coraggio di porsi la stessa domanda sapendo che i flussi migratori non si fermano. Con questo fenomeno dobbiamo convivere.

FRANCESCO NELLA GERUSALEMME DELL’EST

Appunti di un viaggio in modalità Bergoglio. Papa Francesco nei Balcani. In Bosnia ed Erzegovina, nella Gerusalemme dell’Est. Un viaggio veloce, tecnicamente, solcando un cielo vicino. Nei primi anni novanta troppo vicino per comprendere cosa sia successo per quattro lunghi anni, senza che nessuno si alzasse davvero e urlasse al tradimento di tante verità. Pagate col sangue, da gente spesso innocente. Sarajevo apparirà bellissima a Francesco, come è sempre stata. Multietnica e multireligiosa. Ricca e segreta. Ricostruita e ora al lavoro per riaffermarsi. Il prezzo pagato da tutti merita un adeguato ritorno alla completa dignità. Per tutte le genti che abitano queste terre. Un viaggio comunque importante quello di Bergoglio perchè a pensarci con onestà intellettuale, l’Inferno di Sarajevo pare lontano nel tempo. Eppure sono passati solo venti anni dalle fine dell’ultimo conflitto che ha avuto luogo in Europa, in queste terre di confine. Dove identità e diversità sono condizioni culturali e non geografica. E la convivenza tra cristianesimo e islam è storia di un modello di coesistenza “armonico” spesso calpestato. In questo suolo, ora estremo oriente, ora cuore dell’occidente e ora al “centro del nulla” ha avuto luogo un esempio di inciviltà e assurda barbarie. Cristiani contro musulmani. Cattolici contro ortodossi. Ebrei in fuga. La federazione slava implosa nel sangue. Nel nome della vendetta, della razza, dell’etnia e della religione venivano compiuti immani carneficine, mattanze. Anziani e bambini uccisi, donne stuprate. Il simbolo della drammatica guerra che spazzerà via dalle cartine geografiche la Jugoslavia è l’assedio di Sarajevo. Quattro anni di terrore assoluto per i suoi cittadini. È il più lungo assedio della storia contemporanea. 12 mila morti. Decine di migliaia di feriti e invalidi di guerra. Vittime ignorate per troppo tempo dal resto del mondo. Sarajevo ha rischiato di scomparire sotto i bombardamenti. Ostaggio dei cecchini e dei criminali di guerra. In quei tragici giorni il terrorismo dei singoli e degli stati, l’ideologia nazionalista e la post ideologia comunista, costruiva, tra le montagne e nella conca di questa capitale europea, il nido dell’integralismo moderno. La fine era ad un passo. Ma poi Sarajevo si è salvata, è tornata a vivere con la speranza di vedere, finalmente, una Europa multiculturale, cosmopolita. Al di là di ogni differenza, tutti in una sola cosa. Il significato del viaggio apostolico di Papa Francesco è nelle parole inviate con un video messaggio alla comunità cattolica di Bosnia, circa mezzo milione di fedeli: “Vengo tra di voi per sostenere il dialogo ecumenico e interreligioso. Per incoraggiare la convivenza pacifica.” Unità degli esseri umani, contro la divisione, per realizzare la pax universale nel segno della dottrina internazionale di Papa Francesco. Il Pontefice della mediazione, colui che vuole edificare i pilastri di un ponte duraturo tra Oriente e Occidente. Aggirando i protocolli diplomatici e sbalordendo l’opinione pubblica con gesti inusuali alla sua carica, Francesco avvicina le diversità. Evita il paradigma dell’incomunicabilità con la pratica comune a tutte le religioni, la preghiera: così come avveniva un anno fa nei giardini del Vaticano durante lo storico incontro tra il leader palestinese Abu Mazen e quello israeliano Shimon Peres. Concludendo con successo il percorso iniziato giorni prima con il pellegrinaggio in Terra Santa. I segreti della strategia di Francesco sono la semplicità del messaggio e il valore dell’amicizia. Il raccoglimento congiunto e appello a Dio. Nel rispetto dell’altro e delle sue tradizioni. Per sciogliere il nodo gordiano della contrapposizione, della diffidenza e dell’incomprensione eterna. “Operate per una società che cammini verso la pace, nella convivialità e nella collaborazione reciproca” l’invito di Francesco prima di partire per questo delicato viaggio. In una terra dove sventolano le bandiere nere dello stato islamico e dove la jihad trova terreno fertile per reclutare le sue milizie del terrore.

Francesco in Terra Santa, un anno dopo

È trascorso un anno da quando, il 25 maggio 2014, Francesco, Papa della Chiesa Cattolica e Vescovo di Roma, giungeva a Gerusalemme. Il primo passo sul Monte degli Ulivi, scendendo dall’elicottero militare con la bandiera di Davide che l’aveva imbarcato a Tel Aviv. La visita della città Santa era la parte conclusiva del suo pellegrinaggio: intenso e storico. Il giorno precedente aveva fatto tappa in Giordania: la messa nello stadio di Amman, la preghiera sulle rive del fiume Giordano e l’incontro con le comunità arabe cristiane a Betania. Nella mattina del 25 è in Palestina a Betlemme, celebra messa nella Piazza della Mangiatoia e poi, lontano dalle telecamere, scende nella grotta della Natività. Quello stesso giorno, nel tardo pomeriggio, l’incontro storico con il Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I. In serata è al Santo Sepolcro. Il mattino seguente invece cammina nella Spianata delle Moschee. Depone una busta nella fessura delle pietre al Muro del Pianto. Abbraccia in segno d’amicizia il rabbino Skorka e il Mufti Abboud. Incontra in sinagoga il Gran Rabbinato di Israele. E infine celebra la messa nel Cenacolo, prima d’intraprendere il viaggio di ritorno a Roma. “L’ecumenismo è stato il cuore della visita del Papa”, ha commentato Marie-Armelle Beaulieu, redattrice del magazine Terre Sainte nel suo ultimo editoriale, nel quale prosegue: “Ogni fatto e gesto del Papa in Terra Santa è stato interpretato come politico. Anche quando il Papa ha insistito sul carattere strettamente religioso del suo pellegrinaggio”. Marie-Armelle è una cara amica che molto ci ha aiutato nella realizzazione del nostro instant book “Francesco in Terra Santa”. Marie-Armelle, che abbiamo sentito in questi giorni per rivivere quei giorni intensi di un anno fa, ha fatto parte della Commissione per la comunicazione del pellegrinaggio pontificio. Seguendolo passo dopo passo, gesto dopo gesto: “Il Papa ha invitato a costruire la pace come un progetto spirituale”. I gesti di Francesco non sono casuali, sia che rientrino nell’ambito religioso che in quello più strettamente “politico”. Ciascun atto compiuto in Terra Santa è stato un chiaro messaggio a fedeli e non fedeli. In Giordania ha lodato la monarchia Hashemita che offre accoglienza a milioni di rifugiati. In Palestina ha parlato a lungo di dialogo con il presidente palestinese. A Betlemme si è fermato in preghiera al Muro di separazione tra palestinesi ed israeliani. Ha incontrato i giovani dei campi profughi palestinesi. Sul Monte Herzl ha reso omaggio al memoriale delle vittime del terrorismo. Nella sala della Rimembranza ha rinvigorito la fiamma della memoria delle vittime della Shoa. Ha zappato e piantato un ulivo nella residenza del presidente israeliano Shimon Peres. E un altro albero “romano” ha posto anche nell’orto del Getsemani. Pochi giorni dopo nei giardini Vaticani ha compiuto lo stesso gesto insieme a Peres e Abu Mazen, ancora ulivi della pace, della speranza di pace: “Se il Papa ha piantato degli olivi questo non è perché il Santo Padre ama il giardinaggio. Ma perché l’olivo è un simbolo di pace, longevità e di “lentezza”. Prima di gustare il frutto di questo albero, bisogna avere pazienza. Francesco ha piantato in Terra Santa qualcosa nel cuore di ciascun cristiano. E la maturità di questo frutto arriverà a suo tempo. Intanto bisognerà dare molte cure a questo albero affinché ci dia i suoi prodotti migliori. Respingendo le minacce che già ci sono. Infatti, dopo le ripetute invocazioni alla pace abbiamo assistito ad un ritorno di violenza cieca e intollerabile. Ora è più urgente che mai comprendere quella conversione a cui il Pontefice ci invita”. Abraham Yehoshua, il famoso scrittore israeliano, proprio lo scorso anno, alla vigilia dell’arrivo di Francesco in Terra Santa, da noi intervistato disse: “Il suo comportamento popolare, informale, sembra proprio quello che ci vuole per riavvicinare il mondo cattolico alla propria Chiesa.” Il viaggio di Francesco in Terra Santa dal  24 al 26 maggio 2014 è stato un pellegrinaggio “ordinario”, in perfetta modalità Bergoglio.

Bandiera nera su Palmira, il terrore è più vicino

Palmira è caduta in mano allo Stato islamico di Al Baghdadi. La bandiera nera sventola sopra il patrimonio architettonico e culturale del mondo, luoghi memoria dell’umanità, culla della cultura ellenistica. Un sito archeologico unico al mondo. La “Venezia del deserto” è in balia di un esercito votato alla morte e alla distruzione totale, l’orda degli incappucciati del Daesh sfila nelle strade dell’antica città e punta verso la capitale, Damasco. La difesa dei soldati filo governativi si è come piegata, si è sfaldata sotto l’attacco delle ben armate ed equipaggiate milizie fondamentaliste. Il collasso della linea del fronte, la rotta e la fuga degli uomini fedeli a Bashar al Asad ha lasciato il campo libero alle forze del Califfato. La sconfitta è pesante, anche sul piano mediatico. L’ingresso delle truppe vittoriose dell’ISIS nell’oasi della “Palma”, la parata militare, le solite assurde immagini di militari e civili nemici catturati che le televisioni ci hanno fatto vedere in queste ore, giustiziati e sgozzati sono il segno evidente della catastrofe. I video postati sul web, altre atrocità disumane mostrate al mondo. E ora il rischio che la furia si abbatta sul parco patrimonio dell’Unesco, distruggendo, devastando, saccheggiando tutto come purtroppo è già accaduto a Mosul, Nimrud e Hatra. La perdita di Palmira, in aramaico Tadmor, sarebbe un danno enorme, incalcolabile. Una storia millenaria è, in queste ore, ad un passo dal baratro, vittima della brutale violenza dei tempi odierni. Venerdì mattina il governo ha fatto “oscurare” la zona di Palmira, tagliando i collegamenti telefonici e internet. Nell’era della globalizzazione, della massificazione mediatica la battaglia è diventata silente. Eppure anche la notizia, solo un anno fa, della nascita dell’autoproclamato Califfato non aveva avuto grande risonanza, provocando qualche stupore ma nulla di più. In dodici mesi non è mancato giorno che nei nostri media non venissero riportate notizie del terrore jihadista. Una scia di sangue che scorre dal Medioriente all’Africa, sino all’Europa. E che fa paura indistintamente a cristiani, musulmani ed ebrei. Pochi giorni fa Sergio Minerbi, giornalista ed ex diplomatico israeliano, in un lungo incontro nella sua abitazione a Gerusalemme commentava: “L’ISIS può diventare una cosa preoccupante, è sbagliato sottovalutarlo. Il mio metro di giudizio su questa questione è l’Arabia Saudita, se loro si allarmano io devo farlo di più.” Prima degli emiri e del Mossad prontamente si è mosso Obama. Inquietati dall’espansione a macchia d’olio della zona d’influenza del Califfato nella regione gli USA hanno rifornito con armi pesanti ad Iraq, Arabia Saudita e Israele. “La Siria è la cartina tornasole del Medio Oriente.” Dice Minerbi. Il Paese è in guerra civile dal 2011. I morti sono centinaia di migliaia. I rifugiati milioni. Un conflitto dalle dinamiche regionali e con attori internazionali: Libano, Turchia, Iran e Paesi del Golfo. In Medioriente si disegnano nuovi confini, in un risico drammatico a cui assistiamo inermi. Per Minerbi il gioco politico è estremamente intrigato: “Asad è meno pericoloso del Califfato ma essere alleato dell’Iran lo rende poco digeribile ad Israele. In fondo una quasi alleanza con Asad in chiave anti ISIS a mio avviso sarebbe la scelta migliore.” Si dice che il nemico del mio peggior nemico sia il mio migliore amico. Nei giorni passati le bandiere dello Stato islamico sono state issate nel Golan a pochi metri dalla rete di recinzione tra Israele e la Siria. Netanyahu e l’Occidente tergiverseranno ancora? L’Europa, dove all’azione dello Stato Islamico non c’è stata una vera e unita comune reazione, non è un esempio confortevole. “Ho visto anni fa, con i miei occhi quando ero diplomatico quello che la CEE poteva o non poteva fare – rispetto ai veti dei singoli Stati – e oggi noto che l’Unione Europea non può fare molto.” L’ex uomo della politica estera di Israele, colui che ha costruito e saldato i rapporti tra Gerusalemme e Bruxelles, non è ottimista. “Nei mesi passati c’è stata un’alzata di scudi eccessivamente misteriosa.” Se le colonne di Palmira dovessero rotolare sotto i colpi delle sigle del terrore il rumore sarebbe assordante per le nostre coscienze.

VATICANO E OLP ACCORDO GLOBALE

La mattina del 25 maggio 2014 Papa Francesco concludeva l’incontro ufficiale con il presidente palestinese Abu Mazen, Betlemme era in festa per il pellegrinaggio del Santo Padre in Terra Santa. La vettura con a bordo Francesco muoveva in direzione della piazza della Mangiatoia dove erano ad attenderlo migliaia di fedeli. Durante il tragitto inaspettatamente Francesco fece fermare la sua auto, scese dalla vettura e a piedi raggiunse il muro di separazione tra israeliani e palestinesi. Toccò il blocco di cemento della barriera dove compariva una scritta rossa inneggiante alla Palestina libera, appoggiò la testa e pregò in silenzio per alcuni minuti. Il mondo incredulo assistette ad un gesto significativo. Un anno dopo a Roma Francesco suggella un altro passaggio storico, l’accordo globale del Vaticano con l’OLP. Un trattato riguardante libertà religiosa, giurisdizione, luoghi di culto, attività sociale e caritativa, questione fiscale. Sono norme e principi che regolamenteranno i rapporti tra il Vaticano e lo Stato della Palestina nei prossimi anni. Fonti governative israeliane e alcune personalità italiane esprimono delusione per il riconoscimento da parte del Vaticano dell’esistenza dello Stato palestinese, che il trattato de iure implica, ma questo è un atto, come espresso dalla Santa Sede, formalmente dovuto dopo la risoluzione adottata nel 2012 dall’Assemblea Generale dell’ONU per il riconoscimento della Palestina quale Stato Osservatore. Tutto questo avviene, e non è un caso, mentre in Palestina si ricorda la Nakba (grande catastrofe in arabo), quando nel 1948 l’esercito israeliano espulse gran parte dei palestinesi dai propri villaggi e dalle loro case. La Nakba è un episodio come scrisse una volta l’attivista pacifista Amaya Galil che “non è solo la memoria e la storia della Palestina, ma è un evento che fa parte della mia memoria ed identità collettiva ed individuale in quanto israeliana”. Lo scorso anno Francesco durante l’incontro con i giovani del campo profughi di Dheisheh a Betlemme, discendenti degli esuli del ’48, aveva pronunciato queste parole: “Non lasciate mai che il passato vi condizioni la vita. Guardate avanti!” Nakba e riconoscimento della Palestina sono due questioni aperte, irrisolte: la prima non ha portato alla seconda, la seconda, se e quando avverrà, dovrà accettare la prima come un capitolo chiuso. Oltre alla rinuncia palestinese di eventuali pretese pesa su tutto il veto di Israele, apertamente critico sul riconoscimento unilaterale della Palestina da parte di molti Paesi. In tal senso in Europa si sono già espressi Gran Bretagna, Francia e Spagna per citarne solo alcuni. La Germania è contraria, mentre l’Italia tentenna. Il nostro Parlamento ha approvato pochi mesi fa una doppia risoluzione sul riconoscimento della Palestina, sancendo con due voti discordanti e ambivalenti il “riconoscimento con preclusione”. Un modo tutto italiano per confermare che la soluzione “due stati due popoli” e’ sempre attuale. Casualità o meno nei giorni della Nakba il presidente “dimezzato” del popolo palestinese in visita a Roma dall’amico Francesco ha sentito sicuramente ripetere che “ci vuole coraggio per dire sì all’incontro e no allo scontro; sì al dialogo e no alla violenza; sì al negoziato e no alle ostilità; sì al rispetto dei patti e no alle provocazioni.”

DANIELA E LIA, CULTURA E CINEMA

Il 13 marzo di quest’anno moriva a Gerusalemme Lia Van Leer fondatrice delle Cineteche di Haifa, Tel Aviv e naturalmente della Cinematheque della città Santa. Un luogo incredibile sotto le mura della città Vecchia, a pochi passi dalla Piscina del Sultano, lungo il pendio della valle della Gehenna. Al numero 11 della Hebron road si trova il cinema più famoso di Gerusalemme. Situato proprio nel tracciato della linea verde che un tempo divideva israeliani e palestinesi. Una linea non immaginaria, un solco fra culture e società sfumato ma ancora oggi presente. Durante la seconda Intifada i palestinesi di Gerusalemme difficilmente si recavano in locali nella parte Ovest e gli israeliani evitavano quella Est araba. La Cinematheque era zona neutrale, in pieno Shabbat era possibile vedere in coda per una proiezione insieme palestinesi ed israeliani. La stessa cosa accadeva ai tavoli della caffetteria oggi ristorante rinomato. Impossibile per chi ha frequentato quel luogo non aver incontrato Lia. A passo lento, sorretta dal bastone, con abito lungo dai colori smorti, foulard di seta, occhi profondi e capelli bianchi. Sempre elegante, sapeva attirare l’attenzione e cinematograficamente riempiva la scena. Era la vera regista della promozione della cultura israeliana e non, con un occhio al passato e aperta al futuro. Raccontava aneddoti di Marcello Mastroianni e rideva parlando di Benigni. Ha combattuto, e vinto, le sue battaglie contro il settarismo degli ortodossi, lei con una concezione laica del mondo. Non si è piegata nemmeno alle minacce. Ha speso la sua vita lavorando per il cinema. Un cinema di qualità come quello che un altra grande donna, Daniela Meucci, scomparsa prematuramente, ha contribuito a diffondere a Pisa. Daniela ha dato vita ad un laboratorio di cultura unico, il cineclub Arsenale. Fondatrice, assieme ad Alberto Gabrielli, di un piccolo grande cinema nel quartiere di San Martino a pochi metri dalla riva sud dell’Arno, nello stretto vicolo Scaramucci, tra le mura medievali dell’edificio dove decine di attori, registi di fama nazionale ed internazionale hanno fatto la passerella in questi anni. E Daniela era li ad accoglierli, così come faceva con il pubblico. L’abbiamo vista tutti in biglietteria a distribuire tagliandi. La ricorderemo prendere il microfono e presentare le serate. Abiti casual, di poche parole ma quelle adatte. Attivista dei valori universali, strenua difensore dei diritti del popolo palestinese a cui ogni anno dedicava un programma speciale. Facendo attenzione a rendere l’evento un momento di riflessione e discussione sul conflitto in atto in Medioriente. Un’amica che sapeva ascoltare, che chiedeva suggerimenti, che proponeva progetti. Ha sofferto momenti difficili, il declino delle sale cinematografiche e i tagli alla cultura eppure, non si è mai arresa. Intellettuale, donna forte e tenace. L’ultimo riconoscimento lo scorso anno quando ritirò a Mantova il prestigioso premio per il miglior cinema d’essai d’Italia. Meritato, strameritato. Per ricordarla e omaggiarla ci sarà sempre l’Arsenale.

Una telefonata lunga 42 giorni

Per governare non basta vincere le elezioni, occorre avere la maggioranza. E raggiungere il 50 + 1 con un sistema elettorale proporzionale non è semplice. Amalgamare una coalizione di governo può creare dei problemi. Trovare degli alleati leali nel gioco della politica significa ripartire il potere, distribuire anche le poltrone e, soprattutto, condividere un programma. In modo da accontentare tutti o almeno non scontentare troppo qualcuno rispetto ad altri. Ma le variabili in politica sono tante e il risultato finale talvolta non è prevedibile, nemmeno se si usa il pratico manuale Cencelli. Prendiamo ad esempio il caso di Israele. La Knesset, il Parlamento di Gerusalemme, è composto da 120 deputati. In Israele quindi bastano 61 seggi per governare. Ovviamente è una soglia minima che non assicura stabilità, con quei numeri persino un banale raffreddore potrebbe far cambiare le sorti all’esecutivo. Questo è il dilemma che si deve essere posto spesso Benjamin Netanyahu in queste settimane che sono seguite al 17 marzo scorso, la giornata nella quale gli israeliani gli hanno ridato fiducia premiandolo con un voto che ha colto di sorpresa tutti, sia in patria che all’estero. Al leader della destra, sfumati i tentativi di istituire un governo d’unità nazionale, non restava che scegliere tra rinunciare, ammettendo il fallimento, o la formazione di un governo fragile nel tentativo di prendere tempo. Netanyahu ha scelto la seconda via, ci ha pensato a lungo prima di dare vita al suo ennesimo governo e diventare il Primo Ministro più longevo della storia di Israele, persino dello stesso padre fondatore David Ben Gurion. Tuttavia, questa volta il falco della politica israeliana è riuscito a trovare la quadra per il rotto della cuffia, con una maggioranza risicata e a tempo quasi scaduto. Per chiudere la partita ha dovuto accontentare tutti. Con il risultato finale che il numero dei ministri e’ altissimo, il più alto da quando la legge impone di non superare i 18 dicasteri. L’espansione delle poltrone si rifletterà anche sul piano dei costi, elevando anche quelli. È chiaro a questo punto che il nuovo governo è il frutto di un parto lungo e doloroso per Netanyahu. Il travagliato negoziato è costato la rottura di una storica “amicizia”, quella tra il premier e il suo fedele ex ministro degli esteri Avigdor Lieberman. I sei seggi raccolti dal partito Yisrael Beiteinu avrebbero garantito una maggiore solidità e durata a Netanyahu. E non avrebbero di fatto cambiato la natura di un governo apertamente spostato a destra. In mano ai partiti religiosi che chiedono a gran voce nuove politiche di esenzione fiscale per le fasce più povere della popolazione e impongono come condizione di: “alzare il salario minimo”. Un Gabinetto di Governo dove si dovranno ascoltare le richieste della nuova formazione di centrodestra Kulanu, partito guidato dall’ex Likud Moshe Kahlon e futuro Ministro delle Finanze: “Non c’è un partner palestinese per la pace”. Un esecutivo sotto scacco dell’estrema destra nazionalista di Naftali Bennet: “Non vedo in un prossimo futuro la possibilità di arrivare alla pace con i palestinesi”. Qualcuno ricorderà, ad urne appena chiuse, dal palco della convention del Likud in festa per i risultati dei primi sondaggi, Netanyahu aver esclamato: “La prima telefonata che farò nel momento che avrò i dati ufficiali sarà a Bennet”. Viene da pensare che è stata una delle telefonate più lunghe della storia, è durata 42 giorni e forse non sarà l’ultima, se il “falco” vorrà governare davvero in Israele.

Ariel, ebreo-etiope a Tel Aviv: una storia nelle sue parole

In Israele come a Baltimora c’è tensione sociale. La minoranza di colore di origine eritrea ed etiope protesta e accusa la polizia di razzismo. La protesta prosegue da giorni. Teatro delle manifestazioni sono le città di Gerusalemme e Tel Aviv. Centinaia di persone in strada con cariche della polizia, granate assordanti e lacrimogeni. Arresti e feriti. Per capire meglio questa comunità ebraica di origine africana, chiamati Falasha, e il loro contesto in Israele vi proponiamo un’intervista di grande attualità del 2013 a Ariel, ebreo-etiope di 34 anni. Ci incontriamo a Rishon LeZion alle porte di Tel Aviv. Nel suo piccolo ufficio al secondo piano di un centro commerciale squallido e buio. All’ingresso la sicurezza con metal detector e pistola. Controllano e frugano nelle borse di chiunque. In lontananza si scorge l’azzurro mare Mediterraneo. È una giornata di sole e caldo. Ariel ci accoglie alzandosi dalla poltrona nera in cui è sprofondato, è sorridente. Statura media e fisico palestrato. Indossa una camicia Oxford, un pullover nero, jeans e scarpa di cuoio. È giunto in Israele dall’Africa nel 1984: L’inizio è stato duro, io e i miei fratelli non parlavamo ebraico. Guardavamo la televisione per ore, affascinati dal quel miracolo. Una piccola scatola con tutte quelle persone dentro! Ricordo che ci volle del tempo prima di prendere le proporzioni con tutte quelle novità. La tristezza prende il sopravvento ricordando quei giorni. La drammatica fuga durante la quale perse la madre. Nella storia d’Israele spesso la strada dell’aliyah, intrapresa dagli ebrei per raggiungere la Terra Santa, è un viaggio arduo da portare a termine. Ariel ha lasciato tutto quello che aveva da bambino nel suo villaggio in Etiopia, ha nascosto la sua identità ebraica per settimane. A 5 anni è salito su di un aereo del Mossad in Sudan per scendere in Israele: Gerusalemme è diventata la mia vita. È cresciuto in Galilea, in un kibbutz. Scuola e lavoro nei campi. Ha indossato la divisa dell’esercito con la stella di Davide per sette anni. Raggiungendo il grado di ufficiale, cosa di cui è visibilmente orgoglioso: Una scimmia che avrebbe dovuto vivere sugli alberi invece, era diventata ufficiale. Come? Perchè? Per gli altri commilitoni era difficile d’accettare. E se non me lo dicevano in faccia, si leggeva nei loro occhi che proprio non gli andava giù. L’ironia di Ariel spiazza, è tagliente contro il razzismo dilagante a Occidente e Oriente: I gradi e la guerra mi hanno trasformato in un israeliano come gli altri. Altrimenti sarei rimasto un escluso ed emarginato. Amos Oz nel suo libro “Tra amici” fa dire al personaggio immaginario del “compagno” Zvi una grande verità: “Chiudere gli occhi di fronte alle crudeltà della vita, secondo la mia opinione è tanto stupido quanto colpevole. Possiamo fare ben poco. Allora, quantomeno è un dovere dirle”. Ariel è stato ferito in una operazione militare nei Territori Palestinesi: Avevo 40 uomini ai miei ordini. Durante uno scontro a fuoco sono stato colpito da due proiettili. Ho perso due miei uomini in quel conflitto sulle colline di Betlemme. Allora decisi di lasciare le armi. Ariel ha viaggiato molto all’estero, in particolare in Asia. È tornato sui banchi a studiare. Praticantato presso il Ministero di Giustizia, è avvocato. Oggi è a disposizione come riservista dell’esercito. Sposato con due figli è impegnato nella causa dei diritti degli ebrei-etiopi israeliani: la gente della mia comunità è quella che nella società israeliana svolge i lavori più umili. Lavano i piatti nei ristoranti, puliscono le strade, gli aeroporti, i centri commerciali e non sono protetti dalla legge. Io mi adopero contro queste discriminazioni nei confronti degli etiopi. Lavoro per cambiare le legislazioni che impediscono di avere tutti uguali diritti. La comunità etiope in Israele non supera il 2% della popolazione. Vengono abitualmente chiamati Falasha: Non mi piace essere chiamato Falasha. È l’appellativo che ci hanno affibbiato in Etiopia i cristiani per dire che eravamo diversi, stranieri. Io sono israeliano e la mia identità culturale e religiosa è di ebreo etiope. Politicamente la comunità etiope è sempre stata un bacino di voti sicuri per il Likud, il partito di Bibi Netanyau e nelle case degli etiopi alle pareti non mancano mai le foto di Begin o Shamir. È sotto i loro governi che noi siamo arrivati in questa terra. Votare per il Likud è una forma di riconoscenza per la mia gente. Oggi questo “obbligo morale” di voto è ad una svolta. Ariel è il rappresentante di una nuova generazione, borghese e progressista. Chiede meno tasse, una educazione ed un futuro migliore per i suoi figli. L’area politica di riferimento è quella della classe media israeliana, dei partiti centristi e liberali come Yesh Atid.

UN ITALIANO ROMANTICO E UN INGLESE POCO LEALE, STORIE DI GUERRA

Africa meridionale. Stato del Transvaal. La guerra anglo-boera incombe. Da una parte l’esercito più potente al mondo, formato da truppe scelte di gallesi e inglesi, dall’altra contadini di origine olandese e tedesca. In disparte le tribù Bantu, gli Zulu. Spettatori di una guerra tutta europea che avrebbe purtroppo cambiato anche la loro vita.

In quei giorni il nazionalismo boero ancora una volta sfidava il potere di Londra: la periferia dell’impero era in rivolta e l’internazionale socialista cavalcava la protesta. Volontari lasciavano il vecchio continente per andare a combattere una guerra persa in partenza. Erano anarchici, repubblicani e socialisti. Ex ufficiali di cavalleria prussiana o piemontese, borghesi, artigiani, contadini e operai provenivano dall’Italia, Grecia, Austria, Francia, Irlanda. Formavano i reparti internazionali dei combattenti per la causa boera. Legionari senza un esercito, un pugno di scout, male armati, senza divisa o bandiera, solo il fedele cavallo e coraggio da vendere. Guerrieri dimenticati dalla storia. Colpevoli di aver scelto di lottare in favore delle vittime dell’oppressione colonialista senza comprendere che quelle stesse vittime si sarebbero trasformati in principi dell’ideologia razzista.

Allora il sogno d’indipendenza attraversava gli oceani, i deserti e la savana. Buoni o cattivi. Libertà o capitalismo. Monarchia o repubblica. Oro o campi di grano. Per uccidere o morire c’è sempre una buona ragione vuoi che sia politica, economica o morale. La guerra anglo-boera le racchiudeva tutte anche quelle più personali e talvolta straordinarie. Tra queste l’avventura di Camillo Ricchiardi. Nato nel cuore delle Langhe nel 1865, cresciuto tra lunghi filari di vigneti e affilate spade. La vita di Camillo Ricchiardi è quella di un viaggiatore del tutto particolare. Soldato, avventuriero, scrittore. Descritto come eroe romantico dai giornali del tempo. Aderì agli ideali dell’indipendentismo boero dopo aver viaggiato e combattuto in Cina, Eritrea, Siam e Filippine. Aveva impugnato le armi contro etiopi, spagnoli e americani. E poi si era lanciato in una guerra personale dall’esito scontato: “Io non ho nulla contro gli inglesi, la mia antipatia è per il loro governo e per l’egoismo politico di voler possedere tutto. È per questa ragione che ho deciso di lottare per la causa Boera.” Per Ricchiardi alla vigilia di un nuovo secolo era giunto il momento di incrociare, ancora una volta, il proprio destino con quello del mondo.

Anno 1899. Dicembre. Nei pressi di Estcourt lungo le rive del fiume Boesmans. Nell’accampamento militare i fuochi sono accesi e le lampade ad olio appese alle tende. Il lungo pennone ospita nella sommità la bandiera dell’impero britannico, la Union Jack sventola sopra le teste di migliaia di soldati. Intorno ad un tavolo un gruppo di ufficiali di Sua Maestà ascolta un giovane aristocratico dell’Oxfordshire. Oratore minuzioso e fantasioso, incanta il suo pubblico con il racconto della sua cattura e la rocambolesca fuga dalla prigionia. Ha accuratamente e volutamente evitato di menzionare alcuni dettagli, nemmeno troppo banali, di quella pazzesca storia, ma in fondo è pur sempre uno scriba di nobile lignaggio con una carriera politica da intraprendere e un impero da governare. Nella lunga notte africana racconta ai compatrioti di essere stato catturato da una guarnigione boera comandata dal generale Louis Botha in persona. È una bugia. Poi narra di come fortunatamente è riuscito a fuggire dalla prigione di Pretoria. Mezza verità. Non parla di essere caduto in una imboscata organizzata da guerriglieri irregolari. Non dice che il carcere in realtà era una scuola adibita a centro di reclusione per gli ufficiali nemici e le condizioni erano tutt’altro che dure. Elude il fatto che tutti i prigionieri avevano dato la propria parola che non avrebbero tentato la fuga e che il controllo della struttura era ridotto ad un numero irrisorio di secondini. Racconta però che saltare il muro di cinta per poi sottrarsi alle guardie fu un gioco da ragazzi.

La vera storia di quell’episodio che potremmo definire marginale nella guerra anglo-boera inizia poche settimane prima, il 15 novembre. È mattina. In cielo le nuvole corrono via lasciando spazio al caldo sole. Il giovane aristocratico inglese corrispondente di guerra per il quotidiano conservatore Morning Post ha preso posto a sedere sul treno blindato che deve percorrere la tratta per Ladysmith. Sul treno i fucilieri del reggimento Dublin e la fanteria del Durban. Lo scopo della missione è verificare la presenza di truppe nemiche nella zona. Il giornalista è salito sul treno con la speranza di raccogliere materiale da inviare alla redazione del giornale e magari riuscire a provare qualche forte emozione in uno scontro armato contro le forze boere. Non indossa abiti borghesi, ma un piccolo berretto verde e l’uniforme del reggimento di cavalleria del South African Light Horse. La pistola Mauser è riposta nella fondina, carica. Una manciata di proiettili nella tasca dei calzoni. Intanto il treno muove rapido sulle rotaie nella più totale tranquillità dei suoi passeggeri, ma alla fine non sarà una passeggiata di piacere. Alla stazione di Chieveley la sosta per inviare un messaggio telegrafico, la linea è sgombra. Il treno riparte, pochi chilometri e giunge il fischio prolungato, azionato dal macchinista, e la brusca frenata seguita da un boato, è la prima forte esplosione. Le carrozze di coda deragliano scomposte. A bordo del convoglio è il panico. Le lamiere accartocciate avvolgono i corpi dei soldati. Strazianti urla di dolore risuonano all’interno del treno. Fuori le colline brulle prendono vita, decine di uomini a cavallo spronano i propri ronzini all’attacco. Spari, proiettili che tagliano l’aria in diverse direzioni. Soldati con l’uniforme rossa gettano il fucile e l’elmetto mettendosi in fuga. Altri tentano inutilmente di sganciare i vagoni. La locomotiva è libera e corre lontano ma in pochi hanno trovato una via d’uscita a quel breve scontro. I volontari gridano “Evviva! Vittoria! Viva la Repubblica!”. Il reparto dei legionari italiani è piombato come un falco sulla preda e ha portato a segno un’assalto letale: il treno blindato reso inutilizzabile, perdite solo tra le file nemiche e una sessantina di prigionieri. Ad alzare le braccia al cielo di fronte al vincitore e condottiero Camillo Ricchiardi anche il poco noto giornalista del Morning Post di nome Winston Churchill.

All’alba di quel giorno le vedette di Ricchiardi erano già appostate lungo la strada ferrata per Ladysmith in attesa del treno con a bordo Churchill. Gli uomini della brigata italiana avevano nascosto i cavalli al riparo, sotto l’ombra degli alberi di amarula. I segnali con il comando scambiati con giochi di specchi erano costanti. Il plotone degli scout italiani muniti di dinamite aveva strisciato lungo i binari, l’erba alta e gialla proteggeva la trappola che sarebbe scattata a breve. Il conflitto a fuoco si risolse in pochi minuti. Al termine dello scontro i guerriglieri mediterranei vistosamente euforici ammassano i prigionieri in cerchio. Winston Churchill a differenza degli altri non ha tentato di fuggire ma di nascondere quello che aveva addosso. La pistola è andata persa sul treno. Il problema che assillava il futuro statista erano i proiettili che aveva nelle tasche. Quelle pallottole erano un biglietto di sola andata per il plotone d’esecuzione. L’aristocratico inglese possedeva dei caricatori con proiettili dum-dum, banditi dalla conferenza dell’Aia per la loro micidiale capacità distruttiva. Odiati dai soldati, illegali, non certo una bella cosa da mostrare al vincitore e di cui andare fiero. Churchill compresa la gravità della situazione e in evidente stato di agitazione cercava di liberarsi delle prove compromettenti, nascondendole nella folta vegetazione di felci, il goffo tentativo destò tuttavia la curiosità dell’ufficiale piemontese. Camillo Ricchiardi baffi e barba nero pece, in testa un cappellone di feltro a tesa larga color sabbia, alti stivali infangati, pantaloni e camicia kaki, il cinturone al collo e la spada nella faretra legata alla sella, seguiva attentamente le mosse del giovane inglese. Ricchiardi aveva pianificato e comandato l’assalto al treno. L’ex ufficiale di casa Savoia era riuscito in ciò che mezzo secolo dopo Hitler avrebbe, per nostra fortuna, solo sognato: avere in pugno Churchill. Il soldato venuto dalle colline dove si produce nettare d’uva delizioso smontò da cavallo puntando la pistola in direzione di Churchill: “Che cosa avete in mano? Fatemi vedere!” L’accento italiano nella perfetta pronuncia inglese era lieve. Il richiamo era invece perentorio, un’ordine che non viene ripetuto due volte. Il cronista inglese cercò di giustificarsi indietreggiando un paio di passi: “Non lo so, l’ho appena raccattato nell’erba”. La mano di Churchill si aprì lentamente lasciando cadere a terra i diabolici dum-dum. I due nemici restarono in silenzio uno di fronte all’altro. Un soldato boero aveva inquadrato il giornalista inglese e correva minacciosamente verso di lui. Non c’era più tempo. Ricchiardi doveva scegliere tra proteggere il prigioniero o lasciarlo giustiziare: “Vi credo. Gettate tutti i proiettili subito e alzate le braccia, presto.” E così il futuro grande statista e stratega, il bulldog che sconfisse il nazismo venne catturato da un elegante romantico piemontese, salvato da un gentiluomo di provincia italiano.